Recensione di “Fuoco”, AA.VV.

Recensione di "Fuoco", AA.VV.

Fuoco, antologia edita dalla casa editrice Atmosphere, si presenta come il primo volume di una più ampia trilogia di prosa del Novecento, i cui successivi testi, Sogni e Segni, portano titoli descrittivamente lirici e liricamente descrittivi, come questo primo volume già non manca di essere

Recensione a cura di Giulia Gallo e Giulia Cori

 

La letteratura adombra, sottolinea, focalizza, racconta dalle angolature più imprevedibili e con le parole di testimoni privilegiati. Il quadro che ne risulta è tragico oltre il dicibile, vivido, torbido e assolutamente privo di ogni logica: l’essenza della guerra 1.

 

È tramite questa letteratura, che mai ha mancato in Russia di descrivere dolorosamente e giocosamente la realtà extra-letteraria, che ci viene raccontato, in maniera vivida e da testimoni oculari, quanto gli anni dal 1905 al 1930 abbiano cambiato le vite di chi li racconta, nonché la coscienza di un popolo tutto.

Alcuni dei più grandi autori russi del XX secolo narrano, in questo primo volume, i tumulti vissuti nelle prime tre decadi del Novecento da una Russia ancora senza bandiera, provocati dalle rivoluzioni prima e dalla guerra civile poi. Decadi tra le più dense e dolorose per la Storia russa, che ne vedrà altre, se possibile, ancor più dolorose.

Fuoco
Fuoco. Atmosphere, 2020

Attraverso lo schietto realismo di Gor’kij, che in Soldati e in Karamora analizza l’individualità al servizio e come parte imprescindibile della rivoluzione, passiamo dagli eventi del 1905 al marasma del vivo della battaglia, raccontato dalla vivida voce di Šolochov. In La parola al compagno Čurigin, la luminosa ironia di Zamjatin ci lascia sbirciare il riverbero nella provincia contadina russa di quegli eventi che divennero Storia ancor prima di essere compresi.

Il narratore Zamjatin appare completamente diverso in La caverna, un racconto che ci regala l’agghiacciante impressione di trovarci di fronte ad eventi che si ripeteranno drammaticamente più tardi. Il taglio degli approvvigionamenti della – ormai – Pietrogrado del 1919 presagisce, infatti, il ben più lungo assedio dell’uguale ma diversa Leningrado. La straordinaria capacità descrittiva di Zamjatin – che sta nella definizione di un’atmosfera, più che nella ricchezza di dettagli fisici – ci rende un quadro desolante e tremendamente realistico nei toni freddi del blu dell’inverno, della povertà, della scarsità di luce e del tenue arancio di un misero fuoco attorno a cui attendere la fine. Un fuoco che sembra in contrapposizione insormontabile con l’anima della rivoluzione, e che pure le è innegabilmente collegato.

Michail Bulgakov racconta la guerra civile un po’ più ad occidente, dal cuore della sua Kiev dilaniata nel 1918 da varie fazioni che si contendono la città. L’estratto da La guardia bianca scelto per la raccolta è di grande impressione per la narrazione romanzesca nonostante l’episodio di pura azione e parzialmente autobiografico (QUI spieghiamo meglio le dinamiche intricatissime del primo romanzo di Bulgakov). Rimaniamo a Kiev in Divertimenti, dove Sergej Budancev ci regala un raro, lieto momento di sospensione: siamo presumibilmente nel 1919 e il piccolo e innocente Val’ka diventa il “reuccio” della città caduta – che l’autore attesta “passata di mano per l’ottava volta” – per un intero pomeriggio.

Un autore pressoché dimenticato in Italia, Aleksej Remizov, racconta col tono surreale che gli è proprio il fermo di una notte toccato a lui, al pittore Petrov-Vodkin e agli scrittori Aaron Steinberg e Michail Lemke, tutti membri dell’assurdo ordine araldico-cavalleresco della “Grande e Libera Camera delle Scimmie”, una sorta di gruppo letterario faceto-massonico creato dallo stesso Remizov. È ancora il 1919 e la repressione čekista comincia ad assumere le cupe forme che sapremo agire negli anni successivi.

L’antologia ci sorprende a metà lettura con l’imprevedibilità del fuoco, negando se stessa e quanto riportato in copertina: nel cuore del volume, al centro di questa narrazione collettiva che ricrea, a dispetto della sua natura polifonica, uno straordinario fluire di scene e impressioni, troviamo incastonata una gemma rara. Improvvisamente, la pagina smette di essere piena e prosaicamente densa per accogliere gli a capo del poema I dodici di Aleksandr Blok, tradotto da Cesare G. De Michelis e corredato da numerose note del curatore della raccolta, Mario Caramitti. Una distrazione lirica in un’antologia in prosa, doverosa in quanto parte non trascurabile del Fuoco.

Il quindicesimo testo, a conclusione del ciclo, è da datare presumibilmente al 1926. Si tratta di un breve inedito di Nabokov, che ci lascia alla soglia di una nuova epoca per la neonata Unione Sovietica. Di lì a poco, il tempo richiederà una nuova narrazione.

Il fuoco è dunque descritto in maniera cruenta (Placido Don), lirica (I dodici), satirica (La parola al compagno Čurigin), tragica, tragicomica e addirittura ludica (Divertimenti). La natura antologica del volume ci offre la possibilità di apprezzare il racconto (che sfocia anche nel resoconto, come nell’anzi dichiaratamente finzionale Storia della luna che non si è spenta di Boris Pil’njak) di questa porzione di Storia da sempre diversi punti di vista, con procedimenti spettacolarmente dissimili, a tradire l’influenza delle prime avanguardie e gli strascichi di una concentrazione letteraria e artistica irripetibile, lasciata in eredità dal secolo precedente di storia russa.

La natura degli estratti è prettamente descrittiva, con una presenza di dialoghi tendenzialmente minima. È il fuoco raccontato da vari punti di vista, presentato nella stessa maniera corale con la quale le lingue della fiamma – le componenti sociali e le compagini storiche – concorrono a sviluppare l’incendio, spesso subìto, a volte appiccato, ma sempre descritto con vivezza di particolari.

La stessa coralità stilistica e narratologica (soprattutto nello splendido lirismo della novella Notte, di Nikitin, in cui il punto di vista è l’espediente fondante alla base della narrazione) è restituita grazie alle traduzioni firmate da alcuni famosi slavisti italiani: Noemi Albanese, Roberta De Giorgi, Cesare G. De Michelis, Andrea Lena Corritore, Michela Venditti e Mario Caramitti.

A chi decide di leggere questo volume così denso si prospetta un caleidoscopio di frammenti narrativi (estratti da opere titolari più lunghe o racconti fatti e finiti) i cui intrecci, tutti aventi una datazione compresa tra il 1906 e il 1930, sono inseriti nell’antologia in maniera non progressiva. L’interesse dell’antologia risiede anche, e a maggior ragione, nell’oculatezza con la quale è stato selezionato il corpus di opere proposto. I testi svelano i meccanismi umani e disumani che hanno mosso gli anni Venti e Trenta, tentando di rielaborali artisticamente, di umanizzare il disumano e di irrigidire l’umanamente concesso, spesso senza la pretesa di dare una spiegazione ai fenomeni storico-sociali descritti.

Se a fine lettura le lingue del Fuoco hanno solo lambito le corde dell’animo del lettore, è con la postfazione del curatore che si rimane definitivamente avviluppati: la materia è affrontata in maniera scientifica, guidando il lettore a comprenderne le ragioni ma non per questo negandogli una sfumatura narrativa a cui è ormai abituato. L’affiancamento al lettore che Caramitti offre con l’apparato critico è di fondamentale importanza. La raccolta che ci si ritrova tra le mani è davvero di qualità eccellente, senza mai una singola flessione d’intensità. Le pagine selezionate sono effettivamente pervase da uno spirito che corre e serpeggia, infiammando le parole. Eppure contestualizzare, comprendere, diventa priorità imprescindibile.

Non si può rinunciare a comprendere un momento tanto complesso, come si può invece scegliere di non imbrigliarne le specificità in un unico contenitore, ma anzi riconoscendo la diversità di ogni testo e traendo beneficio da questa ricchezza di particolari, lasciando che il fuoco passi di mano in mano, a costo di restarne scottati.

 

Sulla Russia, forse… Su di lei, tutto è su di lei. […] Dove fluite, corazze, a che pro il vostro veloce battere, il rombo della ferrovia? […] Lì, dai patiboli delle Piazze Rosse, dove è stato il nostro inizio, dove c’è sempre stata tutta la discordia, ma anche la coscienza, da dove gli zar avidi riempivano i borselli russi, dove i Miti lavoravano per la pace e i Terribili per il sangue, dove, secondo l’antico verbo, si trova il nostro cuore… Ecco, da lì fluiscono, in maniera inarrestabile.


 
1 M. Caramitti, La natura del fuoco, in AA. VV., Fuoco. La grande prosa russa del primo Novecento, Roma, Atmosphere libri, 2020, p. 306.

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