Abbiamo deciso di unire le forze con un progetto che moltы di voi già conoscono e stimano. Con Andergraund Rivista, tradurremo in italiano una selezione di articoli della Novaja Gazeta. NG ha sempre dato voce al coraggio del dissenso, coraggio che è costato caro ad alcune/i collaboratori e collaboratrici della rivista: Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Viktor Popkov, Natalja Estemirova. Oggi NG diretta dal premio Nobel per la Pace 2021, Dmitrij Muratov, aggira la censura con piglio sagace e ironico proponendo contenuti brillanti e coraggiosi. Il nostro intento è rendervi accessibili questi contenuti!

A cosa servono le guerre?

Perché la dottrina propugnata dal “realismo politico” ricorda spesso “una guerra tra due zucche pelate che si contendono un pettine”?

Gli interessi della nazione

Nel 1982 la dittatura militare instauratasi in Argentina spedì 600 soldati ad invadere le isole Falkland, le quali si trovavano sotto il controllo della Gran Bretagna. Le autorità britanniche si precipitarono a difenderle. Ne seguì una breve guerra, alla fine della quale morirono 907 persone. Per fare un confronto, la popolazione totale delle isole all’epoca ammontava a 1800. Perché quella guerra è avvenuta? “In nome degli interessi della nazione, ovviamente”, potrebbe rispondere un fautore del realismo politico. Difendere i propri territori rientra negli interessi della nazione di ogni stato. E quando due nazioni ritengono come proprio uno stesso territorio, allora devono combattere per quel territorio. La dottrina del realismo politico vede lo stato come un attore. Come un essere umano dotato di paure, scopi e interessi propri. Solo che spesso questi interessi non coincidono con quelli della popolazione, la quale si cerca senza sosta di convincere che sia nel suo interesse salire su delle navi e attaccare un’isola la cui popolazione non vuole assolutamente nulla di tutto questo. Che prendere un’altra nave e attraversare l’oceano per difendere un’isola sia nel suo interessa. Lo scrittore argentino Borges chiamò quella nelle Falkland “una guerra tra due zucche pelate che si contendono un pettine”. La Gran Bretagna è riuscita a difendere il suo pettine, ma ancora oggi entrambi i paesi continuano a ritenere loro quei territori. La dittatura argentina, a proposito, cadde poco tempo dopo.

Invadere un altro stato, senza che il popolo di quest’ultimo fosse minimamente d’accordo, si è rivelata una pessima idea.  
Queste partitelle a scacchi per decidere di che colore sarà un territorio sulla mappa sarebbero anche divertenti. Non fosse che sono delle persone comuni a ritrovarsi nel ruolo di pedoni. Persone che muoiono pensando di servire un grande scopo. Per gli interessi del proprio stato.

Chi fu responsabile della Prima guerra mondiale?

La guerra più insensata della storia, è così che la Prima guerra mondiale viene spesso chiamata. C’erano molti pretesti, ma poche motivazioni. Ancora oggi va avanti un dibattito fra gli storici sul fatto che forse la guerra si sarebbe potuta scongiurare, o su chi sia stato a farla scoppiare. I dieci anni che precedettero la guerra furono dieci anni di terrore. Russia, Francia e Inghilterra temevano un attacco da parte della Germania, la quale stava sviluppando velocemente la propria industria, così come l’esercito e la flotta navale. La Germania temeva che Francia e Russia la sorpassassero dal punto di vista dello sviluppo industriale. L’Austria-ungheria e l’impero Ottomano temevano che la Russia avrebbe utilizzato gli dei Balcani per destabilizzare i loro imperi. Nel 1914 un nazionalista serbo, Gavrila Princip, assassinò l’erede al trono dell’impero austro-ungarico. L’impero equiparò la statualità serba, e perfino il suo intero popolo, a un gruppetto di nazionalisti radicali. E lo usarono come pretesto per iniziare la guerra. Il governo russo annunciò la propria mobilitazione, e questo trascinò in guerra anche la Germania, e questo trascinò dentro la Francia, e questo costrinse la Germania ad entrare in guerra con il Belgio, e questo trascinò in guerra la Gran Bretagna. In quella situazione avevano tutti paura di essere attaccati da uno degli altri. Ed è pienamente possibile che fosse una paura legittima. Tutti i paesi stavano conducendo una “guerra difensiva”. Ognuno dei paesi coinvolti avrebbe potuto iniziare la guerra. Ma fu l’Austria-Ungheria ad iniziarla. O meglio, i suoi governanti, la cui scelta provocò la morte di milioni dei loro “sudditi”. E lo stato cadde in pezzi. Durante gli anni che precedettero la guerra furono commessi molti errori. C’erano molte possibili vie diplomatiche che non vennero sfruttate.

Col senno del poi tutti i paesi coinvolti furono responsabili

Ma fu proprio l’Austria-Ungheria a far scoppiare una guerra a tutti gli effetti che distrusse decine di milioni di vite. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se la Francia non avesse ceduto l’Alsazia-Lorena alla Germania! Può darsi. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se la Gran Bretagna avesse gestito la propria politica estera in maniera più trasparente! Può darsi. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se la Serbia avesse accettato le condizioni dell’ultimatum. Può darsi. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se la Germania non avesse intrapreso una corsa agli armamenti. Può darsi. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se la Russia non avesse interferito con la sfera d’influenza austriaca. Può darsi. Ognuno di questi stati avrebbe potuto far scoppiare la guerra. Ma fu l’Austria-Ungheria ad iniziarla.

Uccidere Hitler

Hans Oster, vicedirettore del servizio di controspionaggio, è una delle figure della Seconda Guerra mondiale che vengono ingiustamente dimenticate. Lavorò segretamente contro Hitler per quasi tutta la sua carriera all’interno del Terzo Reich. Oster salvò molti ebrei facendogli passare il confine. Oster avvertì il governo dei Paesi Bassi dell’attacco imminente. Secondo le sue stime, questo avvertimento sarebbe costato la vita a 40.000 tedeschi. Svelare l’attacco oppure non farlo fu per lui un grande dilemma. Ma Oster arrivò alla conclusione che si trattava di un sacrificio necessario per salvare milioni di vite. E nonostante questo è un’altra la ragione per cui il general maggiore Oster si è guadagnato la sua fama. 

La cosiddetta “Cospirazione di Oster” venne pianificata nel 1938, prima dell’attacco tedesco alla Cecoslovacchia. Secondo il piano, una volta che Francia e Gran Bretagna fossero intervenute in difesa della Cecoslovacchia, i cospiratori avrebbero dovuto uccidere Hitler, porsi a capo della Germania e fermare la guerra. Ma Francia e Gran Bretagna non si mobilitarono per difendere la Cecoslovacchia. Decisero che il modo migliore per prevenire la guerra era cedere l’intero paese a Hitler. La guerra, ovviamente, scoppiò lo stesso. Ma per la “Cospirazione di Oster” ormai era già tardi. Oster farà un secondo tentativo nel 1943. Venne catturato e dichiarato colpevole di aver tradito la propria patria. Ma si può veramente considerare un traditore della patria? Oster lottò contro le autorità, contro il furher. Ma lottò per il proprio paese. E lottò contro la guerra.

Come delle proteste fermarono una guerra in Vietnam

Posso rispondere subito alla domanda: è grazie alla sua organizzazione che il movimento pacifista riuscì a influenzare la politica estera americana. Diversi gruppi pacifisti, da quelli liberali a quelli conservatori, fino ad arrivare a quelli anarchici o a quelli marxisti, riuscirono a compattarsi in nome di uno scopo comune. Non vi riuscirono sempre, ovviamente, c’erano spesso anche dispute e voci discordanti, ma “in determinati momenti le azioni del movimento pacifista, in particolare le manifestazioni di massa, giocarono un ruolo cruciale per la formazione della politica estera americana”, scrive Melvin Moll, storico che si occupa della storia del movimento pacifista. 

Erano diversi gli obiettivi che quest’ultimo si era posto. Il primo era quello di diffondere informazioni sulla guerra rompendo le maglie della censura. Il secondo era invece quello di “normalizzare” il rifiuto della guerra: molti americani non se la sentivano di protestare “contro il proprio paese”. Non tutti erano pronti ad essere come Hans Oster. Per questo era importante dimostrare che rifiutare la guerra non significava lottare contro il proprio paese, ma contro l’azione del governo. Infine era necessario costruire un movimento pacifista di massa e trasformarlo in una forza politica, la quale a sua volta avrebbe potuto gravare sul prezzo di quella guerra. Renderla svantaggiosa. Il governo americano represse duramente le proteste, ci furono arresti e persecuzioni. Ma il movimento pacifista continuò ad estendere le proprie radici. Lo fece adottando diverse strategie: rifiuto della leva militare, organizzazione di comizi contro la guerra pubblici o segreti, proteste, marcie davanti al Pentagono, scioperi da parte degli operai, disubbidienza civile e sabotaggi.


«Quando pensate che il vostro governo stia commettendo un crimine, oppure che non stia andando incontro alle esigenze del proprio popolo, dovete alzarvi e dire la vostra. Se non vi danno ascolto, dovete essere ancora più risoluti. Con il numero giusto di persone potete superare in forza la polizia, resistere funziona. Noi americani, oggi, abbiamo tutti i presupposti per protestare e ribellarci». (Bill Zimmerman, attivista durante il periodo della guerra in Vietnam)

Il fallimento della più grande protesta della storia

Furono 10-15 milioni circa le persone che uscirono a protestare contro la guerra in Iraq. Di proteste ce ne furono in tutto il mondo. Ma nonostante questo la guerra continuò. Perché? È da tempo che sociologi, attivisti e politologi cercando di rispondere a questa domanda. Le proteste ebbero comunque un risultato: cambiò il partito alla guida degli USA. Il Partito Repubblicano, che aveva iniziato la guerra, perse alle elezioni contro il Partito Democratico. Le proteste avevano influenzato molto l’opinione pubblica. Il 20 % degli interpellati disse di aver assunto una posizione anti-guerra a causa delle proteste. Dopo la sconfitta dei repubblicani alle elezioni il movimento pacifista si acquietò. Ma i democratici non fermarono la guerra, e presto ne iniziarono un’altra in Libia. Dalle proteste contro la guerra in Iraq possiamo trarre tre conclusioni: 1) le proteste di massa possiedono una forza unificatrice, aiutano le persone ad organizzarsi fra loro e cambiano l’opinione pubblica. 2) in dei paesi democratici, delle proteste possono influenzare le elezioni, ma perfino in questi casi non sempre ottengono il risultato sperato.
In un paese in cui vige una forma di democrazia diretta, sarebbe possibile fermare la guerra tramite mobilitazione di massa da parte delle persone in quanto quest’ultime, al posto di sedicenti “interessi della nazione”, hanno davvero a cuore i propri interessi e quelli delle persone che gli sono vicine;
In una democrazia rappresentativa come gli Stati Uniti le proteste sono riuscite a far insediare un altro partito al potere, ma per il resto poco è cambiato. Questo avviene a maggior ragione negli stati totalitari. Negli stati totalitari viene creata l’illusione che non esista alcuna scelta. 3) le proteste sono necessarie per riunire sotto un’unica bandiera i diversi movimenti. Servono a far capire alle persone che si oppongono alla guerra che non sono sole. Ma questo ancora non basta a fermare una guerra.

No

Il mondo ricorda Alessandro il Macedone come un «grande uomo». Gli abitanti di Persia, Siria e Anatolia lo ricordano invece come un genocida. Alessandro intraprese una serie di guerra, rendendo il proprio impero decine di volte più grande. Dalla Grecia arrivò fino all’India. E, ossessionato da quella missione “affidatagli dagli dei”, non era mai stato intenzionato a fermarsi. A quel tempo gli “interessi della nazione” erano un sinonimo per i “capricci del sovrano”. Dopo diversi anni di campagne militari Alessandro mise gli occhi sull’India. Soldati macilenti a migliaia di chilometri da casa… si rifiutarono di combattere. «Nessuno può fermare una guerra, a meno che non siano le persone stesse a rifiutarsi di andare in guerra», ha detto una volta Albert Einstein.
«La patria, la gloria, l’onore militare, l’alloro: tutte queste sono parole vuote che servono solo a mascherare l’orrore, la mostruosità e la violenza della guerra. Servono a tenero vivo lo spirito combattivo, a giustificare la guerra, ci hanno mentito con cinismo dicendoci che lottavamo in nome della verità e della giustizia, e non per le loro ambizioni, la loro avidità e i loro interessi finanziari». (Louis Barthas, scrittore, artigiano, soldato e socialista. Veterano della Prima guerra mondiale).

 

Articolo di: Andrej X.
Traduzione: Matteo Annecchiarico
Materiale pubblicato venerdì 18 Marzo 2022 sul numero 28 di “Novaja”