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Recensione de “I patrioti”, di Sana Krasikov

Pubblicato nel 2017 negli Stati Uniti, vincitore del Prix du premier roman étranger nel 2019, I patrioti di Sana Krasikov esordisce in Italia grazie a Fazi Editore e con la traduzione impeccabile di Velia Februari.

Recensione a cura di Giada Ceruolo

[…] Forse sarei stato meno duro con lei se fosse stata una comune russa vittima di quella variante nazionale di sindrome di Stoccolma che i più chiamano patriottismo. Ma non lo era. Era, come lo sono io adesso, un’americana. E, a maggior ragione. Lei era cresciuta sulle vie costeggiate da olmi di Flatbush, Brooklyn, aveva dibattuto Il Federalista alla scuola superiore Erasmus Hall, era stata una delle prime studentesse di matematica del Brooklyn College, aveva ascoltato i discorsi alla nazione del presidente Roosevelt alla radio e aveva guardato Cagney baciare la Harlow sul grande schermo del Paramount. Per quanto fingesse di aver dimenticato tutto, non sono mai stato convinto che l’essere nata e cresciuta a New York potesse essere raschiato via dalla memoria come vernice a scaglie. Sicuramente, lo sostengo persino adesso, doveva aver assaggiato almeno una volta il sapore della libertà.

Il romanzo consta di 790 pagine, suddivise in 6 libri, ciascuno dei quali con un numero differente di capitoli. La Storia e le storie dei personaggi si sviluppano negli Stati Uniti, in Unione Sovietica e nella Russia di Putin, coprendo un ampio arco temporale che va dal 1932 al 2008, e vivono attraverso le vicende di tre generazioni – quella di Florence, di Julian e di Lenny.

Sin dalle prime righe del prologo, il lettore non può non immergersi nelle descrizioni dettagliate e suggestive della stazione ferroviaria di Saratov e dei personaggi che la popolano. È il 1956 e su un marciapiede si nota un uomo con un braccio solo, intento ad accendersi una sigaretta. Al suo fianco, un bambino di dodici anni, dall’aria pensosa e disperata. Una donna di circa 46 anni scende da un treno, con una valigia di cartone dagli spigoli rinforzati di metallo. È Florence Fein, madre di Julian e pilastro centrale di tutto il romanzo.

Con un salto a ritroso nella New York del 1934, si incontra una Florence più giovane, dai vivi occhi azzurri e dalla folta chioma, indomabile come la passione per un mondo diverso, quello sovietico, lontano dalle contraddizioni della realtà americana in cui ha vissuto per ventitré anni. Una realtà sociale e familiare che le sta stretta, nonostante l’amore e l’attaccamento alle proprie radici.

Nonostante il disappunto e la preoccupazione di Solomon e Zelda Fein, la giovane è irremovibile. Mossa dal sogno di una propria indipendenza, dall’idealismo e dalla speranza di ricongiungersi con un grande amore d’oltreoceano, Sergej Sokolov, decide quindi di lasciare New York e di imbarcarsi sulla nave Bremen. Durante il lungo viaggio, Florence conosce Essie Frank, una ragazza nella quale ritrova molto di sé e con la quale instaurerà un legame, che si consoliderà e che verrà messo a dura prova dai cambiamenti socio-politici del tempo.

Una volta giunta a destinazione, Florence affronta una realtà diversa da quella sognata e, a poco a poco, vede svanire il velo dell’illusione. Abbandonati gli agi della propria abitazione dapprima a Brooklyn e successivamente a Cleveland, Florence si ritrova a Magnitogorsk, a dover vivere con altre tre persone – una madre e una figlia, e una ragazza di campagna, visibilmente incinta sotto la pesante tuta da
lavoro – e a dover cercare un nuovo lavoro che le permetta di lavorare.

La giovane americana attira immediatamente l’attenzione delle compagne d’alloggio e, al tempo stesso, quella degli altri lavoratori dell’impianto. Nessuno riesce a trovare una spiegazione plausibile alla scelta della giovane donna. Florence sa che agli occhi di chi la guarda, la scruta e la giudica, il suo trasferimento in terra russa appare bizzarro e sospetto.

Nonostante le difficoltà iniziali, a Magnitogorsk, Florence trova lavoro come traduttrice e affianca un capomastro, addetto alla costruzione di un impianto chimico. Avendo del tempo a disposizione, Florence inizia ad esplorare gli innumerevoli cantieri, alla ricerca di Sergej; ciò non passerà inosservato e inizieranno a girare voci su un donna straniera che si aggira nella zona, in cerca del suo amante, un ingegnere russo.

Poco dopo, al Circolo degli ingegneri e dei tecnici, Florence ritrova Fëdor Zimin, anch’egli ingegnere e conosciuto precedentemente a Cleveland insieme a Sergej. I due si aggiornano sui cambiamenti delle proprie vite, l’uomo suggerisce alla giovane di far valere i propri diritti e la informa che Sergej non lavora più all’impianto. La notizia disorienta Florence, ma non al punto da convincerla a ritornare negli Stati Uniti.

Mentre l’economia americana arranca attraverso la Grande Depressione, la giovane si
trasferisce a Mosca e trova lavoro presso l’Ufficio estero della Banca centrale sovietica. Qui, incontrerà Grigorij Grigor’evič Timofejev, direttore dell’Ufficio valute estere, che avrà un ruolo importante nella vita di Florence. Durante il colloquio, Timofejev chiede:

«Lei lavorava alla Soviet Trade Mission di New York?». Stava leggendo una lettera dalla Amtorg firmata da un certo Scoop Epstein.

«Sì. Ero specializzata in contratti commerciali», rispose la giovane in un russo ingessato ma comprensibile, «acciaio, macchinari industriali, materiali speciali…»

«Non importa che faccia la lista. Con quali intenzioni è venuta nell’Unione Sovietica?»

Florence si era sentita porre molte volte quella domanda a Magnitogorsk e aveva scoperto che, a prescindere dalla risposta, i russi non erano molto soddisfatti. Siccome i suoi moventi avrebbero destato sospetti, alla fine aveva deciso di puntare sull’adulazione. «Sono molto colpita dalle moltissime cose che sono state realizzate in Unione Sovietica in così poco tempo. Voglio contribuire con il mio lavoro a una società che guarda avanti e che non stagna come quella…»

Timofejev la interruppe. «Ci sono molte persone che si trasferiscono qui in URSS per vivere e lavorare al solo scopo di denunciarci alla stampa borghese non appena se ne vanno. Come lei saprà ci sono già state parecchie diffamazioni da parte di quei sedicenti testimoni oculari».

I patrioti
I patrioti, traduzione di Velia Februari. Fazi editore, 2022.

Il 7 novembre del 1934, durante un corteo in onore di Stalin e degli altri eroi della rivoluzione, Florence incontrerà Leon Brink, poi padre di Julian. L’uomo lavora alla TASS, come giornalista d’esportazione insieme a Seldon Parker, è un personaggio profondo, tridimensionale che, nonostante il destino che lo attende, riesce a proteggere, a incoraggiare sua moglie e il piccolo Julik.

Sarà il primo della famiglia Brink ad essere arrestato; le motivazioni saranno numerose, ma Leon sarà arrestato principalmente per aver partecipato a una manifestazione in onore dell’ambasciatrice d’Israele, Golda Meyerson, e per aver tradotto articoli e documenti, dapprima ritenuti in linea con l’ideologia sovietica e successivamente bollati come materiale antisovietico e a favore del nemico.

Ora, è importante evidenziare uno degli avvenimenti più importanti del romanzo, ambientato a Mosca nell’inverno del 1936. Florence si reca all’OVIR, l’ufficio visti e registrazioni, poiché gli stranieri sono tenuti a rinnovare il permesso di soggiorno ogni tre mesi. Come già accaduto in precedenza, la giovane porge il passaporto americano e il visto a un’impiegata dell’ufficio che, dopo aver esaminato i connotati della donna, riporta le informazioni su un pezzo di carta, fa una seconda copia e restituisce il foglio alla giovane, trattenendo il passaporto.

Alla richiesta di Florence di riaverlo indietro, l’impiegata le comunica di tornare la settimana successiva, per ritirare il permesso di residenza. Dopo aver richiesto insistentemente la restituzione del passaporto americano, Florence esce dall’ufficio, in preda all’ansia e al panico; questi sono due stati d’animo che la pervaderanno a lungo.

Dopo una settimana, Florence tornerà all’OVIR, dove le daranno un nuovo documento redatto in cirillico, senza però restituirle il passaporto americano. È in questo momento che lei, così come Leon e, successivamente, tanti altri cittadini stranieri si ritroveranno spogliati della propria nazionalità e fagocitati da quella sovietica, diventando cittadini sovietici a tutti gli effetti e senza saperlo.

Da adulto, Julian rifletterà proprio su questo aspetto e su come gli Stati Uniti abbiano volutamente voltato le spalle ai suoi genitori e a tanti altri, ritenuti irrilevanti per la nazione, traditori e spie del nemico.

Julian nasce qualche anno dopo, in un clima di tumulti storici, ma circondato dall’amore dei suoi genitori, dall’affetto di Essie, dello “zio” Seldon e di Jaša. Sarà proprio quest’ultimo, un vecchio amico d’infanzia che, molti anni dopo, lo informerà della possibilità di richiedere al KGB il fascicolo riguardante Florence e il suo periodo di prigionia in un campo di lavoro a Perm’:

[…] «Hanno riaperto gli archivi. Non mi avevi detto che volevi recuperare il dossier di tua madre?». L’ho fissato senza parlare. A quell’uomo non sfuggiva niente. Era vero: una volta mi ero lamentato con lui per non aver colto l’occasione di richiedere i dossier dei miei genitori. Era successo poco dopo il ‘92, quando Boris El’cin aveva decretato che i vecchi archivi del KGB potevano essere aperti a chiunque avesse avuto un parente arrestato, ucciso o deportato sotto Stalin. Ma alcuni anni dopo quell’annuncio, l’accesso ai documenti era stato di nuovo interdetto, senza preavviso o spiegazioni, com’è tipico di noi russi.

Julian, ora sulla sessantina, è un esperto di navi rompighiaccio ed è impiegato nel settore petrolifero. Di solito, questa è una delle ragioni che lo conduce in Russia, a Mosca. L’altra è suo figlio Lenny. Dopo il suo incontro con Jaša Gendler, si è aggiunta una terza ragione, importante quanto il ricongiungimento con suo figlio: la richiesta del fascicolo su Florence Fein.

Nell’adulto determinato e cosmopolita, il rientro in Russia farà riemergere i ricordi, apparentemente sopiti, e i sentimenti del piccolo Julik. Come in un sogno lucido, a poco a poco, Julian rivede se stesso nell’orfanotrofio, nell’ufficio di Mark Pavlovič , il direttore e
l’uomo con un braccio solo alla stazione ferroviaria, davanti alle maioliche della banja di
Sandunovskie ripercorre l’ultimo ricordo con Leon.

Quando finalmente riesce ad ottenere il fascicolo, ogni informazione, luogo e dettaglio gli pervade la memoria, ogni istante dell’arresto di sua madre, di quel giorno, torna indietro come un boomerang. Davanti
ai suoi occhi, si palesa il ricordo della prigione Lubjanka. Il tono affilato e accusatore dei verbali gli infligge un dolore mai provato, lo induce a guardare sua madre da un’altra prospettiva e a rendersi conto di quanta forza e acume lei avesse, davanti agli accusatori.

Julian ricorda vividamente il momento in cui, spinto dal disincanto e dal desiderio di cambiamento, ha deciso di lasciare la Russia insieme alla sua famiglia, e vede chiaramente sua madre, ostinata a voler rimanere:

Il rifiuto di partire di mia madre è stato un solenne capolavoro di ammutinamento, monumentale quanto uno degli scioperi della fame di Gandhi. Nel 1978, mentre ci preparavamo a emigrare, non solo si era rifiutata di partire con il resto della famiglia; si rifiutava persino di pronunciare la parola “America”. Solo dopo aver sfiorato l’invalidità aveva iniziato con timore, con circospezione, ad affrontare l’argomento. «Pensate ancora di andare… in quel posto là?», erano le sue parole. Quel posto là.

La stessa ostinazione che si ripresenta nel carattere di suo figlio Lenny. Dopo aver vissuto negli Stati Uniti e mosso dallo stesso sogno d’indipendenza della nonna, il giovane ritorna a Mosca per crearsi una posizione e per nove anni lavora come consulente per un’azienda, la Westhouse Capital Partners (WCP).

Come un albero secolare, il personaggio di Florence sopravvive alle atrocità della storia e all’oblio della propria patria, acquista una maggiore tridimensionalità nella resistenza, rimanendo fedele a se stessa, nonostante tutto. Florence è una donna sagace, complessa e determinata, che non si perde di vista per un solo istante, nemmeno quando è prigioniera nei campi di lavoro a Perm’.

Julian riesce ad accedere a un capitolo della vita di sua madre totalmente inedito, riesce a vedere la ragazza che ha voltato le spalle al “dovere” e l’anziana che ha rinunciato alla libertà per il dovere a lungo trascurato. Riesce a guardare oltre se stesso e a ritrovare una connessione con suo figlio Lenny.

Con questo romanzo, Sana Krasikov offre al lettore un posto in prima fila nella narrazione di una storia lontana nel tempo, ma che riverbera nell’attuale contesto storico. Sebbene il numero di pagine possa intimorire, I patrioti è un romanzo estremamente scorrevole e godibile, che dovrebbe essere presente nella libreria di ogni lettore. È sicuramente uno dei romanzi migliori di questo 2022.

Sana Krasikov
L'autrice

Russia in Translation

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