5 domande al regista del film Babai, Artem Aisagaliev

Continuiamo a raccontare cosa pensano e filmano i giovani autori russi. Andiamo a conoscere Artem Aisagaliev, regista di origine russa trapiantato in California. Il suo film di formazione Babai, che ha per protagonisti due fratelli adolescenti, è stato proiettato a Rotterdam, echeggiando fino al Garage Screen del New Holland Island International Debut Film Festival.

Note utili:

― Babai è il debutto sperimentale dalla Russia a metà strada tra fiction e documentario. I fratelli Mark e Gesha sono parte di una famiglia incompleta. Il padre, un duro, non è in grado di mostrare
sentimenti. Radicato nel folklore slavo, questo è un film di formazione di estremo tatto, che immerge lo spettatore nel mondo di un bambino, delle sue paure, dei suoi traumi e delle sue speranze.
― Babai, l’unico film russo a partecipare al festival del cinema di Rotterdam, è entrato nel programma speciale “Made in Russia” al New Holland Island International Debut Film Festival.
― Il Babai è uno spirito notturno del folklore slavo che i genitori usano per intimidire i bambini
disubbidienti.

Perché ha deciso di fare un film di formazione? Il cinema può aiutare di superare i traumi e le paure dell’infanzia?

Sembrerà strano, ma la prima idea che mi è venuta è stata quella della morte. Pensavo che sarebbe stato principalmente un film sulla vecchia generazione. C’è una forte somiglianza tra la condizione della persona durante la vecchiaia e nel periodo adolescenziale. E io volevo guardare più da vicino, volevo sapere cosa fosse esattamente questa somiglianza. Forse sarebbe meglio elaborare le paure ed i traumi nella vita stessa. E ciò che fai, in un modo o nell’altro, troverà comunque il modo di entrare (tanto più che il cinema e la vita sono molto simili). Non penso abbia senso lavorare a qualcosa solo per liberarsi dei traumi o per elaborarli. O anche avere un obiettivo diverso dal provare a fare qualcosa. Sono dell’idea che se uno si sforza troppo, non ne esce fuori nulla di buono. Devi fare ciò che ritieni giusto in quel dato momento. E poi, fidarsi più della tua testa che delle tue intuizioni può nuocere al film. Bisogna trovare il giusto equilibrio, credere in se stessi e nelle proprie sensazioni più che in qualsiasi altra cosa.

Perché ha voluto la regista Sasha Kulak, che in genere si occupa di documentari, come direttore della fotografia? Ha condiviso con lei i compiti della regia?

Mi interessavano due cose: trovare qualcuno che la vedesse esattamente come me. Era necessario che ci capissimo al volo, per riuscire a creare l’immagine che volevo per questo particolare film. Doveva essere una persona del cui lavoro di cinepresa potessi fidarmi ad occhi chiusi, in modo da potermi concentrare sugli altri miei compiti. E poi, ovviamente, doveva essere una persona in grado di adattarsi facilmente a diverse situazioni. Per me era importante che fosse qualcun altro ad occuparsi di filmare, essendo completamente coinvolto nel progetto, seppur in qualche modo un po’ dall’esterno. Dapprima, Sasha e io piuttosto dividevamo tra noi il lavoro di cinepresa, proprio all’inizio, quando abbiamo iniziato a filmare la famiglia e gli attori si stavano ancora abituando alla presenza della cinepresa. Ho lavorato molto a stretto contatto con Sasha, con l’editore e con altri partecipanti al progetto, ai quali sono molto grato.
Una di queste persone non è nemmeno più con noi…
Si trattava di una piccola squadra, quindi ci siamo spesso aiutati durante il processo e abbiamo parlato tanto. Le decisioni principali spettavano a me, ma volevo che nel tutto si combinassero anche le intuizioni degli altri
partecipanti al progetto, in modo che ognuno si sentisse libero di apportare qualcosa di suo e di fare ciò che voleva. Alla fine, ognuno ha fatto il suo, ma eravamo imbarcati nello stesso viaggio. Ora una parte di queste persone e le loro idee resteranno nel film per sempre. Era importante che fossimo tutto collegati, in qualche modo.

Alla fine del film c’è un episodio molto violento. È una messinscena?

Sì, in parte. Per me, quella scena serve mettere un punto alla frase, serve a riassumere ciò che è successo nel film fino a quel momento. Magari chi guarda il film la interpreterà in modo diverso, e va bene così.

Si può parlare della nuova generazione di registi russi come di un gruppo di persone che la pensa allo stesso modo?

Probabilmente sì. Certo, poi ognuno segue la sua strada. Pero sì, si sente questa forza nuova, lo si percepisce anche tra amici. È fantastico, e spero che vada avanti e continui a svilupparsi in questo senso.

Come è stato accolto il film a Rotterdam e agli altri festival europei?

Il film è stato accolto in modi diversi: c’è che l’ha odiato e chi l’ha amato moltissimo. Una varietà estrema. Questo è il miglior indicatore per me. Ogni persona ha una propria percezione, e la presenza di forti disaccordi non può che farmi felice, questa è la risposta più corretta.

 

FONTE: daily.afisha.ru , 31 agosto 2020 – di Aram Ustjan, traduzione di Elena Vaccaro

Elena Vaccaro

Laureata in Mediazione Linguistica. Il russo è stato una forza che ho sentito tirarmi molti anni fa, ma che ho ignorato: pensavo che l’attrattiva sarebbe presto scomparsa. Dopo nove anni, immensi giri, e la certezza che il desiderio di studiare russo mi avrebbe perseguitata per sempre, ho finalmente ceduto e mi sono trasferita in Russia. Ora che l'ho lasciata, la nostalgia si fa sentire. Tradurre per RIT è per me un modo per colmare la distanza che mi separa da questo Paese così affascinante e così mal rappresentato.