Abbiamo deciso di unire le forze con un progetto che moltы di voi già conoscono e stimano. Con Andergraund Rivista, tradurremo in italiano una selezione di articoli della Novaja Gazeta. NG ha sempre dato voce al coraggio del dissenso, coraggio che è costato caro ad alcune/i collaboratori e collaboratrici della rivista: Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Viktor Popkov, Natalja Estemirova. Oggi NG diretta dal premio Nobel per la Pace 2021, Dmitrij Muratov, aggira la censura con piglio sagace e ironico proponendo contenuti brillanti e coraggiosi. Il nostro intento è rendervi accessibili questi contenuti!

Cherson

Il reportage di Elena Kostjučenko, corrispondente di Novaja Gazeta

Cherson. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Premessa al reportage scritta dalla testata Meduza:

Elena Kostjučenko, corrispondente di Novaja Gazeta, si trova in Ucraina dall’inizio dell’invasione russa. A seguito dell’introduzione della censura militare in Russia i suoi reportage sono stati pubblicati su Novaja Gazeta in versione ridotta, altri ancora sono stati eliminati dalla redazione a causa della minaccia di denuncia penale. Novaja Gazeta il 28 marzo ha ricevuto dal Roskomnadzor [1] un secondo avvertimento scritto per la menzione di una ONG come agente straniero senza corrispondente etichettatura [2]. La redazione ha deciso di sospendere la propria attività fino alla fine “dell’operazione speciale sul territorio ucraino”. La redazione di Meduza esprime la propria solidarietà per i giornalisti della testata.

Siamo convinti che nelle condizioni attuali i reportage di Elena Kostjučenko sulla guerra debbano essere accessibili ai russi. Per gentile concessione di Novaja Gazeta, del suo caporedattore Dmitrij Muratov e dell’autrice pubblichiamo i reportage in versione integrale.

Come hanno preso la città

Cherson è stata occupata dall’esercito russo il 3 marzo. All’inizio la città è stata circondata: sono stati occupati i villaggi circostanti e l’aeroporto. Poi i militari russi sono entrati in città. 

Dopo un intero mese di guerra Cherson è l’unico capoluogo di regione in Ucraina che è stato occupato ed è ancora nelle mani dell’esercito russo.

Come hanno preso Cherson? “Stupidità o tradimento, forse entrambi”, dice l’ex governatore dell’oblast’ Andrej Gordeev.

“Noi abbiamo quattro linee di difesa. La prima è l’istmo tra l’oblast’ di Cherson e la Crimea, doveva essere completamente minato. E a proposito, mi è stato detto che una settimana prima dell’attacco, per qualche cavolo di motivo, erano state rimosse tutte le mine.

Poi ci sono le guardie di confine. Il loro compito però non è quello di entrare in battaglia, ma di scorgere eventuali aggressioni, dare un segnale e allontanarsi, iniziare la ritirata e così via. Qui subentra il nostro sistema di irrigazione. È stato progettato in Unione Sovietica dal Ministero della difesa e dal Ministero dell’agricoltura. La struttura stessa, quasi avesse la forma di un canale, non prevede l’attraversamento di nessun mezzo di trasporto. In ogni caso quindi la circolazione si complica. Cioè, la logica è questa: i ponti esplodono, si fermano tutti e la nostra artiglieria poi li fa fuori, per quel che rimane.

La terza linea di difesa è il fiume Dnipro stesso. Il Dnipro regge fino all’ultimo, per qualsiasi evenienza si può far esplodere il ponte Antonovs’kyj, e Cherson, diciamo, rimane fuori dalle azioni militari. Il ponte non c’è, sì, e noi rimaniamo a proteggere solo la linea dell’acqua. Chi cazzo lo attraversa, il Dnipro.

E l’ultima linea di difesa è il caposaldo di Kachovka. Si sgombera la città di Nova Kachovka, le persone vengono fatte evacuare e il caposaldo di Kachovka viene mantenuto. Lì si costruiscono ridotte e caponiere [3]. Per tutto questo ci vogliono dei giorni. In questi giorni dovevamo fermarli all’ingresso. Non ci siamo riusciti.

L’attuale governatore Gennadij Laguta, secondo i suoi colleghi, il primo giorno di guerra ha messo le chiavi sul tavolo del sindaco dicendo: “Io da questo me ne tiro fuori”, e ha lasciato l’oblast’.

Insieme con lui, durante il primo giorno di guerra, se n’è andata la dirigenza della polizia, della procura, del tribunale. Più tardi se ne sono andati anche gli agenti del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina.

Per il controllo del ponte Antonovs’kyj sul Dnipro le battaglie sono andate avanti per due giorni. Hanno cercato di minare il ponte due volte, l’hanno preso di mira con il sistema missilistico Točka-U. Per la difesa di un altro ponte dell’oblast’ di Cherson, il ponte autostradale Geničes’kyj, ha dato la vita l’ingegnere di un battaglione indipendente, il marinaio Vitalij Skakun, che si era occupato personalmente dell’esplosione.

Zelen’sky gli ha conferito il titolo di eroe nazionale.

La colonna dei carri russi stava cercando delle vie alternative, e ovviamente le ha trovate.

* * *

Le forze di difesa territoriale sono un’unità di civili armati preposti alla protezione dell’ordine pubblico di strutture strategiche, un analogo della milizia popolare. Nell’oblast’ di Cherson la difesa territoriale è stata organizzata nel 2016. Secondo Andrej Gordeev, l’unità non aveva compiti assegnati e dopo l’arrivo di un nuovo commissario al vertice molti militari in pensione si sono arruolati nelle unità di difesa territoriale per ricevere, assieme alla pensione, anche uno stipendio:

Quando è iniziata la guerra non avevamo un solo posto di blocco, nemmeno uno! Tutti vogliono fare qualcosa, nessuno sa cosa fare. Nessuno gestisce nessuno.

Vado da questo comandante della difesa territoriale, dico: “Dima, che significa?” Sul suo tavolo non c’erano neppure le mappe di Cherson. Capisci? I volontari arrivavano in gran furia durante il giorno, rimanevano vicino all’ufficio di arruolamento militare, non sapevano cosa fare.

Nessuno è andato da loro. Alle sette di sera sono stati messi su un autobus e portati nel villaggio di Dniprjany, dove avrebbe dovuto essere la base della difesa territoriale.

Alle sette del mattino dello stesso giorno c’era stata una riunione per discutere della difesa della zona. Il comandante di brigata Iščenko dice: “Ragazzi, è guerra. Ho bisogno di un camion per portare le armi dal magazzino alla mia base”. Dicono: “D’accordo, aspetta, il camion arriva”. Chiama alle otto del mattino: “Dov’è il mio camion?” Dicono: “Aspetta, arriva”. Ha chiamato Jakimenko, vicegovernatore della difesa.  Chiama alle 9 del mattino, poi alle 10: “Aspetta”. E alle 11 del mattino Jakimenko gli dice: “Mi dispiace, rivolgiti al sindaco, io sono già lontano, sto lasciando l’oblast’”. Significa che mentre prometteva che il camion sarebbe arrivato lui stava semplicemente scappando insieme al resto dell’amministrazione.

Alle 11 del mattino il comandante di brigata si rende già conto di non avere un’auto. E scopre, per caso, che un’auto con delle armi sta viaggiando verso la città di Alëšky. Deve raggiungere la brigata n59 che era lì collocata. Il comandante dice: “La fermo e recupero 660 fucili d’assalto con munizioni”. E questo è tutto, poi possono ripartire. Bene che sia almeno riuscito a prendere quella roba, perché l’auto non è arrivata a destinazione, l’hanno fatta a pezzi sulla diga. E da quella macchina sono stati recuperati 400 fucili, distribuiti ai volontari nella zona di Dniprovs’kyi durante il primo giorno.

Sul ponte Antonovs’kyj c’è uno scontro. Bisogna prendere il controllo del ponte, bisogna che vadano tutti lì. E hanno camminato per circa tre chilometri per raggiungere questo ponte Antonovs’kyj.

Sono arrivati, era già notte, notte fonda. Le forze aeree gli hanno sparato addosso, e quelli hanno visto le viscere degli altri intorno e sono scappati via. Hanno riportato indietro circa la metà delle armi, l’altra metà è scomparsa. Proprio come le persone. Nel senso che si sono nascosti da qualche parte, hanno iniziato ad aver paura.

Era la notte tra il 24 e il 25.

Alla fine gli erano rimasti 220 fucili, a Iščenko. Io gli ho portato circa 50 razzi RPG-18, lì c’era già un autobus pieno di questi ragazzi, un casino. Siamo arrivati, abbiamo aperto il bagagliaio, dentro ci sono i razzi. “Ragazzi, possiamo?”, dicono. Il comandante di brigata dice: “Sì, prendete”. Per farla breve gli abbiamo dato metà dei razzi. Questi erano ancora nel cellophane. E lì nel video [il filmato in cui ci sono i combattenti delle forze di difesa territoriale morti] si vede che stanno lì, incellophanati.

E il loro tenente porta questi ragazzi verso il Parco Sirenevyj su degli autobus con cocktail molotov e questi razzi. Per impedire l’avanzata russa dalla cittadina di Komišani. Se le persone fossero state un po’ più preparate, allora questa tragedia non sarebbe accaduta. I russi alla fine contavano su una guerra lampo, forse con un po’ di resistenza sarebbero fuggiti. Ma la gente era solo carne da macello al servizio di un’idea. Solo nel Parco Sirenevyj sono morti 36 ragazzi.

Sono stati fucilati con le mitragliatrici. Un parroco di Cherson ha seppellito 67 ragazzi della difesa territoriale, non identificati. Li ha seppelliti lui stesso. È come se fossero cani, cosparsi da 20 centimetri di argilla. Così, senza bare, senza niente!

E lui li ha fotografati tutti, li ha numerati, ha creato una chat privata su Telegram. Vinciamo, dice, poi li tiriamo fuori tutti.

Il Parco Sirenevyj a Cherson, dove sono morte 36 persone della difesa territoriale. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Il giornalista di Cherson Konstantin Ryženko racconta:

Il vicepresidente del consiglio regionale ha semplicemente pubblicato certe, come dire, dichiarazioni divertenti in cui ha detto che sarebbe andato tutto bene. E la gente era totalmente sicura delle truppe di difesa territoriale, di un piano ingegnoso dei nostri militari. Sicuramente li attiriamo verso qualche punto strategico, gli lanciamo addosso dei cocktail Molotov, poi da un qualche angolo spuntano fuori i nostri militari, sparano su di loro con l’artiglieria e le truppe di difesa territoriale finiscono con i fucili quelli che sono riusciti a sopravvivere. Beh, è l’euforia delle persone che non sono mai state davvero in guerra.

Ci credevo anche io in una certa misura, perché mi basavo sulle esperienze di altre città. Hanno trascinato pneumatici, sacchi di sabbia, in qualche modo resistono. Si vede che stanno facendo resistenza. Allora io penso: “Ottimo, faremo così anche noi”. Alla fine si è scoperto che la difesa territoriale aveva adunato solo 200 persone; il primo giorno le hanno portate da qualche parte, quando il nemico non aveva nemmeno attraversato il ponte. Hanno dato loro una mitragliatrice ogni cinque persone, una manciata di munizioni, tutto qui. Gli hanno detto: “Aspettate”. E non succedeva nulla. Gli fanno fare degli esercizi fisici, tipo flessioni e corsa. Poi sono rimasti lì per un giorno, sono arrivati i militari, dicono: “Ragazzi, su, andate a casa”. E due giorni dopo gli hanno chiesto di ritornare.

È arrivato un minibus. Dentro c’era posto per 20 persone. A tutti gli altri è stato detto: “Okay, andate a casa”. 

Si trattava di una milizia popolare non ufficiale.

Alla gente è stato detto: “Andate a casa”. La gente l’ha capito, per loro era come sentirsi dire “stiamo consegnando la città nelle mani dei russi” e hanno deciso di mandarli a farsi fottere invece che arrendersi. È un po’ come, tipo,  come se si fossero autogestiti. E sono morti.

La città

Il Consiglio regionale in Piazza della Libertà ospitava il “comando militare” della città. Il nome del comandante militare non è stato comunicato agli abitanti di Cherson. Nei canali Telegram locali gira un’ordinanza, senza firma, che sancisce il coprifuoco e il divieto alle manifestazioni.

È il sindaco Igor Kolychaev a rappresentare il potere civile in città. Kolychaev ricopre, tra l’altro, anche la carica di governatore. L’ho incontrato in occasione del consiglio comunale. “Non sono in vena di interviste. Siamo sotto occupazione, deve capirlo. La città di Cherson si trova sotto giurisdizione ucraina. Il mio compito numero uno è non far perire la città. Da parte loro non sono state avanzate richieste. 

Ricci cechi (ostacoli anticarro NdT) in piazza della Libertà. Dietro di loro si erge l’edificio del consiglio regionale occupato dai militari russi. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Da parte mia ho chiesto che armi e attrezzature militari non attraversino la città, che non vengano sequestrate persone e attivisti residenti.”

Il Consiglio Comunale, di proprietà delle autorità ucraine, e il Consiglio Regionale, occupato dai russi, si trovano sulla stessa strada, quella centrale, l’Ušakova. Distano 500 metri.

Il consiglio regionale ha accettato l’appello in cui si dichiarava che una repubblica popolare di Cherson, sul modello delle repubbliche popolari di Luhan’sk e Donec’k, non sarebbe sorta. “I deputati del Consiglio Regionale di Cherson dell’VIII convocazione non legittimeranno mai i tentativi di creare una repubblica popolare sul territorio dell’oblaast’ di Cherson e di saccheggiare una parte dell’Ucraina”. Il vicepresidente del consiglio regionale Yurij Sobolevskij ha spiegato che, essendo l’edificio del Consiglio regionale occupato dai militari russi, i deputati hanno votato su Zoom, ma solo 50 persone su 64 sono state in grado di connettersi. 44 hanno votato contro la creazione di una repubblica popolare di Cherson.

Sopra gli edifici abbandonati del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina e della polizia sventolano le bandiere russe.

Il coprifuoco va dalle 20 alle 6.

Agli sportelli automatici ci sono code di due ore. 

Sui filobus si viaggia gratuitamente. 

Non ci sono né benzina né gas in città, è rimasto però il gasolio.

Il terzo giorno dell’occupazione nell’oblast’ di Cherson hanno iniziato a trasmettere i canali televisivi russi. La televisione ucraina si vede ancora nelle case di chi è collegato direttamente all’antenna, senza decoder. I media della città hanno praticamente smesso di funzionare. Cherson si informa dai canali Telegram.

Gli abitanti di Cherson in fila per il pane. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Cherson vive senza polizia. La direzione delle forze dell’ordine ha lasciato la città il primo giorno di guerra, agli agenti di polizia ordinari è stato offerto di indossare gli abiti civili e andarsene autonomamente.

I compiti che erano della polizia sono svolti da guardie municipali e volontari autogestiti.

Artur (nome inventato), capo delle truppe autogestite di difesa di uno dei quartieri della città, racconta:

Abbiamo installato a tutti il programma Zello, è una stazione radio che funziona tramite internet mobile, e abbiamo creato una chat generale. Le chat sono aperte, non sono segrete: non nascondiamo che aiutiamo le persone e ristabiliamo l’ordine pubblico. Ci gestiamo attraverso dei punti di collegamento alle case di ciascuno. Spesso i volontari stanno in casa e controllano le abitazioni, tengono d’occhio chi è in pericolo e chi no. Si mettono poi immediatamente in contatto con i più vicini che sono di pattuglia.

A seconda dell’evento, ci muoviamo e decidiamo sul posto il da farsi. Se si tratta di sciacallaggio, molto spesso li trasciniamo in attività rieducative, li leghiamo al palo per un po’. Li leghiamo con del nastro adesivo.

Cerchiamo di fermare i furti, i saccheggi, questioni di natura pratica. Oggi, ad esempio, siamo intervenuti in una situazione: si scopre che in una casa qualcuno sta facendo il diavolo a quattro, noi siamo andati sul posto e abbiamo rivoltato la casa come un calzino. Oggi al mattino siamo tornati, abbiamo avuto con loro un colloquio precauzionale.

* * *

Gli episodi di sciacallaggio, apparsi nei primi due giorni dopo l’entrata dei russi in città, sono ormai quasi scomparsi. Sono riusciti a saccheggiare Fabrika, il maggiore centro commerciale (che è stato bombardato), il negozio di elettronica Tsitrus, diversi alimentari. I supermercati GreenLine e Sel’po, per evitare di diventare vittime dei predoni, hanno aperto le loro porte da soli.

Per le strade ci sono auto bruciate, a rimuoverle non c’è nessuno.

Un foro di un metro nella parete di una casa al numero 2 di via Tarle viene tappato con un rappezzo di metallo. Vicino c’è la struttura di un balcone sventrato. I vetri si sono sparpagliati fitti sulla terra attorno tutto il perimetro della casa. Gli edifici in via Tarle sono i primi a esser stati colpiti dai bombardamenti dell’esercito che entrava in città.

Un foro di un metro sulla parete di una casa viene tappato con un rappezzo di metallo. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Alexandra Pavlovna Kaznačeeva ha appena ricevuto un aiuto umanitario, dieci pagnotte di pane per il condominio. Su ogni pagnotta c’è un pezzo di carta con il numero dell’appartamento, per distribuirle ai condomini. Sul tavolo ci sono dei fiori spazzati via dai davanzali delle finestre durante le esplosioni. I fiori sono riusciti a farli rinvenire. “Beh, sì, capisco. Quando c’era Hitler, c’erano i fascisti, gli stranieri. Beh, in generale, è una cosa completamente diversa in confronto… Personalmente non riesco a trovare una sola parola per definire questa persona, nemmeno diavolo basta, non lo so. Non ho parole, no. Prendere e strappare via ogni gioia!”, dice Alexandra Pavlovna piangendo sommessamente. Alle lacrime concede meno di un minuto, poi basta.

Lo sa che hanno iniziato a bombardare prima di pranzo? Io ero in piedi qui, di fronte al piano cottura.

Nessuno se lo aspettava, tanto meno io! Non capisco come, ma sono corsa come una scheggia in bagno. Stavo seduta, quando a un certo punto ho sentito rumore di vetri, vetri in frantumi. 

È arrivato fino a qui, nel nostro palazzo, e una granata ha beccato in pieno il palazzo al civico 4. L’onda d’urto ha colpito pesantemente tutti i primi e i secondi piani.

Poi quando è calato il silenzio ho aperto la porta, sono uscita, mi sono guardata intorno: i miei fiori giacciono a terra, i vetri sono sparsi qua e là. Alla fine, due di queste enormi esplosioni ci avevano colpito. Quando sono uscita, non c’erano vetri da nessuna parte nel mio appartamento.

Alexandra Kaznačeeva con l’aiuto umanitario. Su ogni pagnotta è appuntato il numero dell’appartamento o il nome della persona a cui bisogna consegnarla. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Nell’appartamento numero 6, di fronte al mio, la signora era seduta in cucina, per questo si è salvata. Ha iniziato a urlare in modo spaventoso. Beh, era isterica la situazione lì dentro… e la porta d’ingresso era chiusa. È una di quelle porte fatte bene, così massiccia che non era stata buttata a terra. Non riuscivamo nemmeno a tirare fuori la signora attraverso la porta. L’abbiamo tirata fuori dal balcone. Attraverso il buco dove c’era il balcone. Hanno chiamato un’ambulanza. Era sporca di sangue, insanguinata. Probabilmente i frammenti le sono volati addosso e lei si è tagliata. Hanno chiesto: “Non c’è nessuno in casa?”. Lei ha risposto, vabbè, si vedeva che era sotto shock, a 82 anni: “Nisba”. Nisba vuol dire nisba.

Il secondo giorno la signora ha ricevuto una chiamata. Alzo il telefono, era il comandante di suo nipote, lui sta combattendo. Dice: “Il suo vicino sta cercando sua moglie”. Gli dico: “Allora, so che è andata nel villaggio dove sono i suoi genitori, a quanto pare. Qui c’era solo una signora anziana”. È questo quello che gli ho detto. Abbiamo scoperto così che era lì a terra, coperta di lastre, lei …le era caduto tutto addosso! Vede questo blocco? La porta del balcone e questa grande finestra. Questa intera massa l’ha ricoperta. Sono caduti i frigoriferi, gli armadi, tutto a terra su di lei. Quindi lì, anche se fossimo subito… quando poi l’abbiamo trovata, aveva la faccia davvero lacerata. Probabilmente è morta subito.

Tanja Ermolaeva, 29 anni. Era una così cocciuta! E la nonna ferita è Valentina Vasil’evna Chmel’nitskjya, ha 82 anni. Suo nipote si chiama Sasha, adesso si trova vicino a Luhans’k. Ecco, questa è tutta la loro famiglia.

Il palazzo al numero 4 in Via Tarle, Cherson. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Assedio

La città è di fatto sotto assedio.

Le truppe russe controllano tutte le uscite della città.

Il problema maggiore sono i medicinali. Nelle farmacie non si trovano medicinali cardiaci o antipertensivi. La L-tiroxina, necessaria per la vita di coloro che non hanno una ghiandola tiroidea funzionante, è scomparsa: sul territorio dell’intera Ucraina al momento è impossibile acquistarla. In città l’insulina può essere consegnata tramite dei “canali di contrabbando” che la distribuiscono per gli ospedali. Nelle farmacie hanno appeso un elenco dei farmaci mancanti, ci sono 40-50 voci. In sostanza, questi sono i farmaci che vengono assunti costantemente.

Non ci sono farmaci per la chemioterapia.

Non ci sono farmaci psicotropi.

Il primario dell’ospedale cittadino Karabeleš di Cherson Anna Pavlovna Malickaja afferma:

In ogni istituto medico c’è ancora una scorta di farmaci. Noi cerchiamo sempre di avere una scorta di 1-3 mensilità. Il gruppo di farmaci ospedalieri acuti non sono all’ordine del giorno, ma lo sono quelli del gruppo ambulatoriale, a causa del fatto che un certo numero di farmacie ha chiuso, dopo esser state saccheggiate: c’era il panico e le persone hanno iniziato a prendere farmaci per sei mesi o più.

C’è un enorme problema con il gruppo dei farmaci oncologici, ovvero quelli ordinati presso i magazzini centrali da parte delle farmacie federali: si trovano principalmente a Kyïv, forse a Dnipropetrovsk, in parte a Mykolaïv. Ma in relazione al fatto che noi ora non abbiamo alcun servizio logistico, siamo stati tagliati fuori.

Per quanto riguarda l’insulina, per 2-3 settimane la forniremo a chi ne ha bisogno, e poi penseremo a cosa accadrà dopo. Ogni giorno accorcia questo intervallo. Siamo preoccupati del fatto che nel tempo esauriremo gli articoli per la cura, ovvero pannolini, cateteri. Inoltre, abbiamo completato le procedure d’acquisto, ma, dato che ne avevamo una piccola scorta, non li abbiamo ottenuti, in quanto ci sono stati consegnati secondo necessità. Ora ci sarà un problema con i materiali di consumo per la dialisi e so che molti centri medici in Ucraina sono passati a due cicli di dialisi. Prima ne facevano almeno tre. Questa è la qualità della vita delle persone, e in generale della vita stessa. Ci restano tre settimane di materiali di consumo per la dialisi.

“Abbiamo sei policlinici, tre per i bambini e tre per gli adulti”, afferma il primario dell’ospedale Tropin, Leonid Timofeevič Remyra. “Ma, ecco, prescrivere le ricette per le medicine è un problema. La rete farmaceutica (della vendita al dettaglio) è quasi vuota. Crema, unguento, vitamine.

Leonid Timofeevič racconta delle conversazioni avvenute con gli occupanti e le autorità. “Il primo giorno è arrivato un capitano russo con due mitra e un soldato malato, e la prima condizione è stata quella di togliere la bandiera. Abbiamo detto che non l’avremmo tolta. Ha affermato: ti permetto di lasciarla lì fino a sera, stasera verrò a vedere che non ci sia. Ed è ancora appesa. Questo capitano ha seguito il manuale. E sa quale manuale? Beh, che “noi siamo i liberatori, che vi libereremo e così via. Qui andrà tutto bene”. E io ho detto loro: su, portate via il vostro paziente, lo abbiamo già visitato, è polmonite. Poi ne è venuto un altro, il capo del servizio medico del gruppo delle truppe meridionali, così si è presentato… Insomma, un dottore. “Dobbiamo fare il pieno di ossigeno”. Io dico che non è possibile fare il pieno di ossigeno qui. Se ne va. Il giorno dopo torna di nuovo: occorre ospitare il personale dell’ospedale militare. Io dico: mi scusi, non si può. Il giorno dopo non è venuto nessuno.”

“Le autorità occupanti hanno offerto aiuti militari. Sono venuti in ospedale e hanno chiesto come dare una mano”, ha detto Anna Pavlovna. “Io ho detto che non ce ne era bisogno. C’è un articolo del Codice penale che prevede delle conseguenze per la cooperazione con le forze occupanti. Non dobbiamo collaborare con loro. E se non ci fosse questa legge non acconsentirei comunque a collaborare con loro. Spero tanto che non dovremo aspettare l’aiuto di qualcun altro, che l’aiuto della nostra gente sarà abbastanza. Ieri hanno circondato un convoglio con aiuti umanitari, come si spiega questo?

La gente va ai raduni, l’intera città. Il figlio di una nostra collega è scomparso. È un tifoso di calcio, urlava slogan contro Putin. Andrej Solovej, 23 anni. È scomparso, lei è rimasta in silenzio per diversi giorni, non ha alcun contatto con lui. Si dice l’abbiano portato via da casa sua l’11 marzo. Sua mamma non può andare a lavorare, resta a letto. Non comunica con nessuno, ha paura. Io sono un gastroenterologo. Fino al 2014 andavo a delle conferenze a Mosca, a San Pietroburgo. Lì parlavo con i dottori. Dopo la Crimea non ci posso più andare. Mio padre è morto in Crimea nel 2015 e, per alleggerire gli oneri finanziari di mia madre, ho fatto realizzare un monumento funebre per mio padre qui a Cherson. E, dopo, non ho potuto spedirlo in Russia, ci ho provato tre volte. La dogana ucraina ha fatto passare il monumento e la Russia mi ha chiesto di pagare una tassa di 4000 euro o qualcosa del genere.

Si tratta di un’umiliazione disumana. Mio padre giace là, in Crimea. Mia madre l’ho già seppellita qui.

I prezzi dei generi alimentari sono praticamente raddoppiati, nel caso delle uova triplicati. Sugli scaffali dei grandi supermercati sono rimasti prodotti costosi “da festa”: pan di zenzero, prosciutto, brie, salmone congelato. Non ci sono più cereali, pasta, pane, zucchero, sono rimasti solo gli annunci: “non più di un 1kg a persona”. Nei mercatini si trova di tutto, ma i prezzi sono più alti. Una settimana fa, un centro all’ingrosso nei pressi del villaggio di Bol’šie Kopani ha ripreso a lavorare e hanno ricominciato a distribuire la verdura. Le panetterie private producono il pane: il prezzo di una pagnotta raggiunge le 25 grivnia (86 rubli).

L’allevamento di pollame di Černobaev, situato nel villaggio di Vostočnoe, è rimasto senza elettricità, acqua e mangimi a causa delle ostilità. Tutto il pollame (3 milioni di polli) è stato distribuito gratuitamente. I polli sono stati trasportati alla novantesima colonia attraverso una serie di posti di blocco e portati in città con delle auto private. Si dice che il pollo di Černobaev si trovi nel frigo di ogni Chersoniano.

Ecco come appaiono le vie di Cherson. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Ci vogliono 2-3 ore al giorno per trovare del cibo.

Le persone si radunano ogni giorno alla stazione per gli aiuti umanitari. Si tratta di un aiuto russo. L’aiuto ucraino non è permesso in città. Oggi la coda è lenta: è già stato annunciato che non ci saranno aiuti umanitari, ma trenta persone sono rimaste “per ogni evenienza”. Sono in piedi dalle 6 del mattino.

Si avvicina un ragazzo molto giovane, sussurra qualcosa a una delle donne.

“Io, giovanotto, rimango qui perché ne ho bisogno. E lei perché è venuto qui?”

“Ieri i suoi russi hanno bloccato il furgone con gli aiuti umanitari!”, dice il giovane. “Andava a Cherson e hanno detto: andatevene, abbiamo il nostro aiuto umanitario. Proprio loro, che stanno organizzando una catastrofe umanitaria, e poi… oh che bravi che siamo, siamo dei salvatori, distribuiamo il cibo ai poveri. Che bravi che siamo, vi salviamo da voi stessi!”

“Lei qui non si metta a far propaganda!”, irrompe la donna con indosso un gilè logoro.

“L’auto è arrivata, ne vale la pena. Il fotografo è passato in macchina, ha fotografato mentre distribuivano aiuto e quante persone stavano in piedi ad aspettarli. Vogliono mostrare con delle fotografie che aspettavamo i russi. Ma noi non aspettavamo i russi, aspettavamo i nostri!”

 “Allora dove mi portano il cibo?”, dice la donna. 

“Cercate per la strada, ci sono i nostri, i volontari ucraini!”, ha detto il giovane. “Io stesso non so l’indirizzo…”

 “Allora torna con gli indirizzi!”

“Sì, solo che lei ha il pepe al culo!”. Il ragazzo si volta dall’altra parte. “Come si può parlare con lei?”

Il mercato della città. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

“Sono grata per l’aiuto, sono venuti e hanno distribuito gratuitamente il cibo”, dice la donna con il gilè logoro. “I nostri supermercati o sono chiusi o sono vuoti. Ma al mercato c’è di tutto. Per il 4 i militari hanno pianificato di distribuire il cibo nella Piazza della Libertà. Quando si sono messi a distribuirlo un gruppo dei nostri ucraini è insorto, sulla piazza c’erano alcuni barattoli di carne rotti, i cani si sono messi a leccarla. Non ho visto chi la stesse lanciando addosso a chi”.

“Un giovane che si rivolge a delle persone anziane con un tono del genere…”

“Un ufficiale russo ha parlato con noi e in modo abbastanza forbito, tranquillo. Ha promesso degli autobus. Ha detto ‘noi non siamo in guerra con voi, noi siamo in guerra coi nazionalisti. Non abbiamo bisogno della vostra Cherson, rimarrà ucraina com’era. Siamo in guerra coi nazionalisti per rovesciare il vostro governo, per ristabilire l’ordine’.”

 “Da trent’anni non c’è più un padrone, solo ladri.”

 “Grazie a dio sono arrivati loro. Da quanti anni c’è Putin?” 

“22.”

“Ecco, con questi staremo tranquilli. Gli americani stanno costruendo fabbriche di ogni genere, anche di covid. Ci sono talmente tanti laboratori che ci stanno distruggendo. Il covid, da dove pensate che provenga e dove vada? Proviene da noi. Ci sono 30 laboratori in tutta l’Ucraina.”

“Viene da Wuhan!”

“Sì… Ho una vicina che lavorava in un laboratorio a Cherson, era tutta gonfia, pure le gambe!”

Da qualche tempo tutti discutono animatamente sul fatto che il coronavirus potrebbe essere un’arma biologica che, a detta della televisione russa, viene sviluppata all’interno di biolab in Ucraina.

Vedo notizie riguardo a delle armi biologiche che l’Ucraina avrebbe sviluppato col sostegno degli Stati Uniti. E che anche Nuland lo avrebbe ammesso. È vero?

“L’Ucraina è una seconda Svizzera. Non c’erano ladri solo perché c’era un padrone.”

“Se questi non vengono deposti i ladri come ci sono stati rimarranno.”

“Ecco qui noi eravamo nei pressi di Yubilejnyj, l’esercito russo distribuiva cibo in scatola e, ovviamente, c’era la coda. C’erano circa 1000 persone. Dicono: il vostro sindaco non dà il permesso di dare il cibo alle persone. Quindi che fare?”

“La Croce Rossa non ne dà, perché la gente ha iniziato a essere sfacciata, si fanno la fila per tre volte e poi portano il cibo al mercato.”

“La nostra gente sta morendo di fame!”

“Beh, chi gli ha insegnato a lanciare le molotov fatte con le bottiglie? Non provocare. Non fare niente a loro e loro non faranno niente a te. Non può andar peggio. E così si può vivere.”

I morti

Parlando dei morti l’amministrazione comunale lascia intendere che in città ci sono “circa trecento corpi” senza vita. Natal’ja Nikolaeva, capo dell’ufficio dell’oblast’ di Cherson, dice che la cifra si può considerare corretta, ma che nell’oblast’ ci sono molti più morti. Per quanto riguarda i morti, semplicemente non si hanno dei dati riassuntivi. Un’ordinanza del Ministero della Salute del 9 marzo ha facilitato il rilascio dei corpi per la sepoltura in tempo di guerra. Ora è possibile rilasciare i corpi con un certificato medico che ne attesti la morte. Questo può essere rilasciato da qualunque medico, senza rinvio alla medicina legale. In condizioni di occupazione e ostilità i corpi vengono spesso seppelliti da soli, “sul posto”.

Dal Ponte Antonovs’kyj non ci hanno portato più di dieci corpi, ma chissà quanti ne sono morti là. Dal Parco di Sirenevyj un unico corpo, ma non abbiamo né il numero totale dei morti, né i loro nomi. Là il prete e la gente del posto li hanno solo raccolti, seppelliti da qualche parte e basta. Uno di questi è stato identificato dalla moglie che l’ha seppellito di nuovo, questa volta con il suo nome.

Lo sa come li seppelliscono ora? Le persone arrivano, vedono una persona morta e portano delle cose. Qui i nostri inservienti li mettono in una bara, i parenti li salutano… E il corpo viene mandato via in auto.

 I parenti non vanno al cimitero. Perché? Perché ci sono i blocchi stradali. Poi i becchini mandano loro le foto delle tombe.

Il 16 marzo un’auto di servizio è stata colpita con delle armi mentre portava via dei morti. Allora i ragazzi che stavano trasportando i morti si sono sdraiati nei fossati, ad aspettare, fino a quando… Le macchine sono arrivate senza vetri, senza niente. Poi hanno appiccicato dei vetri. Persino vedendo che è un mezzo funebre sono in grado di spararci contro. Ebbene, quel giorno non è stato sepolto nessuno. Poi, con calma, hanno ripreso di nuovo a trasportarli in auto.

Alcuni corpi sono stati fortemente danneggiati, distrutti. Molti bruciati. Due terzi dei corpi che abbiamo non sono identificabili.

Ufficio di medicina legale dell’oblast’ di Cherson. Nei frigoriferi non c’è abbastanza posto, i corpi giacciono sul pavimento. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Mi chiedono “Invii una foto per l’identificazione”. Io prego sempre “Non mostratele né alle madri né alle mogli!” Queste fotografie le mando solo agli uomini e poi chiedo che vengano immediatamente cancellate.

Due terzi sono senza nome. In quei primi giorni di battaglia sono state colpite sia le colonne che le caserme. Ci sono stati degli attacchi notturni contro i soldati che dormivano. Era pieno di corpi bruciati. Abbiamo avuto un bombardamento sul Ponte Antonovs’kyj che ha raggiunto Antonivka. Una madre è venuta portandone uno, avvolto in una coperta, e ha detto: “è mio figlio”. E quando hanno fatto l’autopsia hanno trovato i frammenti di due corpi. Quindi comprende che non è possibile parlare con concretezza?

Stiamo prelevando dei campioni di DNA. Ma non abbiamo un laboratorio per il DNA in città. Il più vicino è a Nikolaev, siamo tagliati fuori.

I corpi dei russi, grazie a Dio, non ci sono arrivati.

Come ottenere i corpi? La gente chiama, indica il luogo: “Là c’è nostro figlio.” Io dico: “Capisco tutto, ma non ci sono i mezzi per mandare là delle persone e non posso rischiare delle vite quando ci sono dei bombardamenti in corso. Non posso più aiutare suo figlio se le è già stato detto che giace morto laggiù, capisce? Non posso rischiare delle vite.” Solo dopo una settimana, quando i bombardamenti si sono un po’ placati, sono andati a prenderlo. Lo hanno estratto da sotto un carro armato. Si stava decomponendo. Sono dentro a dei sacchi, lo capisce? Le persone dicono “Beh, c’è un frigorifero”. Un frigorifero non è un congelatore. Non è nemmeno una cella frigorifera. Metta un pezzo di carne in un normale frigorifero. Dopo quanto va a male? Così è per i corpi.

Abbiamo un nuovo edificio, in cui ora fa ancora un po’ freddo. Usiamo una parte dello spazio di questo edificio per il deposito dei cadaveri. Anche sui pavimenti, per fortuna, fa freddo. Sono pavimenti in cemento. E allora i nostri ragazzi, gli inservienti, hanno steso delle coperte, dei teli, tutto quello che c’era. Ecco, proprio lì… Ma sono ancora dentro ai sacchi.

Qui non ne abbiamo abbastanza di questi sacchi neri. Ci siamo rivolti all’ospedale, ci hanno aiutato, Abbiamo preso quel che si poteva. E anche il servizio pubblico ce ne assegnerà. Li seppelliamo tutti dentro ai sacchi.

Chi può e ha soldi compra una bara. Ma ora le bare stanno finendo. Alcune arrivano rivestite con quello che capita, due o tre pezzi di colori diversi.

Il tempo incute molto timore. Tutto ciò è disgustoso. Mi dispiace per le persone, non le si può biasimare. C’è questa donna, suo nipote è caduto, era dell’oblast’ di Vinnicka. “Non seppellitelo!”. Lo stiamo conservando letteralmente dal primo giorno che è arrivato. “Non seppellitelo, verremo a prenderlo”. Si prende gioco di tutti! Io dico “Sa, nessuno può più aiutare il giovane e se lei morirà, a chi gioverà tutto questo?? Pensi ai vivi, la prego.”

Tutte insieme formano una categoria: “persone morte a causa delle ostilità”. Ci sono anche dei proiettili, ci sono anche delle mine… Nella notte tra il 24 e il 25 hanno sparato a un’auto civile nei pressi della centrale idroelettrica di Kachovskaja. I morti sono un bambino di tre mesi e sua sorella, nata nel 2015. E tre adulti: una donna del 1966, suo marito del 1965 e un’altra donna del 1995. Hanno tutti lo stesso cognome, sono della stessa famiglia.

È dura. Comunico con i parenti dei morti, sia dei zėsėušniki [4] che dei civili… Poi vado a farmi una doccia e urlo. Di sera piangere è già diventato un esercizio, ma la mattina si torna al lavoro. Beh, che farci? Occorre che qualcuno faccia questo lavoro.

Sarebbe meglio se tutti se ne andassero. Come sono venuti, se ne andassero tranquillamente, di notte. Ma so che questa non è ancora la fine.

Il palazzo del Consiglio Regionale

All’ingresso laterale del palazzo della giunta regionale ci sono dei mezzi militari con le lettere Z di colore bianco sui lati e nidi di mitragliatrici fatti con blocchi di cemento.

I soldati sono rilassati. Hanno le mani poggiate sui kalašnikov e le maschere abbassate.

Una donna si avvicina ai soldati.

Gli aiuti umanitari li distribuite?”

“Oggi no.”

Oggi no, e quando?”

Nessuno lo sa. Lei venga ogni giorno. Verso le nove del mattino, le dieci, per domandare. Questa è la soluzione migliore.”

Dopo di lei si avvicina una ragazza con una treccina.

Io sono venuta a chiedere delle medicine. È che abbiamo davvero bisogno della levotiroxina. A casa nostra ci sono due persone che la prendono regolarmente, gli hanno asportato la tiroide, capisce? Voglio dire, se non la prendono muoiono. Ecco, con chi posso parlarne?”

Ora chiedo io, forse qualcuno sa qualcosa”, risponde il combattente e va a parlare alla radio.

Grazie mille!”

Soldati russi davanti al palazzo del consiglio regionale di Cherson. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Una vecchietta con una grande borsa cammina avanti e indietro e parla al telefono. Un soldato le offre una sedia, lei si siede e continua a ciarlare: “Abbiamo aspettato, c’era una lista con le persone in fila. No, fino a me non ci sono arrivati. Cosa hanno distribuito lì? Sì, anche. C’erano degli uomini, solo uomini. Quanti giorni sei rimasta in fila? E adesso come facciamo? I soldati dicono che è stato il sindaco, il sindaco l’ha vietato! Il sindaco ha vietato che venissero distribuiti gli aiuti umanitari! Perché non ne abbiamo bisogno! Che razza di sindaco sei?! Ma che sindaco? Alzati, dai da mangiare alle persone! Perché non dai da mangiare tu alle persone?”.

“Oh ma questo sindaco com’è, è bravo o che?”, chiede il soldato.

“Quindi non serve a un cazzo?”, la vecchietta va su tutte le furie.

I militari annuiscono, ridono.

“Lei vive lontano, vero?”

“Sì, sto nel villaggio Južne. Vengo a piedi.”

“Venga domani.”

“Gli aiuti umanitari non sono stati consegnati oggi?”

“No. Ma ieri sì, vicino ai quartieri di Antonivka o Ostrov, non so dirglielo con certezza.”

“Resterete qui per molto?”, chiede una ragazza al soldato.

“Non lo so. Sinceramente non credo che andrà peggio di così. Io la penso così.”

“Peggio di adesso?”

“Esatto, secondo me no.”

“Qua ci sono persone intelligenti, vero?”, dice la vecchietta.

“Di brutte persone qui ce ne sono poche, – risponde il soldato. – Ecco perché tutto è così tranquillo e pacifico”.

“A Mariupol’ le persone non vengono fatte uscire, ecco perché succede quel che succede, – continua un secondo soldato.”

“Beh, a Mariupol’ sono i civili che fanno da scudo”, dice la vecchietta.

Una donna si avvicina con calma, chiede: “Come si fa a iscriversi per la Crimea?” Per il viaggio da Cherson in Crimea le iscrizioni vengono raccolte nel palazzo dell’amministrazione regionale.

“Ci si potrà iscrivere, da lì una volta ogni due o tre giorni parte una colonna con la scorta”, le spiega il militare. “Cioè, può andare con loro se non ha una macchina. Se invece ha un’auto, allora c’è un’altra procedura.”

“A voi le ho date le icone?”, chiede la signora ai soldati.

“No, a me non le ha date. A qualcuno lì le ha date. A me no.”

“Le volete?”

“Sì, va bene.”

È veramente giusto [5]”, gli porge un’icona laminata con la Vergine col bambino con un rotolo di pergamena in mano.  “Ho anche l’icona della famiglia imperiale [6]. I nostri martiri. La vuole?”

“Sì, c’è un appassionato del tema tra di noi. Grazie.”

“E questa è la mia icona preferita: il Muro Indistruttibile. E c’è anche l’icona della Madonna Sovrana. È un’icona russa, si chiama Madonna Sovrana. Quando la famiglia imperiale fu torturata, la madre di Dio prese lo scettro. Anche adesso è lei a dirigere tutto questo. Bene … succede tutto per volontà divina, non è vero?” 

“E come, se no?”, risponde il soldato.

“E in generale come vi sentite?”, chiede la ragazza. “Siete venuti in città, comunque viene considerata occupazione. Voi, come vi sentite?”

“Io non mi sento invasa”, dice la vecchietta.

“Calma. Calma. Non mi sembra che stiate male. A livello morale penso stiate male … ma noi non facciamo niente di male a nessuno. Se facessi qualcosa di brutto, allora sì, sarebbe un peso per me.”

“Beh, voi comunque, quando siete arrivati e le forze militari ucraine difendevano la città, li avete uccisi, alla fine.”

Manifestante in Piazza della Libertà, Cherson. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

“Io non ho ucciso nessuno.”

“Come lo sa?”

“Lo sento dentro di me che non ho ucciso.”

“Signorina, qui nessuno stava dando fastidio a nessuno”, dice il suo collega.

“Non stavano difendendo la città?”

“Se ne sono andati tutti via già da molto. Lei ancora non sapeva che sarebbe successo qualcosa e loro se ne erano già andati. Una settimana prima.”

“La sua è una bella città”, dice il soldato alla ragazza. “Ma fa freddo. Pensavo che ormai facesse più caldo.”

“Io però ho già visto i denti di leone fiorire!”, dice la signora. “Tranquilli, ancora questa settimana, e poi passiamo subito dagli stivali alle scarpe aperte.”

“Sì, si sistemerà tutto. Bisogna sopportare ancora un po’. La vita tornerà alla normalità, verrà riaperto tutto. E comunque nessuno vi tocca adesso.”

“Ma le persone vengono perquisite negli appartamenti, vengono catturate.”

“Ah sì? Non creda a quello che dicono. Lei riesce a vedere cosa c’è in città, chi c’è?

 Non capisce, questa è propaganda. Prendiamo ad esempio il vostro sciacallaggio. Nessun soldato entra lì dentro. All’inizio non li abbiamo toccati, poi abbiamo iniziato a mettere in fuga i predoni. Solo che, sa, è più facile dare la colpa a noi… perché sono i russi la causa di tutti i problemi.”

“E lei quando è entrato nell’esercito, ha mai pensato che sarebbe potuto finire in un altro Paese, per esempio?”

“Certo.”

“Da voi c’è il Ministero della Difesa. Proprio perché è della difesa difende il paese dagli estranei e, diciamo, non va in altri paesi.”

“Signorina, mi scusi, ma lei viene da Tel Aviv?[7]” chiede la vecchietta.

I militari ridono.

“No.”

“Da Gerusalemme?”

“Non conosco nessuno in Israele!”, la ragazza fa un passo indietro.

“La sua medicina è nascosta da qualche parte! Ce l’hanno gli imprenditori. È solo che non sono autorizzati, credo, dalle autorità locali, ad aprire tutte queste farmacie. In ogni caso, ci sono delle scorte lì. Capisce, l’obiettivo del sindaco è quello di mettervi contro i russi.”

“Allora perché, perché nessuno lo scuote?”, chiede la vecchietta.

“Beh, a livello ufficiale lui è il sindaco”, dice il soldato. “Smuovetelo voi.”

Rapimenti

Oleg Baturin ha 43 anni. È un giornalista, lavora per il giornale Novyj den’. È specializzato in indagini sulla corruzione. Vive a Kachovka, una cittadina a 80 chilometri da Cherson. In città lo conoscono tutti.

Il 12 marzo è stato rapito.

Alcune cose non le racconterò, perché mi trovo pur sempre in dei territori occupati, non mi fraintenda. Racconterò quello che mi sembra possibile raccontare.

Oleg Baturin, vittima di rapimento, mostra i segni lasciati dalle manette e dai colpi. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Sabato scorso verso le 12-13 ho ricevuto una chiamata da un numero sconosciuto. Era un mio conoscente, Sergej Cigipa, di Nova Kachovka. È un veterano della ATO [8], attivista, blogger. 

Solo poi ho capito che al momento della telefonata era già stato rapito. Con una voce normale mi ha detto: “Ho bisogno di vederti con urgenza.

 Facciamo che trovo un modo per raggiungere Kachovka, sono 12-15 chilometri, e ci incontriamo lì. Facciamo in un posto comune e raggiungibile, ad esempio alla stazione degli autobus.” Ovviamente avrei potuto sospettare ci fosse qualcosa sotto, evitare quell’incontro.

Sono andato senza documenti, senza telefoni, cioè non avevo niente con me, a parte i miei effetti personali: un fazzoletto di stoffa, i guanti. Erano le cinque del pomeriggio. Ho fatto solo in tempo ad affacciarmi e vedere che lui non c’era, c’era solo un furgoncino. Mi allontano, e a quel punto dal furgoncino saltano fuori verso di me persone ben addestrate. Ho fatto in tempo a vedere con la coda dell’occhio che avevano dei giubbotti antiproiettile, assomigliavano in modo vago agli omini verdi in Crimea, l’equipaggiamento era chiaramente militare. Hanno cominciato a urlare “buttati a terra, in ginocchio”, a torcermi le braccia in modo molto brusco, mi hanno ammanettato, fatto rotolare sull’asfalto, chiesto come mi chiamavo, “dove sono i tuoi documenti, dov’è il tuo telefono”. Il fatto che non avessi niente con me li ha fatti arrabbiare molto. Hanno controllato dappertutto in modo molto severo. All’inizio gli ho detto il primo nome che mi è venuto in mente e loro mi hanno detto che mentivo. Dopodiché mi hanno sbattuto sul pavimento di questo furgoncino, mi hanno messo le gambe sulla schiena e ci hanno puntato contro anche un mitra con forza. La giacca che avevo era abbastanza spessa, attutiva la pressione.

Avevano i volti coperti. Si vedevano solo un po’ gli occhi, ma sono riuscito a vederli solo con la coda dell’occhio. Potevo vederli solo a spizzichi e bocconi, perché quando mi parlavano mi costringevano per tutto il tempo a piegare in basso la testa, indossare un cappuccio o avvolgevano sul cappuccio dello scotch molto stretto, in modo che non mi scappasse. Non ho potuto identificarli, non ho visto i loro volti. Parlavano in russo, era chiaro fossero russi, senza dubbio. Non c’erano truppe ucraine nell’oblast’ di Cherson, e neanche la nostra polizia, per questo nessun altro avrebbe potuto rapirmi.

Io conosco le nostre strade, so dove passa la ferrovia, a che punto ci sono delle curve, e secondo quello che ho percepito mi hanno portato nella città di Novaja Kachovka. Mi hanno trasportato nella sede del municipio di Novaja Kachovka.

Hanno cominciato a interrogarmi: nome, cognome, data di nascita, luogo di residenza, luogo di lavoro, ecco sei un giornalista, cosa scrivi a fare di questo… Mi hanno chiesto di alcuni nazionalisti, se conoscessi alcuni nazionalisti locali, delle manifestazioni che sono state fatte nel nostro oblast’. Dopo mi hanno trasportato con altri alla stazione della polizia, non lontano dal centro della città, e anche di questo non voglio parlare. Mi sono reso conto che ci fossero altre persone prigioniere con me solo quando ci hanno portato dal palazzo del municipio a quello della polizia.

Anche lì mi hanno interrogato e interrogavano anche altri. Poi mi hanno ammanettato al termosifone con altri e sono rimasto lì fino alla mattina dopo. Colpivano con le gambe e con il calcio del mitra. Per fortuna non sulla testa. Sulle gambe, sulla schiena, sui fianchi, ma la giacca attutiva i colpi. Sulle gambe faceva più male. Hanno stretto molto forte le manette, avevo le mani molto gonfie, ho le cicatrici ancora adesso. Mi hanno minacciato di morte tutto il tempo.

Domenica mattina forse è stato il momento più terribile. Quando ci hanno portato di nuovo via ho pensato ci avrebbero portato in un campo e sparato. Ho detto addio alla mia famiglia col pensiero.

Domenica mi hanno portato con altri nel palazzo dell’amministrazione nell’oblast’ di Cherson. Ho chiesto a chi mi stava interrogando se mi poteva dire dove mi trovassi, a Cherson o altrove. Mi hanno detto che sì, ero a Cherson. Volevano informazioni sugli organizzatori di tutte le manifestazioni e sulle persone che amministravano canali su Telegram. Non ho visto con chi parlavo. Avevo la testa e la schiena molto piegate. Si sono assicurati per tutto il tempo, durante gli interrogatori, che le mie mani fossero ammanettate da dietro o da davanti. Non gli sfuggiva quando cercavo di muovermi quando mi prudeva il naso e mi strattonavano bruscamente in modo che non ci provassi.

Dopo l’ennesimo interrogatorio hanno aperto la finestra e in quel momento nella Piazza della Libertà era in corso una manifestazione, che era semplicemente delle più grandiose, e io ho sentito in modo molto distinto che cosa stava succedendo. Ho percepito lo smarrimento delle persone che mi interrogavano.

Loro dicevano: siamo venuti a difendere queste persone, ma loro escono a gridare in strada, non si capisce perché.

Ci hanno interrogati tutti in stanze diverse. Lì per la prima volta in ventiquattro ore ci hanno permesso di andare in bagno. Mi hanno dato un bicchiere non molto grande d’acqua sabato sera e anche domenica pomeriggio mi hanno dato un po’ d’acqua da bere. Dopo l’interrogatorio ci hanno portato in un centro di detenzione preventiva, così mi è sembrato.

Ero da solo, in ogni cella c’era un bagno e l’acqua, cioè c’era la possibilità di bere. Un rubinetto con il lavandino, ma non c’era né carta igienica, né sapone, né un asciugamano, né vestiti di ricambio, niente di tutto questo, dormivamo su delle brandine senza materasso. I primi giorni era freddo da morire, la temperatura era scesa molto, soprattutto di notte, mi sono congelato. Dopo la situazione è migliorata, veniva un po’ di calore dal termosifone, gli ultimi giorni si stava già molto meglio.

Ci hanno dato da mangiare per la prima volta lunedì pomeriggio, 350 grammi di kaša di miglio con carne, poi i giorni successivi ce ne hanno date una o due porzioni al giorno.

Laggiù interrogavano le persone in continuazione, me compreso, tutto questo succedeva a orari diversi. Mi è parso che nel giro di qualche giorno questi centri detentivi si fossero riempiti di nuove persone e venissero condotti interrogatori in continuazione. Sentivo che picchiavano le persone.

Li portavano fuori e li picchiavano in un ambiente separato, alcuni li hanno picchiati direttamente nelle celle. Alcuni sono stati picchiati per qualche giorno di seguito. Non posso dirlo con certezza, perché non l’ho visto, posso basarmi solo su quello che ho sentito.

Da quello che ho percepito, li hanno picchiati a morte. Spero tanto che quei ragazzi sopravviveranno.

Tutto quello che è successo nel centro detentivo era simile a un’intimidazione. Interrogatori più o meno professionali ci sono stati il primo e il secondo giorno.

Poi tutto quanto è stato, come dire, caotico. Mi hanno chiesto quando è il giorno della vittoria e com’è che noi qui in Ucraina il giorno della vittoria non lo festeggiamo più. Mi hanno chiesto quando è cominciata la grande guerra patriottica, quando è finita, chi combatteva contro chi.

E l’ottavo giorno mi hanno detto: “Prepari le sue cose, la riportiamo a casa.” Dicevano: “Cosa va a fare alle manifestazioni, a cosa le serve, cosa agita il popolo, chi glielo fa fare, faccia il bravo, siamo venuti a salvarvi, e voi protestate.”

Adesso sono con la mia famiglia. Sto soffrendo.  Soffro perché amo l’oblast’ di Cherson. Non auguravo questo destino a me stesso e ai miei cari.

Dall’inizio dell’occupazione sono arrivate al municipio denunce di scomparsa per un totale di 44 persone. Tre donne, un cittadino spagnolo. Cinque degli scomparsi sono spariti in Piazza della Libertà, lì dove avvenivano le manifestazioni pacifiche contro l’occupazione. Gli altri sono stati rapiti per la strada, ai posti di blocco, nei loro appartamenti.

Il cittadino spagnolo Mario Garcia Calatayuda, dopo aver partecipato attivamente alle manifestazioni pacifiche in Piazza Libertà, è stato dato per disperso. Nella foto la denuncia della sua scomparsa nel municipio. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Secondo i messaggi degli abitanti di Cherson, i rapitori cercano con zelo di rintracciare collaboratori dei servizi segreti ucraini, veterani dell’operazione antiterrorismo, attivisti, volontari, amministratori di canali Telegram.

Dalle denunce (l’ortografia è conservata):

“Hanno catturato 3 uomini dal villaggio di Zmiivka nel distretto di Berislav, che si stavano muovendo a (sic!) un furgoncino bianco della Ford, le donne della loro famiglia li hanno chiamati molte volte al telefono e dopo qualche ora degli sconosciuti hanno risposto e detto che i vostri uomini sono prigionieri in un qualche quartiere generale russo. È stato catturato anche il figlio di uno degli uomini e una persona che era con lui, che erano partiti alla loro ricerca, questo è successo nel tratto di strada tra il villaggio di Červonyj Majak e Zmiivka.”

“21.03.2022 sono entrati in casa nostra gli orchi sfondando la porta. Prima sono entrati in altri portoni alla ricerca di mio marito. Quando sono arrivati mio marito si è nascosto, e hanno interrogato me con il bambino, poi lo hanno raggiunto al telefono e gli hanno detto di tornare a casa. Lui è arrivato gli hanno messo le manette e un cappello che gli copriva gli occhi e lo hanno portato in una località sconosciuta. Mio marito è una guardia minucipale (sic!). Erano in 5 persone più 2 fuori dal portone.”

“Stavano tornando a casa nel’oblast’ di Čaplynka, sono arrivati fino a Černobaevka e poi sono scomparsi. È già un mese che li cerchiamo, erano in una Opel Astra.”

“Di mattina ha telefonato la madre di un allievo dell’accademia militare per informare che il cadetto non ha fatto ritorno dalla manifestazione.”

“Dall’appartamento in affitto militari russi hanno portato via i nostri figli con dei sacchi sulla testa. Davanti a casa c’erano due jeep, un miniautobus e una Ural con la lettera Z.”

“Mio figlio è uscito di casa con un altro, e sono andati insieme a vedere gli effetti delle attività belliche nel nostro territorio. Nessuno li hai più visti da quel giorno. Il telefono è spento, non è raggiungibile.”

“Persone mascherate, con armi in mano, hanno portato via il mio fratello minore. Lo hanno portato in una destinazione sconosciuta.”

“È sparita una persona. È andata al mercato partendo da Antonovka, non aveva mezzi di comunicazione, alle 12 è entrata in contatto con la famiglia per l’ultima volta. Ha detto che era in coda e presto sarebbe tornata a casa. Aveva addosso un piumino lungo di colore metallico con il pelo, jeans e sotto scarpe tipo stivali con il pelo.”

“Sono scomparsi mia sorella e i ragazzi con i quali affittava l’appartamento. Persone con la divisa russa e la lettera Z e un’auto con la lettera Z.”

“Sono andato con mio figlio a fare spese, al posto di blocco qualcosa nel telefono di mio figlio non è piaciuto agli orchi, lo hanno trattenuto e mi hanno detto che mi avrebbe contattato più tardi, ma invece nessuno mi ha contattato fino a questo momento.”

“Mio Padre (sic!) e due fratelli stavano tornando a casa. Sono entrati a Černobaevka e sono scomparsi.”

“Il 12 marzo militari della Federazione russa hanno fatto irruzione nell’appartamento dove vivo da un mio parente, ci hanno interrogato, intimidito e minacciato di morte!”

“Hanno cercato armi, hanno controllato se appartenessi al Corpo nazionale, alla difesa territoriale, all’esercito ucraino e ad altre truppe speciali, credevano di trovare prove della mia partecipazione all’organizzazione delle manifestazioni, dove sono stato solo una volta il 5 marzo, credevano fossi l’amministratore di un gruppo nazionalista. Per la mia partecipazione alla manifestazione del 5 marzo hanno minacciato di spararmi alla gamba o di tagliarmela.”

“È scomparso mio fratello. Vi supplico di aiutarmi. Sennò le chiamate notturne da parte dei truffatori con richieste di riscatto mi faranno impazzire.”

“Il 5 marzo verso le 12-13.00 Saša e Ženja e degli altri uomini si trovavano al centro del villaggiо. Gli sono andati incontro dei soldati russi su delle Tigri [9] e si sono messi a controllargli i telefoni. Hanno trovato qualche informazione a Saša e Ženja e li hanno portati via. Quando li hanno presi hanno detto che li avrebbero rilasciati. Li hanno portati via in direzione di Cherson per delle strade nei campi. Dopodiché hanno acceso i loro telefoni e noi abbiamo cominciato a scrivergli e a chiamarli. Ai messaggi rispondevano che li avrebbero liberati e tutto sarebbe andato bene, poi una volta hanno risposto a una chiamata e hanno ripetuto che li avrebbero liberati. Lo hanno promesso. Il 7 marzo hanno smesso di rispondere alle chiamate e non leggono più i messaggi.”

“È scomparso un uomo, lo hanno sequestrato militari russi, minibus nero, gli hanno messo un sacco nero in testa e lo hanno portato via.”

“Verso le 10 di mattina 16.03.2022 sono entrati in casa militari russi. Dopo il controllo dei tatuaggi (non ce n’erano) e del telefono (il telefono si è bloccato automaticamente alcune volte durante il controllo, cosa che non è piaciuta per niente ai controllori) hanno preso Maksim per un’ulteriore chiacchierata. In base alle informazioni fornite dai vicini lo hanno picchiato per la strada e lo hanno portato con un altro uomo in un luogo sconosciuto. Lo hanno portato via, ma non si riesce a chiarire dove di preciso.”

“Era a una manifestazione pacifica di protesta città Cherson.”

“È sparito mio padre lunedì 21.03.23 (sic!), è andato alla manifestazione e non è tornato.”

“Mio marito è stato rapito il 9 marzo. Di mattina sono spariti anche i suoi conoscenti. Hanno chiamato i familiari e hanno detto che sono prigionieri degli occupanti russi.”

“Abbiamo perso i contatti con loro dopo il posto di blocco russo.”

“I telefoni pereodicamente (sic!) sono tornati raggiungibili, ma quando proviamo a chiamare suonano a vuoto. Poi tornano irraggiungibili. Abbiamo cominciato a mandargli sms sui telefoni, rispondono “vivo, in salute, presto tornerà a casa”. Non sappiamo dove siano e che gli succede.”

L’edificio dove probabilmente è stato messo su il centro detentivo temporaneo dove trattengono le persone rapite. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Alcune persone hanno fatto ritorno. Sono riuscita a parlare un po’ con loro e a stabilire dove si trova il “carcere”. È l’edificio che ospita il centro di detenzione preventiva e il centro di raccolta e smistamento per minori di via Teploenergetikov 3. Prima che le truppe russe prendessero Cherson, le autorità cittadine hanno trasportato i detenuti in una colonia, l’edificio è rimasto vuoto. Adesso lo hanno occupato i militari russi. 

Le persone rapite descrivono allo stesso modo la vista dalla finestra, la disposizione e l’arredamento delle celle. Secondo le loro parole, nel “carcere” adesso si trovano due stranieri: un cittadino spagnolo e uno dei Paesi Bassi. Il cittadino dei Paesi Bassi, secondo altri detenuti sta male ed è in fin di vita.

Manifestazioni

Le manifestazioni contro l’occupazione si svolgono in Piazza della Libertà. Ogni giorno a mezzogiorno.

Le manifestazioni più grandi sono di domenica.

Le persone si sono riunite nella strada di fronte al municipio, davanti al cinema “Ucraina”. 500 persone, e la folla continua a crescere.

La bandiera ucraina è il simbolo principale. Le bandiere sono tante. Le persone le tengono in mano, le alzano al cielo, ci si coprono le spalle, le ragazze si intrecciano nastri giallo e blu tra i capelli.

Sull’asfalto hanno steso il disegno di un campo di fiori. Un sacerdote regge un’icona di San Vladimir. Una coppia di una certa età srotola un manifesto fatto a mano con scritto “L’Ucraina non è pane per le Vostre Zanne [10]”. Ragazzi giovanissimi scrivono con i pastelli a cera su un cartello: “Non vendiamo la patria per del grano saraceno [11]”. Sulla rete metallica della barriera stradale c’è scritto: “Gloria all’esercito ucraino, morte ai nemici”. Tra la folla passano due megafoni.

“Unita! Resistente! Ucraina indipendente!”

Le persone cantano l’inno, con la mano destra premuta sul cuore.

Manifestazione contro la guerra nella piazza principale di Cherson. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Movimento, la folla ha visto che dalla parte opposta due militari stanno arrestando un ragazzo con una giacca marrone.

“Lasciatelo!”

Le persone scavalcano lo sbarramento, attraversano di corsa la strada. Veicoli militari con il marchio Z si spostano dal municipio a via Ušakova e una parte della folla si stacca, blocca il passaggio alle macchine e le macchine indietreggiano. Le persone si fermano vicino ai ricci cechi saldati con i binari. Tra loro e i militari ci sono 80 metri. È il limite che nessuno oltrepassa.

Una donna anziana attacca sui ricci cechi un bambolotto e un cartello con scritto “I rascisti [12] ammazzano i bambini”.

“Volete impossessarvi della nostra terra, canaglie!”, urla una donna di 50 anni al megafono.

“Ammazzabambini!”, urla in coro la folla.

I militari rispondono portando fuori una cassa e accendendo della musica. Risuona l’inno dell’Unione Sovietica.

Anche i manifestanti trovano una cassa. Risuona l’inno ucraino.

Il duello musicale continua. I russi mettono le canzoni “Bambini mettetevi mettetevi in cerchio”, “E Lenin così giovane”, “Sdraiato al sole.”

“Torna a casa soldato, o finirai ammazzato!”, urla la folla.

Un militare russo ballonzola in risposta alle urla.

“Sembra una tregua dell’acqua [13]”, dice una donna con un nastro intrecciato tra i capelli.

“Guerra, nessuna tregua con gli orchi!”, la redarguisce un ragazzo molto giovane.

“Una tregua dell’acqua. Abbiamo un solo fiume da cui tutti devono bere. Anche la città è una, e ci siamo sia noi che loro.”

Nella notte tra domenica e lunedì la “tregua dell’acqua” non è stata rispettata.

Davanti al municipio c’è una stele con la bandiera ucraina, sulla base ritratti di abitanti di Cherson morti nel Donbass. Qualcuno ha scritto in rosso sui volti dei ritratti: “L’esercito ucraino uccide i bambini del Donbass.”

Lunedì si sono riuniti pochi manifestanti, meno di un centinaio di persone. Hanno attraversato la strada e cominciato a cancellare la scritta con i ritratti. Hanno fatto in tempo a cancellare due lettere. I militari russi hanno aperto il fuoco sulla folla con granate stordenti e lacrimogene. Un uomo è caduto ed è rimasto a terra: sulla gamba destra gli è sceso un fiotto di sangue rosso acceso.

Granate stordenti e lacrimogene alla manifestazione. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Lo hanno portato all’ospedale. Le ferite sono state inflitte da un proiettile, ma secondo i medici probabilmente hanno sparato con pistole ad aria compressa o proiettili di gomma.  Le ferite erano più di una, la maggior parte ha lasciato escoriazioni, ma un proiettile è passato da parte a parte e ha danneggiato la tibia, ha rotto il vaso sanguigno al suo interno.

Il giorno seguente i manifestanti sono tornati in strada. Sembravano ancora di meno, non più di 60 persone. Nessuno ha portato il megafono. Le persone gridavano: “Tornatevene a casa!”. Hanno cantato l’inno. A quelli che gridavano insulti hanno dato dei provocatori e li hanno rimbrottati. Una delle camionette militari si è mossa in avanti e ha annunciato:

“Rispettabili cittadini! Se non vi disperdete nell’arco di cinque minuti verrete arrestati”. Le persone sono rimaste ferme. Hanno urlato “Non vi capiamo! [14]”. Le macchine in via Ušakova li incoraggiavano suonando il clacson. Dall’altro lato della strada, davanti all’edificio bianco dell’amministrazione regionale si stava schierando una fila di soldati russi composta da 80 persone. Stavano ritti con aria convinta, si appoggiavano prima su un piede poi sull’altro. Non c’era fretta nei loro movimenti.

Una granata lacrimogena spicca il volo facendo un fruscio. Un’esplosione, un fischio, una granata cade sul gradino del cinema, comincia a fumare. Le persone stanno ferme e le granate volano di nuovo. Una colpisce il fianco di un uomo, che comincia a respirare con affanno. Lo prendono sottobraccio e lo trascinano su una panchina in attesa di un’ambulanza.

Un’ambulanza porta via l’uomo colpito da un lacrimogeno. Foto: Elena Kostjučenko/Novaja Gazeta

Le persone scappano nelle strade laterali. Riprendono fiato dopo il gas, tornano in piazza ancora e ancora. Gridano senza più scegliere le parole. Gli sparano addosso.

Il sindaco di Cherson Igor’ Kolychaev ha dato ordine di appendere sul municipio una nuova bandiera dell’Ucraina lunga cinque metri, che copre alcuni piani. Quella vecchia, sbiadita e scolorita è stata tolta dall’edificio.

[1] Il Servizio federale per la supervisione delle comunicazioni, della tecnologia dell’informazione e dei mass media.

[2] Le organizzazioni inserite nel registro nazionale degli agenti stranieri sono obbligate a pubblicare i propri materiali con marchiatura che ne segnali lo status di agente straniero.  

[3] Fortificazioni secondarie

[4] Militari dell’esercito ucraino.

[5] Antica icona mariana.

[6] Icona della famiglia Romanov.

[7] Frase fatta riconducibile all’insieme di aneddoti e storielle stereotipiche sugli ebrei e le teorie del complotto giudaico.

[8] Operazione antiterrorismo lanciata dalle forze armate e di sicurezza ucraine contro i separatisti del Donbass. nell’aprile 2014.

[9] Camionette usate dall’esercito russo.

[10] Lo slogan riporta in maiuscolo la Z e la V, le due lettere diventate simbolo del supporto alla cosiddetta ‘operazione speciale’ russa in Ucraina.

[11] Il grano saraceno è un prodotto di largo consumo in Russia. Lo slogan probabilmente allude agli aiuti umanitari offerti alla popolazione civile dai russi.

[12] “Rascisti” è la versione italianizzata del termine dispregiativo “rašisty”, ovvero fascisti russi.

[13] Nel racconto Come venne la paura, o L’origine della paura del Libro della giungla dello scrittore inglese Rudyard Kipling, tregua che prevedeva che nessun animale potesse ucciderne un altro mentre si stava abbeverando.

[14] In ucraino nell’originale.

Autrice: Elena Kostjučenko, corrispondente speciale

Fonte: Novaja Gazeta, 26 marzo 2022

Traduzione a cura di Maria Castorani, Martina Mecco, Giulia Sorrentino

Questo articolo è estratto dal N° 32 del 28 marzo 2022 di Novaja Gazeta