Abbiamo deciso di unire le forze con un progetto che moltы di voi già conoscono e stimano. Con Andergraund Rivista, tradurremo in italiano una selezione di articoli della Novaja Gazeta.
NG ha sempre dato voce al coraggio del dissenso, coraggio che è costato caro ad alcune/i collaboratori e collaboratrici della rivista: Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Viktor Popkov, Natalja Estemirova. Oggi NG, diretta dal premio Nobel per la Pace 2021, Dmitrij Muratov, aggira la censura con piglio sagace e ironico proponendo contenuti brillanti e coraggiosi. Il nostro intento è rendervi accessibili questi contenuti!

Il mattatoio

Il diritto di chiamarsi combattente bisogna ancora meritarselo

Petr Saruchanov / Novaja

Un enorme toro nero dal peso di mezza tonnellata, lasciato al gelo per alcuni giorni, viene spinto dai colpi di un pungolo elettrico in uno stretto corridoio. Il corridoio conduce al macello, presso la cui entrata c’è un box per lo stordimento, impregnato di sangue, urina e orrore. Il toro, sentendo l’odore della morte, impunta gli zoccoli e le corna, sforzandosi di sfuggire alla trappola. Ma i colpi del pungolo lo spingono nel box metallico. La porta si chiude con fracasso, la testa del toro viene stretta da una morsa di ferro. È finita. Non può più sfuggire. 

Il toro, digrignando i denti, fuma dalle narici, cerca con gli occhi strabuzzati chi lo abbia condotto lì. Un macellaio appoggia una pistola carica a distanza ravvicinata dalla fronte del toro. Spara! Il toro si schianta a terra. Il suo corpo viene trascinato su una parete rialzata all’interno del mattatoio. È agonizzante, ma respira ancora. Cercano di gettargli una catena addosso e di appenderlo per una delle zampe posteriori, ma lui con uno scatto si libera dalle costrizioni, si alza in piedi e comincia a correre freneticamente, facendo cadere i macellai sul pavimento. Uno di loro si getta sulla pistola. Partono altri due colpi. 

Il toro, infine, cade. In tre lo trascinano per la coda, lo appendono a testa in giù. Il cuore del toro batte ancora. Gli viene infilata nelle narici una grossa molla di metallo attaccata ad un filo – simile al pungolo elettrico, ma con un voltaggio più alto. Viene accesa per 15 secondi. Il toro – ancora vivo! – inarca la schiena, si agita, estende le zampe in avanti. La molla viene spenta. Il potente ammasso di muscoli penzola mollemente. 

Il combattente – così chiamano i macellai qui – taglia la gola al toro, il sangue sgorga come una fontana.

***

Il nostro allevamento è protetto da un lato dal bosco, dall’altro dal villaggio e dal fiume. La maggior parte dei lavoratori vive al suo interno, in un dormitorio. 

Gli edifici sono bianchi, tutti uguali. Si distinguono solo per i disegni sulle pareti: su quello degli ovini è ritratta una pecora, su quello dei bovini, una mucca. Su quello del mattatoio non ci sono disegni né indicazioni. Si trova al limite dell’allevamento, in disparte, separato dagli altri.  La prima cosa che avverti quando entri in un mattatoio è l’odore metallico del sangue. Una persona impreparata potrebbe svenire, ma i combattenti esperti semplicemente non ci fanno caso. 

Sempre oggi c’è la macellazione dei tori. Le pareti e il pavimento del mattatoio prima dell’inizio del lavoro vengono irrorati d’acqua, affinché il sangue non si rapprenda e non si attacchi in modo da poterlo lavare via. Il pavimento è dipinto di rosso, in questo modo il sangue si nota di meno. 

A Vova, l’apprendista, hanno ordinato di sparare al toro sulla fronte. Lui, orgogliosamente, prende la pistola, che chiama per scherzo SVD Dragunov [1]. Vova ha 29 anni, ma già inizia a perdere i capelli, è butterato, ha delle rughe sul collo e sulla fronte, è magro come un tubercolotico, i suoi denti sono ridotti a delle radici nere. Ma c’è qualcosa in lui di bambinesco: un timido sorriso infantile, una permalosità…                                     

Vova è nel mattatoio da un po’ più di due settimane. Si era formato da trattorista, nel suo villaggio presso Lipeck: aveva lavorato per due settimane e lo avevano pagato 6000 rubli. Dopodiché, Vova non si è mai più seduto su un trattore. Aveva provato a fare il conciatetti, ma lì “quasi non si era ammazzato”. Il mattatoio gli era sembrato più adatto: a casa, nel villaggio, spesso battevano il bestiame e sua madre aveva lavorato tutta la vita come mungitrice in una fattoria. E lo stipendio dei combattenti era più alto…

Al mattatoio, come quasi in qualsiasi altra comunità, c’è una gerarchia, con i suoi ‘nonni’. Il diritto di essere chiamati combattenti bisogna guadagnarselo. Per questo motivo gli apprendisti i primi giorni vengono “gettati nel sangue”. E quindi Vova, da solo, appende a testa in giù il toro che ha appena ucciso.

Prende un coltello grosso come un machete e gli taglia la gola. Usa il coltello goffamente, schizzandosi la faccia, le mani e il grembiule con un getto di sangue caldo. Ma continua a tagliare…

Lo zio Ženja si avvicina a Vova e gli toglie il coltello dalle mani. 

“Dai qua” dice con una voce bassa, rantolante. “Che c**** ti passa per la testa?! Taglia, forza! Così!”

Con un movimento agile zio Ženja recide un’arteria, e il sangue zampilla copiosamente nella vasca. 

“Vova, pulisci la fronte e taglia quelle c*** di orecchie!”

“Pulire la fronte” vuol dire tagliare lo scalpo di un animale. Vova taglia la testa pesante del toro, la scaraventa sul tavolo della spellatura e con cura asporta la pelle del cranio. 

Zio Ženja è un vecchio lupo tra i combattenti. È arrivato qui dalla milizia a 20 anni, dopo aver servito nell’armata di frontiera, e ha trascorso tutta la vita al mattatoio. Ora ha 54 anni, ma ha più forza fisica di tutti i giovani combattenti messi insieme. Ha una schiena larghissima, mani sproporzionatamente enormi e dita piene di protuberanze, calli e cicatrici. 

Mentre Vova armeggia con la testa del toro, zio Ženja si dedica alla pelle, che cominciano a rimuovere dalle gambe e dal collo. Zio Ženja lavora molto rapidamente col coltello, con dei piccoli movimenti, agili e accurati. Il suo coltello appuntito non lo cede mai a nessuno; lo affila con un acciaino, una bacchetta d’acciaio con l’estremità acuminata. È il suo talismano: zio Ženja l’ha trovato 35 anni fa nel mattatoio e da allora non se ne è mai separato: è uno strumento nodoso, con il manico saldato, e per qualche motivo mi sembra che assomigli alla bacchetta di Harry Potter. 

Dopo averla strappata dagli arti, tirano la pelle via dalla schiena del toro; la attaccano con delle catene e la avvolgono su un tornio rotante. In seguito, la pelle viene salata nella cella frigorifera. Ogni pelle pesa circa 35-37 kg: la stendono sul pavimento come una coperta, con il pelo verso il basso, e nella parte interna la frizionano con del sale grosso. La pelle successiva vi viene gettata sopra quella precedente, e poi si ricomincia. Quelle salate vengono conservate per settimane, finché non se le accaparrano i cuoiai. 

Sempre oggi al mattatoio hanno portato una capra malata. Qui le chiamano ‘condannate’. La capra è tutta spelacchiata, storta, con gli occhi rivolti all’indietro. I combattenti di solito uccidono con timore gli animali senza speranza, avendo paura di beccarsi qualcosa. Trascinano la capra con la gola recisa presso un canale di scolo, vi fanno scorrere il sangue. Zio Ženja vi trova sotto la pelle delle piaghe e una tumescenza nelle interiora simile a delle uova gelatinose. Viene chiamato il veterinario. 

“Cosa ne facciamo?”

“Continuate con il macello”

“E che facciamo? Avveleniamo la gente?”

Il medico, sorridendo, risponde: “la recuperiamo”. Che vuol dire tenerla per farne delle salsicce e del salame…

“Sì, ma c****, questa capra malata? Sarebbe meglio bruciarla…”

“No, l’ho già detto, la recuperiamo!”

I combattenti hanno un potere totale sulla morte, ma nessuno su chi dà gli ordini. Sono subordinati, e persino se gli ordini dall’alto vengono considerati sconsiderati e dannosi, i combattenti li eseguono. 

Di animali malati qui ne portano molti: con le zampe gonfie dal sangue, con purulenze, tumescenze e piaghe. La maggior parte delle carcasse viene macellata. Jura da tempo ha smesso di opporsi, di discutere con i superiori su cosa sarebbe “giusto” o “cosa andrebbe fatto”. 

Jura è il miglior allievo di zio Ženja. È al mattatoio da 14 anni, lui ne ha quasi 40. A volte ama rispondere in inglese: “Yes, of course, it’s okay!”, ma in ogni caso il suo linguaggio preferito è ancora il mat [2] russo (ops!). Jura ha iniziato a studiare l’inglese quando è diventato direttore di un macello in un’azienda franco-russa. Dopo essersene andato da lì, l’inglese l’ha dimenticato.

***

La serata si trascorre nel dormitorio. Nella stanza dei combattenti si gioca a carte. La camera è logora, impregnata di fumo, offuscata. Ai due lati ci sono due letti a castello di legno. Da questi pende appeso ad un filo un pezzo di carne essiccata. Nell’angolo a sinistra, al tavolo da pranzo, Jura è seduto in pantaloncini. In televisione passa “Perché questo sole, Monaco…” [3]. Una salsiccia sfrigola nella padella. Jura, con appetito, frigge delle uova sul fuoco. Finisce la sua seconda lattina di birra Žigulevskoe, seguita da uno shot di vodka. Tutte le bottiglie vuote vengono messe sotto al tavolo, ce ne sono già parecchie. Accanto, allo stesso tavolo, zio Ženja mischia un mazzo di vecchie carte: giocano a poker scommettendo soldi. Sul gomito zio Ženja ha delle macchie di sangue secco,  non lavate dopo la giornata di lavoro, ma lui non ci fa caso. Vova ha tirato fuori da qualche parte un pacchetto di tabacco e si sta rollando una sigaretta. Zio Saša, il medico veterinario del bestiame, è malato, ha la febbre. È sveglio, e si gira nel letto e, mettendosi su un fianco, si appoggia alla parete. 

Zio Ženja distribuisce le carte. Le monete sono sparpagliate sul tavolo davanti ai giocatori; alcuni ne hanno di più, altri di meno. Mentre la partita va avanti, le monete passano da un giocatore all’altro. Zio Ženja al momento vince. 

“Quel Bul’baš [4] lì ancora deve ripagarmi il c**** di debito”, dice zio Ženja infastidito. “Me lo sono segnato. Un debito a carte è sacro. Non mi deve 1500, ma 3000 [rubli]!”. 

Il Bul’baš è Griša, il ragazzo della porta accanto; è bielorusso e di recente è venuto in Russia per fare un po’ di soldi. 

“Ah, spero di poter lavorare fino alla pensione” dice zio Ženja, cambiando improvvisamente discorso. 

“C****, sia che lavorerò tutta la vita sia che non lo farò … Mi daranno la minima, la pen-sio-ne mi-ni-ma” risponde Jura indignato.

“Non vivrai mai abbastanza a lungo per vedere la pensione se lavori qui. Verrà probabilmente ritirata quando arriverà il nostro tempo”, dice Vova. 

“Mio zio è andato in pensione a 60 anni: due, tre mesi e poi è morto”, risponde Jura. 

Alla tv si parla di ‘neonazisti’ e ‘banderisti'[5] che hanno preso il potere in Ucraina. Ci sono video di convogli di carri armati, BTR [6], lanciarazzi Grad. Si dice che la Russia ha riconosciuto le repubbliche di Doneck e Lugansk e che fornirà aiuti militari alle repubbliche indipendentiste. Zio Ženja ascolta più attentamente di tutti:

“Beh, quindi ci sarà una […]?”

“No, dai, quale […], che s********!. Si arriverà a un accordo…” continua Jura. 

“Se succede qualcosa, non ci vado a combattere! A che serve questa […]? E poi contro chi?” dice Vova. 

“In che senso, ‘contro chi’? I nazisti sconfiggeranno i nostri, bandiranno i russi, e voi ve ne starete lì a testa bassa?” risponde Jura con indignazione.

“Che c’è, se uno vuole vivere come un essere umano, libero, improvvisamente è un nazista? Con chi è alleata la Russia? Col Mali, la Repubblica Centrafricana, la Somalia e la Corea del Nord? E anche se inveiscono contro l’America, guarda il Giappone, Taiwan, la Corea [del Sud], la stessa Europa. Se la passano forse male sotto l’ala americana? Lascia almeno che tra tutti noi l’Ucraina viva decentemente,” ribatte Vova.

La partita a carte finisce. Jura ha perso tutto, e doveva ancora 1000 rubli a zio Ženja e Vova. 

“Presto mi lascerete senza mutande…” borbotta contrariato Jura. 

Lo zio Saša, il veterinario, si muove dal letto a castello. Scende, guarda Jura negli occhi e dice tristemente: “Beh, beh”. Ed esce dalla stanza.  

***

Ho lavorato per due settimane nell’allevamento, lavavo i pavimenti. Volevo scrivere un testo sincero e doloroso sulla morte e sulla libertà di scelta per la Novaja Gazeta. Abbiamo parlato molto con i combattenti e ho sentito molte parole, sia stupide che intelligenti, sulla situazione attuale. Ma dopo ho contratto il Covid, e quando mi sono ripreso è cominciata l’ ‘operazione speciale’ e ho capito subito che non fosse più possibile parlare di morte e libertà di scelta. 

Perciò questo è solo un testo su un mattatoio. 

[1] Fucile di precisione semiautomatico “Dragunov”, sviluppato in Unione Sovietica negli anni Sessanta e ancora in produzione.

[2] Linguaggio osceno e scurrile.

[3] “Začem mne solnce, Monako”, canzone Ljusja Čebotina (2021).

[4]  Espressione spregiativa per indicare i Bielorussi, dal bielorusso “bul’ba”, “patata”.

[5] Definizione, spesso dispregiativa, per definire i nazionalisti ucraini simpatizzanti con l’ideologia di estrema destra dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini di Stepan Bandera (1909-1959). 

[6] Veicolo per il trasporto di truppe militari.

Autore: Konstantin Bašlaev, articolo speciale per la “Novaja Gazeta”.

Fonte: Novaja Gazeta, 14 marzo 2022

Traduzione: Claudia Fiorito

Revisione: Martina Fattore

Questo articolo è estratto dal N° 26 del 14 marzo 2022