Fact-check: Le 13 leggende metropolitane più popolari su Dostoevskij

È vero che Dostoevskij era uno sfrenato giocatore d’azzardo? Davvero è stato condannato a morte e quasi fucilato? E ancora, era un pedofilo e uno schizofrenico? Scopriamo quali tra queste sono verità e quali miti nel nuovo numero della rubrica.

Nel 2021 ricorrono 200 anni dalla nascita e 140 dalla morte di Dostoevskij. Su di lui si è scritto così tanto che conosciamo le caratteristiche della sua scrittura e gli intrighi della sua biografia, ma possiamo anche essere facilmente ingannati. Dostoevskij amava davvero il gioco d’azzardo? Era un fanatico religioso, un epilettico e un pedofilo? Scopriamo quali tra questi miti sono realtà e quali leggenda. Alcuni sono stati inventati dai suoi nemici e dai suoi rivali, altri da amici e parenti che speravano di dare un’immagine più positiva dello scrittore.

Leggenda n°1: Dostoevskij era uno sfrenato giocatore d’azzardo

Verdetto: vero.

1- Sala da gioco a Wiesbaden, 1871 (Kontrast izdavaštvo)

È lo stesso Dostoevskij a confessare che giocava alla roulette. Negli anni 1862-1863 lo scrittore si reca per la prima volta in Europa, dove perde moltissimi soldi e tempesta i suoi conoscenti con richieste di denaro. Non aveva soldi né per giocare, né per andare in un’altra città, nemmeno per mangiare. Marija Dmitrievna, sua moglie, ricevette da lui una lettera allarmante in cui le scrisse che per andare da Torino a Roma avrebbe dovuto impegnare l’orologio. Da Homburg a Dresda viaggiò invece a spese di qualcun altro: la sua amica e amante Apollinarija Prokof’evna Suslova fu infatti costretta a impegnare una collanina e l’orologio. Partito per il successivo viaggio all’estero con la seconda moglie, Anna Grigor’evna, frequento così spesso il casinò senza avere successo che dovette impegnare i vestiti della moglie, i suoi gioielli e più di una volta anche la propria fede nuziale, che impegnò e riscattò per otto volte.

Si ritiene che Dostoevskij sviluppò all’improvviso la passione per il gioco d’azzardo negli anni Sessanta dell’Ottocento, ma lo scrittore iniziò a giocare assai prima. La maggior parte delle prove documentarie che sono sopravvissute riguardano la sua passione per la roulette, ma diverse lettere indicano che fosse un giocatore d’azzardo anche in gioventù. Nel 1843, dopo aver perso a biliardo, Dostoevskij accumulò così tanti debiti che per ripagarli furono necessari quasi mille rubli[1].

Leggenda n°2: Dostoevskij era quindi quasi indigente

Verdetto: quasi vero.

2- Ritratto dello scrittore Fёdor Michajlovič Dostoevskij. Quadro di Vasilij Perov, 1872 (Galleria Tret’jakov)

Nel XIX secolo molti scrittori erano in difficoltà: morivano di fame, vivevano per strada, finivano in prigione per debiti, chiedevano denaro alle società di assistenza. Con Dostoevskij questo non è accaduto, poiché aveva imparato a fermarsi a un passo dalla catastrofe e riusciva a ricevere denaro in prestito o si accordava con il proprio editore per avere un anticipo sulle pubblicazioni.

 Non è stato solo il gioco d’azzardo a portarlo alla povertà: iniziò ad accumulare ingenti debiti a metà degli anni Sessanta dell’Ottocento: allora i fratelli Fёdor e Michail Dostoevskij avevano iniziato a pubblicare la rivista “Vremja[2]”, spendendo per essa una grossa somma. Nel 1863 la rivista chiuse a causa dell’articolo sovversivo “Una questione fatale[3]” e i debiti crebbero bruscamente. Dopo la morte di Michail, Fёdor dovette affrontare da solo le difficoltà finanziarie e occuparsi della cognata rimasta vedova e dei nipoti.

Dostoevskij non sapeva minimamente come guadagnarsi da vivere: assomigliava in questo caso ai suoi personaggi, incapaci di vivere di un salario, una pensione o anche di risparmiare. Viveva del suo lavoro da scrittore, ma i suoi onorari per le pubblicazioni sulle riviste erano molto modesti. A metà degli anni Settanta dell’Ottocento guadagnava 150 rubli a pagina stampata: per fare un confronto, il conte Lev Tolstoj veniva pagato 500 rubli[4].

Si ritiene che la situazione di Dostoevskij migliorò quando si sposò per la seconda volta. Anna Grigor’evna supervisionava il registro dei guadagni e delle spese e tentava di pianificare il budget familiare, ma non sempre ci riuscì. Nel luglio del 1873 Dostoevskij, che in quel momento dirigeva la rivista Graždanin[5], si lamentò con la moglie del fatto che non poteva andare da Pietroburgo a trovare la sua famiglia a Staraja Russa. Non avendo soldi, come da abitudine decise di impegnare l’orologio. Tra parentesi, la casa a Staraja Russa non venne acquistata dagli stessi Dostoevskij. I fondi erano pochi e i debiti tanti, perciò la casa con il suo nome venne acquistata dal fratello di Anna Grigor’evna.

Leggenda n°3: Dostoevskij era schizofrenico

Verdetto: falso.

3- Illustrazione di Georgij Požedaev per il romanzo di Fёdor Dostoevskij “I Fratelli Karamazov”, 1971 (© Григорий Пожидаев / Invaluable)

Su internet è possibile trovare raccolte come “I più grandi segreti di Dostoevskij”, “Di cosa soffriva Dostoevskij” dove viene spesso scritto che lo scrittore presentava i sintomi della schizofrenia o di un disturbo della personalità multipla. Come prova viene portata la teoria del ricercatore tedesco Reinhard Lauth riguardo il fatto che Dostoevskij faceva commettere dei delitti ai suoi personaggi perché non poteva farlo in prima persona, sebbene lo desiderasse molto. Lauth però non ha mai scritto niente del genere, poiché ha analizzato la filosofia di Dostoevskij, non la sua psiche.

Già i contemporanei di Dostoevskij iniziarono a parlare della sua salute mentale (per utilizzare un termine contemporaneo), Turgenev lo chiamò addirittura pazzo alle sue spalle. In ogni caso, non ha senso fidarsi ciecamente di questi scrittori così conosciuti che in primo luogo potevano avercela con lui e in secondo luogo non conoscevano la psichiatria.

I primi psichiatri che studiarono l’arte di Dostoevskij da un punto di vista professionale supposero che quando descriveva i malati di mente utilizzasse le proprie esperienze. Gli specialisti del XX e XXI secolo diagnosticarono agli eroi dei romanzi dei disturbi psichiatrici, soprattutto la schizofrenia. Lo stato mentale dell’autore viene però valutato con molta attenzione.

«La schizofrenia è secondo noi il problema più importante e fondamentale nella tipizzazione dei personaggi di Dostoevskij e suscita interesse, dubbi e preoccupazioni. […] Tuttavia, è importante considerare che prima della psichiatria vera e propria, molto prima della descrizione della schizofrenia come una malattia a sé stante, Dostoevskij ha rivelato nelle figure dei suoi eroi le principali manifestazioni delle specificità di questa psicopatologia, che si sono rivelate la chiave per la sua individuazione come disturbo indipendente».

– O. N. Kuznecov, V. I. Lebedev (“Dostoevskij na bezdnoj bezumija”, 2003)

Anche questi autori hanno affermato che nei personaggi di Dostoevskij sono chiari sintomi di schizofrenia la «perdita della capacità di provare empatia… la perdita della capacità di stabilire relazioni normali con la gente» e anche della capacità di distinguere il bene dal male. Gli studiosi però vedono questi problemi nei personaggi, in Stavrogin (“I demoni”) e Versilov (“L’adolescente”), ma non nello scrittore.

Leggenda n°4: Dostoevskij non sopportava le donne e sveniva alla loro vista

Verdetto: in parte vero.

4- Illustrazione di Sarra Šor per il romanzo di Dostoevskij l'”Idiota”, 1956 (© Сарра Шор / Государственный литературный музей)

Dostoevskij non amava i nichilisti e l’emancipazione. Ce lo raccontano Apollinarija Suslova e Anna Dostoevskaja, che discussero con lui della questione femminile. Lo scrittore era infastidito dalle donne «che rifiutano ogni femminilità, sciatte, con un finto tono maleducato». Tuttavia, sebbene parlare dei diritti e dell’educazione delle donne lo irritasse, in pubblico non si è mai espresso duramente a riguardo.

A giudicare dalle opere di Dostoevskij e dalle sue scelte in fatto di donne, preferiva ragazze umili e spiritualmente ricche, oppure donne bellissime e vivaci. Nel 1846, in un salotto dell’alta società fu presentata a Dostoevskij una di queste bellezze e lui ne rimase così affascinato da perdere la coscienza. Testimone dello svenimento fu Ivan Panaev, un amico della Nekrasova e scrittore per “Sovremennik[6]”. In seguito, ripeté questa storia nei suoi feuilleton, volendo raccontarla nelle “Memorie letterarie[7]”, e scrisse a riguardo due quartine di scherno nello scherzo “Lettera di Belinskij a Dostoevskij”, alla cui realizzazione parteciparono anche Turgenev e Nekrasov:

…Diventato una leggenda e una domanda

Cadesti come una stella cadente

E sbattesti con il naso camuso

Davanti a quella bionda bellezza,

 

Così, tragicamente immobile,

Hai guardato tale essere

E per poco non sei all’improvviso

Morto nel fiore degli anni.

 

Leggenda n°5: Dostoevskij si comportava male con le donne, frequentava i bordelli e contrasse la sifilide.

Verdetto: in parte vero.

5- Marija Dmitrievna Dostoevskaja, prima moglie dello scrittore, metà del XIX secolo (Museo letterario memoriale F. M. Dostoevskij)

Come abbiamo già detto, Dostoevskij ebbe due mogli. Con la prima, Marija Dmitrievna Isaeva, effettivamente non si comportò nel migliore dei modi. Prima del matrimonio non le disse che soffriva di attacchi di epilessia, poi si trovò un amante e se ne andò con lei all’estero, lasciando la moglie a morire di tisi, per non menzionare tutti i piccoli scandali domestici.

6- Anna Grigor’evna Dostoevskaja, seconda moglie dello scrittore, 1878 (Museo Puškin, Mosca)

Con il secondo matrimonio la situazione sembrò migliorare. La nuova moglie, da nubile Anna Grigor’evna Snitkina, cercò chiaramente di mostrare che tra loro andava tutto bene. Analizzando i suoi diari scritti stenografati nel 1867, le descrizioni delle liti con il marito vengono notevolmente ridotte e addolcite. Ma durante la loro vita insieme non ci furono né tradimenti, né inganni.

Dostoevskij frequentò i bordelli soltanto in gioventù. In una lettera al fratello del 1845 c’è una prova esaustiva: «Minuška, Klaruška, Marianna eccetera sono diventate davvero belle, ma chiedono delle cifre terribili. L’altro giorno Turgenev e Belinskij mi hanno ridotto in polvere a causa della mia vita disordinata». Della sifilide, comunque, non si lamentava, solo delle emorroidi e del disturbo nervoso.

Leggenda n°6: Dostoevskij era un pedofilo…

Verdetto: falso.

7- Matrёša. Immagine dal film “I demoni” tratto dall’omonimo romanzo di Fёdor Dostoevskij, regia di Vladimir Chotinenko, 2014 (© Киностудия «Нон-стоп продакшн»)

La principale fonte di questo pettegolezzo è il critico letterario Nikolaj Strachov, considerato un amico di Dostoevskij. In una lettera a Lev Tolstoj del 23 novembre 1883 si lamentò del fatto che per lui era difficile scrivere un testo che lodasse Dostoevskij, poiché su di lui conosceva delle storie riprovevoli: «Era attratto da cose abominevoli e se ne vantava. Viskovatov mi ha raccontato di come si vantasse di aver sedotto una ragazzina, in bagno, portatagli dalla governante».

A questo Tolstoj non reagì in nessun modo. Dopo la sua morte la sua corrispondenza venne pubblicata, compresa la lettera scandalosa di Strachov. Si iniziò quindi a discuterne, la vedova di Dostoevskij scrisse delle dichiarazioni rabbiose: secondo lei, la storia dell’abuso sulla ragazzina condotta nel bagno dalla governante era semplicemente parte della bozza del romanzo “I demoni”. Dostoevskij voleva utilizzare questa storia nel capitolo “Da Tichon”, in cui Stavrogin davvero seduce una giovane Matrёša. Se questo è vero, allora perché Strachov decise di screditare un grande scrittore nella sua corrispondenza con un altro altrettanto grande?

Dopo la morte di Dostoevskij nel 1881, a Strachov venne chiesto di smantellarne l’archivio per la preparazione della raccolta delle sue opere. In uno dei quaderni degli appunti dello scrittore Strachov potrebbe aver letto un appunto offensivo su di lui:

«Non prova nessun sentimento e dovere civile, nessuna indignazione verso i fatti orribili, al contrario è lui stesso a commetterli; nonostante il suo aspetto suggerisca una rigida moralità, nel segreto è lussurioso e per qualche cattiveria untuosa, crudele e lasciva è pronto a vendere tutto e tutti: i doveri civici di cui non si cura, il lavoro a cui non si interessa e un ideale che non possiede, non perché non creda in un ideale, ma perché, a causa della sua meschina scorza di grasso, non riesce a sentire niente».

Come ha sottolineato la ricercatrice Lija Rozenbljum, Strachov pensò che presto o tardi questo scritto sarebbe stato pubblicato, come anche la corrispondenza di Tolstoj. Per vendicarsi di Dostoevskij decise dunque di attuare un diversivo a lungo termine, e non si sbagliò: la lettera venne davvero pubblicata negli anni Dieci del Novecento, mentre il taccuino fu pubblicato solo molto più tardi, negli anni Settanta. Per ben sessant’anni nessuno sospettò che Strachov stesse mentendo, perché non ne aveva nessuno motivo.

Leggenda n°7: …Ed anche un fanatico ortodosso

Verdetto: quasi vero.

8- Parte centrale del trittico “La leggenda del grande inquisitore”. Illustrazione di Il’ja Glazunov per il romanzo di Fёdor Dostoevskij “I fratelli Karamazov”, 1983 (© Il’ja Glazunov/ Pubblicazione online “Fёdor Michajlovič Dostoevskij. Antologia della vita e delle opere”)

Dostoevskij fu davvero una persona religiosa, riflesse molto sulla fede ortodossa e ne scrisse nelle sue opere artistiche e saggistiche definendola un’idea globale. Alcuni ricercatori credono però che avesse una sua concezione personale dell’ortodossia.

Dostoevskij attribuiva uno speciale significato alla figura di Cristo, definendolo l’«ideale dell’uomo in carne e ossa», e scrisse che se le persone avessero iniziato a seguire questi ideali avrebbero raggiunto il paradiso in terra[8]. Questa idea va contro la dottrina cristiano-ortodossa, che ritiene che il paradiso in terra non sia possibile. Perciò, nei lavori scientifici si trovano dei commenti-giustificazioni sul fatto che lo scrittore parlasse metaforicamente o che in realtà intendesse il regno millenario.

Le controversie ideologiche toccano anche la biografia dello scrittore. Tutti concordano sul fatto che Dostoevskij fosse diventato un uomo religioso dopo i lavori forzati, ma non si riesce a trovare un accordo sul suo rapporto con il Cristianesimo in gioventù. Una versione è che fosse seriamente interessato alle idee socialiste, ma non a quelle religiose. Un’altra teoria è che da bambino fosse religioso, ma che già negli anni Quaranta dell’Ottocento discutesse del Cristianesimo con Belinskij e con i membri del circolo di Petraševskij[9]. Questa versione è confermata dai contemporanei, sebbene sia stata messa per iscritto dopo la morte di Dostoevskij, quando questo era già considerato un grande scrittore e un pensatore religioso.

In ogni caso, anche se Dostoevskij è considerato un ideologo ortodosso, non è comunque possibile definirlo un fanatico da manuale che seguiva sempre tutti i dogmi. Oltre agli evidenti peccati da lui commessi, come avere un’amante e andare in viaggio con lei, durante la sua vita ci furono altri casi in cui ebbe un atteggiamento superficiale nei confronti delle norme religiose.

Nella seconda metà degli anni Sessanta, mentre stava lavorando all’”Idiota”, era completamente indifferente alla chiesa. All’epoca del suo viaggio in Europa la sua seconda moglie scrisse nel suo diario che in ogni città trovava una chiesa ortodossa e che riteneva necessario visitarla, mentre Dostoevskij non l’accompagnava ed era anzi infastidito dal suo fervore: una volta la incontrò mentre tornava dalla chiesa e la rimproverò duramente perché non aveva avuto tempo di pulire la casa. Poiché scrisse questo episodio successivamente ne ammorbidì la descrizione, spiegando che l’irritazione del marito era dovuta al suo amore per l’ordine.

 Leggenda n°8: Dostoevskij odiava gli ebrei (e i polacchi)

Verdetto: in parte vero.

9- Copertina del “Diario di uno scrittore” di Fёdor Dostoevskij del marzo 1877, contenente il capitolo “La questione ebraica”, San Pietroburgo, 1878 (Pubblicazione online “Fёdor Michajlovič Dostoevskij. Antologia della vita e delle opere)

I lettori di Dostoevskij iniziarono per la prima volta a parlare del suo atteggiamento ambiguo verso gli ebrei negli anni Settanta del XIX secolo, quando lavorava nella rivista “Graždanin”, su cui pubblicava i capitoli del suo “Diario di uno scrittore”. Avendo ricevuto delle recensioni negative, per chiarire la propria posizione scrisse “La questione ebraica”. Riteneva che gli ebrei si rivolgessero alla «popolazione indigena» (così chiamava i russi) con arroganza e con «funereo disgusto». Non gli piaceva l’«idea giudaica» dell’accumulamento, e non aveva tempo di pensare ai problemi del popolo ebraico, quando fin troppe persone nel paese erano nelle stesse condizioni, se non peggiori. Chiuse l’articolo augurandosi la «piena legittimazione delle tribù ebraiche», ma con una condizione: gli ebrei dovevano dimostrare la propria capacità di «accettare ed esercitare i propri diritti senza compromettere la popolazione indigena».

Le dure parole con cui Dostoevskij formulò la sua idea confondono i ricercatori e le discussioni sul suo atteggiamento riguardo gli ebrei continuano tutt’oggi. A riguardo sorsero anche delle giustificazioni del genere “non poteva essere antisemita perché affittava la sua dacia a una famiglia ebraica” e delle definizioni laconiche come: “antisemitismo domestico” e “antisemitismo giornalistico”.

Nel valutare la posizione di Dostoevskij bisogna ricordare che alla sua epoca c’erano delle concezioni diverse sul mondo e sull’etica: oggi ci sembra totalmente inaccettabile che gli ebrei fossero chiamati “giudei” e che gli fosse permesso vivere soltanto in luoghi separati (Nelle “zone di residenza[10]”). Nell’Impero Russo questa era invece una legge non scritta.

Del resto, c’erano altri popoli poco amati da Dostoevskij, ad esempio i polacchi. Nel “Diario di uno scrittore” si giustificò dicendo che erano i polacchi i primi a non amare i russi e che quindi avevano rovinato la propria reputazione.

Sicuramente, Dostoevskij trattava con rispetto soltanto il «popolo russo portatore di Dio[11]». Le altre nazioni erano da lui ridotte a stereotipi negativi, per farle risultare spesso peggiori dei “russi”. Di certo considerare lo scrittore un grande umanista è, in base alle concezioni moderne, molto discutibile.

Leggenda n°9: Dostoevskij venne condannato a morte ma venne graziato quando era già sul patibolo

Verdetto: vero.

10- Esecuzione di una condanna a morte in piazza Semёnovskij. Illustrazione di Boris Pokrovskij, 1849 (Руниверс)

Dostoevskij venne condannato a morte perché era un membro del circolo di Petraševskij. Il capo di questa organizzazione, Michail Butaševič-Petraševskij, venne accusato di «progettare il rovesciamento del governo»[12], mentre Dostoevskij di aver distribuito delle copie della lettera di Belinskij a Gogol’ in cui il critico, come riportato nel materiale del procedimento penale, «analizzando la situazione della Russia e della sua popolazione, ha parlato prima della religione ortodossa, poi dei procedimenti giudiziari, delle leggi e delle autorità, utilizzando espressioni indecorose e impertinenti». Dostoevskij fu anche considerato colpevole di non aver denunciato una riunione in cui un altro membro del circolo, Nikolaj Grigor’ev, aveva letto il proprio saggio “Conversazione con un soldato” con dei consigli su come rovesciare lo zar. Alla fine, Butaševič-Petraševskij, Dostoevskij e altri 19 membri del circolo vennero condannati a morte.

I condannati vennero condotti sulla piazza dove dovevano venire fucilati e, secondo la procedura, vennero condotti ai pali tre per volta. La grazia imperiale e la decisione di sostituire l’esecuzione con un altro tipo di punizione erano già pronte, ma i condannati non ne erano a conoscenza. Le autorità avevano deciso di inscenare uno spettacolo, come se volessero davvero portare a termine l’esecuzione.

Successivamente, Dostoevskij ricorderà che lui era il sesto sulla lista. Nella serie tv di Vladimir Chotinenko “Dostoevskij[13]” è stata permessa un’imprecisione: Dostoevskij, insieme a Butaševič-Petraševskij e un altro membro del gruppo, vengono condotti per primi davanti al plotone d’esecuzione e indossano un cappuccio in testa, come se fossero i principali cospiratori e criminali. In realtà, Dostoevskij assistette all’esecuzione da una parte, sapendo solo che lui sarebbe stato il prossimo. Altri condannati ricordarono che quel giorno si comportò in maniera esaltata: l’esperienza dell’attesa dell’esecuzione lo avrebbe tormentato per tutta la vita. Nikolaj Grigor’ev invece, che era davvero tra i primi tre e attendeva il colpo con il cappuccio in testa, perse il senno.

Leggenda n°10: Dostoevskij odiava gli altri scrittori

Verdetto: in parte vero.

11- Andrej Aleksandrovič Kraevskij e Fёdor Michajlovič Dostoevskij. Caricatura di Nikolaj Stepanov, 1847 (Pubblicazione online “Fёdor Michajlovič Dostoevskij. Antologia della vita e delle opere)

Molti degli scrittori che conoscevano Dostoevskij non lo apprezzavano, non a causa di divergenze artistiche o ideologiche, ma per il suo comportamento.

Già negli anni Quaranta dell’Ottocento il giovane Dostoevskij, che aveva appena scritto “Povera gente”, entrò nel circolo di Belinskij, dove non riuscì a legare con Turgenev, Nekrasov e Panaev. Questi iniziarono a prenderlo in giro: nella già menzionata “Lettera di Belinskij a Dostoevskij” lo definirono il foruncolo sul naso della letteratura, mentre Turgenev diffuse una diceria secondo cui Dostoevskij aveva preteso che “Povera gente” venisse adornato con un bordo dorato nella “Raccolta pietroburghese”. La storia era inventata, ma sembrava credibile. Tutte le prese in giro possedevano un elemento comune: Dostoevskij riteneva di essere migliore di tutti gli altri scrittori e pretendeva di ricevere un trattamento speciale.

Questo portò alla nascita di una faida con Turgenev che continuò per parecchi anni, sebbene questo non sembrò interferire con i loro rapporti economici: Negli anni Sessanta Turgenev veniva pubblicato da Dostoevskij sulla sua rivista, mentre più tardi Dostoevskij prese da lui dei soldi in prestito.

Per non litigare con Dostoevskij bisognava evitare di conoscerlo e limitarsi a leggere i suoi articoli e romanzi. Così fece Lev Tolstoj: non incontrò mai lo scrittore di persona, ma apprezzò i suoi testi.

Leggenda n°11: Dostoevskij beveva tè in continuazione

Verdetto: vero.

12- Illustrazione di Elena Samokiš-Sudkovskaja per il romanzo di Fёdor Dostoevskij “Umiliati e offesi”, 1895 (OldBook.ru)

Il grande amore di Dostoevskij per il tè si può indovinare dai suoi libri, poiché è la bevanda preferita dei suoi personaggi. Di solito il tè si trova sul tavolo durante i momenti di tranquillità e, per quanto questo sia possibile nei romanzi di Dostoevskij, di comodità. Il protagonista di “Memorie dal sottosuolo” ha persino iscritto nella letteratura russa la frase «Il mondo sprofonda se bevo il tè? Bene, sprofondi pure il mondo purché io possa sempre bere il tè.[14]»

I conoscenti di Dostoevskij ricordarono in anni diversi come amasse conversare a lungo di fronte a una tazza di tè. Michail Aleksandrov disse che Dostoevskij trangugiava svariati bicchieri di tè forte e dolcissimo. Secondo le parole del correttore di bozze della rivista “Graždanin”, Varvara Timofeeva, Dostoevskij era così entusiasta delle descrizioni dei riti del tè nei racconti di altre persone, che lui stesso venne attratto dall’immagine del samovar. Anna Dostoevskaja scrisse che il marito amava immensamente preparare e versarsi da solo il tè e che durante il loro viaggio all’estero cercavano i negozi che vendevano tè in ogni nuova città che visitavano.

Leggenda n°12: Dostoevskij scriveva di notte

Verdetto: vero.

13- Fёdor Dostoevskij. Incisione di Vladimir Favorskij, 1929 (© Vladimir Favorskij/ Galleria Tret’jakov / Diomedia)

È una delle rappresentazioni più tipiche di Dostoevskij: lo scrittore di notte, con una candela. Quest’immagine ha un significato simbolico (il concetto dello scrittore come la luce nell’oscurità), ma è anche veritiera: Dostoevskij si rintanava a lavorare fino a tardi.

Di notte scriveva le bozze delle opere a cui stava lavorando, si metteva a letto all’alba e dormiva fino alle 11. Anna Grigor’evna si alzava 2-3 ore prima e andava a fare compere, oppure passeggiava per la città. Quando tornava a casa, lo scrittore si metteva a dettarle i testi, che lei scriveva molto velocemente grazie all’aiuto di segni speciali: era infatti una stenografa professionista. Dopo, Anna Grigor’evna trascriveva gli appunti, mentre di notte il marito sistemava il risultato e scriveva le bozze dei capitoli nuovi, per poter continuare il dettato il giorno successivo. In questo modo i due lavorarono a tutti i romanzi.

Leggenda n°13: Dostoevskij soffriva di epilessia, ma morì per un’altra malattia

Verdetto: in parte vero, ma alcuni studiosi ne dubitano.

14- Fёdor Michajlovič Dostoevskij sul letto di morte. Illustrazione di Ivan Kramskoj, 1881 (Biblioteca storica russa)

Dostoevskij iniziò ad avere dei misteriosi attacchi epilettici già in gioventù. I suoi amici li chiamavano proprio così, “attacchi”, e raccontarono che gli capitava di sentirsi male per strada. Già in Siberia, dopo i lavori forzati e qualche anno nell’esercito, un medico diagnosticò a Dostoevskij il “mal caduco” (ovvero l’epilessia). Ebbe il primo attacco nel 1850, che fu accompagnato da «urla, perdita di coscienza, convulsioni degli arti e del viso, schiuma alla bocca, affanno respiratorio, con un polso rapido, debole e contratto. l’attaccò durò 15 minuti». Gli capitò per la seconda volta nel 1853, dopo di che le crisi iniziarono a ripetersi regolarmente. Il medico non assistette agli attacchi e li descrisse usando le parole di Dostoevskij.

Questi attacchi con convulsioni, perdita di coscienza e schiuma alla bocca accompagnarono lo scrittore fino alla fine della sua vita. La seconda moglie raccontò di attacchi che si prolungarono per più di 15 minuti. Si pensa che Dostoevskij trasferì questa esperienza sui suoi personaggi: molto spesso scrisse degli eccessi di emotività precedenti a un attacco e della depressione che ne conseguiva.

Tuttavia, diversi studiosi non sono d’accordo sul fatto che Dostoevskij fosse affetto proprio dal mal caduco. Come prima cosa, le crisi epilettiche non durano 15 minuti o più. Inoltre, con un’intensità e frequenza degli attacchi come quella di Dostoevskij, difficilmente si sarebbe potuto dedicare alla letteratura, perché la malattia gli avrebbe dovuto provocare dei danni al cervello. Infine, la predisposizione all’epilessia è genetica, ma tra i parenti e i discendenti di Dostoevskij non ci furono casi di questa malattia. Nella famiglia di Dostoevskij erano però molto diffuse le malattie vascolari: in questo caso la morte dello scrittore causata da «un’emorragia polmonare» sembra probabile. È vero però che fino ad oggi non è ancora chiaro di quale malattia fosse conseguenza questa emorragia. Secondo i documenti medici ufficiali Dostoevskij, al momento della morte nel 1881, aveva collezionato una lunga serie di malattie, tra cui un enfisema polmonare e la tubercolosi. I medici hanno anche supposto che la causa dell’emorragia potrebbe essere stata la rottura di un’arteria polmonare.

 

[1] Questa era una somma enorme per l’epoca. In tutta la sua vita, l’avida usuraia del romanzo “Delitto e Castigo” riesce a mettere da parte 1.500 rubli in “soldi puliti” (contanti).

[2] Il Tempo (N.d.T)

[3] L’autore dell’articolo, l’addetto stampa Nikolaj Strachov (che scriveva sotto lo pseudonimo Russkij), venne accusato di tradimento degli interessi nazionali russi.

[4] Una pagina stampata è un’unità di misura convenzionale del volume delle pubblicazioni stampate. Ad esempio, l’onorario ricevuto per l’“Idiota” di Dostoevskij è stato calcolato in questo modo: 150 rubli per pagina stampata, quasi 7000 rubli per l’intero romanzo.

[5] Il Cittadino (N.d.T.)

[6] “Il contemporaneo”, rivista fondata da Puškin (N.d.T.)

[7] Nel progetto delle “Memorie” di Panaev, pubblicate nel 1862 nel “Sovremennik”, viene riportato l’episodio “Dostoevskij alla sera da Sollogub”.

[8] Di questo parlano Kirillov e Šatov ne “I demoni” e Zosima ne “I fratelli Karamazov”. Ciò è in parte dovuto al famoso discorso di Dostoevskij su Puškin, pronunciato l’8 giugno 1880 durante una riunione della Società degli amanti della letteratura russa.

[9] Gruppo di intellettuali di Pietroburgo fondato da Michajl Petraševskij negli anni Quaranta (N.d.T.)

[10] Regione al confine occidentale dell’Impero Russo in cui agli ebrei era consentito stabilirsi (N.d.T.)

[11] L’idea del popolo russo portatore di Dio appartiene a Ivan Šatov, l’eroe del romanzo di Dostoevskij “I demoni”. Un pensiero analogo sul ruolo specifico della civilizzazione del popolo russo viene pronunciato anche dal principe Myškin nell’”Idiota”.

[12] Nel circolo vi erano membri con diverse opinioni politiche, ma molti erano socialisti utopici, che non pianificavano il rovesciamento del potere.

[13] Miniserie televisiva russa sullo scrittore del 2011 (N.d.T.)

[14] Traduzione di Milli Martinelli

 

FONTE: Arzamas, 25/01/2021 – di Anastasija Perškina

Traduzione a cura di Alessandra Nuti: mi sono avvicinata alla cultura russa grazie ai romanzi dei grandi autori dell’Epoca d’oro: da lì ho deciso di approfondirne la lingua e la cultura, che continuano ad affascinarmi ogni giorno con le loro contraddizioni e peculiarità.

Russia in Translation

Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa. Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.