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Svilimenti dei significati

Cosa succede quando un popolo viene intenzionalmente designato come il più grande

Lev Rubinštejn. Foto: Natalia Senatorova, CC BY-SA 4.0 , via Wikimedia Commons
Lev Rubinštejn. Foto: Natalia Senatorova, CC BY-SA 4.0 , via Wikimedia Commons

Della lingua, di cos’altro si può parlare e scrivere in questi giorni penosi, densi di riflessioni e di un senso di angoscia che non molla la presa nemmeno per un minuto e legato, in primo luogo, a livelli estremi di incertezza.

Soltanto la lingua è per noi speranza e sostegno. Un sostegno, diciamocelo, sempre più traballante. Ma non ne esistono altri. Non chiederemo di certo aiuto alla speranza! Né al buonsenso! Sono da tutt’altra parte rispetto a noi.

Questo, comunque, era una sorta di preambolo. Si parlerà, invece, dell’immane forza distruttiva del caso genitivo. 

Cercando, come dicono i veri scrittori, di fare ordine sulla propria scrivania, e in questo caso in certe cartelle del pc piene di citazioni e lavori, sono incappato nell’ennesimo mostro linguistico venuto fuori dal repertorio retorico di qualche nostro legislatore ispirato.

La bestia è questa qui: “Lo svilimento del significato dell’impresa eroica del popolo in difesa della Patria …”. E così a seguire. 

Quando si familiarizza con certe costruzioni diventa impossibile non farsi tentare da qualche sciocco gioco di parole, sulla scia, ad esempio, della filastrocca “della casa che ha costruito Jack”[1]. Tra le mani abbiamo quindi qualcosa di simile.

Tutta questa trafila inizierà con le parole “Questa è la Patria”. E a seguire: “Questa è la difesa della Patria”. E così via. E verso la fine in un modo o nell’altro si avrà: “Trattasi di responsabilità penale per svilimento dell’impresa eroica del popolo in difesa della Patria.”

Pare abbastanza chiaro.

La sintassi è in grado di caricare di significato, sembrerebbe, quelle parole semanticamente insensate o, al contrario, risemantizzare per intero tutte quelle parole che per natura aspirano a un elevato stato semantico.

D’altronde, si può ammetterlo, questo è ormai un luogo comune. 

Luogo comune consolidato lo sono diventati, alla stessa maniera, tutti i tentativi maniacali da parte del giudizio collettivo dei nostri “organi legislativi” di inculcare la disciplina penale in questioni estremamente delicate, con violenza e, va da sé, infinita dozzinalità . Questioni quali, ad esempio, i sentimenti, inclusi il senso dello stile e della misura e i sentimenti religiosi. 

A volte sembra che a formulazioni di questo genere venga assegnata, di proposito e coscientemente, una slavatura così scandalosamente aperta a interpretazioni, adatta probabilmente a discorsi commemorativi o di lutto ma del tutto inutilizzabile per una qualche applicazione legislativa. E tutto questo lo si fa soltanto per avere a portata di mano una facile motivazione per acciuffare saldamente per la collottola chiunque, in qualsiasi momento e a seguito di qualunque parola o gesto.

E, naturalmente, in tutti coloro che sono avvezzi a riflettere e giudicare i cittadini alla buona, queste e altre simili formulazioni stilisticamente squallide e giuridicamente assurde non riusciranno in alcun modo a suscitare l’immediata prontezza di farsi guidare dalle stesse nella loro pratica comunicativa quotidiana. 

Che cos’è, ad esempio, lo “svilimento del significato dell’impresa eroica”? Che cosa significa concretamente? E quale sarebbe il significato di questo “svilimento”?

E soprattutto, che significa “impresa eroica del popolo”? E non su un cartello, ma proprio nella vita reale.

Il concetto di “popolo” torna a malapena utile nei testi preambolo a varie costituzioni e altri documenti solenni dove, solitamente, si dice che “il popolo è il soggetto della democrazia diretta e immediata”.

In questa affermazione arrogante la retorica festiva ha la meglio sul contenuto reale. E la soggettività del “popolo”, dopo essere appena cominciata, finisce proprio nel momento della formulazione.

Le imprese eroiche, così come i crimini, avvengono per mano di persone o, al limite, di gruppi di persone. Mai per mano dei popoli. E il popolo, qualsiasi popolo, è composto da una quantità immane di persone del tutto distinte: vi sono quelli inclini alle imprese eroiche e quelli inclini alla codardia, gli inclini al sacrificio, al tradimento, quelli propensi a far volare la creatività e chi invece tende a ripetere in maniera sciocca e meccanica azioni di altri e sostantivi declinati in casi diversi e non sempre correttamente utilizzati.

Esaltare l’uno o l’altro popolo in blocco non è meno assurdo e, come dimostra la storia, neppure meno pericoloso dell’incolpare in blocco l’uno o l’altro popolo.

D’altra parte nel secondo terzo del XX secolo alla base dell’ideologia e della politica di uno stato dell’Europa centrale risiedevano la teoria e la pratica secondo cui un popolo era stato intenzionalmente designato come il più grande ed eterno; altri furono, nel migliore dei casi, assegnati a un ruolo secondario, altri ancora considerati difettosi e manchevoli, e gli ultimi, infine, difettosi e pericolosi fin tanto che il mero fatto della loro stessa esistenza ha richiesto una «soluzione finale». Soluzione che fu decisa in segreto sulla riva di un bel lago ma che, con grande dispiacere di teorici e attori di questa “soluzione”, si rivelò per nulla definitiva.

Tutti quelli che non hanno marinato scuola quando c’era storia sanno bene quale sia stato l’epilogo allora.

E quelli che sono inclini allo svilimento del significato delle conseguenze di tali teorie o, ancor meglio, pratiche, non hanno per niente – ma proprio per niente – ragione.

[1] La casa che ha costruito Jack è una filastrocca cumulativa per bambini, alla stregua di Alla fiera dell’est di Branduardi.

Autore: Lev Rubinštejn, poeta, attivista, giornalista

Fonte: Novaja Gazeta, 13 marzo 2022

Traduzione: Maria Castorani

Questo articolo è estratto dal N°26 del 14 marzo 2022