Molčat Doma: la popolarità su TikTok, la vita a Minsk e l’amore per il postpunk

I Molčat Doma sono gruppo di Minsk che suona un cupo postpunk. Questa primavera hanno ottenuto un grande successo su TikTok con la canzone Sudno, che parla di come “vivere sia difficile e scomodo”. Anche prima del successo i Molčat Doma si esibivano più spesso in Europa che nella propria patria.

Abbiamo parlato con loro di modernismo, di canzoni sulla mancanza di prospettive e della contraddittorietà dell’hype.

La formazione del gruppo, la ricerca di un bassista e la classe operaia

Roman Komogorcev (chitarre, sintezzatori): La nascita del gruppo risale al 2014. Io e Egor suonavamo un genere di musica un po’ diverso, una sorta di trip-hop o qualcosa di simile. All’epoca sulla scena musicale russa si iniziava a diffondere la cosiddetta “nuova onda” e decidemmo allora di provare a suonare qualcosa in questo spirito.
A voler essere più precisi, all’inizio ci provai solo io con il mio progetto “Solidarnost’”, da cui vengono le prime canzoni per i Molčat Doma.

Poco dopo trovai subito un vocalist per realizzare delle canzoni, dal momento che io non canto. Con Egor ho sempre avuto un ottimo rapporto; gli feci ascoltare della musica e lui decise di volersi unire al progetto. All’epoca Egor suonava anche il basso ma abbiamo poi trovato un bassista – che non era Paša [diminutivo di Pavel; si fa riferimento all’attuale bassista, N.d.T.] – e abbiamo fatto un paio di concerti a Minsk.

Fu allora che Saša Ionov ci propose di suonare a San Pietroburgo. Per noi si trattava di un evento colossale, prima non avevamo mai pensato che ci avrebbero chiamati per esibirci in un’altra città. 

Concerto dei Molchat Doma
Fonte: molchatdoma.com

Egor Škutko (vocalist): Prima di essere invitati a Pietroburgo avevamo letteralamente suonato solo due concerti a Minsk, a cui aveva assistito un massimo di venti persone. Quello che volevamo all’epoca era solo provare a suonare la nostra musica su un palco e vedere se al pubblico sarebbe piaciuta o no. Ma poi siamo andati a Piter al festival Ionosfer.

Komogorcev: La cosa curiosa è che anche Grečka [giovane cantante russa, N.d.T.] aveva suonato lì prima di diventare famosa.
Dopo lo Ionosfer è iniziata una serie di cambi di bassista, per qualche motivo i ragazzi non rimanevano. Ad alcuni la musica sembrava inutilmente cupa, altri se ne sono andati semplicemente per motivi personali, mentre qualcuno non ci vedeva nessuna prospettiva. Dopo che l’ennesimo bassista se n’era andato ci siamo rimasti male, ma non per molto: è arrivato Paša, e da quel giorno suoniamo insieme.

Pavel Kozlov (basso, sintetizzatori): Sì, è stato all’inizio del novembre 2017, e a fine mese già eravamo in concerto a Mosca.

Škutko: Avevamo un concerto a Mosca già programmato e appena prima, letteralmente un paio di settimane prima, il nostro bassista se n’è andato. Paša invece è rimasto fino a oggi.

 – E il nome invece da dove viene?

Komogorcev: Il nome è casuale. Ero su una maršrutka [piccoli bus o minivan che svolgono servizio di taxi collettivi, N.d.T.] e al di là del finestrino balenavano delle panel’ki (edifici prefabbricati, N.d.R.), un tipico paesaggio post-sovietico, e oltretutto pioveva. È stato tutto pensato in questo tipo di atmosfera.
In seguito questo nome nato in modo spontaneo è stato rafforzato con un qualche significato, una ideologia del gruppo. Poi è uscita la canzone Doma molčat.

– Inizialmente sembrava che il nome avesse un diverso accento: non “Molčat Domà” ma “Molčat Dòma[la prima forma, con l’accento sull’ultima sillaba, significa “Le case tacciono”, mentre la seconda si può tradurre “Si tace in casa”, N.d.T.].

Komogorcev: Alcuni ancora adesso diconoMolčat Dòma”, con l’accento sul “do”, e trovano che sia un nome coraggioso per un gruppo che viene dalla Bielorussia. Il nome del gruppo viene anche messo in relazione con la situazione politica nel Paese, ma questa non è una cosa che riguarda noi.

 – Prima di dedicarsi alla musica cosa facevano i componenti del gruppo?

Škutko: Noi apparteniamo alla classe operaia: io sono un elettricista, Paša un saldatore, Roma un intonacatore. Negli ultimi anni prima di lasciare il posto di lavoro avevo lavorato come specialista per la vendita di componenti radioelettrici.

Kozlov: Io lavoravo già come capocantiere.

Komogorcev: Io non sono arrivato a nessuna alta posizione, ero intonacatore.

 

Chi sono i Molchat Doma
Fonte: molchatdoma.com

 

– Siete tutti bielorussi fin nelle radici. Avete in programma di restare nella vostra patria?

Škutko: Per quanto mi riguarda, io conto di rimanere.

Komogorcev: Anche io non ho intenzione di andare da nessuna parte.

 Kozlov: Io sogno di ottenere il permesso di soggiorno per l’Europa, ma finora non è successo nulla per cui potessi prenderlo con due mani. Col tempo vedremo cosa succederà, e come.

– E non ha paura che, in caso si trasferisse e il gruppo restasse in Bielorussia, qualcosa potrebbe concretamente cambiare?

Kozlov: Lo sapremo con il tempo, ma non penso che tutto cambierà in modo radicale. Stando agli ultimi programmi dei tour, passiamo tanto tempo insieme.

– È una cosa di cui essere felici, perché con lo scoppio dell’epidemia di Coronavirus i programmi di molti artisti sono stati stravolti.

 Komogorcev: Sì, ma noi abbiamo ancora avuto fortuna: abbiamo fatto in tempo ad andare in tour prima della chiusura di tutte le frontiere. Abbiamo finito proprio nel momento in cui i vari Paesi hanno iniziato a bloccare gli spostamenti. La pandemia ci è letteralmente stata alle calcagna.

 La musica rétro e la poesia contemporanea

 – La vostra musica è decisamente cupa, ma perché?

Komogorcev: Che dice, che genere di musica potrebbero mai suonare dei ragazzi della classe operaia?

Škutko: Vivere a Minsk, in queste panel’ki, in una sorta di oblio post-sovietico… Tutto ha influito un po’ sulle nostre canzoni. I fattori sono tanti.

Komogorcev: Possiamo includere anche il lavoro che facevamo prima, che ci ha stancati fisicamente e moralmente. Bisognava lavorare in condizioni difficili, ed era come esserne schiacciati. Una situazione in cui letteralmente non vedi cosa verrà dopo.

– In qualche modo i Molčat Doma e l’album Etaži parlano della mancanza di prospettive?

Škutko: Sì, in generale possiamo dire così.

 – E come nasce questo sound rétro dal punto di vista tecnico?

Komogorcev: Io personalmente prendo ispirazione dagli anni Ottanta – amo molto questa musica e la ascolto di continuo. Nel 2014 mi si è accesa una passione per i sintetizzatori rétro, le drum machine e così via.
All’epoca ascoltavo i Depeche Mode di vari periodi e segmentavo i brani in parti: come, da cosa è formato, dove e quale strumento viene utilizzato… Iniziavo a scavare a fondo per raccogliere informazioni su come funzionassero i pezzi e in che modo fossero costruiti. Gradualmente ho sviluppato il riflesso di “scomporre” le caratteristiche dei sintetizzatori in diverse canzoni. È da questi dettagli che, pezzettino per pezzettino, diamo forma ai nostri brani.

 

Musica dei Molchat DOma
Fonte: molchatdoma.com

 

– E chi altro prendete come modello? Chi ritenete interessante tra gli artisti dello stesso periodo dei Depeche Mode o del periodo successivo?

Komogorcev: Ammetto che a me piace la Madonna degli inizi.

Škutko: Qui bisogna considerare che noi tutti ascoltiamo musica diversa. Non poi così tanto diversa, ma a condizione che ciò che uno ascolta a casa, l’altro non lo ascolterà.

Kozlov: Il fatto che noi suoniamo questo genere di musica non significa che sia l’unica cosa che ascoltiamo. Io amo la musica degli anni Settanta, ma ascoltavo anche soft indie.

Komogorcev: Se bisogna indicare artisti del passato a noi vicini per stile, allora direi Kraftwerk, The Cure, a-ha. Ci sono molti esempi anche nella musica sovietica: Kino, Kofe, Bravo, Centr e Žanna Aguzarova.

– In questo momento c’è una sorta di domanda di natura estetica verso la musica e le immagini del recente passato. Dal vostro punto di vista, perché?

Škutko: Evidentemente, in quel momento sono uscite cose di valore, cose che ora le persone provano e conoscono. Per esempio il gruppo Al’jans: negli anni Ottanta non era poi così sottovalutato, ma molti lo ritenevano un gruppo “di una sola hit”. Ora ha più riconoscimento che allora.

Komogorcev: La musica degli anni Ottanta è rimasta attuale lungo tutto l’arco di tempo fino al 2020. Nel frattempo la musica contemporanea ne ha sfruttato alcuni elementi artistici, ma oggi molto viene fatto come con carta carbone.
Una cosa è prendere qualcosa dal passato, un’altra è quando ci sono cinque gruppi e tutti fanno letteralmente le stesse cose, sia a livello di suono che di estetica. Prima non era così: si usavano gli stessi sintetizzatori, ma la composizione era completamente diversa.

Si utilizzavano altri codici musicali, c’era un’interessante armonia. Sì, oggi è diventato più semplice, è il progresso tecnico a comandare, ma molti non hanno vena compositiva.
Senza dubbio c’è, ma non voglio fare di tutta l’erba un fascio. La cosa importante è il bit, bit bit, ma per colpa di questo bit è scomparsa la melodia. Gli anni Ottanta invece sono l’epoca d’oro della melodia.

Perché Belye rozy è una canzone eterna? Perché ha una melodia eterna. Se si suonasse questa canzone anche tra vent’anni, comunque tutti capirebbero che si tratta proprio di quel brano.

Vaso da notte smaltato, finestrella, comodino… tutto questo viene da Boris Ryžij [1974-2001, poeta russo il cui testo Emalirovannoe sudno è stato usato dai Molčat Doma per la canzone Sudno, N.d.T.], lo avevate già citato. A cosa è legato questo interesse verso la poesia del XX secolo? Oppure non c’è nessun interesse e il verso è uscito spontaneamente?

Komogorcev: L’autore delle copertine del nostro primo e secondo album, il mio amico Vlad, mi suggerì le parole di questo poeta. Era una canzone ancora del progetto “Solidarnost’”: avevo della musica ma non le parole. L’ho detto a Vlad e lui mi ha mostrato una poesia di Ryžij.
All’epoca mi sembrò molto cupa, ma mi convinsero che sarebbe stata adatta a questa musica. Ho fatto un tentativo ed è venuto fuori bene. Vlad è un artista, ne capisce più di me di poesia (soprattutto di poesia russa contemporanea). In seguito sono venuto a sapere di Boris Ryžij, probabilmente era il 2014.

 

Album dei Molchat Doma
Fonte: molchatdoma.com

 

– E quale altro poeta citereste?

Komogorcev: Io avevo anche scritto una canzone basata su dei versi di Brodskyj in cui compariva la parola pejzaž [“paesaggio”,N.d.T.]. Dovendo scegliere qualcuno dei contemporanei, allora direi che mi piace come scrive il gruppo Makulatura [gruppo rap formatosi nel 2003 a Kemerovo, in Siberia, N.d.T.].

Kozlov: Per quanto riguarda l’aspetto poetico sono molto forti i 4 pozicii Bruno e i Porez na sobake. Sono semplicemente fantastici.

Komogorcev: Questi ragazzi sono dei veri e propri poeti. La veste musicale è secondaria, è più forte l’accento sul carico del significato.

– Da dove viene il realismo mistico nel video di Tancevat’?

Škutko: La risposta è abbastanza semplice. Nella primavera del 2019 ci ha scritto Isabel Padilla, una ragazza spagnola che studia negli Stati Uniti per diventare regista, Voleva a tutti i costi girare il video di Tancevat’, e aveva in un certo senso già degli schizzi. Le abbiamo scritto “Va bene, filma”. Con questo è finita la nostra partecipazione alla creazione del video.

– E Isabel ha seguito la vostra interpretazione di questa canzone?

Komogorcev: Di sfuggita, non l’ha esattamente seguita. Il video non è venuto male, ci si è lavorato abbastanza, In generale ci è piaciuto, ma di fatto non ha alcuna affinità con il tema e il sottotesto della canzone.

La Bielorussia e TikTok

 – Invece quali artisti bielorussi che fanno lo stesso genere di musica consigliate di ascoltare?

Komogorcev: Senza dubbio, il gruppo Nürnberg – sono nostri cari amici, cantano in bielorusso e anche loro suonano in stile postpunk, ma con delle sonorità più vicine a quelle dei The Cure.

Škutko: Ci sono anche Ljuty Sakavik, The Violet Youth, Dlina Volny.

Kozlov: Anche un altro ambizioso progetto: Lubber Louie.

– Che cosa pensate dei Petlja Pristrastija? Prima di voi avevano iniziato a dedicarsi a questo tipo di sonorità.

Komogorcev: Non è del tutto vero, la loro musica è già più simile al rock alternativo. Non si tratta più di postpunk, se non per i testi e i temi cupi. Musicalmente parlando, il suono è piuttosto allegro per il nostro stile.

– La vostra canzone Sudno è entrata tra i trend di TikTok, guadagnando fama soprattutto tra il pubblico straniero. C’è però un “ma”: molti stranieri vi associano alla Russia, non alla Bielorussia. Come vi relazionate con questo?

Škutko: Questo è un classico: più ti allontani dalla Bielorussia, meno le persone conoscono il Paese.
Dopo i concerti spesso ci chiedono “Venite dalla Russia?”, e noi rispondiamo “No, Bielorussia”. E come risposta riceviamo un “Ma Bielorussia cos’è, una qualche città in Russia?”.
Ci siamo abituati, ma comunque in ogni caso correggiamo le persone. In ogni concerto alla fine dell’esibizione diciamo persino che noi siamo i Molčat Doma “da Minsk”.

Kozlov: Vero. Ci piacerebbe che il nostro Paese fosse conosciuto tanto quanto la musica bielorussa.

Škutko: Non sarebbe vero dire che la cosa ci pesa e che la viviamo in modo negativo. Però ci teniamo a precisare, sì.

 – Veniamo allora a Sudno. Oltre a video con immagini di “rovine di pietra” di quartieri russi, con la canzone in sottofondo vengono anche girati video TikTok in cui la gente si cambia i vestiti che indossa. Cosa ne pensate?

Kozlov: Qui partono sentimenti contrastanti a proposito del trend di TikTok, perché vedi che la gente non capisce di cosa tratti la componente lirica delle canzoni. Ma in generale la popolarità è piacevole.

 – Se vogliamo parlarne, allora magari avete dei video preferiti tra quelli che sono stati realizzati su TikTok con la vostra canzone?

Komogorcev: Sì, il mio TikTok preferito è quello con il gattino. E anche quello con la rana, assolutamente delirante.

Kozlov: Io praticamente non ho visto nulla tranne il gatto e quello di Nastja Ivleeva.

Škutko: Io ho scaricato l’app solo per vedere cosa stava succedendo con la nostra canzone, ma non mi ci sono immerso direttamente. Ho digitato solo “Molčat Doma”, ho dato un’occhiata e sono uscito.

Kozlov: Per quanto dall’esterno possa apparire abbastanza folle, fa molto piacere che le persone scelgano proprio un tuo brano. Oltre ad altissimi volumi di utilizzo su TikTok, la canzone ha avuto un successo colossale su tutte le piattaforme di streaming. Se tra l’uscita di Sudno e la sua apparizione su TikTok il brano aveva un milione di ascolti, adesso siamo quasi a 11 milioni.

Ci fa piacere che Sudno non sia visto come un brano da mettere come sottofondo in video in cui ci si cambia vestiti. Alle persone piace realmente anche la musica, e vi si immergono, la ascoltano.

Non è importante come una persona sia arrivata a scoprire il gruppo, conta di più ciò che avviene dopo, quando si va a fondo nella musica.

Komogorcev: Il trend stesso nasce dal dinamismo della melodia, dal fatto che potesse essere utilizzata comodamente per girare clip in cui ci si cambia vestiti. Da quel che so, le persone si preoccupano molto quando girano video di questo genere. Da qualche parte ho letto che non sono semplici da registrare e qualcuno addirittura non ci è riuscito.

Škutko: Dal punto di vista degli insider dell’industria musicale, le metriche di TikTok hanno costretto tutte le maggiori etichette discografiche e i rivenditori di biglietti a scrivere al gruppo per valutare una collaborazione.

Molchat Doma su TikTok
Fonte: molchatdoma.com

 – Avete iniziato a generare hype ancora prima di TikTok e intenzionalmente vi siete orientati proprio verso un pubblico straniero. Perché?

Komogorcev: Non abbiamo intenzionalmente cercato di generare hype tra il pubblico straniero. Inizialmente, nel 2017, quando non c’era ancora Paša, volevamo diventare famosi in Russia nel contesto della “nuova onda russa”. Nel 2018 siamo riusciti a partecipare al festival Kalabalik in Svezia, e questa è stata la nostra prima esperienza all’estero. Siamo stati il primo gruppo bielorusso a esibirsi al Kalabalik.  

Škutko: Non riuscivamo a capire come ci avrebbe accolto la gente e perché proprio ci avessero invitati. Era ancora prima del successo dell’album Etaži, i brani in quel momento non erano persino nemmeno usciti. L’album sarebbe dovuto uscire una decina di giorni dopo il festival.

Noi saliamo sul palco e suoniamo il nostro programma. Ovviamente in modo un po’ incentro, dal momento che non abbiamo ancora esperienza di concerti. Finiamo di suonare l’ultimo brano e quattrocento persone gridano “Ancora, ancora!”. Noi in un certo senso avremmo anche voluto suonare ancora, ma ormai ci avevano già spento tutto.

Komogorcev: Non avevamo ancora idea di come comportarci: suonare ancora o no? E mentre ce ne stavamo lì inebetiti ci hanno staccato il suono.

Škutko: Poi si è avvicinato l’organizzatore dell’evento e ci ha detto che era stato qualcosa di particolare e davvero fantastico. Eravamo scioccati: non è che avessimo poi suonato molto.

Komogorcev: Mi disse che avevamo fatto ritardare l’esibizione degli Hatari (gruppo islandese di performance art che ha rappresentato l’Islanda all’edizione 2019 del festival Eurovision, N.d.R.).

– E com’è che la lingua non è diventata una barriera per il pubblico straniero?

Komogorcev: Noi non abbiamo problemi quando ascoltiamo canzoni in inglese. Quando non abbiamo voglia di andare a fondo in un testo in una lingua straniera ascoltiamo la voce come strumento melodico. Se poi ci interessiamo alla composizione allora traduciamo, andiamo a fondo nel significato e guardiamo la canzone in modo già diverso.
Nel nostro caso succede esattamente la stessa cosa.

Škutko: Secondo me questa è una delle possibilità. Nemmeno noi abbiamo una risposta esatta.

 – La vostra musica è poi stata usata anche in una pubblicità di Hugo Boss. Questo ha aiutato a movimentare il vostro successo e a trovare nuovo pubblico o non ha avuto alcun impatto?

Komogorcev: Hanno iniziamo a scrivere di noi sui mass media bielorussi.

 

FONTE: Afiša, 4 agosto 2020 – Intervista di Nikita Il’in, Revisione di Nikolaj Ovčinnikov, Traduzione di Olga Maerna. 
A esclusione dell’immagine di copertina, tutte le fotografie provengono da molchatdoma.com

Olga Maerna

Il fatto che mi sia stato messo un nome slavo senza che nessuno nella mia famiglia lo fosse è stato probabilmente un segno del destino. Mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere studiando tra Milano e Mosca. Ora sogno di riabbracciare presto una betulla siberiana e di aprire un giorno una mia casa editrice. Nel frattempo, recensisco libri e traduco.