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Petr Saruchanov/ "Novaja". Sulla lavagna è riportata la parola 'mir' che in russo significa 'pace', ma anche 'mondo' [N.d.T]

Un dissidente in I A

Abbiamo deciso di unire le forze con un progetto che moltы di voi già conoscono e stimano. Con Andergraund Rivista, tradurremo in italiano una selezione di articoli della Novaja Gazeta.
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Un dissidente in I A

Durante una lezione di storia un alunno moscovita ha espresso la propria opinione sulla ‘operazione speciale’. Dopodiché la polizia è andata a casa sua e ha staccato la corrente.

Petr Saruchanov/ "Novaja". Sulla lavagna è riportata la parola 'mir' che in russo significa 'pace', ma anche 'mondo' [N.d.T]

Kirill (su richiesta della madre non riporteremo il cognome) ha 12 anni, frequenta la prima media in una scuola di Mosca (il numero identificativo dell’istituto è noto alla redazione). Sua madre Natalja ci ha raccontato che il bambino ha radici ucraine e frequentava il Centro di Cultura Ucraina. Quello che sta succedendo fra Russia e Ucraina è per lui molto doloroso. 

Venerdì 4 marzo, l’alunno di prima media stava assistendo alla consueta lezione di storia. Lo stesso Kirill descrive così quello che è successo: 

«La professoressa ha detto: “di solito non si parla di queste cose con dei ragazzi di prima, ma se volete capire cosa sta succedendo fatemi pure delle domande”. E io ho cominciato a fare domande. Ho chiesto: “Perché Putin ha iniziato [la guerra?][1]”. La professoressa ha risposto dicendo che si tratta di una ‘operazione speciale’. Poi ha detto: “Non so con esattezza dove si trovino ora le nostre truppe, ma se si fermassero a metà strada allora l’aggressione dell’Ucraina continuerebbe”. Alcuni compagni di classe erano dalla mia parte, anche loro facevano domande. La professoressa ha detto: “Degli specialisti ucraini e americani adesso creano dei fake, dicono che le persone vengono picchiate durante le manifestazioni. Ma le manifestazioni devono essere autorizzate”. E io ho chiesto: “Come fa il governo ad approvare una manifestazione contro le azioni del governo stesso?”. Non mi ha dato una risposta chiara. 

Poi ho chiesto per quale motivo qualcuno ha iniziato tutto questo e quando ci sarà una fine. Lei ha risposto che è stata l’Ucraina a cominciare e che tutto finirà quando l’Ucraina capitolerà.

Ha continuato col dire che in Ucraina prospera il nazismo, che sin dalle scuole elementari è scritto nei loro libri che l’Ucraina è una superpotenza. Io ho molti amici ucraini, e quindi gliel’ho chiesto: sui loro libri non c’è scritto nulla di simile.

Dopodiché, stando a quanto ci ha raccontato, Kirill è uscito dalla classe per recarsi alla lezione successiva e in corridoio ha gridato: “Gloria all’Ucraina!”. Alcuni degli studenti che erano seduti in corridoio hanno risposto con lo slogan di rimando[2].

Questi partigiani di prima media non sono di certo passati inosservati.

La mamma di Kirill ci ha raccontato di aver ricevuto una chiamata Whatsapp da un telefono sconosciuto: «Era un numero che non conoscevo, aveva un gatto come foto del profilo. La voce era di una donna, non si è presentata, e mi ha detto che chiamava per mia figlia. Scherzando, ho detto che sono una madre così pessima da non sapere di avere una figlia. E allora, mi ha detto, riguarda suo figlio. Venga a parlare con la polizia. Io ho risposto: “Mandate una convocazione ufficiale, e mi presenterò. Non ho più intenzione di rispondere alle chiamate di numeri sconosciuti”».

Il mattino seguente, intorno alle dieci, ha ricevuto una chiamata dalla rappresentante della classe di suo figlio, che la invitava a raggiungerla a scuola per mezzogiorno, spiegando che degli ispettori del tribunale dei minori volevano fare una chiacchierata con lei e suo figlio.

Natalja si è recata a scuola e ha scritto nel modulo che portava via il figlio “a causa delle pressioni ricevute e che in queste condizioni gli è impossibile ricevere un’istruzione adeguata” per le sue idee politiche. Ha chiamato un taxi e l’ha portato a lavoro con sé. Davanti ai cancelli della scuola si è imbattuta in un gruppo di poliziotti.

Il giorno seguente, una domenica, Kirill era a casa da solo. Sua madre era già andata a lavoro. Ad un certo punto hanno iniziato a bussare alla porta dell’appartamento due poliziotti, ma Kirill non ha aperto. Hanno continuato a bussare per quasi mezz’ora, poi hanno staccato la corrente dell’appartamento, hanno lasciato un mandato di comparizione in cui gli si intimava di “presentarsi per un interrogatorio” e sono andati via. Sul mandato era scritta, in modo quasi illeggibile, la data dell’interrogatorio e la minaccia che sarebbe stato “sottoposto ad arresto” in caso di mancata comparizione.

«Me ne stavo seduto sul letto e pensavo a cosa avrei dovuto fare», racconta Kirill. «Ma non avevo paura. Anzi, ero persino curioso di sapere cosa passasse per la testa di quella gente. Come si fa di punto in bianco a decidere di fare delle cose del tipo: ecco, qui abbiamo un dodicenne che ha espresso la sua opinione. Forza, andiamo a casa sua. Ah, non ci apre? e allora togliamogli la luce».

Chi ha avuto l’idea di denunciare questo ragazzino sospetto di prima media? La famiglia è da tempo in conflitto con la scuola. La madre ormai preferisce comunicare solo per iscritto con l’amministrazione scolastica. Ma ritiene comunque che avrebbero potuto almeno chiamarla o scriverle, prima di sporgere denuncia alla polizia. Non sa chi può essere stato. Pare che anche la rappresentante di classe non ne sappia nulla, ha promesso di indagare.

Natalja ha commentato così: «Penso che ci sia un limite a tutto. Se mio figlio avesse picchiato o ferito qualcuno, o se avesse scritto qualcosa su un muro, lo capirei. E, cosa più importante, che devo fare adesso? Mi costringeranno a trasmettergli il punto di vista ufficiale? E poi, secondo me, è importante dimostrare ai ragazzi, anche in una situazione del genere, che se i punti di vista non coincidono, bisogna sempre cercare una soluzione pacifica, senza fare ricorso agli uomini in divisa».

Kirill non ha problemi a dire come la pensa:

Penso che i professori si sbaglino. Ci dicono che ai cittadini ucraini è stato fatto il lavaggio del cervello. A me sembra che il lavaggio del cervello l’abbiano fatto a noi.

Anche in tempi più pacifici i bambini portano a scuola opinioni e convinzioni contrastanti. E in una situazione di aspro conflitto diventa difficile per l’istituzione scolastica appianare queste divergenze: per farlo bisogna prima trovare le parole giuste, e poi approcciarsi con delicatezza a questi bambini, i cui cuori sono stati attraversati dai cingoli dei carrarmati guidati dalla ‘operazione speciale’. Tuttavia, spedire dalla polizia gli alunni che hanno espresso la propria opinione per riformarli sembra sia diventata la nuova frontiera della pedagogia russa.

Forse è più dura per i bambini d’oggi che per quelli che, all’epoca, appartenevano alle famiglie che non condividevano l’ideologia sovietica. “Da cosa nasce la Patria? Dal disegnino sull’abbecedario, e da quel che mamma e papà dicon’ e tu in cortile ripeter’ non potrai”, una canzoncina che amava canticchiare spesso, secondo quanto testimoniato da un suo contemporaneo, Evgenij Čukovskij, nipote del celebre autore di favole.

Nel corso dei tre decenni che sono trascorsi dal crollo dell’Unione Sovietica si sono ormai succedute diverse generazioni di studenti. E alcuni di loro hanno già completamente perso l’abitudine di rimanere in silenzio, di non rivelare in alcun modo il proprio dissenso; l’abitudine di ripetere le parole giuste da dire, senza crederci per davvero; l’abitudine a non esternare i propri pensieri in pubblico. Hanno veramente bisogno di essere rieducati?

«Pensavamo di essere la prima generazione libera», mi hanno detto con tristezza qualche giorno fa degli adolescenti che conosco. «Ma ora è tornato tutto come prima. Aspetteremo la prossima generazione. Ormai la nostra è già spacciata».

[1] Nell’articolo originale il termine riportato è “specoperacja” (operazione speciale) fra parentesi quadre, che quindi viene ripetuto due volte creando una palese ridondanza. Il termine “vojna” (guerra) è stato omesso rispettando i provvedimenti del Roskomnadzor. Qui si è scelto, per una migliore fluidità del testo, di usare il termine “guerra” ma fra parentesi quadre per segnalare comunque quest’anomalia.

[2] Solitamente, durante le manifestazioni per la pace in Ucraina, al grido “Slava Ukrajini!” (trad. “gloria all’Ucraina!”) si risponde con lo slogan “Cherojam slava!” (trad. “gloria agli eroi!”) (N.d.T)

Autrice: Irina Luk’janova, insegnante ed editorialista di “Novaja Gazeta”

Fonte: Novaja Gazeta, 7 marzo 2022 

Traduzione: Matteo Annecchiarico

Revisione: Martina Fattore

Questo articolo è estratto dal N° 24 del 9 marzo 2022

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