Abbiamo deciso di unire le forze con un progetto che moltы di voi già conoscono e stimano. Con Andergraund Rivista, tradurremo in italiano una selezione di articoli della Novaja Gazeta. NG ha sempre dato voce al coraggio del dissenso, coraggio che è costato caro ad alcune/i collaboratori e collaboratrici della rivista: Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Viktor Popkov, Natalja Estemirova. Oggi NG diretta dal premio Nobel per la Pace 2021, Dmitrij Muratov, aggira la censura con piglio sagace e ironico proponendo contenuti brillanti e coraggiosi. Il nostro intento è rendervi accessibili questi contenuti!

“Non sparare!”, e loro sparano

Dove sono finiti gli appassionati di Ševčuk e Grebenščikov, e i lettori di Čechov e Tolstoj?

Le rock-star tacciono. Dopo il 24 febbraio, la maggior parte di loro si è pronunciata a favore della pace e categoricamente contraria a ciò che stanno facendo le forze armate della Federazione Russa in questo momento. Poi, il silenzio: né concerti, né nuove canzoni sull’argomento. Qualcuno se n’è andato, qualcun altro ha paura, ma in realtà la ragione è un’altra. Non capiscono perché dovrebbero continuare a cantare. «Hanno cantato per così tanti anni, che differenza fa se ora stanno zitti», come è stato detto riguardo a Grebenščikov. Difficile immaginare una disparità fra sforzo e risultato più grande di questa. Hanno fatto una cosa e in cambio ne hanno ricevuta un’altra completamente diversa.

Il rock russo, fin dal momento della sua nascita, è sempre stato di stampo pacifista. Questo fenomeno è ricollegabile sia alle sue radici hippie, sia al generale orientamento umanistico della letteratura russa. Per questo il Rock in Russia non è diventato un fenomeno musicale a pieno titolo poiché esso, come trent’anni fa, è una delle forme in cui la letteratura continua a esistere, e questo significa che è un’erede di Tolstoj, Čechov, Platonov, Šalamov, Brodskij. Di autori che ci hanno insegnato che è l’uomo ad essere la cosa più preziosa al mondo, e non i cadaveri. Che avere compassione è meglio che odiare.


La parola che inizia con “G”, vietata dal Roskomandzor, è sempre stata utilizzata dai nostri musicisti con un’accezione negativa: «Ce ne fottiamo dell’operazione speciale!» (Ol’ga Aref’eva) «L’operazione speciale dei cent’anni» (Nojz), «Fermate l’operazione speciale!» (Adaptazija), «Non abbiamo bisogno di nessuna operazione speciale» (Elektropartizany). Ma anche in chiave metaforica, come fa Tsoj: «E fra cielo e terra, l’operazione speciale». E quello stesso Tsoj si pronuncia anche riguardo la denuclearizzazione.


Esiste un mare di citazioni. E ognuna di esse è adatta per descrivere quello che sta succedendo adesso.

«Tarakany!»

Libertà, uguaglianza e fratellanza, alla gogna! Quando scoppia una rissa simile, nessuna vergogna! Non gli bastano i soldi, territori e potere non gli bastano Hanno bisogno di un nemico, del sangue bramano. Non ci sono dubbi: quando un fratello spara ad un fratello, Colpevole è colui che ha dato i mitra ai propri fratelli.

Свободу, равенство и братство — на свалку!

Когда идет такая драка — не жалко!

Им мало денег, мало власти и территорий,

Им нужен враг, они не могут теперь без крови.

Сомнений нет: везде, где брат стреляет в брата,

Повинен тот, кто братьям выдал автоматы.

«Nautilus Pompilius»

Se fosse nero,

se anche fosse il diavolo in persona,

Ma qualcuno di importante

Che eternamente grida di andare all’attacco

Ha ordinato di attaccare l’estate

e mi ha trascinato nella sabbia

Vedo del fumo

Là dove non mi trovo io,

Sento odore di bruciato,

Non voglio conoscere la creatura,

Che brucerà questo cielo.

Был бы черным Да пусть хоть самым чертом, Но кто-то главный, Кто вечно рвет в атаку Приказал наступать на лето И втоптал меня в хаки.

Я вижу дым Там, где я не был, Я чувствую гарь, Я знать не хочу ту тварь, Кто спалит это небо.

«Lumen»

I corpi a terra sono freddi a causa dei bossoli

Con i proiettili in cielo annientano le anime,

Qualcuno impazzisce dal dolore,

Ma ci sono anche quelli che non vengono soffocati dalle lacrime,

Denaro e petrolio gli sono più cari del sangue,

è come se ognuno di loro fosse nato da una macchina.

Tutto quello che vogliamo è non vivere come loro,

Scegliere con il cuore che abbiamo in petto, e non con un iceberg!



Гильзами стынут тела на земле,

Пулями в небо срываются души.

Кто-то от горя сходит с ума,

Но есть и такие — их слезы не душат.

Деньги и нефть им дороже, чем кровь,

Словно каждый из них родился машиной.

Мы просто хотим жить не так, как они,

Сердцем в груди выбирать, а не льдиной! 

Grebenščikov:

Ogni volta che mi dicono che siamo insieme, mi ricordo di una cosa: a portare più soldi è „Cargo 200“.

I cani sono morti soffocati a forza di ululare

Non ci hanno insegnato a vivere, ma a morire in piedi.

 

Каждый раз, когда мне говорят, что мы вместе,

Я помню: больше всего денег приносит «груз 200». Собаки захлебнулись от воя.

Нас учили не жить, нас учили умирать стоя.

Prestate attenzione: non si tratta di gridare un semplice “no!”. È un’analisi chiara, una risposta alle domande “Chi è il colpevole?” e “Per quale motivo?”. L’unica risposta che manca è quella alla domanda “Che facciamo?”.

In Russia la quantità di canzoni pacifiste è enorme, più che in tutti gli altri paesi del mondo, fatta eccezione forse per gli Stati Uniti. Il motivo è chiaro: viviamo in uno stato in perenne conflitto. Solo nell’arco della mia vita sono sopraggiunte sette “operazioni speciali”, a cui le nostre truppe hanno preso immediatamente parte: Afghanistan, la prima guerra in Cecenia, la seconda guerra in Cecenia, Georgia, Siria, Ucraina 2014, Ucraina 2022. Avremmo voglia di pensare a qualcos’altro, ai fiorellini, alle intuizioni sulla società presenti nell’opera di Gills Deleuze, ma è dura, non ci si riesce. È questa la spada di Damocle sotto la quale viviamo.

Da noi ci sono anche canzoni militaresche. Un esempio lampante è quello Aleksandr Skljar con le canzoni “Milioni” e “Prenderemo Manhattan, e poi Berlino” (un nonsense geografico, sarebbe più logico fare nell’ordine inverso, Berlino è più vicina, ma ci piace complicarci la vita). Gli autori del genere sono pochi, e in tempi di pace la loro voce non ha avuto quasi nessuna risonanza. Ancora più sorprendente è il fatto che, quando l’ora X è arrivata, è stata proprio la loro voce a risuonare, e a nessuno è importato che gli altri se ne siano rimasti zitti.



Come hanno fatto quelli che ascoltavano “Non sparare” di Ševčuk, e veniva ascoltato da mezza Russia, a prendere in mano il mitra e a sparare a delle persone? Oppure ad approvare degli omicidi?

Prestate attenzione: non si tratta di gridare un semplice “no!”. È un’analisi chiara, una risposta alle domande “Chi è il colpevole?” e “Per quale motivo?”. L’unica risposta che manca è quella alla domanda “Che facciamo?”.

In Russia la quantità di canzoni pacifiste è enorme, più che in tutti gli altri paesi del mondo, fatta eccezione forse per gli Stati Uniti. Il motivo è chiaro: viviamo in uno stato in perenne conflitto. Solo nell’arco della mia vita sono sopraggiunte sette “operazioni speciali”, a cui le nostre truppe hanno preso immediatamente parte: Afghanistan, la prima guerra in Cecenia, la seconda guerra in Cecenia, Georgia, Siria, Ucraina 2014, Ucraina 2022. Avremmo voglia di pensare a qualcos’altro, ai fiorellini, alle intuizioni sulla società presenti nell’opera di Gills Deleuze, ma è dura, non ci si riesce. È questa la spada di Damocle sotto la quale viviamo.

Da noi ci sono anche canzoni militaresche. Un esempio lampante è quello Aleksandr Skljar con le canzoni “Milioni” e “Prenderemo Manhattan, e poi Berlino” (un nonsense geografico, sarebbe più logico fare nell’ordine inverso, Berlino è più vicina, ma ci piace complicarci la vita). Gli autori del genere sono pochi, e in tempi di pace la loro voce non ha avuto quasi nessuna risonanza. Ancora più sorprendente è il fatto che, quando l’ora X è arrivata, è stata proprio la loro voce a risuonare, e a nessuno è importato che gli altri se ne siano rimasti zitti.

O perché non hanno detto semplicemente “no”? Qualcosa non quadra. Cazzeggiavano con la musica in sottofondo senza ascoltarne il testo? Avevano deciso che il testo non significava niente? Che Ševčuk non stesse cantando per loro? Che la “Mia patria mangia i suoi figli come una scrofa” di Grebenščikov fosse stata fatta così, per amor di battuta? Ma lei li mangia davvero.

Difficile credere che le parole e le canzoni siano diventate polvere, che sia stato tutto inutile. Negli ultimi tempi a Mosca e a San Pietroburgo si sono tenuti i festival “Diamo al mondo una chance”, “Desertir-festival” e “Finché non è troppo tardi”. I videoclip dei DDT e degli Akvarium hanno fatto milioni di visualizzazioni. Tutto questo non può semplicemente prendere e sparire. Dove siete, fan di Ševčuk, di Grebenščikov, di Nojz, dei Tarakany, di Oblomov, dei Nesčastnyj slučaj, dei Kino, e lettori di Tolstoj e Čechov? È il vostro paese questo.

Sette canzoni risalenti ai tempi in cui tutti sapevano che la pace è una buona cosa, mentre il suo contrario non lo è.

Autore: Jan Shenkman Traduttore: Matteo Annecchiarico

Materiale uscito sul n° 27, mercoledì 16 marzo 2022