Come bruciano le rose del paradiso

Sasha Semenova parla di migrazione, del suo gruppo punk KRUPÁ e di lesbismo politico.
Cover dell’album Rose del paradiso. Foto: Lunio

Sasha Semenova è l’autrice dei testi nonché la batterista del gruppo punk KRUPÁ, il cui album di debutto [Rose del paradiso] è uscito nell’autunno del 2018. La voce dirompente della solista Lunio e i testi potenti, nei quali si uniscono la risata sardonica al sistema e i riferimenti alla cultura moderna, ricordano i pezzi di gruppi come Dšenskaja Bolesn’ e Solomennye Enoty. Nel febbraio 2020 KRUPÁ ha pubblicato il nuovo album, La gioia di vivere. Ira Merkulova ha parlato con Sasha della vita da migrante a Vienna, della ricerca del compromesso e dello spazio personale nella comunità queer, di lisbismo politico e, ovviamente, di musica.

Le KRUPÁ in tram. Foto: Irina Merkulova

Come avete organizzato la band a Vienna? Siete lì da tanto tempo?

Sì, ormai siamo a Vienna da un po’. Noi migranti di lingua russa, persone queer, lesbiche, trans, parlavamo, e ad un certo punto qualcuno ha chiesto se ci fosse gente intenzionata a prendere lezioni di musica a poco. Nessuna di noi suonava alcuno strumento. Facevamo parte di un grande gruppo, col quale ci riunivamo una volta a settimana. Scrivevamo ogni sorta di canzoni stupide, suonavamo qualsiasi musica ci venisse in mente e registravamo tutta questa roba come memo vocali. E poi è successo che ognuno ha iniziato ad andare per la propria strada: chi se n’è andato, chi ha iniziato a studiare, chi si è trasferito in un’altra città, chi ha iniziato a lavorare, e siamo rimaste noi tre. Abbiamo suonato così per due anni: i testi li scrivo io, Koivo si occupa della musica. Purtroppo non siamo ancora riusciti a trovare un bassista, quello ci manca.

Nella vostra musica il tema della migrazione è uno dei temi fondamentali. Cosa significa per te essere una migrante?

Ora mi sembra più che altro che ci sia una paura di essere tagliati fuori, di essere isolati, una sensazione di amarezza dalla quale scaturisce un senso di libertà. Non sembra del tutto reale, ma ciò non vuol dire che non prendo seriamente tutto ci che succede. A guardare dall’interno e dell’esterno si ottengono prospettive molto interessanti. Questa sensazione di libertà palpabile è apparsa solo dopo che ho lasciato la Russia. E non sto solo parlando del sentire una maggiore libertà per quanto riguarda la situazione politica, o perché la lesbofobia si manifesta qui in maniera diversa e più velata che in Russia, dove c’è un’avversione molto dura e visibile, e tutto questo mi fa meno male.

È probabilmente perché qui io non sono nessuno, nessuno si aspetta nulla da me, non devo niente a nessuno, sono una persona completamente superflua. E tutto ciò non mi rende triste, anzi, mi fa sentire libera. E in realtà non ho prospettive per il mio futuro. Non voglio riprendere a studiare, non voglio lavorare, non voglio cercare di inserirmi per capire come funzionano qui le cose e come vive davvero la gente qui. Trovo molto più interessante questo guardare da lontano, che ho sempre cercato, ma che sono riuscita a sentire solo quando sono emigrata.

Sasha Semenova durante le prove. Foto: Irina Merkulova

I principali programmi sociali sono finalizzati all’integrazione dei migranti in società, e sono molto spesso volti alla ricerca di un ritorno economico dall’afflusso dei rifugiati. Non solo attraverso corsi di lingua per migranti, ma anche attraverso corsi mirati su “principi di convivenza, libertà di espressione e stato di diritto,” o classi tipo “la vita e le regole del buon vicino,” programmi di tutoraggio – questi sono solo alcuni corsi che ho trovato sul sito web della Cancelleria federale dell’Austria. Credi in questo tipo di programmi? In che misura pensi funzionino?

Vivendo qui mi sono resa conto che questi sono mondi che non si incontrano mai. Esistono due città diverse: la Vienna per i locali e la Vienna per chi è venuto da fuori. Persino la gente che viene dalla Russia, che è venuta qui per lavorare in qualche compagnia, e la gente russa che è venuta semplicemente perché non aveva niente da perdere costituiscono due Vienna completamente diverse. Io vivo in una regione che viene considerata “per migranti”, che si trova vicino a un mercato nel quale lavorano e comprano solo migranti. Ci sono un paio di negozi nelle vicinanze, che sembrano vendere più o meno gli stessi prodotti agli stessi prezzi, ma uno di questi è un negozio decisamente “bianco”, dove vanno solo austriaci bianchi, e l’altro è un negozio per migranti. È sempre stato così e nessuno viola questo stato di cose.

Penso che lo scopo dei programmi di integrazione sia quello di far inserire la gente che è arrivata nel Paese nel posto che è stato destinato a loro: in determinate regioni servite da determinate linee della metro. Certo, è possibile integrarsi e vivere a Vienna secondo le regole che ti vengono offerte: seguire i corsi di lingua, fare i lavori peggio pagati e meno interessanti, che austriaci ed austriache in genere non fanno, tipo mettere in ordine la merce nei negozi, stare alla cassa, pulire. È questo che si intende per integrazione? Perché se è così, allora funziona alla grande.

Hai mai scritto prima di arrivare a Vienna?

Ho sempre cercato di scrivere, mai poesia, ma prosa sì. Ma non ho mai scritto in maniera seria. E non credo che questi pezzi abbiano alcun valore letterario. Non è qualcosa che prendiamo sul serio. Non so se questa sia la giusta attitudine. Ci incontriamo, parliamo di politica, discutiamo di ciò che succede nelle nostre vite e in quelle delle nostre amiche, e ad un certo punto io inizio a buttare giù questi discorsi, li organizzo a mo’ di canzone, e poi iniziamo subito a suonare. È un processo in genere abbastanza veloce. Sono io a scrivere i testi, è vero, ma le idee le attingo dalle nostre conversazioni.

La sala prove. Foto: Irina Merkulova

Avete un pubblico?

Non ne abbiamo la più pallida idea. Amiamo la musica, amiamo suonare, ma ciò che facciamo è per lo più un modo di esprimere le nostre idee, le idee di cui discutiamo tra noi. Ci piacerebbe senz’altro discuterne con altri, sentire le loro reazioni. Conosco della gente che ci ascolta, ma sono molto pochi. Non esiste una scena per gruppi di ragazze che fanno la musica che facciamo noi, e non solo in Russia, anche qui. Nella sala prove in cui suoniamo noi suonano tante punk band underground del posto, ma il nostro è l’unico gruppo composto da ragazze. Qui esiste un festival annuale dove per due giorni c’è solo musica al femminile, suonano solo gruppi composti da ragazze. Si sentono tanti tipi di musica diversi lì. Ci sono molte poche band composte da ragazze, e punk band praticamente non ce ne sono. In più noi cantiamo in russo, quindi qui non possiamo avere un pubblico, a parte le nostre amiche.

Cosa ti ha influenzato del punk?

Ho sempre ascoltato vari tipi di musica, ma è molto difficile rispondere a questa domanda. In parte perché la musica che facciamo noi può essere definita “punk” per semplicità. È piuttosto un insieme di cose. E tra l’altro, per quanto riguarda il nostro sound, sarebbe meglio chiedere a Koivo, che scrive tutta la musica. Non sono sicura di voler comparare ciò che facciamo noi con i gruppi che ascolto e amo.

Noi siamo un gruppo che non ha pubblico, o meglio, che ha un pubblico molto ristretto, un gruppo che in larga parte suona per sé stesso. Per me la nostra musica è più che altro una maniera di esprimermi.

Nella canzone “100 anni” cantate “Riconoscerai Roma dal colore del fascismo, Vienna dal sapore sanguinante del nazismo.” Questi versi si riferiscono all’Europa di oggi?

Questa è una canzone sull’Europa tra le due guerre. Ma l’idea non è nata dal nulla, perché tutto ciò di cui parlo qui è così vivido. Le cose di cui ho letto nei libri di storia e nei libri in generale quando ero in Russia, qui fanno ancora parte della realtà. Il seminterrato della casa in cui viviamo è occupato dalla Confraternita cattolica (come viene chiamata qui), uno dei gruppi maschili di destra. Non vogliono presentarsi al pubblico come nazisti, non gli piace, ma alcuni di loro sono più estremisti e partecipano ad attacchi fisici ai migranti, altri sono più moderati e sono principalmente impegnati nella promozione dei membri del gruppo in politica o nel mondo accademico. Hanno le stesse opinioni dei loro antenati nazisti, solo che le esprimono con altre parole, ma conducono comunque lo stesso loro stile di vita e guardano i migranti più o meno allo stesso modo.

Nel giardino della comune. Foto: Irina Merkulova

So che vivete in una casa-comune. In Russia, l’associazione principale con questa parola è probabilmente la casa-comune in via Rubinstein a San Pietroburgo, la cosiddetta “Lacrima del socialismo”. La vostra comune gli assomiglia?

Dai tempi tra le due guerre sono rimaste molte cose negative nella Vienna Rossa, ma anche tante cose interessanti di ogni genere, come ad esempio, la forte tradizione del movimento di sinistra nella vita pubblica. Il nostro stile di vita non è affatto esclusivo. Qui c’è molta gente con vedute di sinistra, persone queer, femministi, che in un modo o nell’altro esprimono la loro posizione politica, che si distacca dal sentimento di destra tradizionale. Ci sono tante persone, che vivono o in collettivi piccoli, di tre-quattro persone, o grandi. A Vienna esistono ancora case occupate: da alcune di queste si è cercato di espellere la gente che ci vive, ma loro continuano a viverci, aggrappati a questi luoghi, questi sono progetti che durano anni. A me piace vivere così. Questo genere di progetti è sostenibile qui perché ci sono le risorse necessarie. Puoi andare in un negozio sociale e comprare un po’ di cibo per tre copechi, puoi prendere vestiti dai punti di raccolta dove le persone portano cose che non mettono più, puoi prendere in prestito denaro per l’affitto da vicini o dalle amiche. Cose del genere sono impensabili in Russia.

Foto: Irina Merkulova

In che misura è possibile mantenere uno spazio personale vivendo così?

È una cosa alla quale penso molto. Da una lato, diciamo tutti: “La comunità è divisa, dobbiamo rimanere uniti, cooperare, agire come un fronte unico, e solo allora qualcosa potrà cambiare” o “In Russia non esiste una comunità lesbica, o queer, o se c’è è sicuramente molto debole…” Ma difatti vivere insieme non è affatto facile. Vivere con una parte della tua comunità è la massima espressione dello spirito di solidarietà. Ciò accade quando impari il compromesso, quando condividi ciò che hai, i tuoi spazi e, in modo o nell’altro, la tua stessa vita. È molto difficile. Non sono una persona particolarmente sociale, non mi piace passare tempo in mezzo alla gente, quindi mi pesa molto a volte. Il nostro collettivo è molto grande, adesso siamo in 16. A volte inizio a pensare che tutto questo non faccia per me, inizio a pensare di aver bisogno di una maggiore autonomia, della mia privacy. Ma poi mi rendo conto che tutto ciò è molto importante politicamente.

Sasha Semenova con delle galline. Foto: Irina Merkulova

Nella storia del vostro gruppo il simbolismo dei volatili occupa un posto importante: sulla copertina del primo album c’è una gallina, e su quella del secondo c’è un gabbiano che vola nel cielo.

Sulla copertina del nostro primo album c’è il ritratto di una della nostre galline, e sul secondo c’è un gabbiano. Niente di speciale, uno dei vecchi sketch di Lunio (cantante dei KRUPÁ).

Abbiamo vissuto con delle galline per un periodo, un periodo che per noi è stato molto importante. Quanto è possibile in centro, tra queste casermoni, in un piccolo cortile, e dare spazio a questi volatili che non sanno più vivere senza persone? A questi volatili che l’uomo ha cambiato così tanto che, pur essendogli offerta la libertà, non potrebbero mai sopravvivere da soli nella natura selvaggia? Cos’altro possiamo fare, se non condividere con loro il nostro spazio vitale? Perché almeno qualcuno di loro sia risparmiato dal deporre le uova, da questa violenza riproduttiva, dalle terribili condizioni in cui vivevano prima.

I volatili sono diventati una questione scottante che ha diviso profondamente la nostra comune. La questione è fino a che punto includiamo creature di altre specie nel nostro spazio: privo di barriere, uguale, solidale, creato per noi stessi.

Foto: Irina Merkulova

C’era tanta gente nella comune che non condivideva il vostro punto di vista?

Più della metà. C’era gente che aveva paura di altri tipi di creature: dicevano che potevano essere veicolo di infezioni. Altri si sono espressi contro le galline, citando motivi politici. Si diceva che non fosse etico prendersi cura di altre creature quando ci sono creature della tua stessa specie che vivono in una situazione peggiore, lavorano in cattive condizioni, ecc. Ciò ha portato a diversi conflitti.

Quand’è che sapete che è arrivato il momento di incidere un nuovo album?

Abbiamo molto materiale e molte canzoni, il punto è quando avremo soldi. Noi scriviamo in uno studio dove incidono gruppi alternativi di sinistra: sebbene lo studio non costi molto, si tratta sempre di soldi, e in genere non ne abbiamo. Ora abbiamo inciso altre tre canzoni.

In Russia hai fatto parte per molti anni dell’organizzazione del “Queerfest” di San Pietroburgo, che, tra l’altro, ha svolto attività educative tra i giovani che avevano appena compiuto i 18 anni. Negli anni ’90 la mancanza di informazione si faceva sentire in tutto il Paese. La libertà di parlare di sesso, a cui molti fanno riferimento ora, riguardava solo i rapporti eterosessuali ed era improbabile che influisse molto sulla posizione delle donne. Inoltre, la qualità del contenuto non era una questione fondamentale: le persone che poi hanno cercato di spiegarci qualcosa da posizioni moderne e rilevanti difficilmente sapevano più dei loro lettori, avevano un mucchio di complessi ed erano semplicemente felici di poter occupare quella posizione e di essere pagati. Di conseguenza, il materiale era kitsch, falsamente emancipatorio e apertamente trash – come nella rivista Ptjuč… Tu sei cresciuta in quella zona. Com’era l’informazione?

Sì, l’informazione era molto scarsa, e a volte mi capitava persino di pensare di essermi inventata tutto. Probabilmente, tanta gente della mia generazione lo direbbe. Che solo io sono così, che sono l’unica, che altri come me non ce ne sono e che questa è tutta una mia idea, che si possa seguire questo stile di vita, avere una relazione con un’altra donna, provare queste sensazioni o fare certe cose: questa è solo e soltanto una mia fantasia, non c’è nessun altro che vive così. D’altro canto, un qualche tipo di informazione c’era. La prima cosa che mi viene in mente è il giornale Spid-info, dove c’erano un sacco di informazioni, anche se mi pare che non fossero rivolte a me in particolare.

Sasha Semenova. Foto: Lunio

Una volta, una ragazza che abitava sul mio stesso piano e che aveva paura del mio essere diversa mi aveva mostrato una collezione di ritagli da Spid-info dove si parlava di omosessuali. Queste informazioni figuravano in un contesto esclusivamente criminale, del tipo “Due gay uccidono un familiare per rubargli l’appartamento.” Io però sono sempre stata capace di mettere le cose in prospettiva, di distaccarmi. Ma guardavo tutti quegli articoli e pensavo che per molti adolescenti era questa l’unica fonte di conoscenza, e che questi articoli avrebbero instillato in loro un enorme disgusto per sé stessi. E che per riuscire a vivere una vita piena queste persone avrebbero dovuto spendere chissà quanti soldi per andare da uno psicoterapeuta.

Sì, è sempre stato un giornale scandalistico, pieno zeppo di articoli di questo genere. Però c’era anche roba normale sulla vita reale della gente che si raccontava in prima persona, c’erano lettere di adolescenti che cercavano i fare chiarezza sul loro orientamento e a volte le risposte erano abbastanza sensate. Ad altre riviste c’era la possibilità di abbonarsi. Ho ricevuto il primissimo numero della rivista Ptjuč: l’avevo richiesto per posta, e me lo avevano inviato, era così bello, ma poi non avevo avuto i soldi per abbonarmi.

In quel periodo subivi l’influenza del mito dell’amore romanico eterosessuale?

Quando ero una bambina e da adolescente la questione non suscitava in me un grande interesse, anche perché non era un tema importante nella mia famiglia né tra i miei coetanei. È probabilmente una questione legata alle peculiarità di quella generazione: allora non c’era quella propaganda sui valori delle relazioni eterosessuali che si vede adesso. E questo mi ha aiutata molto e mi ha in qualche modo sostenuta. Quando ho capito che non sarei riuscita a trovare il mio posto, non ero particolarmente turbata, poiché avevo molti altri interessi.

Sasha Semenova alla batteria. Foto: Irina Merkulova

Usavi la parola “lesbica” per definirti?

No, perché non mi piaceva la maniera in cui quella parola veniva usata intorno a me. Adesso capisco che quella visione ci è data dal patriarcato, e che quella visione non mi descrive. Allora non c’erano informazioni sul femminismo, su cosa potesse essere il femminismo lesbico. Se fossi stata in grado di ottenere queste informazioni molto tempo fa, probabilmente tante cose nella mia vita sarebbero andate diversamente.

Come hai risolto il problema dell’approcciare le ragazze quando sei cresciuta?

Quando ero adolescente e volevo avvicinare una ragazza, era più o meno chiaro come bisognasse regolarsi: bisognava cercare ragazze che portassero l’orecchino a destra o un anello al pollice. Questi erano segni inequivocabili che una persona è aperta ad uscire con altre ragazze e può essere avvicinata tranquillamente. Nessun altro modo.

Ora la sottocultura e le caratteristiche che hai descritto sono praticamente scomparse. Pensi che le manifestazioni sottoculturali diventino inutili non appena c’è accesso alle informazioni?

Parte della questione era sicuramente l’accesso alle informazioni. Adesso guardo agli anni ’90 come all’apice della sottocultura e mi viene difficile dire come si differenziano oggi in Russia le sottoculture dai “civili” (N.d.T. persone noiose, che non si distinguono dalla massa). Il periodo dell’adolescenza è stato cruciale per me, e la divisione era netta: o eri un “civile” o appartenevi a una sottocultura, e in tutto ciò l’accesso alle informazioni era indispensabile.

Le KRUPÁ. Prove. Foto: Irina Merkulova

Pensi che bisogni apprezzare la sottocultura oppure pensi che, dato che adesso l’omosessualità è accettata non solo all’interno di un piccolo gruppo, ma da molte persone, la sottocultura sparirà e questa non sarà considerata una grande perdita? E per sottocultura intendo non solo le manifestazioni che hai descritto ma anche, ad esempio, indossare nastri arcobaleno.

La morte della subcultura è un processo inevitabile. Provo sempre un gran dispiacere nel separarmi da qualcosa che mi è caro come ricordo. Mi piacciono tutti i tipi di vecchi giornali, i ricordi degli altri. Sono triste, ma allo stesso tempo credo che la conservazione artificiale non abbia alcun senso. Questo è un fenomeno che appartiene al suo tempo e al suo contesto politico.

Cosa ne pensi di questo trend che si è sviluppato nel quale si cerca di ergere volti noti della letteratura, del cinema e della filosofia a bandiere del movimento LGBT? Non molto tempo fa, mi è capitato di vedere, nel corso del festival del cinema LGBT russo, delle spille con il volto di Marina Zvetaeva, e ho pensato che lei avrebbe voluto tutto fuorché essere vessillo del movimento LGBT, nonostante la sua relazione con Sofia Parnok. Credi che questo sia un comportamento etico nei confronti della memoria? E, in generale, credi sia necessario riesumare questi personaggi e studiarne le biografie precisamente a questo scopo?

Per qualche motivo non mi sento toccata da questo trend, non è qualcosa contro cui mi sento di protestare. Probabilmente in parte anche perché non sappiamo come reagirebbero queste persone: nonostante le loro stesse opinioni omofobe e lesbofobiche (e non importa se queste opinioni siano scaturite da convinzioni personali ben consolidate o se siano state dichiarazioni pubbliche fatte per qualsivoglia motivo) vorrebbero essere viste in questo modo? Oppure no? Le figure storiche sono figure storiche. L’immagine, la figura storica di Marina Zvetaeva, la poetessa, come ella stessa si chiamava, non è la Marina Zvataeva persona. La persona è tutt’altra cosa. Io credo che abbiamo ancora il diritto di appropriarci dell’eredità di questi personaggi storici.

È importante ricordare che la nostra comunità non ha una sua storia, se non una storia di persecuzione e umiliazione. Quindi penso che cercare di ricreare una nostra storia, anche inserendovi all’interno persone che magari non si definivano lesbiche e che non sarebbero d’accordo con questa maniera di utilizzare il loro nome, per me è una cosa buona, non è qualcosa contro cui mi sento di protestare. Mi sembra importante farlo. Mettiamo che non approvino dell’etichetta lesbica o transessuale, ma così tante persone sono costrette a definirsi eterosessuali (o così sono definite, o sono costrette a comportarsi come tali, nonostante non sia ciò che vogliono). Se consideriamo questo lato dei fatti, si capisce che non c’è nulla di particolarmente immorale nella situazione opposta, non si tratta di un qualche terribile insulto. Naturalmente, questo non ristabilirà mai l’equilibrio, ma in una certa misura è buon reclaiming (N.d.T. attribuire un altro significato a una parola precedentemente considerata offensiva, in modo che perda la sua “offensività”).

Cosa pensi del lesbismo politico?

Per quanto mi riguarda, c’è una profonda distinzione tra concetti come lesbismo politico, essere una  lesbica politica ed essere una lesbica con una posizione politica. In Russia, a giudicare da ciò che leggo su Internet, questi concetti sono considerati intercambiabili. Io sono molto scettica a vederla così, perché le donne che si definiscono lesbiche politiche presentano invece molte opinioni lesbofobiche.

Mi infastidisce molto questa retorica mirata ad insegnare alle lesbiche che il loro comportamento non è corretto, questa retorica che disapprova del loro modo di vivere e delle pratiche in cui sono coinvolte. È un atteggiamento così patriarcale, fondato sul disprezzo. Esistono donne che hanno relazioni e rapporti sessuali con altre donne, esistono donne che amano le donne: si chiamano lesbiche. Invece arriva qualcuno e dice: “Tutta la mia vita eterosessuale mi ha dimostrato che gli uomini sono una merda e, dato che sono femminista, penso che, per ragioni politiche, dovrei essere lesbica.” E inizia a parlare con disprezzo e a svalutare tutte le esperienze che hanno vissuto altre donne, che si sono invece sempre identificate come lesbiche. Mi sembra abbastanza stupido.

Recentemente ho letto sul sito della rivista politica lesbica Vestnitsa le seguenti parole: “L’essenza della critica al poliamore lesbico è che il poliamore implica la recitazione del mito dell’amore romantico. Si inserisce nel concetto di questo mito allo stesso modo del monoamore, il che significa che flirta con identità patriarcali e interessi maschili. Essenzialmente le donne, che siano due o dieci, imparano a costruire relazioni sobrie, affettuose e basate sulla fiducia reciproca che non hanno nulla a che vedere con la mitologia dell’amore e con lo status sociale di “donna in una relazione”.” Cioè, avere un interesse romantico o innamorarsi di una donna vuol dire “flirtare con il patriarcato” e “compiacere gli interessi maschili,” i rapporti con le donne dovrebbero essere basati su una sorta di sobria intimità e sulla fiducia, bisognerebbe prima di tutto stare bene insieme. Per me tutto ciò non ha niente a che vedere con il lesbismo. E se parliamo di politica, allora le donne che si definiscono lesbiche politiche dovrebbero comunque dare spazio alle lesbiche non politiche o alle lesbiche con una posizione politica.

 

Fonte Colta.ru, 02/11/2020 – di Ira Merkulova, Traduzione di Elena Vaccaro

Elena Vaccaro

Laureata in Mediazione Linguistica. Il russo è stato una forza che ho sentito tirarmi molti anni fa, ma che ho ignorato: pensavo che l’attrattiva sarebbe presto scomparsa. Dopo nove anni, immensi giri, e la certezza che il desiderio di studiare russo mi avrebbe perseguitata per sempre, ho finalmente ceduto e mi sono trasferita in Russia. Ora che l'ho lasciata, la nostalgia si fa sentire. Tradurre per RIT è per me un modo per colmare la distanza che mi separa da questo Paese così affascinante e così mal rappresentato.