L’infanza di Jurij Gagarin durante l’occupazione

L’occupazione tedesca avviene durante gli anni formativi del primo cosmonauta della Terra, quando iniziavano a delinearsi le sue qualità umane ed il suo carattere.

Jurij Gagarin, nato il 9 marzo del 1934, ha trascorso la prima infanzia nel villaggio di Klušino, nella regione di Smolensk. Il padre e la madre –  Aleksej Ivanovič e Anna Timofeevna – avevano origini contadine. In famiglia c’erano anche altri figli: Valentin, Zoja (sua sorella maggiore) e Boris (suo fratello minore).

Una volta i giornalisti chiesero al cosmonauta se la sua famiglia fosse legata ai principi Gagarin (alla cui stirpe apparteneva ad esempio il primo governatore della Siberia).

“Il mio intervento alla conferenza stampa non ebbe inizio con il racconto del volo spaziale, ma col dissociarmi da tali principi Gagarin che erano emigrati e rivendicavano legami di parentela con la nostra famiglia. E’ proprio vero:  dove va il cavallo con lo zoccolo, lì arriva anche il granchio con la chela*”, – ricordava Jurij.

In effetti Gagarin non aveva alcun parente di sangue blu. Tutto lascia intendere che la sua infanzia si sarebbe svolta nel più comune dei modi. Se non fosse stato per la guerra.

Jurij Gagarin con suo padre

L’OCCUPAZIONE

Già nell’estate del 1941 furono arruolati nell’esercito quasi tutti gli uomini di Klušino. Il  fratello più piccolo di Anna Timofeevna partì volontario e partirono i fratelli di Aleksei. Il padre stesso di Jurij non venne chiamato perchè era claudicante a causa di un trauma infantile. All’inizio della guerra aveva tra l’altro contratto il tifo. La consorte riteneva che la salute di Aleksej Ivanovič fosse compromessa dall’onta di essere rimasto nelle retrovie.

Il primo settembre Jurij iniziò la prima elementare, ma già ad ottobre i tedeschi, con i loro pastrani grigioverde, fecero il loro ingresso a Klushino. Gli studi furono sospesi ed ebbe inizio la sopravvivenza sotto l’occupazione. I Gagarin dovettero abbandonare la propria abitazione e scavare un rifugio sotto terra che misurava quattro metri per quattro. L’alloggio veniva riscaldato da una stufa a carbone e illuminato dalle sverze. I tedeschi costrinsero il padre a lavorare al mulino. Talvolta riusciva a portare a casa una manciata di farina e quelli diventavano giorni di festa.

Nel primo inverno sotto l’occupazione sottrassero agli abitanti del luogo avena e orzo per i cavalli mentre lasciarono loro segale e grano.

L’anno successivo iniziarono a portare via e macellare il bestiame. Gli abitanti del villaggio mangiavano la carne dei cavalli uccisi dalle granate. I più giovani Jurij e Boris avevano un incarico, dovevano andare per i fossi a raccogliere l’ortica, con la quale veniva preparata la minestra. Si nutrivano mangiando acetosa e radici di bardana.

Nella casa dei Gagarin i tedeschi collocarono un’officina per la riparazione dei dispositivi di comunicazione e per la ricarica delle batterie. Era gestita dal bavarese Albert, al quale fu attribuito il soprannome di  Diavolo per il suo sadismo. Secondo quanto ricorda Valentin, una volta Diavolo, incattivito nei confronti del piccolo Boris, lo appese per la sciarpa ad un ramo d’albero. Jurij arrivò di corsa a casa ed in lacrime lo raccontò alla madre. Anna Timofeevna uscì precipitosamente dal rifugio sotterraneo, allontanò il tedesco e riprese con sé il figlio quasi in fin di vita. Dopo questo evento Boris non fu in grado di camminare per un mese. In un’altra occasione gli uomini delle SS si esercitarono nel tiro alle bottiglie che Valentin reggeva tra le mani. Infine, un’altra volta presero a frustate Aleksej Ivanovič nella stalla.

Nella sua autobiografia Jurij racconta che i ragazzi del villaggio imitavano gli adulti e cercavano di danneggiare i tedeschi: “spargevano per la strada chiodi appuntiti e bottiglie rotte che foravano gli pneumatici degli autoveicoli tedeschi”. Una volta Jurij introdusse degli stracci nel tubo di scappamento della motocicletta di Diavolo. Successivamente, per alcuni giorni, non trascorse la notte a casa per evitare di capitare sotto gli occhi dell’uomo delle SS.

Klušino si trovava molto vicino al fronte. Durante i bombardamenti i Gagarin si nascondevano nel rifugio sotterraneo e contavano le esplosioni delle  bombe e le raffiche di artiglieria. Una volta un aereo sovietico abbattuto precipitò nella piazza del villaggio proprio nel bel mezzo delle apparecchiature militari dei tedeschi.

La casa dei Gagarin

LA LIBERAZIONE

Nel primo inverno su Klušino furono lanciati volantini che riportavano la notizia della sconfitta dei tedeschi nei pressi di Mosca. Nel gennaio del 1942 l’Armata Rossa si avvicinò alla regione di Smolensk. Ci volle più di un anno per liberare Gzhatsk, centro amministrativo territoriale della regione. Nel gennaio del 1943 i tedeschi iniziarono a prendere i giovani di Klushino per condurli ai lavori forzati. Dai Gagarin prelevarono  il diciassettenne Valentin e la quindicenne Zoja. “La mamma, insieme ad altre donne, corse a lungo dietro alla colonna dei deportati torcendosi le mani. Venivano scacciate con il calcio dei fucili e contro di loro venivano aizzati i cani”, – ricordava Jurij.

Gli uomini dell’Armata Rossa combattendo liberarono Gzhatsk il 6 marzo del 1943. Klušino si trovava a 13 chilometri dalla città e rimase pertanto intatta. Del centro amministrativo territoriale della regione restarono invece solo rovine. I tedeschi si ritirarono con i visi congelati, avvolti in brandelli di coperte e stracci. Durante la ritirata collocarono mine lungo la strada del villaggio.

Dopo la liberazione Alekseij Ivanovič fu comunque arruolato nell’esercito e mandato a Gzhatsk per la ricosruzione. Per due anni Jurij divenne il maschio più anziano della famiglia. Alcuni biografi collegano questo fatto con le qualità di leader che in lui si manifestarono precocemente. In quello stesso mese di marzo il bambino tornò a scuola a studiare. A causa della guerra era già divenuto “un alunno troppo cresciuto” e si trovava a studiare con bambini due anni più giovani di lui. Valentin e Zoja, che erano finiti in un campo di lavoro tedesco, tornarono a casa solo alla fine della guerra.

Nel 1945 i Gagarin si trasferirono a Gzhatsk. Aleksei Ivanovič smontò la casa del villaggio e la ricostruì nuovamente nel centro amministrativo territoriale della regione. Questa è oggi il museo del primo cosmonauta. Nel 1968  Gzhatsk fu ribattezzata Gagarin.

Monumento alla madre di Gagarin

Dopo la guerra la regione di Smolensk era disseminata di mine e frammenti di granate. Tutti i ragazzini conoscevano le armi in prima persona. Se le scambiavano, le pulivano e le lubrificavano. Queste erano le Schmeisser, le PPŠ, le Parabellum, le Walther, Browning. Secondo i ricordi del compagno di classe Lev Tolkanin, Gagarin da bambino era già in grado di caricare, sparare ed effettuare riparazioni. I pezzi di ricambio e le munizioni venivano nascosti nell’orto. “I genitori a causa delle armi punivano severamente”.

Un vivido ricordo d’infanzia per Jurij rimase l’evento (ancora prima dell’occupazione) in cui per la prima volta vide gli aerei. Si trattava degli “Yak” ed i “LaGG” con le stelle rosse sulle ali. Uno di essi fu colpito in una battaglia aerea. Il pilota riuscì a mettersi in salvo lanciandosi fuori con il paracadute. Un altro pilota non volendo abbandonare  il compagno in difficoltà atterrò immediatamente dietro di lui. I ragazzini di Klushino accorsero immediatamente sul luogo. Dalle memorie di Gagarin: ”A tutti noi era venuto il desiderio di volare, di essere coraggiosi e belli come loro”. Ognuno sperava che i piloti avrebbero trascorso la notte proprio nella sua casa, ma loro invece pernottavano all’interno dell’aereo e la mattina ripartivano, “lasciando di sè ricordi bellissimi”.

Ci volle del tempo perché potessero avverarsi i sogni sull’aviazione.

Inizialmente (nel 1949) entrò nella scuola professionale di Ljubertsy come operaio di fonderia. Nel 1951 entrò all’istituto tecnico industriale di Saratov, presso lo stesso dipartimento di fonderia dove entrò a far parte del club dell’aviazione DOSAAF. Lì Jurij effettuò il suo primo volo autonomo sullo “Yak”. Infine, nel 1955, Gagarin fu arruolato nell‘esercito ed inviato alla scuola di volo di Orenburg. Il cosmo non era più così lontano.

 

*Proverbio che evidenzia in modo dispregiativo coloro i quali cercano, imitando gli altri, di assomigliare a ciò che non sono.

 

FONTE: https://diletant.media/ , 29.03.2021 – di Maksim Novičkov

Traduzione di Camilla Gentile

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