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Recensione di “Brisbane”, di Evgenij Vodolazkin

Che suono ha l’eternità?

Recensione a cura di Martina Fattore

 

25 aprile 2012. Gleb Janovskij ha 50 anni, con le sue esibizioni alla chitarra riempie tutte le sale da concerto del mondo. Si direbbe un artista all’apice del successo quando, durante un’esibizione all’Olympia di Parigi, esegue con difficoltà un tremolo. Il pubblico, ebbro di piacere, non si accorge di nulla e avvolge Gleb con uno scroscio di applausi. Il cielo di carta si è appena strappato, ma nessuno, tranne Gleb, sembra averci fatto caso.

Finito il concerto, la sua mano destra, come a voler smentire l’accaduto, ripete perfettamente il movimento nell’aria. Sembra essere stato un falso allarme. Ora Gleb è seduto sull’aereo diretto a Pietroburgo e un passeggero sbronzo irrompe nei suoi pensieri con la sua voglia di scambiare due chiacchiere.

Si chiama Sergej Nesterov ed è un famoso scrittore che pubblica con lo pseudonimo “Nestor”. Propone al virtuoso Janovskij di scrivere un romanzo sulla sua vita. Di biografie su di lui ne sono state scritte tante, risponde Gleb, ma nessuno è stato in grado di comprendere che “l’elemento musicale nasce da quello umano”. Nestor senza falsa modestia raccoglie la sfida.

Brisbane è il terzo romanzo di Evgenij Vodolazkin pubblicato in Italia. Dopo il misticismo di Lauro e la prosa asciutta de L’aviatore, l’autore ci regala un’opera musicale, una scrittura contrappuntistica, una composizione complessa, infarcita di allusioni, intrecci, parallelismi, sfumature. Soprattutto sfumature.

Vodolazkin, filologo di formazione, si lancia in un esperimento ambizioso: usare la fonia della parola per modellare un racconto, anzi due racconti che procedono su due linee parallele, ma inverse come due flussi sonori che si fondono solo una volta raggiunta la mente di chi ascolta. Al lettore viene chiesto di sperimentare quella che definirei una lettura stereofonica: fruibile a tutti, ma accessibile in tutte le sue stratificazioni solo a pochi.

Le due storie, e quindi i due tempi, si dipanano nel momento in cui Gleb accetta la proposta di Nestor. Siamo a Kiev nel 1971, Gleb è un bambino dalla spiccata sensibilità. Figlio di Fëdor, un violinista ucraino pieno di amarezze e disillusioni, e Irina, una incarnazione russa dell’ideale di leggerezza calviniano, è destinato a far convivere simultaneamente dentro di sé due suoni contrastivi e complementari.

Gleb decide di affidare alla musica il suo moto interiore irrequieto e curioso ed esprime il desiderio di voler imparare a suonare la chitarra. Ma la mano di Gleb è troppo piccola per il manico dello strumento e così inizia a prendere lezioni di domra, strumento a tre o quattro corde, tipico della tradizione folclorica russa, ucraina e bielorussa.

Brisbane
Brisbane, traduzione di Leonardo Marcello Pignataro. Francesco Brioschi editore, 2021.

Le corde che compongono le melodie della vita di Gleb Janovskij sono universali: l’amore, la morte, la fede e l’eternità. Vodolazkin le fa pizzicare tutte al suo virtuoso, ma ce ne sono due che sembrano risuonare più intensamente: la morte e l’eternità.

Quando il piccolo Gleb in vacanza con la nonna Antonina Pavlovna a Kiev assiste alla scoperta del cadavere di una ragazza sconosciuta vista pochi attimi prima di raggiungere la spiaggia della sponda sinistra del Dnepr, si spezza qualcosa dentro di lui, prova un dolore per una vita interrotta improvvisamente senza un senso, senza amore. La bellezza della defunta lo perseguita e inizia a covare dentro di sé una rassegnata incapacità di far fronte alla morte.

Le donne costellano l’universo di Brisbane dirigendo l’esistenza di Gleb e dettandone il ritmo e le pause. Non sono delle mere muse ispiratrici che compaiono pallidamente e sterilmente sulla scena, altresì determinano le scelte controbilanciando la passività inerte del protagonista. Oltre alla madre e alla nonna, Gleb è spinto a muovere le dita e creare melodie grazie all’insegnante, Vera Michajlovna, al suo primo amore, Anna Lebed’, alla moglie Katja, all’attivista delle Femen, Anja, alla sua governante, Geraldina, ma soprattutto alla piccola Vera.

Nell’architettura musicale di Brisbane Vodolazkin inserisce dei forti richiami biblici; diventano così emblematiche le figure di Valja Adamenko, compagna di classe di Gleb le cui sinuosità femminili, paragonate alla forma della chitarra, risvegliano la memoria del peccato originale, e di Anja, una Lia provvidenzialmente venuta a donare un figlio a Gleb-Giacobbe, non essendo Katja-Rachele riuscita ad avere bambini.

I riferimenti alla filologia e quindi alla letteratura russa permeano tutto il romanzo in una sorta di omaggio alla massima estrinsecazione della parola. Nestor, la povera Liza, le opere di Puškin, le canzoni dei bardi — per nominarne solo alcuni — manifestano il gusto della citazione, di cui Vodolazkin non rappresenta un unicum nel panorama letterario contemporaneo, bensì un prosecutore di una tradizione radicata nella letteratura russa.

Proprio arrivati alla metà della composizione musicale-letteraria, Gleb fa una scoperta sensazionale; dopo aver letto il saggio di Bachtin che analizza l’opera di Dostoevskij afferma: “tutto il mondo è polifonico”. È una dichiarazione d’intenti, una conferma che arriva dritta al lettore, un po’ come la verbalizzazione di una consapevolezza inconscia, o semplicemente una notizia che si aspettava da tempo. Infatti, durante tutta la lettura si è sentita la varietà delle voci incorporate negli accordi studiati e improvvisati della composizione esistenziale di Gleb.

Evgenij Vodolazkin
Evgenij Vodolazkin

Sul piano linguistico al lettore russo giungeranno chiari i palindromi e la commistione di russo e ucraino presente in Brisbane. Fëdor, il papà di Gleb, si rifiuta di parlare in russo, e Vodolazkin lo rispetta, lasciando le sue battute in ucraino, così come avviene per altri membri della famiglia del padre e persone incontrate a Kiev durante le proteste dell’Euromaidan del 2013.

Un plauso va sicuramente al lavoro di traduzione e revisione svolto da Leonardo Marcello Pignataro e Elisabetta Spendacci che si sono trovati a fronteggiare delle sfide traduttive ardue e al limite del possibile, restituendoci un’opera che suona perfettamente anche in italiano.

La Storia fa capolino nella trama degli eventi, ma è la storia del singolo e del suo cammino a coinvolgere l’autore, il quale in un’intervista per la testata online Meduza, a seguito della prevedibile e gravosa domanda sulla descrizione degli eventi di attualità ritratti nel romanzo, mette bene in chiaro che gli eventi storici lo interessano solo nella misura in cui stravolgono la vita del protagonista come uno tsunami1.

Tuttavia, non è neanche la storia del singolo ad agire da perno, e quindi attorno a cosa ruota l’essenza del romanzo? La risposta è da ricercare nel titolo: Brisbane.

Fu durante una di queste conversazioni che Gleb sentì per la prima volta la parola “Brisbane”. Parlando della città dei suoi sogni, la madre aveva nominato Brisbane. Quando le avevano chiesto perché proprio quella, si era limitata a dire che aveva un bel suono. La risposta era sembrata una battuta, a tutti tranne che a Gleb. Brisbane.

Si tratta di un luogo dall’altro capo del mondo, forse la meta più distante da raggiungere per chi abita in Russia. Brisbane sfugge a qualsiasi localizzazione, descrizione, è un luogo per il quale si prova un’amara toska accompagnata da una dolce saudade, è un luogo che assume le connotazioni del sogno, una terra promessa in cui riposare i tormenti dell’anima e riconciliarsi con il passato, Brisbane è dentro di noi, irraggiungibile. È la mamma evanescente di Gleb.

In “Brisbane” Vodolazkin sembra voler catturare, anche solo per un istante, il montaliano ‘quid’, l’inafferrabile chiave di lettura di un mondo che ci sfugge inesorabilmente.

 

La musica è l’eternità, chiese Gleb. Padre Petr scosse la testa: la musica non è l’eternità. Ma ci ricorda l’eternità, la musica profonda. Che cos’è l’eternità, chiese Gleb. È l’assenza del tempo, suggerì Mefodij, e quindi l’assenza della morte. In ultima analisi è Dio, disse padre Petr. Quello che tu cerchi.

Martina Fattore

Cresciuta nelle terre molisane, non potevo far altro che innamorarmi di un posto altrettanto irreale. Le incomprensioni con perfettivi e imperfettivi non mi hanno impedito di vivere il celebre inverno russo: gelido ma pieno di calore umano condiviso davanti a una buona tazza di čaj e kalitki.