Abbiamo deciso di unire le forze con un progetto che moltы di voi già conoscono e stimano. Con Andergraund Rivista, tradurremo in italiano una selezione di articoli della Novaja Gazeta. NG ha sempre dato voce al coraggio del dissenso, coraggio che è costato caro ad alcune/i collaboratori e collaboratrici della rivista: Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Viktor Popkov, Natalja Estemirova. Oggi NG diretta dal premio Nobel per la Pace 2021, Dmitrij Muratov, aggira la censura con piglio sagace e ironico proponendo contenuti brillanti e coraggiosi. Il nostro intento è rendervi accessibili questi contenuti!

La vergogna russa

Diario di un volontario di San Pietroburgo che incontra i profughi alla stazione centrale di Berlino

“È molto strano essere un russo a Berlino il 24 febbraio 2022”.

Stas Leontiev si è trasferito in Germania un anno fa, con un visto di lavoro, e lavora come designer in un’agenzia. Dice che la sua partenza dalla Russia non è stata per ragioni politiche: “Sono venuto qui per la cultura, per la musica, per una vita in cui non ho paura e non sono spaventato, in cui posso crescere in qualsiasi direzione io voglia, e che possa essere così anche per i miei figli”. Dice che in Germania non c’è l’ansia che è comune a tutti in Russia.

Ha smesso di guardare la televisione 20 anni fa, e da allora ha la sensazione che lui e la società che lo circonda vivano in mondi diversi. È entrato nel mondo del design per poter influenzare positivamente le persone, per migliorare in qualche modo le cose. E poi si è reso conto che a volte la società semplicemente non ha questo bisogno di migliorare, di cambiare.

Crede che in Russia non ci sia un desiderio di andare avanti, ma anzi, una tendenza a rallentare; e a lui non va affatto bene.

Aveva sentito dire molte volte: se non ti piace, vattene. Questa era la sua terza partenza. Le prime due volte è tornato. Dice che la vita da immigrato è “una cosa assai brutta”. Per la terza volta, a quanto pare, non tornerà.

Stas Leont’ev indossa la giacca dei volontari che aiutano i profughi dall'Ucraina. Foto dall'archivio personale

Stas non sa cosa sia successo ai suoi concittadini. Non capisce come l’uccisione di persone possa essere giustificata in qualche modo, non si capacita di come la gente possa sostenere questo. “Ma quando vedo questi sostenitori, penso che non capiscano davvero cosa stiano sostenendo”. Secondo Stas, ci ha condotto a ciò questo: “Negli ultimi anni abbiamo festeggiato il Victory Day come se avessimo vinto la Coppa UEFA. Mi ha sempre rattristato assistere a ciò. Dopo tutto, è un dolore, un lutto.

Alla domanda posta a se stesso: “Sono da biasimare? – risponde: “Sì, di circa 1/150 di milionesimo”.

Quando “questi eventi” sono iniziati, ha preso un congedo dal lavoro, ha messo “vergogna russa” sulla copertina della sua pagina Facebook ed è andato a fare volontariato alla stazione centrale di Berlino per incontrare i profughi.

Lì, alla stazione ferroviaria, mentre aiuta, risolvendo compiti specifici, è raccolto, concentrato. Ma la mattina a casa, quando gli vengono in mente le persone che ha visto e le loro storie, piange.

Ha già lavorato come volontario per due settimane. Ogni giorno ha visto molta miseria, orrore, dolore, paura e bellezza (dove ci si aiuta, c’è sempre bellezza). E l’ha catturato nel suo diario. “Novaja Gazeta” ne pubblica degli estratti.

4 MARZO

Il volontariato e le donazioni sono la migliore cura per la vergogna russa.

***

Abbiamo collocato una famiglia – la madre, suo figlio di 18 anni e una bambina di 12 –  con tre belle e oneste femministe berlinesi. La madre e i bambini avevano bisogno di un posto dove stare la notte prima del treno del mattino. Dopo tutta la trafila per trovare i biglietti, un ospite e il trasporto, la mamma mi ha chiesto:

– Grazie mille. Da dove vieni? Come ti chiami?

– Il mio nome è Stas. Sono di San Pietroburgo. Vengo dalla Russia… Mi dispiace molto…

– Mm, capisco…” disse la donna, facendo un mezzo passo indietro, arrossendo le guance, la punta del naso e le lacrime che le scendevano dagli occhi. Prima mi dicevano: ‘Oh, San Pietroburgo, è una bella città, ho sempre voluto andarci! E io dicevo qualcosa come: “Dovresti venire solo in estate, il resto del tempo è piuttosto tremendo”.

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Abbiamo ospitato una madre con una ragazza di 16 anni e un bambino di 9. Sono così piccoli, una famiglia in miniatura. Hanno detto che, in caso, loro tre potrebbero stare in un letto. La ragazza stava filmando la stazione, postando il video su Tik-Tok. Aveva una bella sciarpa nera, tipo Sputnik 1985 o Volčok. Il ragazzo indossava una tuta rossa con un orso marrone. Avevano un bel po’ di roba: una borsa normale e tutto il resto in sacchetti di plastica.

***

Alla fine del turno, già all’una di notte, c’era una madre con il suo bambino. Aveva trovato una panchina alla stazione e voleva aspettare lì il prossimo treno. Stava gelando, il bambino aveva il raffreddore. Ho detto: “Venite da noi. Di solito non ospitiamo nessuno, ma abbiamo un radiatore decente e la bolletta del riscaldamento è già inclusa nell’affitto”. Nella piazza della stazione le ho mostrato la cupola incandescente del Reichstag in lontananza. Ha chiesto: “Cos’è il Reichstag?”, ma  manco io sapevo come spiegare! Per farla breve, è qualcosa simile al Cremlino ora, giusto?

Dovrei ripassare in dettaglio il suo monologo di due ore sul PTSD (PTSD è il disturbo post-traumatico da stress, ndr. ) di come hanno arraffato tutto, di come sono stati in piedi sul treno per sei ore senza bagni, di come si sono scaldati al fuoco sul confine polacco, di come sono stati quasi derubati dai saccheggiatori, del falso ospite, del fatto che avevano un fratello e una madre che non potevano viaggiare, che avevano contanti solo in grivne e non gli hanno venduto acqua bollente sul treno… beh, non vi dirò tutto. Si scoprì solo che aveva un cancro al seno e che  il giorno dopo l’evacuazione aveva una prenotazione al centro oncologico. L’hanno anche richiamata per chiederle se sarebbe venuta, e le hanno detto che per il momento lavorano regolarmente. Ha rifiutato tè e cibo e ha tenuto il mio passaporto con sé per tutto il tempo.

Anche suo figlio, un bambino di 8 anni, raccontava in modo esplicito come si nascondevano dalle bombe e mangiavano barrette di cioccolato gratis…

5 MARZO

Madre con un figlio maggiorenne, il ragazzo ha la nevralgia. Si sono allontanati da Kiev dopo aver preso solo documenti e denaro. Hanno preparato due grandi borse durante il tragitto: “Dobbiamo andare d’urgenza al centro di migrazione, abbiamo bisogno dello status di rifugiati, dobbiamo andare d’urgenza al centro di migrazione! Ci restano solo sei ore e mezza. Abbiamo bisogno dello status di rifugiati, abbiamo bisogno di benefici”. E subito sulla crisi politica: “Non ci sono parole per quel diavolo. Non posso nemmeno imprecare contro di lui! Come lo si può chiamare? Sta lì seduto, se solo crepasse, il bastardo! A malapena siamo riusciti a fuggire!”. Monica, una ragazza dalla Slovacchia, li ha portati nella sua auto. Monica mi ha detto che sono eccezionale, io le ho risposto che io sono una persona normale, che lei era eccezionale. “Ci ha accompagnato gratuitamente, ha fatto il pieno tre o quattro volte, non ci ha fatto pagare niente. Io le avrei detto: dai, facci pagare almeno la benzina… Credo che gli americani in qualche modo le diano dei soldi per trasportare gente come noi”. La donna parlava più velocemente nel suo accento piuttosto che in ucraino: “Sono nata dove? Elektrostal, nel distretto di Mosca, per tutta la vita ho vissuto a Družba, al confine tra Ucraina, Bielorussia e Russia. Adesso la gente viene bombardata lì”. La madre era molto ansiosa. Cercava di scegliere la famiglia dove vivere meglio e chiedeva raccomandazioni. Sono stati fortunati, sono stati presi dai parrocchiani di una chiesa evangelica di una piccola città dell’ovest. Hanno promesso di aiutarli con il loro status di rifugiati. “Oh, mia nonna mi diceva sempre che i battisti non seppelliscono i loro, inchiodano le loro bare e… (mi sono imbambolato per un po’, non ricordo)”. Le ho risposto che mio nonno era battista e buono.

La donna mi ha anche chiesto da dove venissi e in quel momento sono un po’ commosso. Le raccontai dell’assedio e di come ero cresciuto con storie sugli orrori della guerra, su come la gente viveva e moriva, che avevo davvero visto in un museo come il pane venisse razionato durante l’assedio. Mi sono ricordato di Tanja Savičeva…

*

Un nonno ha pianto assieme a sua nipote quando ha scoperto che tutti questi volontari (e ce n’erano davvero una legione) erano venuti ad offrire loro un alloggio, che tutti volevano dare asilo a qualcuno. Un’altra donna singhiozza: ha paura di andare da estranei, non conosce l’inglese o il tedesco. Le persone si applaudono a vicenda quando gli host incontrano e accolgono qualcuno della comunità dei rifugiati. La maggior parte delle richieste è per una madre con due bambini. Un uomo assieme al figlio maggiorenne non ha accettato. Sono spaventati. Sebbene entrambi non possano prestare servizio militare per le loro condizioni di salute, sono rimasti alla stazione e al mattino andranno più a sud. Tra una settimana la loro grande famiglia li raggiungerà.

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E poi ci sono i sussurri ansiosi dei rifugiati qua e là dietro di noi, cauti, come se venissero da un nascondiglio: “Sono russi, sono russi…”.

*

Non ho l’energia per leggere le notizie, l’ho lasciata tutta alla stazione.

6 MARZO

Sono stato contattato dalla sorella di una delle donne che avevo già aiutato. All’inizio mi sono lamentato, dicendo che era il mio giorno libero, che il posto era già pieno di volontari e che avevo dato loro i dettagli di tutte le procedure… Ma poi ho deciso che sarei andato io stessa a incontrarli. È da sciocchi rifiutare quando te lo chiedono direttamente.

Una profuga è arrivata con un bambino di dieci anni completamente vestito leggero. Ha detto che era inutile prendere le cose. Le valigie vengono semplicemente gettate dal treno per portare più persone. L’intera piattaforma è disseminata di bagagli abbandonati, cani e gatti abbandonati: “Non hai idea di quello che succede là fuori!”. L’ho assistita seguendo la procedura standard: tè, empatia, oggetti donati, una sim card gratuita, un biglietto per la prossima città e un alloggio.

Nella sezione bambini, il bambino ha scelto libri e giochi educativi. Non ha usato il wi-fi. Mentre ci occupavamo dei problemi dei volontari, il ragazzo leggeva. Era molto dispiaciuto di aver dovuto lasciare i suoi libri a casa.

Il quartiere è fantastico, il padrone di casa è discreto, questo è tutto quello che so delle persone che sono venute ad offrire alloggio. Dimentico subito i loro nomi e indirizzi: sono troppi. Non controllo i loro documenti, probabilmente i volontari responsabili dell’alloggio lo fanno… Onestamente, non voglio nemmeno chiedere.

Hanno trovato un giovane alto e dai capelli ricci del quartiere più prestigioso di Berlino per un rifugiato. Ha detto che aveva già una famiglia ucraina che viveva con lui, una madre e un ragazzo di 15 anni, che avevano preparato il boršč’. Il ragazzo con un libro in mano si è presentato all’host in inglese: “Hello, my name is Nikita”  ha detto il suo nome con tono molto, molto basso. Il padrone di casa ha teso la mano al ragazzo con un costoso guanto di pelle e si sono salutati. È stato bello vedere la luce negli occhi delle persone che hanno camminato nella nebbia dell’incertezza per tre giorni.

*

Si dice che l’accumulo di caos sia una caratteristica dei sistemi chiusi. Il campo dei volontari sembra contraddire questa affermazione. I volontari trasformano l’ignoranza collettiva in conoscenza collettiva, organizzano il lavoro, migliorano la logistica e la settorialità del perimetro. Il campo è cambiato molto in questi tre o quattro giorni. Un modello perfetto per qualsiasi robot o IA.

Non sono un robot, ho sbottato, urlando a mia madre su Whatsapp proprio alla stazione. Anche se ho trovato un angolo appartato, lontano dal campo, per non disturbare i coloni. Il trigger: ho detto che ho rilasciato un’intervista a un giornale locale. E mia madre disse: “Non dici niente di straordinario lì…” – e a quel punto sono scoppiato!

Un altro aspetto della vergogna russa è quando i miei colleghi dell’Europa occidentale/Asia orientale, i volontari tedeschi e i rifugiati ucraini accusano una persona in particolare per quello che sta succedendo e dicono che il popolo non ha colpa. E i tuoi cari, ai quali chiedi un po’ di protezione e compassione in un momento difficile, ti rispondono: “Sì, sosteniamo il presidente, abbiamo un buon presidente”… E si portano avanti tutte le stronzate che giustificano ***** <parola vietata dalle autorità russe>.

7 MARZO

Faccio un viaggio di volontariato con mia moglie. Insieme andiamo alla stazione ferroviaria, indossiamo i nostri gilet riflettenti e un distintivo fatto in casa con una bandiera ucraina e la scritta “Russian/eng”, e ci mescoliamo nella massa generale dei volontari del campo. Qua e là intravedo il suo bel berretto M_U_R tra i rifugiati: qui conduce per mano qualche anziana signora, là consiglia un ragazzo skater su alcuni spot fighi di Berlino, trascina i bagagli di alcune persone sulla piattaforma, coccola madri esauste e distribuisce souvenir ai bambini, mette insieme famiglie di sei persone per la notte, aiuta le persone dalla comunità LGBNQ+ (un’estensione del codice LGBTEd. ) e People of colour (persone di diversa estrazione etnica) a orientarsi. In generale, tutta quella roba – come l’attivismo digitale, l’agenda fem-power, il privilegio bianco, il PTSD e il metaromanticismo – l’ho imparata da lei. Ma soprattutto, in qualche modo incredibile, ha risvegliato in me un’empatia e una compassione per le persone a lungo assopite.

***

La maggior parte dei rifugiati sono donne. Per le donne single con figli si spostano più facilmente rispetto a quelle con i mariti in Ucraina. Gli uomini non possono uscire, c’è la leva obbligatoria. Alcune hanno la fortuna di avere i loro mariti bloccati in  Russia per trasferte. Tutto quello che devono fare è fare il giro del “mondo russo”  con un passaporto ucraino attraversando gli Stati baltici e riunirsi con la loro famiglia da qualche parte nella Germania occidentale. E alcune hanno mariti… “Il nostro papà è in guerra ora, il nostro papà è a <…>”. Una donna con le sopracciglia tatuate e una manicure perfetta stava viaggiando in gruppo – tre madri, tre ragazze – per il terzo giorno consecutivo. Ogni volta che c’era la possibilità di mettersi in contatto, chiamava suo marito. Come ci si sente quando un membro della tua famiglia rischia di essere ucciso ogni secondo che passa? Ogni secondo. Ogni secondo…

Purtroppo, a causa dell’afflusso di sfollati, le carte SIM sono scadute in serata. E la donna è rimasta senza connessione fino alla prossima stazione, dove forse ci sarà il wi-fi.

Il gruppo non voleva dividersi e andare per famiglie, hanno paura. Mentre solo ieri c’erano legioni di famiglie ospitanti, ora ne sono rimaste poche. Trovare un rifugio per sei persone contemporaneamente, o almeno cercare di farle vivere nella stessa zona, è una richiesta quasi impossibile. Le persone non capiscono bene cosa sta succedendo a loro e in che tipo di situazione si trovano. Chiedono una villa, o una doccia privata, o un host che parla russo, o un alloggio per due o tre settimane finché non è tutto finito… A volte mi ricorda un Airbnb da film horror, perché si può sistemare la prima persona che capita, solo voi due, e solo per una notte. In qualsiasi altro caso si va al campus in una branda! Per ora, è così…

Ma il nostro gruppo è stato fortunato. L’autista dell’autobus, in giacca e pantaloni in pelle, con dei Dr. Martins, avanzi di pranzo sulla pancia e occhiali senza la stanghetta, ha pagato per due camere in un hotel vicino. È un membro del club di questa catena alberghiera e ha ottenuto due camere con un grande sconto. L’autista dell’autobus stava risparmiando per Parigi proprio quando è iniziato tutto questo marciume. Invece che per Parigi (“Amo molto Parigi!”)  ha iniziato a pagare le camere d’albergo per famiglie numerose o gruppi irrequieti come il nostro. A tutti il test per il Covid è risultato negativo. I bambini erano entusiasti dei letti queen-size rimbalzanti! Una colazione a buffet li aspettava al mattino. Incredibile contrasto dopo: “Io e mia figlia siamo stati in cantina per otto giorni, sono uscita solo per dare da mangiare al gatto!”. Il gatto, a proposito, non è presente nella mia storia, perché a quanto pare non ce l’ha fatta.

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Ho corso un po’: a questa mamma servivano degli omogeneizzati senza glutine, del pane senza glutine e una banana; a un’altra un biglietto fuori turno e tenere d’occhio i bambini o aiutare a portare le cose al binario, prendere il treno in partenza, condividere un powerbank, mostrare dove sono i vestiti, dove è il tè, dove sono i prodotti per l’igiene, dirle cosa succederà dopo… Tutte le donne con bambini chiedono cosa succederà dopo. Non lo so. Posso solo aiutarti a fare un cambio del treno, collocarti in una famiglia per un giorno o mandarti in ostello. Cosa succederà dopo, non lo so, nessuno lo sa, ma “ci terremo in contatto”. Ho corso ventimila passi.

***

Il mio caso più triste è quello di una nonnina di ottantadue anni. Non sono riuscito a resistere e le ho detto:

– Sei una nonna così brava, semplicemente meravigliosa!

– Sì? Oh, beh, grazie. Sono stata una pediatra per tutta la vita, un ortopedico.

– Wow, lavori come medico e ti sei rotta una gamba”, la nonna aveva il collo femorale fratturato mentre la portavamo in una carrozzina attraverso una stazione ferroviaria a più livelli con una ringhiera di vetro, aveva molta paura delle altezze e mi teneva la mano con il palmo morbido e rugoso. 

– Come diavolo hai fatto?

– Me la sono fratturata, cadendo, sì, cadendo a casa! Ho fatto un’iniezione nel nostro grande ospedale e il giorno dopo siamo partiti. Vivo a Dnipro, in pieno centro. E questa è Berlino? Siamo a Berlino adesso?

Sua figlia ha finto di avere quarant’anni (io ne ho quasi quaranta e lei è abbastanza vecchia da essere mia madre, ok). Una diva olistica, con un berretto rosso a maglia con una rosa sopra. Era capricciosa, non sapeva affatto quello che voleva. La villa è stata specificamente richiesta da lei. Ha cercato di andare a Düsseldorf, poi a Dresda, poi di nuovo nella Repubblica Ceca, poi in un’altra stazione ferroviaria a Berlino, perché lì era più caldo. Mi ha esortato ad andare con lei nella prossima città e a consegnarle a qualche volontario che conoscevo lì, a trovarle un lavoro, a informarla di tutti i benefici… Una tale agitazione di una creatura che ha davvero bisogno di sopravvivere. Il suo panico e la sua distrazione sono difficili da descrivere. Direi che è un po’ ****** sotto stress. Perché direi proprio questo, perché sono nel campo da 10 ore e non ho più l’energia per empatizzare. Ho affidato questa nonna e sua figlia a qualcuno del turno di notte, ho dato loro il mio numero e ho detto loro che tutto sarebbe andato bene…

– Andiamo a casa, credo che la batteria della mia empatia sia scarica”, mi ha detto mia moglie con gli occhi rossi, bagnati e bellissimi.

Siamo saliti sul tram, abbiamo esaminato i nostri “casi” – è così che chiamiamo le persone con destini difficili – e abbiamo quasi perso la nostra fermata. A casa ci aspettava il gatto dei vicini, che viene a mangiare e a dormire da noi. “Batteria dell’empatia!” – Disse Vika. Presto sarà l’otto di marzo, le regalerò il profumo Comme des Garçons.

10 MARZO

È ora di abituarsi alla <parola vietata dalla censura>, a imballare i rifugiati in autobus in branco. Gli sfollati sono in viaggio verso i campus. Ci sono pochissime storie personali, tutto si riduce alla logistica: portare le persone nei siti di alloggio temporaneo. Le autorità partecipano attivamente: montano una tenda “Benvenuti a Berlino”, illuminano la stazione con i colori della bandiera ucraina.

In servizio nel punto con più flusso continuo. Centinaia di sfollati sono passati per il nostro punto: si sono riversati dall’alto, dal binario, dove ogni ora arrivano treni con circa cinquecento-settecento persone: ‘Scendi, giri a sinistra e ancora a sinistra, lì ci sarà il nostro campo di volontari’. Ho imparato a contare i rifugiati dagli occhi. “Scendi, a sinistra e di nuovo a sinistra”. Innanzitutto, i loro occhi sono chiari: blu, grigi, verdi e persino marroni, ma sempre chiari. “Scendi, a sinistra e di nuovo a sinistra, prendi una SIM libera lì”. In secondo luogo, il più delle volte, lucidi per quattro giorni di fatica e quattro giorni di lacrime. “Scendi, a sinistra e ancora a sinistra, prendi un biglietto gratis per la Germania”. In terzo luogo, con i loro occhi era come se cercassero una risposta… “Scendi, a sinistra e ancora a sinistra, OK, tutti quelli che hanno bisogno di biglietti, scendete, a sinistra e ancora a sinistra, fino in fondo!” E per niente alla domanda di dove dovrebbero andare dopo. “Scendi, a sinistra e di nuovo a sinistra. Se vai a Parigi, vai a destra”. Mi guardano come se volessero che glielo dicessi: “Sali,  torna al binario e sali sul treno. È finita, puoi andare a casa”.

I rifugiati hanno lasciato alle loro spalle (se lo hanno fatto) le loro città e grandi megalopoli con la più diversa composizione della popolazione: designer, architetti, lavoratori dell’industria informatica. Insomma, città normali, con gli orfanotrofi, gli ospizi, i rifugi per i senzatetto e gli animali compresi … Con i vecchi soli, con gli inabili, con i neuro-disabili, che anche senza la guerra passano l’inferno nella loro testa. I ciechi che non possono vedere le esplosioni e i sordi che non possono sentire le sirene. Incontro queste persone alla stazione ferroviaria, ce ne sono poche. Vengono scortati, vengono aiutati… “Per favore, usate l’ascensore, poi subito a sinistra. La Croce Rossa vi darà una barella”. Eppure sono pochi. Le persone invisibili rimangono perlopiù invisibili.

Posso classificare i rifugiati. In tutto lo spettro, ci sono due gruppi curiosi ed estremi: “Non siamo affatto dei rifugiati” e “Come facciamo a tornare a Lviv?”.Il primo gruppo non riesce ad  accettare l’idea che siano “rifugiati” come quelli della TV:  sporchi, con bagagli e su asini. Il secondo gruppo non sa, non capisce, non riesce ad elaborare informazioni elementari… Hanno più paura qui, in questa stazione splendidamente scioccante, che a casa, dove <…>.

11 MARZO

Uno dei miei contatti su Telegram ha cambiato il suo avatar nella “Z” di San Giorgio con l’hashtag #NonDimentichiamoINostri. È stato molto imbarazzante mentre cercavo un link a un gruppo di aiuto per rifugiati a Berlino. Spero che non se ne siano accorti, ho scrollato molto velocemente. Al contatto, che è la direttrice di un policlinico, ho inviato uno screenshot della notizia del bambino di un anno e mezzo morto e ho cancellato la corrispondenza.

***

Ci sono pozze di vomito qua e là alla stazione ferroviaria: la gente vomita per lo stress, mi ha detto la Croce Rossa. Ho cercato di ottenere farmaci per l’intossicazione di una bambina di un anno. Mi è stato detto che ci sono molti casi simili. E c’è il 95% di possibilità che sia “solo una reazione allo stress”. Hanno bisogno, anche se mi rendo conto che è quasi impossibile, di trovare un posto sicuro e tranquillo e stare lì per mezz’ora, respirare, calmarsi”. Ho visto un boxer rifugiato cagarsi addosso su una scala mobile. Intendo il cane. A giudicare dalla sua faccia, era anche per lo stress.

***

Dopo qualche giorno di lavoro, posso assistere autonomamente le persone e dare consigli e trucchi ai nuovi. È un bene che arrivino nuove persone. Ho notato che mi sto lentamente consumando anche io. Comincio ad evitare i casi difficili. Ho affidato a un altro volontario una madre single con tre ragazze minorenni. La donna ha perso il figlio tredicenne con una felpa bianca alla stazione ferroviaria. Mentre rispondevo alle domande flash degli altri reinsediati, anche la mamma era scomparsa. Sono subito  andato a cercarli entrambi, ma ho trovato invece Ivan.

Ivan ha salutato, ha chiesto il mio nome e si è presentato. Ivan indossava un gilet come il mio, con una bandiera ucraina attaccata con del nastro adesivo, anche lui era un volontario. Una mascherina chirurgica bianca (che sono ancora obbligatorie in Germania) copriva a metà il suo viso rosso, irritato, con gli occhi offuscati.

– Stas, ascolta, puoi prestarmi il tuo telefono per fare una chiamata via SMS?

– Sì, certo-, ho risposto. – Solo che non so proprio come mandare un messaggio.

– È semplice, devi aggiungere un contatto. – Ivan ha aggiunto un nuovo numero per me, chiamato il contatto 123. – Solo che ci vuole un po’, circa cinque minuti…

Ivan ha ruggito nel ricevitore del mio telefono per circa mezz’ora. Ero in piedi accanto a lui, in attesa di riavere il mio telefono. Ivan corrugava il viso in un punto, diventando ancora più bordeaux, o gettava la testa indietro e respirava una boccata d’aria, abbassando la mascherina fino al mento. Francamente, avevo paura che, in un impeto di rabbia, potesse lanciare il mio telefono contro il pavimento, o buttarlo giù sul binario. Il giorno <…> dell’inizio, ho trovato un graffio sullo schermo del mio smartphone nuovo di zecca, è vero. Ho ancora un paio di mesi per pagarci il prestito.

Ivan ha finito e mi ha ridato il telefono.

– Qualcosa non va, posso fare qualcosa per aiutarti? – Ho chiesto.

– No, Stas, grazie, non puoi.

– Beh, vedi tu stesso, se c’è qualcosa, dimmelo, ok?

– No, Stas, no, niente…” ha esitato, “e tu di dove sei, Stas?

– Sono di San Pietroburgo.

– Sì, beh, no, niente.

– Da dove vieni? – Ho chiesto per continuare la conversazione, così forse mi avrebbe detto cosa era successo dopo tutto.

– E io, come mi chiamate, sono un banderita, vengo dall’Ucraina occidentale. No, non mi serve nulla… Dimmi solo come arrivarci… – ha nominato la stazione, l’ha trovata lui stesso sul mio telefono e se n’è andato.

Non lo so, ma ho mandato un messaggio al contatto che ha chiamato, 123, su Whatsapp. L’immagine mostra una ragazza bionda con un naso espressivo.

– Ciao, il mio nome è Stas. Sono un volontario alla stazione. Il tuo amico ha chiamato dal mio telefono.

– OK, grazie”, rispose subito il 123.

– Ti è successo qualcosa? Sembrava molto turbato. Hai bisogno di aiuto?

– Grazie. Da dove vieni?

– Da Berlino – ho mentito.

– Capisco –  si fermò per un lungo, lungo momento.

– Hai il mio numero, se hai bisogno di contattarmi – e una emoji di incoraggiamento.

– Se vieni dalla Russia, purtroppo, non voglio rivolgermi a te – è la prima volta che vengo colpito. Ci saranno molte altre volte come quella, ma questa è la prima. Ho detto che lo condannavo, che mi dispiaceva, che speravo che finisse presto. – Oggi hanno bombardato il mio villaggio! Capisci, il mio villaggio! Non c’è niente lì. Ci sono solo persone! I miei genitori sono lì e non so cosa fare. Niente luce, niente gas, niente comunicazioni, niente acqua.

La ragazza scriveva dall’Ucraina, sotto tiro. Aveva paura di partire, di lasciare i suoi genitori e la famiglia di suo fratello, che non può uscire dal paese. E senza di lui, sua moglie e suo figlio non vogliono andare. Hanno contattato gli avvocati in Germania, ma senza successo. Ho consigliato loro di prendere solo i loro passaporti e il minimo delle loro cose e andare. Ho detto che avrei scritto di più quando il turno sarebbe finito.

A casa, ho inviato diversi messaggi con parole di incoraggiamento, consigli, contatti, ho descritto la situazione a Berlino… ma nessuno di loro è stato letto. Ho pensato per un secondo che forse stavo cercando di comunicare con una persona che era già morta.

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15 MARZO

Il cyber-volontariato è il mio rituale serale. Aggiorno i contatti per il reinsediamento. Chiedo come stanno quelli che ho mandato a vivere nel settore privato, per essere sicuro di non averli mandati in schiavitù. Chiedo informazioni sulle sistemazioni nei campus, mi mandano dei video, le condizioni sono normali. Qualcuno è ancora in viaggio, qualcuno non ha deciso cosa fare, qualcuno sta sgomitando per andare in Europa: a Milano, Parigi, Svizzera, Portogallo, Sud Italia… La lista delle destinazioni turistiche più popolari, se fossero in tempo di pace. Un uomo, un meccanico di scooter Vespa, ha fatto sapere che è al sicuro in Austria. Lui, sua moglie e un husky dagli occhi blu hanno trovato una donna gentile che ha messo a loro disposizione la sua casa di campagna con una piscina interna. La foto mostra il cane sovreccitato che corre su prati verdi e piatti. L’uomo scrive: se mi sistemano le gambe (è stato sospeso/dimesso dalla leva a causa delle fratture), tornerò indietro!

Ho dovuto dirgli che anch’io sono russo, ma capisco la sua indignazione. Mi ha mandato delle foto del suo quartiere vicino a Kiev, le foto mostrano ceneri e rovine.

In seguito abbiamo parlato a lungo.

Autore: Novaja Gazeta

Fonte: Novaja Gazeta, 18 marzo 2022

Traduzione a cura di Eleonora Smania

Questo articolo è estratto dal N° 29 del 21 marzo 2022 di Novaja Gazeta