Al momento stai visualizzando Recensione di “Vita di A. G.”, di Vjaceslav Staveckij
MP 433; Matejko, Jan (1838-1893) (malarz); Stańczyk; 1862; olej; płótno; 88 x 120 [106 x 135 x 9]

Recensione di “Vita di A. G.”, di Vjaceslav Staveckij

Recensione di "Vita di A. G.", di Vjačeslav Staveckij

Nel romanzo d’esordio di Staveckij, il tiranno Augusto Goffredo Avellaneda de lo Gardo raccoglie i pezzi dell’ideologia totalitarista del Novecento, dopo che il suo regime viene rovesciato e ridotto al ridicolo.

Recensione a cura di Olga Maerna

 

 

Vita di A.G. di Vjačeslav Staveckij è, forse, non il romanzo russo che il lettore italiano comunemente si aspetta di leggere — di Russia, infatti, non si parla. Per quanto un autore non sia certamente obbligato a scrivere solo romanzi ambientati nel proprio paese d’origine, nel mercato editoriale italiano non sono molti i titoli di scrittori russi che non facciano riferimento esplicito alla Russia.

Ma siamo proprio sicuri che quanto narrato in Vita di A.G. non abbia alcun legame con la Russia? Pubblicato in patria nel 2011, il romanzo di Staveckij è stato portato recentemente in Italia da Francesco Brioschi Editore, con la traduzione di Elisabetta Spediacci.

vita di a.g.
Vita di A. G., traduzione di Elisabetta Spediacci. Francesco Brioschi editore, 2021.

Il “A.G.” a cui si fa riferimento nel titolo è Augusto Goffredo Avellaneda de lo Gardo, un fittizio militare spagnolo di cui nel romanzo si ripercorre la carriera, con i suoi trionfi e le sue cadute. Dopo una burrascosa presa di potere con un colpo di stato, Avellaneda instaura una violenta dittatura militare nel tentativo di riportare la Spagna ai fasti dell’impero e del Siglo de Oro.

Il nuovo impero dura però solo poco più di una decina di anni, e dopo la sua caduta Avellaneda
viene condannato a una pena esemplare: non la morte, ma l’esposizione al pubblico ludibrio, fino alla fine dei suoi giorni. Imprigionato in una gabbia, viene “portato in tournée” per anni per tutta la Spagna, dove è costretto a vivere, anche negli aspetti più privati e intimi della propria esistenza, sotto gli occhi – giudicanti, deridenti e umilianti – del volgo che lui stesso avevo giudicato, deriso e
umiliato.

Il popolo a cui il tiranno è sempre contrapposto è quindi certamente l’altro grande protagonista di questo romanzo. Un popolo quasi privo di individualità, informe e volubile, fatto di grandi masse che sembrano mosse quasi da un’unica volontà. Il rapporto tra Avellaneda e il volgo muta profondamente nel tempo, ma è sempre vissuto dal (ex) dittatore in modo conflittuale.

Quando viene portato in tournée e diventa di fatto un intrattenimento per la folla, il tiranno arriva quasi a provare nostalgia per i giorni in cui, quando era ancora ancora al potere, la folla lo odiava, invece di schermirlo. Ed è proprio per vendicarsi di questa perdita di dignità che Avellaneda arriva a umiliarsi ancora di più, decidendo lui stesso di diventare un giullare e di intrattenere il volgo con numeri e acrobazie. In questo modo, ne ferisce l’amor proprio e, toccando il fondo, si sente in realtà risollevato.

Proprio quando il giullare pensa di aver vinto sul popolo, perché in grado di affrontare il suo odio
con pacatezza e noncuranza, l’odio del volgo nei suoi confronti viene meno – e Avellaneda brama di tornare a essere quello di un tempo: un aguzzino e un dittatore, purchè odiato.

Per quanto non realmente esistito, il protagonista del romanzo è collocato in un contesto storico ben ricostruibile. La carriera di Avellaneda si muove nella prima metà del Novecento, raggiunge il suo apice nel decennio delle grandi dittature, e prosegue poi per tutto il Dopoguerra. Il tiranno si trova ad avere a che fare con Mussolini e Hitler, suoi alleati, e partecipa dello stesso clima di tensione e grandezza che li animavano.

I tratti in comune che Avellaneda manifesta con gli altri grandi dittatori del Novecento sono
numerosi. Dal desiderio di bonificare paludi, a quello di deviare il corso dei fiumi (in modo molto simile alle grandi opere, spesso fallimentari, volute da Stalin); dal tentativo di piegare la natura e le
altre potenze, a quello di conquistare persino lo spazio.

Andando ancora più in profondità, Avellaneda vuole di fatto creare un uomo nuovo, un modello di “superuomo” che vada a sostituirsi al popolo e che, a sua immagine e somiglianza, si imponga nel mondo. Anche in questo, impossibile non scorgere un riferimento ai superuomini ariani presi a modello da Adolf Hitler, o l’homo sovieticus plasmato in tutto e per tutto dal Partito. Questi superuomini dovranno essere dei “nuovi hidalgos”: abili nel combattimento e nel recitare versi di Lope de Vega, di fatto dei nuovi conquistadores per un nuovo Impero spagnolo.

Vjaceslav Staveckij
L'autore

Ed è proprio in questo continuo riferimento al Siglo de Oro e alla passata grandezza della Spagna
che emerge il principale elemento che unisce la tirannia di Avellaneda a tante altre: l’idealizzazione di un passato che viene preso come modello, ma solo nelle componenti più comode e congeniali alla propria ideologia.

Il passato, cioè, non viene affrontato criticamente, ma recuperato in chiave patriottica e soggettiva per supportare il disegno di rendere il proprio paese “grande di nuovo”. Si torna quindi alla domanda iniziale: ma siamo davvero sicuri che il romanzo di Staveckij non abbia nulla a che fare con la Russia?

Il recupero idealizzato del passato è un elemento che ha caratterizzato diversi momenti della vita
dell’URSS e che ancora è di fatto un elemento centrale nella politica di Vladimir Putin. Il romanzo offre al lettore la possibilità di osservarne gli esiti, e di ricavarne un’utile chiave di lettura anche per ciò che non è fiction, ma realtà.

 

Si era compiuta la metamorfosi più incredibile della storia. Il generale Augusto Avellaneda era caduto, era caduto in basso come mai nessuno prima di lui, ma proprio in questo stava la sua vittoria. […] macchiando sé stesso, copriva di vergogna quelli che in passato lo avevano messo sul piedistallo.

Olga Maerna

Il fatto che mi sia stato messo un nome slavo senza che nessuno nella mia famiglia lo fosse è stato probabilmente un segno del destino. Mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere studiando tra Milano e Mosca. Ora sogno di riabbracciare presto una betulla siberiana e di aprire un giorno una mia casa editrice. Nel frattempo, recensisco libri e traduco.