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Recensione di “Evgenij Kropivnickij”, di Massimo Maurizio

In questo interessantissimo saggio, Massimo Maurizio analizza la figura e la poetica di un personaggio letterario non molto conosciuto: Evgenij Kropivnickij. Con il suo primitivismo poetico, Kropivnickij è tra i primi oppositori della corrente realista socialista, uno dei protagonisti ingiustamente trascurati della letteratura russa non ufficiale.

Recensione a cura di Chiara Cardelli

 

Con il saggio “Evgenij Kropivnickij e altri esperimenti di sopravvivenza letteraria” [1] l’autore Massimo Maurizio ci presenta il personaggio Evgenij Leonidovič Kropivnickij, ancora poco noto nel nostro paese e nel panorama culturale russo che siamo abituati a conoscere. Il saggio si concentra non tanto sulla biografia di Evgenij Leonidovič, quanto piuttosto sulla sua produzione artistico-letteraria, al punto da renderla protagonista del libro. Sono presentati inoltre, sebbene si dedichi loro minore spazio, altri rappresentanti del periodo sovietico che ruotano intorno a Kropivnickij e alla sua poetica.

I lavori poetici di Kropivnickij sono indagati in questo libro dagli albori (intorno agli anni Dieci) lungo tutta la vita del loro autore, del quale viene percorsa l’evoluzione poetica e il suo affinamento, con un focus particolare sugli anni dello stalinismo. La produzione kropivnickiana è esaminata nel saggio come esempio di opposizione ai dettami del realismo socialista: quella di Kropivnickij non è un’opposizione apertamente politica, bensì una manifestazione di dissenso e di distacco dal canone del socrealizm compiuta attraverso l’uso della lingua.

Nel periodo che va dagli anni pre-rivoluzionari al post-stalinismo tantissimi esponenti della cultura hanno svolto il ruolo di ponte tra il modernismo e la generazione del disgelo, trasmettendo e salvaguardando certi valori e certi elementi nel tempo. Tra essi siamo soliti sentir parlare dei più famosi Kručënych, Achmatova, Pasternak, tendendo a sottovalutare figure più nascoste ma altrettanto fondamentali che, come ci spiega Maurizio, contribuiscono a definire i canoni della letteratura non ufficiale e alcune espressioni scrittorie del samizdat del periodo post-staliniano: Kropivnickij, Al’ving, Satunovskij, Gor, Egunov…

Kropivnickij Maurizio
"Evgenij Kropvnickij e altri esperimenti di sopravvivenza letteraria". Stilo editrice, 2018.

Evgenij Leonidovič Kropivnickij nasce nel 1893 a Mosca († ivi 1979) e assiste al fervore storico e letterario del nuovo secolo, prendendone a sua volta parte e “subendone” gli influssi. Massimo Maurizio lo definisce “una miniera di conoscenze e di ricordi” proprio perché egli è vissuto in anni di fermento culturale e di stravolgimenti storici: il Secolo d’Argento, la prima rivoluzione russa, il modernismo, l’Ottobre, la NEP, lo stalinismo, il realismo socialista, il disgelo, la stagnazione (solo per dirne alcuni!)…

Kropivnickij studia pittura all’Istituto imperiale Stroganov, avvicinandosi presto al gruppo moscovita Il Fante di Quadri. Comincia a scrivere versi nel 1909 (la sua poetica si specificherà verso metà degli anni Trenta) sotto le influenze di Filaret Černov, Innokentij Annenskij, facendo propri alcuni tratti del simbolismo e alcuni cliché del Secolo d’Argento.

La poetica matura di Evgenij Leonidovič si caratterizza per una tendenza al primitivismo derivante dalla vena più popolare e carnevalizzata del modernismo [2], per un metodo e un linguaggio usati al fine di deformare la ricezione di una realtà grigia e negativa, a voler ribadire il rifiuto del canone imperante. Come precedentemente accennato, Kropivnickij si oppone alla lingua epurata, trasparente, monosignificante del socrealizm, causa principale dell’irrigidimento della produzione artistica (tutti tratti caratterizzanti il novojaz della cultura sovietica).

Assistiamo quindi alla tendenza a decostruire il vocabolario realsocialista, caratteristica peculiare di
altri artisti dell’epoca:

La volontà di spingere la parola oltre i limiti imposti porta gli scrittori concretisti nella direzione della ricerca di una nuova autonomia del linguaggio, a partire dall’annullamento dei molteplici significati che ne aveva calcificate le possibilità espressive.” [cit. p. 64]

Quella di Kropivnickij è una lingua sperimentale, testimone del presente, volutamente semplice, impoetica, quotidiana, priva di abbellimenti, che descrive la realtà nuda e cruda (concretismo), contrapponendosi sempre più alla lakirovka dejstvitel’nosti, l’imbellettatura della realtà, tipica del periodo sovietico. La semplicità formale diventa così l’artificio espressivo più utilizzato.

La scrittura pseudo-primitivista di Kropivnickij è vista come una reazione all’estrema semplificazione della lingua letteraria ufficiale. In questo egli è influenzato dal mondo del folclore con richiami alla častuška e alle blatnye pesni, anticipando così il successo che il folclore urbano avrà negli anni Settanta [3].

La concezione scrittoria di Kropivnickij si basa su concetti, quali l’ ‘anti-estetica’ e l’ ‘anti-artistismo’. L’uso del concetto di ‘anti-‘ implica il riferimento di una realtà letteraria, fittizia, a una realtà che viene rovesciata, resa iperbolica e assurda; [che] risulta quindi la rappresentazione speculare e paradossale (carnevalizzata) della prima. Tutti questi modi scrittòri venivano etichettati come ‘formalisti’, proprio per la preminenza (reale o supposta che fosse) dell’aspetto esteriore rispetto al contenuto.” [cit. pp. 50-51]

Per una miglior comprensione di quanto finora esposto, vi invitiamo a leggere i capitoli centrali del saggio (III e IV), incentrati sulla figura di Kropivnickij come poeta della periferia e della campagna.

Egli è definito un cantore della periferia (я поэт окраины): descrive la vita dei sobborghi non come osservatore esterno, ma come parte di quel mondo, provando a volte empatia con esso. Non giudica, non abbellisce, racconta la verità di una realtà che il regime sovietico tenta di tenere nascosta. La lingua usata, avvicinandosi al concretismo, è perciò diretta e volgare, senza fronzoli, rozza, libera.

Kropivnickij

Esiste anche un altro Kropivnickij, il poeta familiare che non ama far circolare i propri versi, che si
dedica a un ambito più ‘privato’ dell’esistenza, fuori da ogni tipo di legame con la Storia e con il
Tempo. Maurizio vede in questa dimensione personale “la volontà di definire i contorni di qualcosa
di atavico e puro, in un contesto che esigeva sempre di più una fedeltà cieca e un’obbedienza totale
a un diktat a cui Kropivnickij , come anche molti, non poteva e non voleva assoggettarsi.” [cit. p. 98]

A testimonianza di ciò, le sue poesie sulla natura, delle quali il critico letterario Jurij Borisovič Orlickij parla come di esempi di neorussoizm, neorousseauismo, dove la natura è concepita come qualcosa di estremamente puro e sovraumano. In esse è riscontrabile un esotismo addomesticato: c’è un voler tornare e scappare in un mondo armonico e pacifico, come in altri suoi contemporanei (Gor, Egunov). Possiamo assistere all’esposizione della dimensione privata anche nella sua attività pittorica, con opere che celebrano la mancanza di movimento rispetto alla dinamicità della vita.

Se da un lato quindi l’estetica primitivista di Kropivnickij decostruisce l’estetica ufficiale, dall’altro evoca emozioni semplici che rimandano all’immersione nella natura, nella campagna, in un mondo intatto e lontano dalla realtà sovietica.

Le linee di sviluppo fin qui esposte non sono un marchio prettamente kropivnickiano, sono bensì tendenze poetiche evidenti in altri autori del periodo, sebbene in maniera diversa. Proprio grazie alla ricorrenza di queste linee di sviluppo possiamo parlare di proto-samizdat, quella fase preparatoria al periodo del samizdat post-staliniano che si sviluppa dal dopoguerra e nel quale Maurizio individua quattro macrotendenze:

  • La poesia disimpegnata che rinuncia alla realtà fattuale in scrittura in favore della
    contemplazione dell’art pour l’art;
  • La poesia carnevalizzata che giudica negativamente il presente;
  • La poesia di stampo cittadino-documentale, implicitamente critica verso la realtà sovietica;
  • La poesia dissidente in senso stretto e apertamente critica.

In conclusione, il volume offre una panoramica della letteratura non ufficiale dell’epoca staliniana, di cui
alcuni esponenti fanno da collante tra la tradizione e le novità introdotte dal regime sovietico. Ognuno a suo modo rielabora il passato in funzione del presente (“strategie soggettive di sopravvivenza culturale e personale”), gettando così le basi per il samizdat del periodo post-staliniano. Ecco perché i lavori di molti autori di questo periodo sono fondamentali per ricostruire il gap culturale tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta.


[1] Il saggio è stato pubblicato da Stilo Editrice nel 2018 e presentato presso l’Associazione culturale Polski Kot al Salone OFF di
Torino nella primavera 2019. Si rimanda a tal proposito all’articolo del collega Federico Lattante:
http://russiaintranslation.com/2019/05/17/salone-off-massimo-maurizio-evgenij-kropivnickij/ .

[2] La carnevalizzazione della realtà è un procedimento tipico di altri autori: se in Kropivnickij la riscontriamo nella lingua, in Minaev,
suo contemporaneo, la troviamo ad esempio nel contenuto.

[3] Il riferimento a fonti folcloriche è tipico della cultura degli anni Venti, quando si andavano formando le poetiche di coloro che sarebbero diventati i protagonisti della scena underground dei decenni successivi.