Recensione di “Netočka Nezvanova”, di Fëdor Dostoevskij

Recensione di “Netočka Nezvanova”, di Fëdor Dostoevskij

Dopo Netočka Nezvanova, scritto alla vigilia dell’arresto per cospirazione, per Dostoevskij nulla sarà più come prima. Proprio qui, nell’animo tormentato e sognante di una bambina, la fantasia e il sentimentalismo si scontrano con la miseria di una realtà cupa e straziante. Una bambina, romantica e oltraggiata, segna il confine tra la gioventù e la prigionia dell’autore. Un Dostoevskij, così universale da dar voce a questa figura femminile, abbozza la storia di una giovane donna, introducendo i grandi temi per cui è diventato lo scrittore che tutti conosciamo.

Rimasta orfana in tenera età, dopo la morte della madre e l’abbandono del patrigno, il borioso violinista caduto in disgrazia Efimov, Netočka Nezvanova viene accolta nella propria casa da una ricca e nobile famiglia di San Pietroburgo, dove stringe una morbosa e ambigua amicizia con la principessina Katja, sua coetanea e figlia del principe Ch-ij. Quando la famiglia lascia San Pietroburgo per trasferirsi a Mosca, Netočka viene affidata alle cure di un’altra figlia del principe, la principessa ventiduenne Aleksandra Michajlovna.

Grazie all’educazione ricevuta a casa della principessa, Netočka coltiva il suo amore per la lettura e scopre di possedere un talento per il canto. Si lega alla principessa e tra le due si sviluppa una connessione unica, come in un rapporto tra una madre e una figlia. Passano le loro giornate a fantasticare insieme sui libri di storia, vivono una vita appartata e solitaria, finché un terribile segreto sul passato di Aleksandra Michajlovna non sconvolge le loro vite…

Netocka Nezvanova
Netočka Nezvanova, traduzione di Serena Prina. Feltrinelli, 2020.

Netočka Nezvanova è uno spiraglio nell’animo di un “Dostoevskij al femminile”. Sono state queste parole di Serena Prina in quarta di copertina a catturare immediatamente la mia attenzione. La protagonista di questo romanzo incompiuto di Dostoevskij è una bambina di nome Anna, che si presenta in prima persona al lettore rievocando i primissimi anni di vita, già segnati da lutti e terribili sofferenze. Scruta il mondo esterno dalla finestrella di una soffitta, rannicchiata in un angolo, nascosta dietro qualche mobile, mentre noi scrutiamo lei e insieme a lei ripercorriamo la sua infanzia da piccola adulta, in un mondo di tristezze celate e dolci fantasticherie, ritrovandola alla fine dell’adolescenza alle prese con un tormentoso segreto.

Netočka Nezvanova, è un nome parlante, l’unico nome proprio che dà il titolo a un romanzo di Dostoevskij. Come però avverrà nelle opere successive, rivela la sorte di chi lo porta. Infatti, Netočka, diminutivo di Anna dato dalla madre in un raro momento di tenerezza, è formato dall’unione della negazione net e del suffisso vezzeggiativo femminile –čka: evoca quindi tutta la tenerezza e l’angoscia di una bambina a cui tutto è negato. Allo stesso modo, il cognome Nezvanova, formato dal verbo zvat’ (chiamare) e dalla particella ne (non), in allitterazione con il nome, fa sì che Netočka Nezvanova sia “la non chiamata”, “la senza nome”.

Netočka non è solo una bambina che scruta, ma è una bambina che osserva, ragiona e soprattutto sogna. Ha bisogno di riflettere e rielaborare ogni stimolo che riceve dalla realtà che la circonda. Le sue osservazioni sul mondo esterno generano in lei impressioni e moti d’animo su cui rimugina e fantastica, al punto da perdere qualsiasi sentore del presente, qualsiasi misura del reale. Con la sua fantasia Netočka è in grado di trasformare ed alterare la realtà, creando un mondo interiore, segreto e immaginario, a cui nessuno può accedere, lettore escluso. Queste storie infatti sono il riflesso del suo io più intimo, uno spiraglio nella sua anima. 

“Già non potevo accontentarmi delle sole impressioni esteriori. Cominciai a pensare, a ragionare, a
osservare; ma questa capacità d’osservazione si verificò con una tale naturale precocità che la mia
immaginazione non poté non modificare ogni cosa a suo modo, e all’improvviso mi ritrovai in un mio
mondo particolare. Tutto attorno cominciò ad assomigliare a quella fiaba incantata che il padre spesso
mi raccontava e che all’epoca non potevo prendere per la pura verità. Se ne generarono strane idee.”

Crescendo, coltiva la passione per la lettura e ricrea nella sua testa interi romanzi, immaginando di vivere nelle storie dei suoi autori preferiti. Netočka sicuramente è una mente precoce, un’avida lettrice, un’anima sensibile, ma è soprattutto una bambina nell’universo dostoevskijano, fa parte di quella schiera “di umiliati e offesi, di poveri sognatori irrisi dalla vita, di donne e di bambini indifesi” [1] che popolano i suoi romanzi.

Possiamo quindi supporre che la fantasia di Netočka sia non solo frutto delle sue doti personali, ma una via di fuga da una vita di solitudine e sofferenze. Netočka non è solo la reclusa, relegata ad una vita quasi monastica, ma è anche, nelle sue stesse parole, l’esclusa, “la non invitata” (neprošannaja). Vive una vita di tormenti e angosce, isolata dal mondo, un po’ perché non sa vivere diversamente, un po’ perché la miseria e la sofferenza in cui nasce non glielo concedono.

“Continuavo a pensare, a pensare: la mia mente immatura non aveva la forza di risolvere tutta la mia
angoscia, e nella mia anima tutto stava diventando sempre più opprimente e ripugnante.”

Proprio per questo profondo senso di esclusione e isolamento in lei ho rivisto la piccola Nelly di Umiliati e offesi (1861) e il sognatore de Le notti bianche (1848). Effettivamente Netočka Nezvanova si colloca proprio tra la produzione giovanile, che comprende Le notti bianche, e la stagione dei grandi romanzi, inaugurata con Umiliati e offesi. Nelle parole di Nazirov, “Nelly di Umiliati Offesi è come sarebbe Netočka Nezvanova se fosse passata attraverso i lavori forzati”. [2]

 Dostoevskij inizia Netočka Nezvanova nel 1849; il romanzo rimarrà incompiuto poiché lo scrittore sarà arrestato in quello stesso anno. All’atto della stesura, quindi, Dostoevskij non conosce ancora l’esperienza del carcere, il suo è un mondo popolato da
uomini magnanimi, disposti ad atti di beneficenza. A differenza di Nelly, tra simili persone Netočka non può morire.

L’altro personaggio, la cui voce sognante mi sembra di risentire tra le pagine, è il sognatore de Le notti bianche. Come il sognatore, Netočka ha un ricco mondo interiore, vive in solitudine e ha poco contatto con la realtà. È animata solo dalle sue fantasie e dalle sue passioni, ma è, a detta sua, audace solo nei suoi sogni. In questo senso, Netočka rispecchia la descrizione dell’eroe romantico del primo Dostoevskij, un antieroe malinconico ed alienato dal mondo.

“Ma, come ho già avuto modo di dire, la mia fantasia dominava troppo la mia impazienza, e io, a dire il vero
ero audace solo nei sogni, mentre nella realtà mi intimidivo al cospetto del futuro. E per questo, come se
preventivamente mi fossi accordata con me stessa, inconsciamente mi disponevo ad accontentarmi per
l’intanto del mondo della fantasia […].”

Sebbene siano interessanti i rapporti di Netočka con il patrigno e con la madre, con Katja ed Aleksandra Michajlovna, sono in realtà le impressioni che questi rapporti generano in Netočka a costituire il fulcro del romanzo. Sebbene si tratti di un romanzo
incompiuto, sebbene non sia il suo romanzo più famoso, in Netočka Nezvanova sono già presenti quelle tematiche che Dostoevskij riprenderà e svilupperà nei suoi più grandi romanzi: il rapporto padre-figlio, l’offesa ai danni di una bambina indifesa, l’amore, la malattia, il tormento, il senso di colpa.

Questi temi in Netočka sono ancora un barlume spogliato della tragedia della deportazione. Tuttavia, è già possibile riconoscere il
prototipo di quelle bambine e ragazze, umiliate, offese e dall’animo sofferente che incontriamo nelle opere successive. E sebbene Dostoevskij non si risparmi nelle descrizioni delle sue eroine, Netočka Nezvanova rimane l’unico romanzo con una
protagonista femminile che narra in prima persona, l’unico che ha per titolo il nome e cognome della protagonista. Forse proprio per questo è possibile parlare di un Dostoevskij al femminile.

Nel romanzo sono anche presenti riflessioni sul ruolo dell’artista e il rimando autobiografico alla misteriosa morte del padre dell’autore, probabilmente ucciso dai suoi stessi contadini. La figura del patrigno Efimov, talentuoso ed irritabile violinista, la cui
carriera si arresta a causa della pigrizia, dell’alcolismo e della superbia, occupa tutta la prima parte del romanzo, in cui Dostoevskij accenna anche all’indagine per la morte di un direttore d’orchestra, dichiarato morto a causa di un colpo apoplettico, come fu per il padre.

Come proseguono le vicende dei personaggi che abitano il mondo di Netočka Nezvanova, non ci è dato sapere. Gli ultimi capitoli del romanzo lasciano, a mio avviso, il lettore con l’amaro in bocca. Si potrebbe quasi provare un senso di delusione per l’incompiutezza e il non sapere cosa sarebbe potuto accadere dopo la rivelazione del segreto di Aleksandra Michajlovna.

In realtà, proprio perché Netočka è il prototipo di una figura che apparirà ancora in Dostoevskij, si può sorvolare sul fatto che il romanzo manchi di finale per poterlo apprezzare come opera. Personalmente ho trovato molto più soddisfacente ritrovare
quella profondità psicologica, tipica di Dostoevskij, che non un epilogo scritto nero su bianco.

Netočka è la conferma che è impossibile non amare Dostoevskij di un amore tenero, con cuore impietosito, a chiunque dia voce, qualsiasi sia la conclusione del romanzo. Si vorrebbe consolare i suoi personaggi, come lui consola noi nella nostra solitudine con la sua immensa grandezza. Poco cambia che si esprima con la voce di una protagonista femminile in un romanzo incompiuto, in cui il suo stile, seppur riconoscibile, è ancora in divenire.

Dostoevskij ha la capacità di descrivere i più angoscianti tormenti dell’animo umano, suscitando nel lettore un sentimento di commozione e tenerezza, non solo per i suoi personaggi ma, se si riesce ad identificarsi con loro a tal punto, anche per se stessi: per se stessi bambini, le cui speranze sono state disattese, come i sogni di Efimov, per se stessi adulti quando, nei momenti più angosciosi, il petto si stringe, la gola brucia dal pianto e il gelo ci percorre le membra.

[…] io amavo la mia arte, costruivo castelli in aria, mi prospettavo il futuro più portentoso e non di rado, sulla
via del ritorno, ero come infiammata dalle mie fantasie. In poche parole, in quelle ore ero quasi felice.

[1] S. Prina, in F. Dostoevskij, Netočka Nezvanova, Milano: Feltrinelli, 2020, Postfazione, p. 221

[2] R.G. Nazirov, Tragičeskoe načalo v romane Dostoevskogo “Unižennye i oskorblënnye” (Il principio tragico nel romanzo di
Dostoevskij Umiliati e offesi), nevmenandr.net


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Ambra Minacapilli

Dietro ogni lingua c’è un mondo, dietro il russo per me c’è il più bello dei mondi. Il mio rapporto con la lingua russa è una straordinaria storia d’amore, di quelle forse un po’ travagliate. Devo tutto a Tolstoj. Vado pazza per i film sovietici, la grammatica russa, le betulle, il medovik e, più di tutto, i colori del cielo sopra Mosca. Tradurre dal russo per me significa custodire un gioiello prezioso, incastonarlo con cura in una cornice di parole nuove per farne al lettore un dono gradito.