La lingua e la letteratura careliana

Quante lettere ha l’alfabeto careliano? Perché (quasi tutta) la letteratura careliana classica è composta in finlandese? E dov’è Uchta? Date retta a noi: conosciamo la strada per la biblioteca, ed è lì che vi porteremo. Libri e persone rari sono il fulcro della nuova mostra del progetto “100 simboli della Carelia”[1]

La scultura “Aggiungiamo i punti alla Ä”, di Vladimir Zorin. Foto: agenzia di stampa “Respublika”/Lilja Končakova

Lasciate perdere la prossima guida che vi dirà che i primi testimoni scritti in Carelia apparvero solo in epoca sovietica; nel Ventesimo secolo la tradizione letteraria careliana contava già almeno sette secoli di storia. Negli anni Trenta del Novecento si andava piuttosto formando una lingua letteraria careliana, e il solo vocabolario domestico non era più sufficiente: alla costituzione della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma di Carelia, nel 1936, il careliano veniva proclamato lingua ufficiale, insieme al russo e al finlandese.

Tuttavia, i tempi erano frenetici, e già nel 1940 le autorità cambiarono idea. La lingua della popolazione indigena non solo scomparve dalla costituzione, ma venne totalmente cancellata dall’istruzione ufficiale, relegandola per mezzo secolo all’ambiente domestico, dove si poteva parlare tutt’al più in cucina.

Al contrario, il finlandese rimase e quasi tutto l’apparato letterario careliano della seconda metà del Ventesimo secolo è composto in questa lingua, eccezion fatta per i personaggi che abitavano i villaggi in Carelia – loro parlavano ancora il dialetto di quelle terre.

Ma andiamo con ordine.

Testo su corteccia di betulla n. 292

Alfabetizzazione

Gli archeologi hanno rinvenuto questo frammento di testo su corteccia di betulla del XIII secolo a Novgorod, nel 1957. Si tratta del primo testimone scritto in lingua careliana. Che si trattasse di careliano è stato chiaro da subito, ma i linguisti hanno impiegato decisamente più tempo nella comprensione del senso, tradotto nel tempo in vari modi. La versione più accreditata è che si tratti di una formula contro i fulmini:

Freccia divina, dai dieci nomi. Brilla, freccia! Colpisci, freccia! Così giudica (governa) Dio.

Gli archeologi hanno trovato più di una decina di questi frammenti scritti su corteccia di betulla a Novgorod. Nel testo del frammento n. 243, è presente persino il nome del corrispondente: “Saluti da Smenka di Korelin”.

Durante il Medioevo l’alfabetizzazione tra i careliani era diffusa principalmente tra quelli che commerciavano e viaggiavano, e naturalmente tra i sacerdoti che portarono l’ortodossia in Carelia, i quali si integrarono con la popolazione locale e crearono dei frasari nella loro lingua.

Nella biblioteca del monastero di Solovki è conservato il più antico dizionario careliano-russo, all’interno del “Paterico[2] alfabetico”. Il documento risale al 1666-1668, l’autore è l’archimandrita del monte Athos in esilio, Teofane. Il dizionario contiene all’incirca ottanta corrispondenze in careliano-russo ed è conservato nell’archivio del centro di scienza careliano RAN.

L’unica copia esistente è manoscritta, e non è mai stato pubblicato.

Il dizionario è scritto nel dialetto livvi, su base alfabetica cirillica. Foto: agenzia di stampa “Respublika”/Elena Fomina

“Il dizionario è stato compilato nel 1914 da Viktor Nikol’skij, un prete di Olonec”, racconta Svetlana Nagurnaja, ricercatrice senior nel dipartimento di linguistica dell’Istituto di Linguistica, Letteratura e Storia del Centro Careliano per la Ricerca. “Il livvi è un dialetto della lingua careliana. Guardate che lavoro… E che calligrafia! Ma probabilmente l’elemento più rilevante di questo dizionario, se lo si analizza attentamente, è la presenza di un gran numero di termini astratti. Non troverete solo parole come “casa”, “pane”, “arma” e “pesce”, ma anche “coraggio”, “osservazione”, “felicità”. Questo è importante perché la socialità careliana è sempre stata considerata prettamente incentrata sulla quotidianità.

Quando all’inizio degli anni Novanta ci fu un revival letterario careliano, i lessicografi si trovarono in grande difficoltà proprio perché mancavano di una terminologia astratta, di parole che esulavano dall’uso di tutti i giorni. Un decimo del dizionario accademico di careliano moderno, opera di Tat’jana Bojko, è composto da neologismi dell’autrice, creati secondo le regole della grammatica careliana.

Nel dizionario di Nikol’skij, invece, i termini astratti sono molti. Evidentemente queste parole esistevano ma sono andate perdute – sebbene non sia certamente da escludere che il sacerdote possa aver creato dei neologismi egli stesso.

Il libro

La prima pubblicazione libraria in careliano è un Vangelo secondo Matteo del 1820 (San Pietroburgo). La buona novella fu tradotta dal sacerdote G. E. Vvedenskij e dal professor M. A. Zolotinskij, che ci hanno lasciato in questo modo l’unico monumento scritto del dialetto careliano di Tver’ dell’inizio del Diciannovesimo secolo. Ne è conservato un esemplare nella sezione dei libri rari della Biblioteca Nazionale di Carelia.

Dorso di una edizione rara. Foto: IA "Respublika"/ Elena Fomina
Il Vangelo secondo Matteo in lingua careliana (edizione del 1820) è conservato nella Biblioteca Nazionale della Carelia. Foto: IA Respublika / Elena Fomina
Polina Solov’ëva

“Conserviamo i volumi rari in speciali contenitori microclimatici fatti di cartone antiacido”, spiega Polina Solov’ëva, capo-bibliografa della sezione di Letteratura e Bibliografia Storica, Nazionale e Locale. “Ogni edizione ha il suo certificato di integrità, dove registriamo anche il minimo difetto. Guardate il nostro Vangelo, per esempio: il dorso si è staccato. Di certo non andremo a re-incollarlo con il Pattex. Quando un libro ha bisogno di un serio restauro, lo mandiamo alla Biblioteca Nazionale Russa. Lì hanno i laboratori e gli specialisti adatti per ricostruire la carta e rilegare i libri seguendo rigorosamente le tradizioni dell’epoca di riferimento. In pratica sono in grado di riportare i libri al loro aspetto originario.”

Tenere in mano una tale rarità è un’emozione unica. Ma chi si accontenterà di leggere solamente il testo non dovrà neanche uscire di casa: la maggior parte dei volumi è stata infatti digitalizzata e resa consultabile dal sito della Biblioteca nazionale.

Il fondo della Biblioteca nazionale oggi: un po’ di statistica (dati raccolti all’inizio del 2021).

Documenti in lingua careliana: 3699
Documenti in lingua vepsa: 969
Documenti in lingua finlandese: 19 689
In media il fondo di letteratura nelle lingue nazionali aumenta ogni anno di 50 000-60 000 titoli (giornali, riviste e libri).
La Biblioteca nazionale è anche sede della Casa del libro in Carelia, luogo destinato al deposito legale di ogni esemplare.

L'alfabeto

Il resoconto del viaggiatore olandese Simon de Salingen menziona uno degli alfabeti careliani più antichi. De Salingen era stato a Kandalakša [cittadina careliana sulla penisola di Kola, ndt] e aveva riportato di un certo monaco Fëdor Čudinov, creatore negli anni 1566-68 di un alfabeto runico careliano, con il quale avrebbe non solo tradotto il Padre Nostro, bensì composto la prima cronaca di Carelia e Lapponia. Questi testi, semmai esistiti davvero, non sono arrivati fino a noi.

Calendario santo. Dalle collezioni del Museo Nazionale della Carelia.
Calendario su tavolette. Carelia del Nord. Foto: K. Incha. 1894.

I testimoni letterari manoscritti in lingua careliana conservatisi fino ai giorni nostri usano infatti in cirillico – come avrà già notato il lettore più attento – alfabeto utilizzato per i primi libri scritti in questo idioma. La chiesa ortodossa si servì largamente del cirillico per la letteratura missionaria: all’inizio del Diciannovesimo secolo apparirono traduzioni della Bibbia, di preghiere e di testi catechetici per i parrocchiani di lingua careliana. La grafia esclusivamente cirillica doveva servire ad promuovere il passaggio dalla scrittura careliana a quella russa.

Sarà il regime sovietico a portare il caos totale nel sistema alfabetico. Negli anni tra il 1920 e il 1940 ci fu una standardizzazione linguistica attiva. I filologi e i linguisti credevano che l’alfabeto latino fosse decisamente più adatto al careliano, dal momento che il russo non disponeva naturalmente di una serie di suoni propri del careliano. Nel 1930, il Narkompros della RSFSR decretò quello latino come alfabeto ufficiale della lingua careliana.

Ma già nel 1936 si decise di creare una lingua letteraria careliana unica, questa volta per tutti i Careli dell’Unione Sovietica. L’anno successivo il Presidium del Comitato Centrale Esecutivo Panrusso decise che la scrittura careliana avrebbe dovuto avvalersi dell’alfabeto russo. Per sviluppare una grammatica e una terminologia unificata venne ordinata la compilazione di un dizionario russo-careliano. Il linguista e ugrofinnista Dmitrij Bubrich si fece carico della creazione di una lingua letteraria che riunisse tutti i dialetti careliani. Il risultato ottenuto fu un ibrido russificato, che gli abitanti della Carelia non erano neanche in grado di capire, una lingua che nessuno parlava e nella quale nessuno avrebbe mai pensato.

Ritagli da vari giornali careliani della fine degli anni Trenta

Nel 1937 venne pubblicata la “Grammatica di lingua careliana” di Bubrich, con la quale si iniziò a insegnare il careliano nelle scuole. Ma già nel ’38 lo studioso venne arrestato con l’accusa di aver introdotto “nella lingua careliana suffissi e prefissi finlandesi, semplificando il careliano a un livello primitivo”. Nel 1940 la lingua veniva privata del suo status ufficiale e forzatamente espulsa da tutte le possibili sfere di applicazione, ad eccezione di quella domestica. Fino quasi alla fine del Ventesimo secolo, il careliano finì per essere parlato esclusivamente in casa.

Sulla questione si tornò solo dopo la perestrojka. In quel periodo era possibile ascoltare il careliano in radio e nei programmi televisivi, veniva insegnato nelle scuole e all’università. Nel 2007 è stato approvato l’alfabeto unificato della lingua careliana, integrato quasi sette anni più tardi della lettera C.
L’alfabeto è infine tornato ad essere latino.

La lingua careliana: l'alfabeto
Svetlana Nagurnaja

Svetlana Nagurnaja, ricercatrice senior nel dipartimento di linguistica dell’Istituto di Linguistica, Letteratura e Storia del Centro Careliano per la Ricerca, spiega:

“In sociolinguistica è comunemente accettato operare una divisione in lingue scritte antiche (dalla tradizione antica), lingue scritte giovani (create all’inizio dell’epoca sovietica) e lingue scritte nuove (create negli anni Novanta).

Credo che il careliano faccia parte di quest’ultimo gruppo, sebbene creata con la sistematizzazione linguistica del periodo sovietico.

Tuttavia non c’è stata continuità, non si sono preservate le tradizioni, l’esperienza non è stata assimilata. La lingua letteraria careliana contemporanea si è formata di fatto negli anni Novanta. Alcuni studiosi definiscono quella careliana una tradizione scritta a intermittenza”.

Classici

E ora passiamo alla letteratura. Nel 2015 l’editore “Periodika” ha portato a termine un corposo progetto: una serie di “Classici della letteratura careliana” o “Karjalan kirjallisuuden klassikot” iniziata nel 2002. Dodici volumi, otto autori – il meglio composto in lingua careliana, vepsa e finlandese.

Ma perché tutti i classici letterari careliani sono sempre stati editi in lingua finlandese? Innanzitutto, la Rivoluzione nell’Impero russo, l’indipendenza della Finlandia e la guerra civile sono tutti eventi che hanno influenzato lo sviluppo della letteratura in Carelia. Negli anni Venti e Trenta del Ventesimo secolo, nella repubblica inizia a consolidarsi una letteratura in finlandese. Dunque, se è vero che il careliano è lingua popolare, perché la sua diffusione non riceve il supporto dei bolscevichi? Nell’ambizioso progetto di rivoluzione mondiale della nuova classe politica, il ruolo della Carelia era evidentemente quello di fungere da canale per portare la rivoluzione nei Paesi scandinavi e in Finlandia.

Si formò perciò una nuova unione territoriale, che per la prima volta unì tutti i Careliani: la comune operaia di Carelia. L’idea della sua creazione venne avanzata dai finlandesi “rossi”, ai quali venne poi affidata la sua gestione.

Scrittori careliani. Da sx a dx: (in alto) V. Aaltonen, T. Goettari, K. Kivelja, G. Bogdanov; (2° fila) U. Tuurala, A. Kukkonen, H. Tihlä, Ja. Virtanen, O. Johansson, F. Ivačëv, R. Nyström; (in basso) S. Menken, I. Nousiainen, S. Suvanto. Petrozavodsk, 1935. Dal fondo dell'Archivio Nazionale della Repubblica di Carelia

Nelle riunioni politiche si cominciava a rimarcare che alla Carelia bastassero due sole lingue: il russo e il finlandese. Il finlandese venne dunque proclamato lingua letteraria della parte settentrionale della repubblica, mentre ai Careliani meridionali sarebbe bastato il russo, secondo le nuove autorità.

1934. L’Unione degli Scrittori Sovietici stabilisce che il suo obiettivo è una produzione artistica “all’altezza della grande epoca del socialismo”. La prima conferenza pancareliana degli autori sovietici ha come esito la creazione di un’Unione degli Scrittori Careliani della RSSA [Repubblica Socialista Sovietica Autonoma, ndt], che si sarebbe occupata della pubblicazione di riviste e almanacchi letterari in finlandese, russo e careliano.

Nel 1937 la situazione cambia bruscamente: iniziano gli arresti e le rimozioni dei volumi dalle biblioteche. La finnizzazione della Carelia si conclude. L’Unione degli scrittori, per far fronte a un ingente perdita di letterati tra le sue fila, comincia ad arruolare kolchozniki, cantastorie e cantori  runici[3]. I nuovi membri si esibivano nei circoli rurali con canzoni vecchie e nuove, talvolta dedicate alle fattorie statali, alla pensione, a Stalin e Antikainen[4], composte nel metro tradizionale della Kalevala.

I cantelisti del kolchoz “Raggio splendente”. S. Semënov e I. Romanov (a destra). Prjažinskij rajon, 1938. Dal fondo dell'Archivio Nazionale della Repubblica di Carelia

Scuola

Il finlandese non fu comunque cancellato dalla mappa letteraria careliana, e per questo dobbiamo ringraziare Matti Pirchonen, insegnante di Uchta (oggi Kalevala). La fioritura della letteratura nazionale careliana nel periodo postbellico è legata ai nomi di Antti Timonen, Nikolaj Lajn, Pekki Perttu, Jaakko Rugoev, Ort’e Stepanov. Cresciuti sul Mar Bianco, questi personaggi ascoltavano le tradizionali rune della Kalevala eseguite dai cantori runici, amavano la natura careliana e la vita semplice contadina. I futuri autori classici della letteratura careliana studiavano alla scuola di Uchta, un luogo dove non venivano solo impartite le conoscenze di base, ma dove gli studenti si occupavano della terra, del bestiame, della costruzione di barche e strumenti musicali.

Antti Timonen a lavoro. 1949. Dagli archivi del Museo Nazionale della Carelia.
Jaakko Rugojev, Presidente del consiglio dell'Unione degli Scrittori. Petrozavodsk. 1969. Dall'archivio del Museo Nazionale della Carelia.
Pekka Perttu. 1946 (dall'archivio della famiglia dello scrittore).
I membri del consiglio dell'Unione degli Scrittori della Carelia (da sx a dx): N. Gippiev (N. Lajne), A. Ivanov, M. Tarasov, D. Gusarov, U. Vikstrem, A. Linevskij, F. Trofimov, J. Rugoev (presidente). Foto: B. P. Bojzov, novembre 1969, Petrozavodsk. Dall'archivio del Museo Nazionale della Carelia.
Arvi Perttu

Arvi Perttu, scrittore, figlio di Pekki Perttu.


“Gli autori classici careliani sono molto omogenei: sono usciti dalla stessa scuola, hanno studiato con lo stesso
insegnante, Matti Pirchonen. A Uchta, oltre al finlandese, insegnava a scrivere racconti e la storia della Carelia sul Mar Bianco. I suoi allievi intrapresero varie professioni, combatterono e costruirono la repubblica sovietica. Ma alla fine
tutti tornarono alla scrittura. Dalla mia comprensione, non certo illuminata, credo che effettivamente il dialetto careliano
sia molto vicino a un dialetto finlandese, e i Careli del Mar Bianco consideravano il finlandese la loro lingua letteraria naturale. Ecco perché la letteratura careliana è per la maggior parte scritta in finlandese. Solo nei dialoghi gli eroi letterari parlano il careliano, ma la lingua degli scrittori careliani era il finlandese letterario degli anni Trenta.”

Jana Žemojtelite

“Mi sono avvicinata alla letteratura nazionale careliana negli anni Ottanta, quando già si configurava come una fiorente letteratura bilingue”, dice la scrittrice e traduttrice Jana Žemojtelite.

“Nell’Unione degli Scrittori si organizzavano delle serate finlandesi, dove si beveva caffè finlandese – che scarseggiava – e c’era questa sensazione di una piccola Finlandia, che riecheggiava quel Suomi socialista come l’avrebbe voluto costruire Gylling. Non siamo riusciti a costruirlo, ma qualcosa abbiamo ottenuto. È vero che il finlandese era in quegli anni la lingua del ceto borghese, ma per noi era legata alla nostra Letteratura. Ort’e Stepanov e Jaakko Rugoev erano categoricamente contrari a reintrodurre il careliano nella seconda metà del Ventesimo secolo, considerando il finlandese come la nostra lingua letteraria e identificando una storia comune.

Ricordo un aneddoto che Arvi Perttu mi raccontò a proposito del periodo partigiano del padre. Una volta Pekki si ritrovò in una radura, dove intravide tra i cespugli un soldato finlandese: sedeva su una stuoia di canapa, intento a riavvolgere i suoi portjanki[5]. Un bersaglio perfetto. Ma il nemico stava cantando una ninnananna, proprio la stessa che la madre cantava al Pekki bambino. Pekki si girò e se ne tornò nel bosco.”

Eredità

Questa è una delle ultime uscite della rivista cinematografica “Sovetskaja Karelija”, dedicata al classico della letteratura careliana in lingua finlandese Ort’e Stepanov. Le riprese furono girate nel villaggio di origine dello scrittore, Chajkolja.

Ort’e Stepanov (Artëm Michajlovič Stepanov) nacque a Chajkolja, oggi nel rajon di Kalevala. Un’isola e un pezzetto di terraferma: qui crebbe, qui scrisse i suoi romanzi degli ultimi anni, la saga degli Antenati. Tornava al villaggio non appena cadeva la prima neve, prima del gelo, alla pesca, le bacche, i funghi e il fieno, a quella vita che per secoli avevano vissuto i suoi avi.

I cognomi careliani racchiudono una memoria genealogica. Il nome intero di Ort’ë Stepanov era Jouchkon Kalasken Vasken Oleksejn Pekan Mijchkalin Ort’ë, ossia: Ort’ë, figlio di Mijchkali, figlio di Pekki, figlio di Olekseja, figlio di Vaski, figlio di Kalaski, figlio di Jouchko. La memoria genealogica è ora conservata dal figlio dello scrittore, Michail Stepanov, e da sua moglie Ol’ga.

Ol'ga e Michail Stepanov. Foto da archivio privato

“Mio padre morì nel 1998, lasciando la volontà di essere seppellito nel vecchio cimitero del villaggio, in mezzo ai suoi avi”, ricorda Michail. “Già da un paio d’anni io e Ol’ga abbiamo deciso di trasferirci a Chajkolja. Molti (soprattutto finlandesi) hanno mostrato grande interesse per l’opera di Ort’ë Stepanov e per i suoi luoghi. La gente voleva vedere il “laboratorio” dello scrittore. Si tratta di una tipica casa careliana, costruita nel 1923. A parte la scrivania, aggiunta in seguito – bisognava pur poggiare carta e penna da qualche parte, capisce. La postazione di lavoro è disposta in modo tale che le tre finestre danno su tre diverse parti del villaggio: sul lago, sul campo e sulla casa dei vicini.

Vero è che quando Ort’ë Stepanov iniziò a lavorare qui, di abitanti non ce n’era quasi più; il villaggio era stato ufficialmente smantellato nel 1977. Mio padre mantenne la parte isolana di Chajkolja solamente con le sue proprie forze, ma sulla terraferma non rimasero insediamenti.”

Chajkolja, 1980. Foto: Boris Bojcov

“Quando siamo arrivati, sull’isola c’erano sette case”, racconta Michail Stepanov. “Oggi abbiamo ricostruito il villaggio come si presentava cento anni fa, al tempo in cui è ambientato Antenati, basandoci sulle vecchie fotografie, sui disegni e le fondamenta. Abbiamo ricostruito copie di quelle dimore andate perdute.

Certo, non abbiamo fatto tutto da soli. Nel 2004 è stato istituito il “Fondo Ort’ë Stepanov”, con il quale abbiamo partecipato a grandi progetti internazionali, accogliendo tanti volontari. Ultimamente si è lavorato al “Percorso degli antenati” (grazie al sostegno del “Fondo per le sovvenzioni presidenziali”), diretto da nostro figlio Artëm Michajlovič Stepanov junior.

Qui, a Chajkolja, non raccontiamo alle persone solo di papà, ma dell’intera costellazione di scrittori careliani di lingua finlandese. Un gruppo piccolo, ma portentoso. Noi li abbiamo conosciuti, li ricordiamo, ma i villaggi in cui sono cresciuti non esistono più sulle mappe.

Oggi Chajkolja è un museo a cielo aperto. Il tradizionale villaggio della Carelia settentrionale (qui non c’è elettricità, per dire) è stato ricostruito ex-novo, ma nel rispetto di tutte le tradizioni della carpenteria careliana. È possibile fare un’escursione attraversando l’isola, e perfino pernottare in una delle case. Prima della pandemia, gli ospiti erano molti e gli Stepanov accoglievano anche festival cinematografici internazionali. La patria di Ort’ë Stepanov è ora parte del patrimonio culturale della Russia. Nel 2012 il villaggio ha ottenuto un’onorificenza internazionale, il premio d’onore del fondo “Europa Nostra”, per la conservazione del patrimonio culturale.

Nel lontano 1977, Ort’ë Stepanov scrisse un saggio dal titolo Verranno sbarrate le finestre?, a proposito dello smantellamento del villaggio, della brevità della memoria umana e del fatto che, nonostante tutto, la sua Chajkolja natia potesse diventare un giorno un villaggio-monumento. 

Michail Stepanov

Il fondatore del “Fondo Ort’ë Stepanov”, Michail Stepanov, a proposito della lingua e della letteratura nazionale come simboli della Carelia:

“La letteratura careliana in lingua finlandese non è una noiosa letteratura classica da tenere su uno scaffale della libreria.
Leggete le opere di Antti Timonen, Nikolaj Jakkol, Ort’ë Stepanov, Jaakko Rugoev (sono tradotte in russo) – è praticamente tutta la storia della Carelia del Ventesimo secolo! E i racconti di Pekki Perttu… “La scia della barca di Väinämeinen”! Questi sono capolavori, ci rimarranno per sempre.

Questi libri sono tracce della storia della Carelia anche in termini di conservazione della lingua. La lingua è qualcosa che oggi c’è e domani potrebbe non esserci. Ma si conserva comunque nell’opera letteraria. È l’esempio degli eroi della
saga di Ort’ë Stepanov Antenati: nei loro dialoghi ci sono tutti i dialetti careliani.

Oggi ascoltiamo la radio in careliano, una lingua certamente corretta, dal buon vocabolario. Ma è una lingua appresa, priva della melodia di una volta. Ricordo le babuške di campagna, che parlavano careliano da quando erano bambine: si
poteva sempre indovinare da quale villaggio venissero. Ora non è più così. Ma nei libri questa vita sopravvive.”

[1] Questo articolo fa parte del progetto “100 simboli della Carelia” realizzato dalla rivista  Respublika in occasione del centenario della Repubblica di Carelia. [2] Il paterico (o paterikon, dal greco) è un libro sulle vite dei santi padri della Chiesa. [3] I cantori runici (dal russo runopevcy) erano perlopiù contadini, che intonavano canti epici tipici dei popoli finnici del Baltico (Careli, Finlandesi, Ižoriani, Vepsi, Livoni ed Estoni). [4] Toivo Antikainen (1898-1941) è stato uno degli organizzatori e leader del partito comunista di Finlandia. [5] I portjanki erano delle fasciature di tela che i soldati usavano intorno ai piedi, prima di indossare gli stivali, prima della diffusione dei calzini.

Fonte: Respublika, 15-09-2021. Traduzione a cura di Giulia Cori.

Il progetto è stato realizzato da: Marija Luk’janova, Elena Fomina, Pavel Stepura, Elena Kuznecoba.