Intervista a Eduard Limonov

Intervistare un famoso scrittore è sempre un’esperienza elettrizzante. Immaginate di poter ascoltare in prima persona i pensieri complessi di chi riesce organicamente a trasporli su carta, quegli stessi pensieri che riescono ad intrappolare le nostre ore serali tra una riga d’inchiostro e l’altra. Bisogna specificare che Eduard Limonov non era un semplice scrittore, ma un vero e proprio personaggio pubblico, noto per il proprio estremismo politico e il suo fare eccentrico. Siedo in una sala raccolta dai muri gialli, ed eccolo arrivare. Altissimo, smilzo, con un ciuffo sgarbato di capelli bianchi e il viso occhialuto e severo. Sembra visibilmente scocciato. Noto con un po’ di apprensione la sua resistenza a sedersi per l’intervista, occupa proprio il posto di fronte al mio tra gli spettatori con fare di sfida: dentro di me non riesco davvero a comprendere come un corpo così visibilmente fragile possa trasudare tanta energia. Infine, lo staff con qualche sorriso riesce a piegare lo scrittore, che siede indolente a rispondere alle numerosissime domande, delle quali propongo una selezione.

Cosa ne pensa dello stato attuale della letteratura? Oggi si parla di morte del romanzo: cosa ne pensa?

E.L.– Tutti hanno perso interesse per la letteratura. Già Dostoevskij ne parlava. Io non sopporto il fatto che qualsiasi stronzo scriva cose. Bisogna scrivere quando davvero bisogna dire qualcosa di serio. Uno scritto è un prodotto del ragionamento di una persona, non semplice fiction. Ultimamente scrivo prevalentemente saggi, i miei romanzi risalgono agli anni ‘80.

Qual è il suo genere preferito?

E.L.– Certamente non il romanzo, amo la saggistica. Oggi vengono pubblicati troppi libri, assolutamente non interessanti, tra i quali non si sa quali scegliere. Sento che la letteratura oggi non risponde più alle domande che ognuno di noi si pone. Lo dovrebbe fare, ma ormai siamo in un periodo di transizione. Ciò che prima era vero, oggi non lo è più.

Cosa ne pensa della stampa russa?

E.L.–  Pubblico prevalentemente on-line e non sempre è possibile. Sono relegato ai margini, ma continuo a scrivere attivamente. Un esempio della mia produzione giornalistica è il testo Limonov protiv Putina [Novyj Bastion, 2006]. Devo lavorare autonomamente per la divulgazione dei miei testi giornalistici, all’ovest è molto più semplice.

Che influenza ha avuto su di lei il post-modernismo russo? Legge l’attuale letteratura russa? Quali libri consiglia per conoscere la Russia?

E.L.– Non risento l’influenza di nessuna corrente letteraria russa in particolare, avendo scritto prevalentemente in Francia. Sulla mia esperienza di scrittore ha certamente più peso la mia storia personale. Le proposte letterarie sul mercato russo non sono abbastanza intelligenti. Sarkozy suggerì di leggere la biografia di Carrère per conoscere me [Limonov, Adelphi, 2012]. Non posso consigliarvi nulla, cercatevela da soli!

Quali scrittori europei o americani ha amato di più? Ho letto che ha apprezzato particolarmente l’arte di Pier Paolo Pasolini.

E.L.– Pasolini mi ha ispirato sul piano politico per il suo coraggio e la radicalità. Ho capito, grazie a lui, che non bisogna aver paura di prendere posizione. Molti scrittori contemporanei sono degli stupidi. C’è bisogno di qualcuno che dica qualcosa di nuovo sull’uomo. Leggete Dante? Vi dice qualcosa sul mondo di oggi? Perfino Marx oggi è invecchiato. Sono andato a una conferenza su Marx e ci ho trovato dei liberali. Non bisogna più leggere Freud, Tolkien. È roba del Novecento che oggi non vale più perché inventata nel passato per spiegare il mondo del passato e categorizzarlo. Le idee del Novecento sono morte, come lo stesso comunismo, di cui rimangono solo dei deboli rimasugli.

Qual è l’essenza del nazionalbolscevismo?

E.L.– (sorride malizioso) Fare esplodere tutti i supermercati! Ho fondato per primo un partito con idee di sinistra e destra contemporaneamente, eppure non sono mai stato invitato in Germania, perché mi ritengono un fascista.

Cosa ne pensa dell’influenza della Russia sui partiti europei?

E.L.– La Russia non capisce perché, dopo il trionfo della Seconda Guerra Mondiale, si trovi ad avere un ruolo secondario. Ora vuole tornare ad avere un ruolo di primo piano sulla scacchiera mondiale. Si propongono solo immagini negative della Russia nei film, così come i paesi a lei confinanti ne lamentano l’ingerenza. È un fatto di confini: noi russi, per esempio, siamo spaventati dalla Cina. Ora però siamo con loro partner commerciali, questo perché l’Europa ci ha spinto là. La Russia però è una nazione europea, fa parte dell’Europa, ma l’influenza americana ci costringe a costruire condotti petroliferi qua e là, imponendo sanzioni e costringendoci a patteggiare con l’Ucraina. Ci sono confini reali e amministrativi: nessuno lo capisce. Germania e Italia tra l’altro sono paesi occupati, ci sono basi americane sparse in tutto il vostro territorio. Ora non possiamo parlare allo stesso livello.

Ha un’idea positiva o negativa di Matteo Salvini? Lei pensa sia credibile che abbia ricevuto finanziamenti russi?

E.L.– Secondo me tra due anni avrà il 40%. Io ho un’idea molto positiva di lui, sono stato anche tra i Gilet Gialli in Francia. Sotto i ponti ovunque ci sono migranti, che colonizzeranno l’Europa,  colonizzeranno tutto come voi europei prima di loro. Non si tratta di razzismo. Il razzismo è un modo per farvi cambiare idea sulla questione dei migranti. Il mondo di oggi è nuovo, e fascismo e razzismo sono concetti vecchi. Sono concetti che disturbano la reale visione del mondo. Riguardo ai finanziamenti: quando Lenin fu accusato di ricevere soldi dalla Germania, gli storici hanno capito che gli Stati Europei dell’Alleanza avevano finanziato la prima Rivoluzione Borghese. Bisogna prendersi i soldi e poi agire alla propria maniera. È possibile, però, che a un paese ricco come il vostro servano soldi della Russia?

 Ci spostiamo dunque nella struttura della Nuvola, dove un folto pubblico di curiosi è venuto ad ascoltare la conversazione tra due bombe ad orologeria: Giuseppe Cruciani, giornalista dal noto temperamento, e il nostro amato Limonov, con mediazione di Sandro Teti, editore del testo Il Boia. Si inizia con le presentazioni di rito e un’introduzione al Boia, definito dal noto cronista de La Zanzara come un testo dallo stile veloce, simile a una sceneggiatura cinematografica. Esclusa la possibilità di un legame biografico tra il protagonista, Oscar, e l’autore, la chiacchierata si sposta velocemente su ciò che costituisce il tessuto connettivo del testo e, se posso, uno specchio per le allodole atto ad attrarre un nutrito pubblico di curiosi: il tema del sesso violento.

G.C.– Ho trovato il libro molto crudo per le sue descrizioni sessuali. Cosa nasconde questa bulimia sessuale? C’è qualcosa di autobiografico?

E.L.– Non è la mia storia, non ho nessuna relazione col protagonista. L’unica cosa che posso dire è che una volta ho incontrato un polacco che ha ispirato il personaggio di Oscar. A metà degli anni ’70 mi trovavo a Les Jardins, dove si faceva sesso sadomaso. Ho assistito a show con giovani muscolosi e vestiti di pelle e  parlando con uno di loro, mi ha raccontato la sua vita. Voglio sottolineare la somiglianza con il film Joker: anche nel mio romanzo il protagonista vive una vita povera a New York, e cerca di riscattarsi ed evadere da quel contesto. È la storia di due freak. In Olanda il romanzo è stato tradotto come “Il bacio dello scarafaggio” . In Russia ha venduto più di un milione di copie. Allora la gente leggeva molto, ora non più.

G.C.– Mi può dire di più sulla sua  passione per il tipo dell’outcast/loser? Mantiene ancora questo interesse per il perdente?

E.L.– Ho scritto “il diario di un fallito”. Tanti personaggi famosi furono loser, ma vedete come sono ora. Sono dei miti per noi, hanno lasciato delle orme gigantesche per noi. In Joker infatti il brutto è la fine: c’è un’enfasi sulla malattia del protagonista, ed è questo il segnale della malattia del nostro tempo. Hollywood mostra che solo una persona squilibrata può attentare al potere.

G.C.– Ho letto che ha un rapporto difficile con lo scrittore della tua biografia. Cosa non sopporta di lui, che ha fatto più soldi? È invidioso del suo successo? Presto sarà girato un film sul libro di Carrère, collaborerà?

E.L.– È figlio di un industriale e di una segretaria dell’accademia francese. È un borghese, io invece sono un estremista. Chi compra i libri? I borghesi. Io ho venduto 600.000 copie in  Francia. Lui ha gestito la mia biografia a modo suo, ha buttato su di me temi “diversi” e controversi ed ha espunto da essa passi più importanti, per creare l’immagine di un soldato rivoluzionario e idiota. I libri più interessanti gli editori non li vogliono, tra cui anche tu (si rivolge a Sandro Teti), pensando che questi si vendano meglio. [Carrère, n.d.r] Non avrebbe vinto il Premio Goncourt se avesse scelto un altro soggetto. Devo dire che gli sono grato, se dei compagni francesi estremisti lo avessero scritto, non sarebbe stata la stessa cosa, avrebbe venduto poche copie. Quando mi chiedono di Carrère, rispondo che gli sono riconoscente. Col suo libro, nonostante avessi già pubblicato, mi ha ridato vita e notorietà. Collaborerò al film sul suo testo.

G.C.– Cosa ne pensa del politicamente scorretto? Alcune parole sono materiale da tribunale addirittura. Nel 2019 ci sono parole proibite perché offensive. Oggi se voglio dire che una donna ha un bel culo, risulta offensivo. Cosa ne pensa? Lei conosce il movimento del Me Too? Che idea si è fatto?

E.L.– Io credo nella libertà del cittadino e della persona. Adesso dovunque ci sono divieti e lacci. Le donne sono stufe delle nostre prevaricazioni, sono state schiavizzate e asservite. Io penso che non finirà così, ci sarà una guerra dei generi. Rispetto alla libertà d’espressione, in Russia ora si assiste a una ipocrita infantilizzazione della società, dove ogni libro e film hanno un limite per l’età di lettori e spettatori, mentre poi film pornografici sono disponibili ovunque, lo stesso per le bevande alcoliche. Questo lo fanno per diminuire i diritti, non per il bene dei bambini. È una tendenza negativa, non va fatta propagare, ma va fermata. Conosco Me Too. Io credo che ciò sia sorto dal cinema, da alcune attrici che durante la carriera si sono prestate a questo consenzientemente, ai fini della carriera. C’è però una speculazione su questo. Certo che qui sono circondato da uno che fa di tutto per vendere (ammicca a Sandro Teti) e da un maniaco sessuale (si rivolge a Giuseppe Cruciani).

Articolo a cura di Valentina Bagozzi presso Più Libri Più Liberi: Festival Nazionale della Piccola e Media Editoria

Russia in Translation

Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa. Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.