Abbiamo deciso di unire le forze con un progetto che moltы di voi già conoscono e stimano. Con Andergraund Rivista, tradurremo in italiano una selezione di articoli della Novaja Gazeta. NG ha sempre dato voce al coraggio del dissenso, coraggio che è costato caro ad alcune/i collaboratori e collaboratrici della rivista: Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Viktor Popkov, Natalja Estemirova. Oggi NG diretta dal premio Nobel per la Pace 2021, Dmitrij Muratov, aggira la censura con piglio sagace e ironico proponendo contenuti brillanti e coraggiosi. Il nostro intento è rendervi accessibili questi contenuti!

Noi ora siamo come nella Polonia del 1939

Come gli uomini ucraini tornano nel loro paese per entrare in guerra con la Russia. Reportage della corrispondente speciale di "Novaja Gazeta" Elena Kostjučenko

Premessa al reportage scritta dalla testata Meduza: Elena Kostjučenko, corrispondente di Novaja Gazeta, si trova in Ucraina dall’inizio dell’invasione russa. A seguito dell’introduzione della censura militare in Russia i suoi reportage sono stati pubblicati su Novaja Gazeta in versione ridotta, altri ancora sono stati eliminati dalla redazione a causa della minaccia di denuncia penale. Novaja Gazeta il 28 marzo ha ricevuto dal Roskomnadzor un secondo avvertimento scritto per la menzione di una ONG come agente straniero senza corrispondente etichettatura. La redazione ha deciso di sospendere la propria attività fino alla fine “dell’operazione speciale sul territorio ucraino”. La redazione di Meduza esprime la propria solidarietà per i giornalisti della testata.

Siamo convinti che nelle condizioni attuali i reportage di Elena Kostjučenko sulla guerra debbano essere accessibili ai russi. Per gentile concessione di Novaja Gazeta, del suo caporedattore Dmitrij Muratov e dell’autrice pubblichiamo i reportage in versione integrale.

Questo testo è stato pubblicato su “Novaja Gazeta” il 27 febbraio. Il 5 marzo la redazione l’ha rimossa per l’entrata in vigore delle leggi sul “fake” e sul “screditamento” dell’esercito russo. Altri reportage di Elena Kostjučenko si possono leggere su “Meduza” qui (testo da Odessa), qui (da Nikolaev) e qui (da Cherson).

[Confine ucraino-polacco. 26 febbraio 2022. Kuba Stezycki / Reuters / Scanpix / LETA]

Varsavia, Polonia – 24 febbraio, 22:40

All’autostazione di Zachodnia arrivano delle persone confuse con delle borse. C’è solo un autobus locale che va e viene, gli altri sono diretti in Ucraina. Ženja saluta la sua ragazza e cerca di non piangere. Suo fratello è andato in Ucraina qualche giorno fa, dai genitori. La guerra è iniziata. C’è una grandissima mobilitazione, gli uomini tra i 18 e 60 anni non possono lasciare l’Ucraina. Ženja dice con voce roca:

“Ho perso la voce durante la manifestazione, mentre urlavo come un matto. Non perdonerò mai. Mia madre! Non perdonerò mai se lei…! Mio padre ha un cuore, anche adesso. Non vogliono andarsene, rifiutano categoricamente. Papà dice: lascia che ci diano una mitragliatrice per proteggere il nostro pezzo di giardino. Il nostro cane ha 13 anni. Il cane che conosci fin dall’infanzia deve essere soppresso, altrimenti i tuoi genitori non se ne andranno. Che dire? “Che i russi ci uccidano qui, se vogliono.” Mio fratello chiama: stiamo andando. In Polonia? No, ci stiamo solo allontanando dalle esplosioni.

Le persone aspettano un autobus per L’viv che ancora non arriva.

Ivan ha 19 anni, studia a Bruxelles. Si sta specializzando in public history e in contropropaganda. Non appena ha saputo della guerra, si è seduto al computer e ha pensato a come tornare a casa. Ha attraversato quattro paesi con treni e autobus. “Mia madre mi dissuadeva dal tornare, ma come non farlo?” Lui comprende che non potrà tornare in Europa prima della fine della guerra? “Non mi interessa”. Chiama sua madre.

“Insomma, mamma, sto tornando a casa.”

“Ho le tue chiavi, le ho messe in borsa”, dice sua madre.

Sull’autobus per Leopoli ci sono praticamente solo uomini. Uno di loro ride al telefono “Tikaju, či šo?1 Al contrario, sto tornando.”

Tutti scrollano Instagram, mettono like. Azione di protesta a Mosca: like. Foto dell’armamento militare: like. Un video del reparto di terapia intensiva per bambini trasferito in un seminterrato.

A Kachovka (nell’oblast’ di Cherson) sventola già la bandiera russa”, afferma qualcuno.

[Confine ucraino-polacco. Elena Kostjučenko / “Novaja Gazeta”]

Przemyśl, Polonia – 25 febbraio, 20:00

I rifugiati vengono raccolti alla stazione dei treni. È uno dei nove punti di accoglienza per rifugiati situati alla frontiera. Nei sotterranei della stazione, sotto di loro, ci sono persone, brandine arancione chiaro. C’è una montagna d’acqua, panini [in originale si parla di bulka N.d.T.] con la marmellata, volontari che parlano ucraino. I trasferimenti verso le città della Polonia sono gratuiti.

Con l’inizio della guerra la Polonia ha aperto il confine con l’Ucraina. Ora lo si può attraversare senza bisogno né del visto né del passaporto, per i bambini basta la carta di identità ucraina o un certificato di nascita.

Maria ha 65 anni, è rimasta alla frontiera per 20 ore, dalle 9 di sera alle 3 del pomeriggio: “non ho bevuto, non ho mangiato, non sono andata in bagno”.

“Mi è andata bene essere rimasta lì per così poco, ci hanno portato del tè da bere e dato 300 złoty. Li restituirò più avanti, non sono una mendicante. La Polonia ci ha accolto così! Amo l’Ucraina, ma amo anche la Polonia. Non so spiegare il modo in cui i polacchi ci stanno dando una mano, come ci amano, come ci stanno accogliendo.

Fa male dirlo, ma bisognava essere pronti alla guerra da tempo. Putin ha detto a lungo che l’Ucraina non è un paese e che noi non siamo un popolo. Semplicemente nessuno poteva crederci, io non ci credevo. E quando la prima sirena ha iniziato a suonare, io non ci credevo. Non si può lasciare che il male rinasca, ma se già lo fosse… Se avesse spiccato il volo?”

Il volontario polacco Szymon è venuto da un villaggio vicino perché possiede un auto: vuole portare le persone nelle città vicine. Dice: “Da noi i giovani sono molto indignati per il fatto che la Polonia non stia inviando delle truppe per aiutare l’Ucraina. L’Ucraina al momento è nella stessa posizione in cui si trovava la Polonia durante l’occupazione del 1939. Ci vediamo molti parallelismi, l’inazione è semplicemente insostenibile.”

[Profughi ucraini a Przemyśl. 26 febbraio 2022. Aleksander Kalka / ZUMA Press Wire / Scanpix / LETA]

Punto di frontiera Medyka-Szczecyn, Polonia – Ucraina

Dalla parte polacca si trovano cibo e acqua, mentre da quella ucraina non ce n’è.

Li vedo attraverso il traliccio. La fila non assomiglia a una fila: nel punto di raccolta di fronte al confine ucraino c’è una folla densa, più di un migliaio di persone, solo donne e bambini. La folla prosegue oltre. Le persone stanno in piedi sulla terra, sull’erba dell’anno scorso ridotta in polvere, molti sono avvolti nelle coperte. I bambini, anche i più piccoli, stanno vicini agli adulti. I neonati stanno in braccio. Vedo una donna che mette una sacca con dentro un bambino su una borsa. Un’altra è seduta a lato della fila con il bambino nascosto tra le ginocchia e la pancia.

Ai piedi ci sono delle valige, gabbie con animali domestici, tracce di una vita serena.

Queste sono le persone che attraversano il confine a piedi. C’è anche una lunga fila di auto: si trovano in due file che si estendono per 30 chilometri nell’entroterra. In parte (e a quanto pare anche più velocemente) passano degli autobus. Salirci è impossibile.

Una guardia di frontiera ucraina fa salire su un autobus una cittadina russa che ha già passato il confine: non le hanno permesso di entrare in Ucraina. Le persone con passaporto russo e bielorusso non possono entrare nel paese.

“Non c’è posto”, dice l’autista.

“Ora controllerò l’autobus in modo parziale”, dice la guardia di frontiera. “Tu, sii umano. Te lo dico da uomo a uomo: porta la signorina a Varsavia.”

“Me lo stai ordinando?”

“Sì. Sei umano e lo è anche lei.”

Passo il confine a piedi con una donna che porta una scatola di arance: i polacchi gliele hanno regalate, “per i bambini ucraini”. Una giovane guardia di frontiera con una mitragliatrice ci mostra il percorso attraverso il labirinto di autobus.

Si scopre che tutte quelle migliaia di donne e bambini non sono l’intera folla. Il gruppo principale di persone si trova dietro al posto di blocco delle guardie di frontiera ucraine, a un chilometro e mezzo dal confine. Per non creare il caos. Nello stesso posto gli uomini lasciano le donne e tornano indietro in Ucraina.

Miša, Slavik e io camminiamo dal confine polacco verso L’viv. Miša è della Transcarpazia, Slava è di Ternopil’. Miša ha 38 anni, Slava ne ha 39. Si sono appena conosciuti, entrambi hanno appena mandato le loro mogli e figli oltre il confine e ora sono “completamente calmi”. Da Mostyska (la città più vicina) al confine hanno camminato insieme alle loro mogli e ai loro figli. Sono 18 chilometri. Ora bisogna camminare per 18 chilometri per tornare a Mostyska. Da lì si può provare ad arrivare a L’viv, e da L’viv raggiungere casa e aspettare la convocazione per andare in guerra.

I ragazzi trascinano a turno la mia borsa con il giubbotto antiproiettile.

Non vogliono parlare della guerra. Miša racconta del resort Teplye Vody dove lavora. Le sorgenti termali calde sgorgano dal terreno, ci si può rilassare e c’è una šašlyčnaja. Slavik racconta di come porti le giostre in giro per il Nord Europa e come ci faccia andare i bambini: il lavoro dei sogni.

“Vivevamo molto bene”, dice Slava. “Davvero, così bene che non sembra possibile.”

“Ma ora tutti hanno dimenticato il coronavirus”, dice Miša. “Nessuno se ne frega del coronavirus.”

Camminiamo chilometro dopo chilometro lungo una fila di macchine ferme.

Dall’oscurità ci sono di continuo persone che vengono verso di noi. I trolley rimbombano sul marciapiede. I cani sono tenuti al guinzaglio: dolci cocker-spaniel con lunghe orecchie, piccoli cani giapponesi a forma di volpe, razze decorative di una vita passata e pacifica. I cani giocano tra loro e sembrano godersi la passeggiata.

Lungo la strada incontriamo tre distributori di benzina. In ognuno lavorano a turno ancora due ragazze. Le ragazze hanno paura di non essere in grado di far fronte alla folla e c’è una fila che aspetta fuori. Fuori ci sono meno sei gradi. Solo i bambini possono entrare per riscaldarsi. Per comprare acqua o un bicchiere di caffè, devi stare in piedi per almeno due ore.

Le persone rimangono in silenzio, nessuno ha la forza di parlare. Una donna manda un messaggio vocale al telefono: “Non ci uccideranno, ma ci tortureranno e ci violenteranno. Ci cattureranno.”

Lì vicino, lo stand di vetro dell’assicurazione Insurance universalna offre del tè ai bambini: esce una che ci lavora, va a prendere i bambini e li porta dentro.

Camminiamo tutta la notte. Le macchine non finiscono, le persone che vengono verso di noi, non finiscono.

Ragazze dalla pelle scura del Bangladesh, studentesse della Kyivskyi medychnyi universytet2, si avvicinano trascinando una valigia legata con una sciarpa: la maniglia si è rotta. Dietro di loro c’è Batu dal Congo, un ingegnere che ha studiato qui, ma si è già laureato, aveva portato un amico per mostrargli l’Ucraina. “L’ambasciata dice che dobbiamo aspettare un aereo da Kyiv. Ma abbiamo deciso che era più sicuro metterci in cammino”.

Una jeep nera sta provando a passare nella corsia opposta a fianco della fila. Un uomo salta fuori da una fila di macchine, accende una torcia. Sui sedili anteriori ci sono un uomo e una ragazza, che strizzano gli occhi alla luce. Una donna corre verso la jeep: “Cosa state facendo? Vergognatevi! Ci sono donne, bambini, siamo in piedi da un giorno”. “Torna indietro, stronzo!”, urla un uomo. Ma la polizia non c’è, e la jeep sgasa, balza in avanti, prosegue per la sua strada.

[Mostyska. E lena Kostjučenko / “Novaja Gazeta”]

Mostyska, Ucraina-  26 febbraio, 7:00

A Mostyska entriamo con la sirena della protezione civile. Mostyska odora di pane fresco.

“Olè, olè, olè, olè! Per l’Ucraina avanti!”, un ragazzo ubriaco balla sulla linea di demarcazione. I volontari con i giubbotti gialli regolano il movimento lì intorno, il tipo ubriaco li ignora.

La stazione degli autobus è chiusa. Di fronte una folla di donne con bambini e neonati che attende un possibile autobus che le porti al confine.

Il custode sta spazzando il marciapiede e all’improvviso si mette a gridare:

“Che i moscoviti ci catturino! Che governo è uno che non è in grado di organizzare un autobus! Non sono in grado di trasportare delle donne e dei bambini per 15 chilometri.”

L’allarme aereo continua a suonare. Nessuno gli presta attenzione.

L’viv, Ucraina- 26 febbraio, 12:00

Degli adolescenti guardando un video dal cellulare: l’Ucraina ha chiamato la Croce Rossa per portar via i corpi dei russi. Una ragazzina di 15 anni dice “Bah, non serve. Che la nostra terra venga concimata, concimata per bene.”

A L’viv sono chiusi i bar, i centri per la manicure, i negozi di abbigliamento. I negozi di alimentari sono aperti. Agli ingressi della città hanno iniziato a organizzare i posti di blocco. La città ha indetto il coprifuoco dalle 22:00 alle 6:00. Non c’è panico.

Un punto di transito per i rifugiati è stato organizzato in un orfanotrofio, un altro – nella scuola n. 50. Gli aiuti umanitari per i rifugiati vengono raccolti dalle scuole. I residenti di L’viv fanno alloggiare i rifugiati nei loro appartamenti, in alcuni vivono fino a 30 persone, gli hotel affittano i letti invece delle stanze. Oggi si prevede l’arrivo di tre treni da Kiev. Dicono che questi treni si prendano senza biglietto, “l’obiettivo è portare via quante più persone possibili”.

Il sindaco di L’viv Andrej Sadovyj ha comunicato su Twitter: “Nella zona di Brody le truppe russe sono atterrate con tre elicotteri. Circa 60 persone. Le nostre truppe hanno reagito. Ora si stanno ritirando verso la foresta nell’area di Lev’yatyn.” L’affermazione è stata negata dell’SBU [Servizio di sicurezza dell’Ucraina N.d.T.], ma gli abitanti di L’viv credono al sindaco.

Brody si trova a 90 chilometri da L’viv.

Gli abitanti di L’viv dicono:

“Lo sbarco a Brody è fallito. Non capisco i russi. Gettano dei soldati in un paese non conquistato, muoiono tutti. Su cosa fanno affidamento? Stanno sacrificando dei soldati per spaventarci? Questi comandanti sono dei criminali.”

“Sono nata a L’viv. Sono cresciuta qui. Parlavo e parlo ancora russo. Non mi hanno insultato. Mio figlio ha studiato in una scuola russa, ce ne sono sei. Desideravo molto che mio figlio leggesse Dostoevskij e Čechov. Ma l’ho portato via da lì da quando hanno iniziato a festeggiare il giorno della Russkaja Vesna3. Se vorrà leggerà comunque Dostoevskij.”

Sul mercato scambiano un dollaro a 30 grivne [circa 0.96 euro N.d.T.], lo vendono a 37 grivne.

Nel corso della giornata l’allarme aereo a L’viv suona cinque volte. La gente corre negli scantinati. Non si sentono esplosioni.

1. In ucraino in originale, il verbo viene anche spiegato in nota dalla redazione. Il corrispettivo russo del verbo ucraino тікати (tikaty) è убегать (ubegat’), fuggire, scappare. La traduzione è “Scappare o cosa?”

2.  Università di medicina di Kyiv.

3. Con il termine Russkaja Vesna (Primavera Russa), si indica quel movimento di proteste di massa sotto slogan filorussi avvenuto nelle città del sud-est dell’Ucraina nel 2014, anno dell’invasione della Crimea. Per maggiori informazioni si veda: https://it.wikipedia.org/wiki/Proteste_filorusse_in_Ucraina_del_2014 . L’inizio della Russkaja Vesna viene celebrato il 23 febbraio.