“È un gatto. E, allo stesso tempo, non lo è”

Il vincitore del premio letterario Bol’šaja kniga, Grigorij Služitel’, parla del suo romanzo “Il mondo secondo Savelij

L’attore Grigorij Služitel’ è risultato il vincitore del premio Bol’šaja Kniga con il romanzo d’esordio “Dni Savelja” [uscito in Italia con il titolo “Il mondo secondo Savelij” nella traduzione di Sydney Vicidomini, edito da Francesco Brioschi, N.d.T]. L’opera dà voce – almeno nella sua fisionomia – a un gatto moscovita, ma è chiaro a tutti che parla di noi esseri umani e degli anni tra il 2000-2010. La rivista “Ogonëk” ha intervistato l’autore.

Intervista a cura di Andrej Archangel’skij

Se l’attore del teatro moscovita Studija teatral’nogo iskusstva, Grigorij Služitel’, avesse preso in seria considerazione la stesura di un “romanzo sulla dissoluzione del vecchio mondo” avremmo avuto un altro emblema di nostalgia, riflessione e di tutto ciò che fa parte della consuetudine della letteratura russa degli ultimi due secoli. Eppure lo scrittore esordiente non ha utilizzato né l’elemento satirico né quello grottesco; si è servito del metodo classico dell’alienazione, facendoci vedere la realtà dall’esterno attraverso gli occhi di un essere completamente disinteressato e, per questo obiettivo, del gatto di città, Savelij.

Inoltre, Služitel’ non strizza l’occhio al lettore. Senza giri di parole scrive che la morte è inevitabile e la felicità fugace. Per concludere nel romanzo trapela molta compassione per le “persone ordinarie”, ovvero coloro che si sono persi in un’epoca di cambiamento e sono alla disperata ricerca di sé. Una sensazione di abbandono, angoscia nostalgica, decadenza inaspettati in una storia su un gatto, ma che sono alla base del senso di verità del romanzo.

– La vita del suo gatto Savelij naturalmente è piena di pericoli, ma senza volerlo ci si ritrova a pensare che la sua esistenza sia in qualche modo più semplice di quella di noi esseri umani: ad esempio, nel caso dell’alloggio. In centro a Mosca gli basta una scatola di banane oppure una casa abbandonata …

– Sì, il mio gatto è fortunato e capisce che la sua vita sarebbe potuta essere completamente diversa. I suoi simili riescono a sopravvivere solo a uno o due inverni in città; [lui] lungo la sua strada ha sempre trovato delle persone che l’hanno aiutato, raccolto, nutrito … E per un breve lasso di tempo ha anche avuto una casa, che non è una delle cose peggiori che ti possano capitare, ma nel complesso Savelij è … un senzatetto in senso metafisico. Se il suo scopo fosse stato unicamente quello di  cercare il suo angolino sarebbe rimasto per tutta la vita con i primi padroni. Ma lui, al contrario, è costantemente in fuga. È irrequieto, sente di non avere una casa su questa scacchiera. Fondamentalmente questo è un libro sui reietti, sugli emarginati.

– Potremmo ipotizzare, data l’eccezionalità del suo gatto, che sia stato posseduto dall’anima di un’altra creatura e che per questo il suo modo di raccontare è simile a quello di un essere umano. Noi accettiamo con leggerezza questa convenzione. Dove ha ricevuto un tale buon livello di istruzione il suo gatto? Forse ha letto dei libri quando aveva dei padroni? Lei non lo spiega da nessuna parte.

In realtà, il mio gatto non è molto istruito. Il latino non lo conosce un granché, ad esempio. Piuttosto crede di esserlo. All’inizio avevo un progetto, ovvero dedicare un intero capitolo alla storia della sua formazione. Ma ho rinunciato a questa idea abbastanza rapidamente. Ricorrere a un gatto che pensa come una persona adulta è una convezione assoluta. Il lettore può accettarlo immediatamente oppure no. Allo stesso modo deve accettare o meno un’altra convenzione e cioè che si tratta sostanzialmente di una biografia postuma che il protagonista racconta dopo la sua morte. Oppure, ad esempio, descrive le prime settimane della sua infanzia, come si suol dire, in pompa magna ma perché le ricorda quando è già diventato adulto. In generale, la cosa più difficile è stata inventare un mio codice di leggi, questo mi ha fatto patire un bel po’…

– Quindi, mi scusi, ma lei ha patito durante la stesura del romanzo? Il romanzo dà la sensazione di essere scritto velocemente e con leggerezza.

– Mi fa piacere sentirlo, ma la cosa può non rivelarsi semplice. Certamente, alcune cose sono state più facili, altre più difficili. Ma in genere non mi fido di chi dice che scrivere è semplice. Come ho già detto, la cosa più complicata è stabilire le regole del gioco per il lettore in modo che le accetti. Oppure, per dirla in un’altra maniera, trovare la giusta intonazione. Quando ho conosciuto Evgenij Vodolazkin, uno dei primi che ha apprezzato il mio libro e che mi ha aiutato molto, mi disse che per diversi mesi ha cercato l’intonazione per il suo “Lavr” [in italiano “Lauro”, traduzione di Emanuela Bonacorsi, Nodar Ladaria, edito da Elliot, N.d.T]. Anche io sono stato alla ricerca  e in particolare del tono a lungo. Della proporzione di assurdità e di realtà. Ad esempio, un gatto che cita Aristotele, Čechov, fa riferimento ai quadri di Antoine Watteau ma allo stesso tempo non sa che i russi si fanno gli auguri a capodanno. E per questo, tra le altre cose, mi hanno attaccato: e cioè, dicono che il mio gatto sia istruito a senso unico. Ma tale unilateralità è stata dettata in particolare dal tono della narrazione scelto, che non mi ha permesso di immergermi completamente nella realtà.

– Il suo gatto non è solo istruito ma si esprime anche con enfasi accademica, in modo ricercato … Facendo riferimento alle sue regole del gioco, si potrebbe dire che questo è il modo in cui si esprimevano i gatti di biblioteca degli anni ‘80 e ‘90…

Che posso farci se “sono  contagiato  di  normale  classicismo.”[1] … è forse così che si manifesta la mia angoscia nostalgica – e quella del mio gatto – per l’ordine. Mi riferisco naturalmente all’angoscia nostalgica per l’ordine interiore e spirituale. Non avevo intenzione di fare della prosa sociale tagliente. Ma l’aspetto sociale invade, contro il mio volere, il romanzo. E si finisce per ottenere la demolizione del consueto modo di vivere e dell’angoscia nostalgica di stabilirci una relazione. E l’attrazione per il classicismo è verosimilmente un tentativo di proteggersi in qualche modo dalla distruzione. Dopotutto, verso la fine del libro inizia a essere minata non solo la vita del mio protagonista, ma della stessa città. Anche il gatto ha un’angoscia nostalgica per l’ordine che non c’è mai stato nella sua vita, se non durante la sua infanzia. Tuttavia, è costantemente perseguitato dalla sensazione di un paradiso perduto. E questo probabilmente dà origine a un certo carattere barocco del romanzo. In effetti, per me è stato molto importante scegliere una sorta di contrappunto musicale per il libro.

Sin dall’inizio ho scelto l’allegro de L’Amoroso di Vivaldi. Poi ho deciso di cambiare tutto e al posto di Vivaldi, ho optato per il preludio in Mi minore di Bach. C’è una famosa interpretazione di questo preludio eseguita da Glenn Gould: suona a un ritmo molto più veloce del solito, motivo per cui questo pezzo ricorda il ritmo del passo felino. Non molto frettoloso, ma nemmeno troppo lento. Comunque alla fine ho scartato questa opzione; Bach aveva una sonorità troppo inquietante e per l’atmosfera mi serviva un po’ della vitalità italiana, di un’incondizionata gioia di vivere. Alla fine di tutto ho lasciato Vivaldi, e il mio gatto lo ascolta costantemente su tutte le frequenze. Questa è la sua idea di paradiso perduto.

– Come lei scrive, non si è soliti chiedere ai gatti informazioni sui loro padri; ma io voglio domandarle dei genitori letterari del suo protagonista. Ne abbiamo già ricordati molti. C’è, ad esempio, “Pesnja popugaja” [La canzone del pappagallo, N.d.T] di Vysockij dal disco “Alisa v strane čudes” [Alice nel paese delle meraviglie, N.d.T], in cui il ritornello recita: «Ma io ero già vero”[2]. Anche il suo gatto si è creato presto una personalità, si è sentito autentico…

– Questa canzone l’ho sicuramente ascoltata durante la mia infanzia … Lei sa che il romanzo contiene anche riferimenti specifici agli autori che mi hanno ispirato – come Proust, ad esempio, che amo e non mi vergogno a dirlo. Abbiamo delle sensibilità molto vicine. Sono presenti anche echi di Saša Sokolov e del suo “Škola dlja durakov” [in italiano “La scuola degli sciocchi”, traduzione di M. Crepax, edito da Salani, N.d.T] . Se invece facciamo riferimento ai suoi avi internazionali, allora direi che mi sono orientato sul sentimento che anima i protagonisti di Beckett, che non si sa da dove vengano e vagano senza meta. Il loro stato di disagio, tensione, disperazione umana … E ovviamente sono stato guidato anche dal tono narrativo di Čechov.

– Dopo aver seguito i tormenti del felino per Mosca, da lei descritti in modo abbastanza convincente, la domanda sorge spontanea: lei ha avuto un’infanzia felice? Si tratta degli anni ’90, giusto?

– Nel complesso è stata felice. Sa, in questo romanzo confluiscono molte cose strane e inconsce della mia infanzia, ma me ne sono reso conto solo in seguito. Il mio gatto è nato a Taganka, dove vivevano mia madre e mia nonna. E il mio teatro [Studija teatral’hogo iskusstva] si trova nei dintorni. Quando ho descritto l’ospedale natale intitolato a Clara Cetkin non sapevo di essere nato anche io lì. Una volta concluso il romanzo l’ho chiesto a mia madre e ho scoperto di essere nato in via Šelaputinskij, proprio come il mio gatto. E di queste coincidenze ce ne sono molte. Certo, non posso dire di aver provato la stessa emozione per Ku’zmink, dove ho trascorso la mia infanzia proprio in quegli anni ’90. Tuttavia, è grazie a questa esperienza che so cosa significa crescere nella periferia della capitale, dove un terzo della tua classe si sbronzava e si sballava. In ogni caso, non sono un amante della critica agli anni ’90. Coloro che sono stati giovani in quegli anni solitamente li ricordano con affetto. Se vogliamo fare una sorta di diagnosi sociale a me sembra sia stata in generale un’epoca di speranze disattese. Nonostante tutti coloro che sostenevano le prospettive che si andavano delineando fondamentalmente non si è avverato nulla … purtroppo. Naturalmente io mi riferisco a chi è più anziano le cui opinioni su quei tempi sono diametralmente opposte. Ricordo, ad esempio, quello successe a mia madre a quei tempi: lei si è laureata all’istituto Maurice Thorez presso il dipartimento di francese. E per lei che era un’umanista tutti i cambiamenti sono stati catastrofici. Allo stesso tempo conosco persone che comunque hanno trovato sé stesse e sono riuscite a cavalcare l’onda. 

– Uno dei momenti più intensi del suo libro è quando descrive una signora anziana che trascorre il tempo ricontrollando i quaderni degli ex alunni, trovandovi errori sempre nuovi … Lei fa una diagnosi molto accurata di quei tempi. Descrive le persone come se fossero state dimenticate in una piccola stazione ferroviaria della loro vita.

– Non volevo in alcun modo condannare o, al contrario, giustificare nessuno. Solo per l’intonazione, per il tono mi sembrava importante che questo sentimento fosse presente nel libro. Perché ho parlato di “tono narrativo cecoviano”? Ebbene, cosa potrebbe avere in comune un gatto con Čechov? Nulla, probabilmente. Tranne una cosa: la visione del mondo, come ho già detto. Ricorda Nikolaj Glaznov “Guardo il mondo da sotto il tavolo”? In effetti, è proprio questo il punto di vista di Čechov sul mondo, “a livello dell’orizzonte”. Non più sopra, ma nemmeno più sotto. Questo richiede un certo sforzo e persino coraggio da parte dello scrittore russo. Uno sguardo sobrio privo di ogni idealismo. In generale, uno scrittore russo non può che essere idealista. Poiché un russo si fida più della parola scritta che di quella parlata, qualsiasi scrittore da noi prova a indossare la maschera del profeta. In questo senso Čechov è unico. Proprio per il fatto che non indossa né questa maschera, né il mantello, né l’abito talare. Tolstoj oppure Dostoievskij hanno una marea di seguaci, in ogni caso; ma i seguaci della tradizione di Čechov si trovano più in Occidente che qui. Dei successori del Čechov drammaturgo posso citare in qualche misura solo Vampilov.

– Mi spieghi una cosa. Verso la metà del suo romanzo si trova una comune felina in cui i gatti decidono finalmente di porre le basi per una “vita equa”. E devono scegliere una forma di governo tra autoritarismo e democrazia. Ma alla fine non è chiaro quale abbiano scelto. Lei ha posto una questione critica e non ha dato una risposta.

– Nella comune felina, come ricorderà, nell’ultimo periodo era in carica una specie di console. Ma la carriera di questo furfante è stata interrotta da una nonnetta che passeggiava che lo ha preso dal rifugio, lo ha messo nel suo carrellino per la spesa a quadroni e lo ha portato via con sé. È così che finisce ogni amministrazione nella comune felina. In modo istantaneo e illogico. E, di nuovo, non volevo trarre delle conclusioni. Personalmente a me – quello che si istaura lì- è molto più vicino alla forma di governo democratica, ma nello spazio del libro non ho voluto imporre le mie opinioni. In generale, è stato un capitolo molto difficile per me, e alla fine l’ho lasciato così come è venuto. Volevo anche lasciare un pizzico di assurdo in tutto ciò. Tuttavia non volevo trasformarlo in una satira sociale: ci sono molte persone che sono più brave di me.

– Dopotutto i gatti sono considerati creature che amano la libertà; si sa che vanno a passeggio da soli…

Copertina originale del romanzo di Grigorij Služitel’ “Dni Savelija” (in italiano: “Il mondo secondo Savelij”). Foto: Redakcija Eleny Šubinoj, 2018

– Conosco un po’ il mondo dei gatti. A maggior ragione, ora che ho scritto un libro su di loro mi sento, per così dire, “responsabile”. È chiaro che i gatti hanno la tendenza alla solitudine. Ma per sopravvivere alla fine preferiscono organizzarsi in branchi. Come ogni altra creatura vivente hanno maggiori possibilità di sopravvivere in collettività che singolarmente. Avevo bisogno di questo capitolo per far affrontare al mio protagonista Savelij le eterne domande esistenziali. Lui può condurre uno stile di vita completamente libertino, ma anche questo non fa parte di lui, come comprenderà poi. Volevo solo catturare il momento in cui si separa dalla società felina. Ma lì non ho dato risposte definitive. Sa, noi a teatro siamo stati consigliati dalla meravigliosa cecoviana Alevtina Pavlovna Kusičeva, lei ci ha aiutato a lavorare sullo spettacolo. E ha formulato perfettamente l’essenza di Čechov: una grandiosa incertezza. Io ho cercato di preservare nel romanzo  – ovviamente non in quella maniera eccezionale – l’incertezza. Non la significanza quanto l’incertezza.

– Nel romanzo lei ironizza anche sui vari fondi di assistenza sociale, compresi quelli per gli animali, che oggi sono molto in voga. Crede che questa nuova forma di solidarietà sia ipocrita?

– Sostengo fortemente qualsiasi aiuto di questo tipo e accolgo qualsiasi mezzo. Ma quando faccio dell’ironia intendo proprio questo. Quando una persona inizia a fare i conti con la propria coscienza, sul perché offre il proprio aiuto, a quale scopo, allora capisce: esistono stanze segrete dell’anima, ricoperte di ragnatele, dove è meglio non entrare affatto. Nel romanzo faccio ironia su molte cose, ad esempio sulle dimostrazioni di Bolotnaja del 2011. Ma allo stesso tempo anche io ci sono andato e continuerò ad andarci. Quindi si tratta piuttosto di autoironia.

– Capisco la sua posizione. Tuttavia, in quasi tutte le sue risposte pare sia riluttante a dare delle valutazioni di principio. Mi sembra che questa posizione abbia portato la letteratura di oggi ad un vicolo cieco. In alcuni periodi la letteratura dava le “uniche risposte giuste”. Ma ora si rifiuta di fornire qualsiasi giudizio, quasi come se avesse paura di parlare della contemporaneità. E questo dà l’impressione che non si tratti più di oggettività ma di un rifiuto della vita.

– Non sono d’accordo. A me sembra che, al contrario, negli ultimi anni stiano costantemente spuntando nuovi autori che scrivono in modo abbastanza pungente. Tuttavia ha ragione, ci sono delle cose nella nostra vita di cui è necessario parlare in modo aperto e forte. Quando mi chiedono di registrare un video a sostegno di qualcuno che è stato condannato ingiustamente sono naturalmente d’accordo. Quando è necessario mettere una firma in difesa di Galunov, Serebrennikov, lo storico Dmitriev, non ci penso due volte. Ma lo ripeto ancora: il tono che sta alla base del mio romanzo è lirico. Ovviamente contiene anche alcune cose relative alla nostra epoca … Ecco, lei ha chiesto del genere del libro. Adesso ci ho riflettuto e le risponderei che si tratta di una guida esistenziale. Da una parte volevo scrivere un libro che parlasse nello specifico della nostra epoca ma dall’altra spero che sarà interessante leggerlo anche tra qualche anno.

All’inizio pensavo di pubblicarlo su Facebook. Non avevo alcuna conoscenza nel mondo letterario e non potevo neanche sperare che uscisse per la Redakcija Eleny Šubinoj [una delle collane editoriali più importanti nel panorama letterario russo che si occupa della pubblicazione di autori contemporanei; è parte della casa editrice AST, N.d.T]. Da una parte mi ero reso conto che il libro … funzionava. Quando è uscito, ho iniziato a ricevere molte recensioni dai lettori che per me, come autore, è stata una cosa naturalmente piacevole. Quando è stato tradotto è stato molto interessante vedere come l’hanno recepito all’estero. Perché il libro contiene molte realtà moscovite particolari che sono difficilmente comprensibili per gli stranieri … L’altro giorno mi ha scritto un lettore ungherese che chiama il mio gatto “uno di famiglia”. A quanto pare la storia si è rivelata universale. Sebbene senta dire costantemente: “Che altro c’è da dire sui gatti”, è chiaro che questo libro non parla di gatti, ma di persone. Non ho scritto nessun romanzo zoologico: il mio protagonista è un gatto, ma allo stesso tempo non lo è. Come ogni personaggio principale “trascende i suoi limiti”, come ha detto un mio collega.

– Gli editori generalmente consigliano ai nuovi autori di ridurre il romanzo a 200-300 pagine leggibili. Le è stato consigliato di cambiare qualcosa del romanzo? In che misura la prima versione del romanzo è diversa da quella finale?

– Non c’è alcuna differenza. Quando Evgenij Vodolazkin ha letto il mio manoscritto mi ha promesso di inviarlo a Elena Šubina; ma mi ha avvisato che sebbene il suo giudizio fosse importante per l’editore, la decisione finale sarebbe spettata a lei. Poi ho scoperto che Elena lo chiamò di notte dopo essere arrivata a metà della lettura chiedendogli “Il gatto si salva?”, avendo avuto come risposta “Sì”, disse “Allora lo pubblichiamo”. Certamente temevo che mi sarebbe stato chiesto di cambiare il finale tragico … Se giochiamo a carte scoperte, avrei cambiato un po’ il finale su consiglio di Vodolazkin. Inizialmente l’avevo, se non aperto, possiamo dire socchiuso. Il che è piacevole per il lettore ma è al limite del cattivo gusto. Perché nella situazione in cui si trovava il mio protagonista, e in base al modo in cui si sviluppava la trama, era necessario giungere alla conclusione a cui sono giunto io. Né civettuola e neanche tenera. Da una parte, come può un protagonista non morire affatto? Ma dall’altra, ha vissuto una vita felina lunga e felice, per i loro standard sette anni sono molti. Si può dire che sia diventato anziano. Certo, è stato un peccato separarsi da lui. Ma, dopotutto, dovevo rispettare la sua volontà, e lui scappava sempre da tutti. E quindi è scappato via anche da me.

– Solo che non è stato lui a scappare dalla Galleria Tret’jakov ma è stato mandato via a causa degli intrighi. Mentre i celebri gatti dell’Ermitage, a differenza del suo, vivono lì da generazioni, servono l’arte e la patria.

– Ma Savelij non sarebbe rimasto a lungo nel museo, ne sono quasi sicuro. Non gli andava bene alcun tipo di vita tranquilla. È una creatura costantemente … in fuga. E per questo non ha nessun rimpianto.

– È stupido chiederle del prossimo libro. Sa già come funziona: se scriverà di nuovo qualcosa sui gatti verrà chiamato opportunista. Se scriverà qualcosa di diverso faranno un raffronto con il primo romanzo dicendo che l’intuizione c’è, ma che non è la stessa cosa …

– Beh, sì, in generale capisco quello che succede. Ma proprio come il mio personaggio non devo niente a nessuno se non a me stesso. Per questo cerco di pensarla così: sarà quel che sarà. A maggior ragione la mia vita non richiede una decisione urgente. Sa, quando qualcuno chiedeva qualcosa sulla letteratura a Faulkner lui di solito rispondeva così: in realtà, io sono un contadino. Ma quando gli facevano notare che il suo granturco cresceva male, lui rispondeva: ma ragazzi, io sono uno scrittore. In questo senso sono stato molto fortunato, dato che di professione faccio l’attore, come si suol dire, provate a prendermi. Ho sentito definire il mio romanzo “prosa attoriale”. Non ci sono prose attoriali né dottorali … esiste solo quella letteraria. Tutto il resto – quello che fai, dove lavori, per quale guerra hai combattuto – tutto questo non ha importanza.

[1] Grigorij Služitel’ cita un verso della poesia di Iosif Brodkij dal titolo “Odnoj poetesse” (1995). La traduzione qui riportata è di Stefania Pavan in “Lezioni di poesia. Iosif Brodskij e la cultura classica il mito, la letteratura, la filosofia. / Stefania Pavan – Firenze : Firenze University Press, 2006”. (Biblioteca di Studi di Filologia Moderna ; 1). 

[2] In realtà nella canzone citata, Vysotckij recita “A ja uže byl govorjaščij”, e non “A ja uže byl nastojaščij” come riporta l’intervistatore.

 

Fonte: Kommersant’, rivista Ogonëk,  №1, 13.01.2020 . Autore: Andrej Archangel’skij, traduzione di Martina Fattore.

 

Martina Fattore

Cresciuta nelle terre molisane, non potevo far altro che innamorarmi di un posto altrettanto irreale. Le incomprensioni con perfettivi e imperfettivi non mi hanno impedito di vivere il celebre inverno russo: gelido ma pieno di calore umano condiviso davanti a una buona tazza di čaj e kalitki.