Recensione de “Il ragazzo di guttaperca”, di Dmitrij Grigorovič

Recensione de Il ragazzo di guttaperca, di Dmitrij Grigorovič

Petja, il ragazzo di guttaperca, è un ragazzino che la miseria ha relegato all’attività circense. Dopo dolorosi ed estenuanti “allenamenti”, si esibisce di fronte a bambini come lui, a cui il destino ha regalato un posto in platea. Pubblicato nel 1883, il racconto di Grigorovič si inserisce nella tradizione narrativa di denuncia sociale ottocentesca.

Recensione a cura di Giordana Carbone

L’allievo di Bekker veniva chiamato “ragazzo di guttaperca” solo sui cartelloni. Il suo vero nome era Petja. Ma più corretto ancora, in fondo, sarebbe stato chiamarlo ragazzo infelice.

Petja è un bambino nato debole, smilzo, fragile, da una madre altrettanto magra, un po’ trasandata, povera, che trascorre la sua vita passando da una modesta occupazione all’altra, da un compagno a un altro. Instabile anche nell’umore, dedica al figlio momenti di amore alternati a rabbia incontrollata. Dopo varie avventure romantiche, tutte fallimentari, sfinita dalla fame, Anna muore. Petja ha soltanto cinque anni. Preso in affidamento da Varvara, una lavandaia affezionata al bambino, viene portato al circo, dove una conoscenza le concede qualche speranza sulla sua sorte.

È il quinto giorno di Maslenica, periodo di festività associato, per il lettore italiano, al Carnevale. Nel circo ci si prepara a uno spettacolo importante. Assistiamo alle ingiustizie subite dai protagonisti del circo, costretti a lavorare in condizioni che non lo permetterebbero. Conosciamo il clown Edwards, affetto da episodi depressivi che minacciano di mettere a repentaglio le sue performance altrimenti incredibili e adorate dal pubblico. Divertente quanto buono, davvero vivo solo sul palcoscenico, fuori dal quale è un uomo comune e distaccato dal resto del mondo, sempre in compagnia dei più piccoli, sarà forse lui il solo a tenere davvero al destino del “ragazzo di guttaperca”. 

Ragazzo guttaperca
Locandina del film "Il ragazzo di guttaperca", tratto dall'omonimo romanzo, per la regia di Vladimir I. Gerasimov (1957)

Quando quest’ultimo arriva al circo, infatti, preso come apprendista, dovrà vivere pene maggiori delle precedenti. Ci si potrebbe chiedere: “Cosa vuol dire guttaperca? Perché è chiamato così?” Si tratta di un prodotto ottenuto dal lattice di foglie, rami e pezzi di corteccia dell’arcipelago australasiatico che appare simile alla gomma vegetale ma che è privo di elasticità. In russo, l’aggettivo veniva usato nell’Ottocento col significato di “flessibile, modellabile, elastico” e, in senso figurato, di “evasivo, impassibile, artificiale”.

Il corpo di Petja, nelle mani del suo istruttore, avrebbe dovuto diventare in pochissimo tempo estremamente elastico, trasformandolo nella nuova attrazione del circo: il ragazzo di guttaperca. “Il ragazzo è nelle mani di un tale idiota, un tale babbeo, che non può fare altro se non rovinarlo!”

Durante i preparativi per lo spettacolo importante della domenica, Edwards sente che il bambino, che ha appena otto anni, potrebbe non farcela. L’istruttore, poco d’accordo, lo caccia, proseguendo ad addestrare Petja con quella che verrà recepita come una tortura.

L’intero racconto è in grado di trasmetterci tutta l’angoscia insita in ogni situazione (dall’infanzia del piccolo alla morte della madre, dall’ingresso al circo alla conclusione), di suscitare le nostre primordiali capacità empatiche, si potrebbe dire, di connetterci con ogni personaggio, facendoci vedere chiaramente ogni scena e lo fa soprattutto attraverso la descrizione minuziosa degli ambienti che, per citare la curatrice e traduttrice Anna Belozorovitch, sono “parte integrante della narrazione”.

L’istruttore Bekker, per esempio – enorme, minaccioso, burbero e brusco, descritto come “una copia perfetta di Golia” -, è sempre circondato da birre, lo troviamo sempre seduto sulla solita sedia a ‘rinfrescarsi’ mentre dà ordini a Petja che, spesso in lacrime, ubbidisce. Piccoli dettagli caratterizzano ogni personaggio, ogni scena, fissandocene il ricordo.

ragazzo guttaperca
Il ragazzo di guttaperca, traduzione di Anna Belozorovitch. Edizioni Croce, 2020.

Un altro esempio è dato dalle scene degli ultimi capitoli del libro, dedicate a una famiglia benestante che si prepara all’evento tanto atteso dai bambini che ne fanno parte, in netto contrasto (colto immediatamente dal lettore) con l’esperienza del protagonista. Ogni componente è finemente caratterizzato e della loro stessa caratterizzazione è partecipe quella degli ambienti. 

Grigorovič fa interagire la piccola Veročka e i fratellini con lo sfarzo in cui vivono. Il risultato è che il lettore sente in modo tragicamente realistico e profondo, quasi intimo, l’abisso che divide la serenità (il benestare e i tentativi di proteggere questa condizione) di una famiglia spettatrice, e la miseria e le sofferenze di un bambino inserito per necessità in un microcosmo la cui stessa natura sta nell’entusiasmo, nella sicurezza e nella gioia apparenti che nascondono dolore, ingiustizia e persino incompetenza. La storia, come capiamo ben presto, non finirà bene per il “ragazzo di guttaperca”. In compenso, le impressioni che regala rimangono a lungo nel lettore.

Dmitrij Grigorovič (1822, Ul’janovsk – 1900, San Pietroburgo) è purtroppo poco noto in Europa, motivo per cui un grande apprezzamento va a Edizioni Croce per averci donato questa piccola grande perla. Si occupò di racconti di vario tipo, tra i quali racconti umoristici, e scrisse anche opere teatrali. Fu amico intimo di scrittori contemporanei come Dostoevskij e Nekrasov.

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