Il fotografo Aleksej Titarenko

Aleksej Titarenko è nato a San Pietroburgo nel 1962. Trae ispirazione dalla musica e dalla letteratura, ma soprattutto dalla sua città natale ritraendola meravigliosamente in diverse serie: “La città delle ombre” (1992-1994); “Bianco e Nero; la magia di San Pietroburgo (1995-1997); “Il tempo congelato” (1998-2000).

Ricorrendo alla tecnica dell’esposizione relativamente lunga, il fotografo ci conduce in un’altra dimensione, una dimensione dove il tempo è sospeso e in cui oscillano ombre spettrali che si dissolvono nello spazio. 

Pochi luoghi lo hanno ispirato con la stessa forza di questa città a lui così cara…Tuttavia nel 2001 ha dedicato una serie carica di tenerezza e malinconia alla città di Venezia (non a caso San Pietroburgo è chiamata “la Venezia del nord”, ndr). 

Ma a diventare per lui una vera rivelazione sono state le impressioni avute all’Avana durante un viaggio a Cuba nel 2003: “Sono stato colto da un’ondata di gioia inaspettata che è venuta fuori dal più profondo della mia anima. Mi sentivo come se fossi stato catapultato indietro di vent’anni: macchine di marche ormai vecchie sfrecciavano davanti ai miei occhi, persone vestite in abiti modesti passeggiavano affianco a edifici e palazzi di sorprendente bellezza, gli scolari attraversano allegramente le strade anche a semaforo rosso…”. Come ipnotizzato, Titarenko ha trasmesso nelle sue stampe le sensazioni di questa atmosfera d’altri tempi.

Le mostre di Aleksej Titarenko in Europa e negli Stati Uniti sono numerose e le sue fotografie vengono acquistate non solo dai collezionisti, ma anche da gallerie d’arte e musei come il Philadelphia Museum of Art, ll Museum of Fine Arts di Huston, il Museum of Fine Arts di Columbia, la George Eastmen House di Rochester, il Museum of Photographics Arts di San Diego, il Santa Barbara Museum of Art Davis Museum di Wellesley, il Chrysler Museum of Art di Norfolk, la European House of Photography di Parigi, il Musée de l’Elise di Losanna, il Reattu Museum di Arles e il Museo Statale Russo di San Pietroburgo. 

Titarenko fa parte di quei fotografi-romantici che vanno in giro per la città con una macchina fotografica di formato grande e che preferiscono l’analogico al digitale, il monocromo al colore e la stampa nel proprio laboratorio anziché in quelli commerciali. Le sue fotografie sono un equilibrio di chiarezza e filosofia. Titarenko ha anche la sua “firma di fabbrica”: il gioco con il tempo che gli permette di riempire gli spazi con ombre trasparenti appena percettibili, ma cariche di grande significato. Così mostra lo spirito del movimento e il flusso della vita cittadina. Con l’aiuto della lunga esposizione il fotografo è in grado di evidenziare il soggetto principale mentre la stampa e l’elaborazione manuale completano la creazione di immagini uniche. 

Aleksej Titarenko è il Buddhisattva della scuola metaforica della fotografia; lo sanno tutti e nessuno lo nega benché non si possa ancora trovare una vera e propria definizione intelligibile della scuola metaforica così come almeno uno dei suoi rappresentanti. C’è una certa convenzionalità nell’esistenza stessa di questa scuola, ma Titarenko non getta parole al vento. Non esponeva a San Pietroburgo da undici anni perché nessuna sala esposizioni, galleria o addirittura museo poteva dargli la garanzia della completa sicurezza delle sue opere. Successe che una volta, dopo una grande mostra, una delle sue opere venne restituita all’autore con delle pieghe e così l’autore smise di esporre nella sua città natale. 

L’opportunità di osservare i lavori del fotografo russo più costoso (tra quelli in vita) è stata possibile grazie ad un nuovo studio fotografico che prenderà parte anche nelle attività delle gallerie come per esempio l’organizzazione delle mostre. Il responsabile dello studio è proprio il figlio del maestro, Per Titarenko, che è anche un promettente fotografo. Nel 2007 nella gallerie ha avuto luogo l’apertura di una mostra che musei e gallerie non si sognavano nemmeno. L’unico inconveniente erano le dimensioni della galleria che non permettevano una grande libertà dei movimenti; motivo per il quale c’erano solo sei foto della serie “Motivi cubani”. Niente male però: il veto di Titarenko su San Pietroburgo era stato revocato.

L’Avana di Titarenko cerca di ricordare con tutte le sue forze le ultime linee (le strade, ndr) dell’Isola Vasilevskij o di Petrogradka. Ammassi di fronzoli, spettrali e sfuggenti e dai contorni sfocati ecco cosa sono le ombre delle persone. Quell’attrattiva malforme che contraddistingue le fotografie di Titarenko che non hanno come soggetto un evento specifico.

Fonte: https://prophotos.ru Data: 27.02.2104 Traduzione: Eugenio Alimena

Eugenio Alimena

Nato a Belvedere Marittimo, in Calabria, è cresciuto a Cosenza dove si è formato fino alla licenza liceale. L'esperienza universitaria romana, presso La Sapienza, gli ha permesso di ampliare i suoi orizzonti culturali e fisici, portandolo oltreoceano e oltre Urali spinto dallo studio, dal lavoro e da pura curiosità. Terminati gli studi di specializzazione in lingua e letteratura russa (dedicati soprattutto alla poesia del '900), attualmente vive e lavora a San Pietroburgo, dove si concentra principalmente sull'insegnamento e sulla diffusione della lingua italiana, mantenendosi contemporaneamente attivo in progetti personali e pubblici. Alla domanda "perché hai scelto il russo?", risponde senza molti giri di parole "perché, in un senso abbastanza stretto, fa parte della mia storia".