Recensione di “Zuleika apre gli occhi”, di Guzel’ Jachina

Recensione di Zuleika apre gli occhi, di Guzel' Jachina

Zuleika è una donna tatara. Obbediente, quasi remissiva, vive per il lavoro e per suo marito. Eppure, gli eventi personali si intrecciano alla Storia, come spesso accade, mettendo a dura prova la protagonista di questa storia. In questi casi, ci sono due sole scelte possibili: abbandonarsi o aprire gli occhi.

Recensione a cura di Erika Ruffoni

Non sono il tipo di persona che giudica i libri dalla copertina. Più che altro, a volte, capita che certe copertine chiamino me, e gridino il mio nome a gran voce. Come se dovessi leggerli, sia per il bene mio che del libro stesso. Questo è quello che successo con Zuleika apre gli occhi, di Guzel’ Jachina.

Il blu intenso della copertina, il titolo così chiaro e disarmante, hanno innescato in me subito un grande fascino e curiosità. Mi chiedevo chi fosse Zuleika, e perché un’azione così normale e così scontata fosse talmente degna di nota da accaparrarsi un titolo. Così, come Zuleika inizia la sua giornata con l’azione più semplice del mondo, anche io ho iniziato il libro. Come se fosse, anche per me, l’azione più naturale di tutte.

Zuleika apre gli occhi
Zuleika apre gli occhi, traduzione di Claudia Zonghetti. Salani, 2020.

Zuleika apre gli occhi è la storia di una donna tatara, moglie di Murtaza, un semplice contadino possidente che lei stessa definisce giusto, nonostante il misero (se non inesistente) affetto che le dimostra. Zuleika vive le sue giornate lavorando costantemente per il marito e la suocera maligna, finché non viene deportata verso la Siberia durante il processo di dekulakizzazione staliniano.

Viene trasportata in un treno (più simile ad un carro bestiame) insieme ad un gruppo di persone di differente estrazione sociale. Durante il lungo ed estenuante tragitto durato mesi, il numero dei deportati si assottiglia progressivamente. A causa di vari tragici incidenti (che non voglio spoilerare), rimangono, insieme al comandante, un numero davvero esiguo di persone. Tra cui Zuleika stessa. I reduci, abbandonati al loro destino alle rive di un fiume, lottano in ogni modo per sopravvivere al duro inverno siberiano, e per trovare la forza di vivere.

Prima di procedere oltre, facciamo un piccolo excursus: cos’è la dekulakizzazione degli anni Trenta? Parte il momento Quark. Immaginate in sottofondo l’Aria sulla Quarta Corda, prego. Si intende come “dekulakizzazione” quel processo di confisca dei beni mobili e immobili dei contadini definiti kulaki, che terminava con la loro deportazione. Punto di partenza di questa campagna fu quello che Stalin annunciò nel 1929 come il contenimento delle “tendenze sfruttatrici del kulak”, tramite una “politica di eliminazione dei kulak come classe”. Insomma, in parole povere potremmo definire la dekulakizzazione come lo sterminio dei kulak e la confisca di tutto ciò che avevano.

Zuleika apre gli occhi parla innanzitutto di una donna. Una donna che vive le sue giornate con umiltà, cieca devozione e incredibile forza, seppur nascosta anche da una certa dose di fragilità. Fin dalle prime pagine si intuisce e si comprende con momenti molto vividi e commoventi quella che è la sua dolce natura. Una donna definita “gallina scema” dalla suocera, la cui sicurezza viene minata costantemente, trattata come una povera schiava, ma dal buon cuore e dalla tenerezza sconfinata.

La suocera, descritta così bene che possiamo immaginarla davanti a noi: è una sorta di arpia cieca e maligna che difende il figlio a spada tratta e trova sempre occasione per trattare male la nuora. Il figlio, invece, è l’uomo-angelo caduto dal cielo, a cui tutto è concesso. Un emblema della figura maschile di quei tempi: il padre padrone a cui nulla si poteva dire o contestare.

Fin da subito, tifiamo per Zuleika. La dolce e ingenua fanciulla di cui vediamo una vera e propria trasformazione all’interno del romanzo: da donna passiva e schiava nelle prime pagine, diventa sempre più attiva e artefice del proprio destino, fino a diventare una cacciatrice del nuovo villaggio siberiano di Semruk. La protagonista si dimostra una donna molto materna, che fa di tutto per aiutare chi ama. La maternità è un altro tema profondo del libro: quella mancata, inizialmente, di Zuleika, e quella successiva, avuta. Si nota fin dalle prime pagine il suo senso del sacrificio, che non viene mai messo in discussione, e anzi si riprova anche (se non soprattutto) alla fine del romanzo.

Zuleika è una donna forte, che impara a cambiare insieme agli avvenimenti della sua vita, e anche grazie alle persone che la circondano. Una donna che viaggia verso un destino inaspettato, che ha tanta voglia di vivere, e che riesce a trovare sé stessa alla fine del racconto. Coraggiosa e silenziosa, soffre in silenzio e non si lamenta mai, nonostante la vita le offra ben poco e anzi, le porti via tanto. Una donna tatara senza diritto di avere una propria personalità, una “gallina scema” che, mano mano che si sfogliano le pagine, diventa una donna in grado di trovare sé stessa e di tenere il potere della sua vita tra le proprie mani, riscoprendosi viva.

Zuleika apre gli occhi parla anche di un uomo. Nonostante nella seconda parte del libro Zuleika viva per il figlio Jusuf, questo non le impedisce di notare l’animo buono del “carceriere” Ignatov. Ignatov è il tipico uomo burbero, dall’aspetto glaciale e freddo, forse a tratti crudele, ma che in realtà nasconde sotto il tulup un cuore buono, forte, che batte nel petto (e batte anche per una certa protagonista di questo romanzo…). Ignatov è anche il comandante che, nella prima parte del romanzo, assassina il marito di Zuleika, ma che subito dopo si ritrova a proteggere quei deportati i quali, ad un certo punto, diventano la cosa più simile a una “famiglia”.

Zuleika apre gli occhi è anche la storia dei deportati di diversa estrazione sociale che ritroviamo nel treno, di quelle realtà così diverse da Zuleika che le permettono per la prima volta di confrontarsi con realtà completamente ignote e di viaggiare il mondo tramite i racconti altrui. La Storia russa non è lo sfondo del romanzo: la Storia russa è la storia principale, è ciò che si mischia ai protagonisti, fino a creare un miscuglio omogeneo e ben costruito.

Perché è così importante l’azione di “aprire gli occhi” di Zuleika? Il titolo appare ben cinque volte all’interno del testo, e contraddistingue proprio le cinque diverse fasi di vita della protagonista. Una protagonista che, nonostante tutte le sfide che le si presentano innanzi, apre sempre gli occhi e vive ogni avversità, ogni nuovo giorno. Le pagine del racconto, seppur intrise della tragedia storica a cui fanno continuo riferimento, sono irradiate dalla luce e dalla purezza della protagonista, la quale si riscatta e vive la sua vita con estremo coraggio. La luce di Zuleika si contrappone all’oscurità della dekulakizzazione.

Guzel' Jachina
L'autrice (Fonte: moscowseasons.com)

La scrittrice sembra essersi ispirata alla storia della propria nonna per quest’opera d’esordio, che sembra tutto fuorché un romanzo acerbo. Jachina ha uno stile che ho davvero amato (e penso che parte del ringraziamento vada anche alla traduttrice Claudia Zonghetti): maturo, misurato, elegante, vivido. Fa commuovere e riflettere, ma non deprimere. Lo definirei un romanzo ben composto, voluminoso e certamente a volte impegnativo, ma fluido e ben scritto. Ti trascina nella storia, anche se non vuoi.

È avvincente, a tratti folcloristico. Parla di storie dimenticate ma che meritano di essere raccontate, di paure a cui dare voce e di bontà d’animo pure. È un romanzo che crea immagini, che non solo racconta, ma mostra. Un racconto capace di far vedere, oltre che di leggere, e che catapulta nel periodo storico in cui è ambientato.

Consigliato a:

Chi è alla ricerca di una storia forte e di una protagonista in continua evoluzione. A chi ha voglia di immergersi in un racconto e guardare la Storia succedersi, come se fosse un film. A chi vuole un romanzo vero, vivo, capace di emozionare.

 

Zuleika fissa il buio a occhi aperti, ascolta il respiro di Juzuf e si sente come cullata da un’onda: inspira-espira, inspira-espira, e su e giù, e su e giù. La stanchezza delle ultime settimane è una zavorra che la attira in un sonno profondo, nero. Accosta appena le palpebre – che bellezza, che meraviglia – si tuffa. L’acqua la ninna. C’è anche Ignatov, il suo viso sereno, dolce. Dammi la mano, le dice, che ti porto nel miele. Lei guarda intorno e vede che è tutto giallo, tutto d’oro. Tira fuori la lingua: è miele davvero.

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