Sette scrittori russi sopravvissuti all’isolamento

Molti scrittori russi hanno sperimentato l’isolamento durante la loro esistenza: alcuni rimasero bloccati in città in quarantena, altri incapparono nell’esilio per la troppa audacia, e ci furono anche quelli che si ritirarono volontariamente in privato, spinti dall’impulso creativo. “Kul’tura.Rf” racconta come Alekandr Gercen descrisse Mosca durante l’epidemia di colera, perché il demone di Lermontov era così solitario e quale effetto l’emigrazione forzata ebbe sulla produzione di Nabokov.

 

Il colera a Mosca!”: Aleksandr Gercen in quarantena

Aleksandr Gercen

Tra il 1830 e il 1831 la Russia affrontò la sua prima epidemia di colera. Nelle città i commerci si fermarono e i confini delle località in quarantena vennero chiusi. Aleksandr Gercen [o Herzen, n.d.t.] in quel periodo si trovava a Mosca. Nella raccolta di memorie Il passato e i pensieri scriveva:

La parola “colera”, che in Europa conoscono bene, ha cominciato a circolare dapprima al nord e ora è diventata talmente familiare in Russia da portare qualche poeta patriottico a definirla come l’unica vera alleata di Nicola [I, zar, n.d.t.]. Questa terribile epidemia faceva tremare il Paese, dal Volga alla Moscova. Voci esagerate riempivano l’immaginazione di orrore. La malattia si spostava capricciosamente fermandosi, saltando, spuntando e aggirando Mosca – ed ecco, tutt’a un tratto, la notizia risuonava in città: «Il colera a Mosca!»

All’epoca lo scrittore studiava all’università di Mosca. Dopo che il colera ebbe ucciso alcuni studenti e dipendenti, l’ateneo fu chiuso e gli allievi furono mandati a casa.

A casa li aspettavano il puzzolente cloruro di calcio, “l’aceto dei quattro ladri”1 e una dieta capace da sola di costringere un uomo a letto, senza bisogno di cloruro o colera.

Aleksandr Gercen così descriveva la capitale nelle sue memorie:

Mosca aveva cambiato improvvisamente aspetto. La vita pubblica aveva preso forme sconosciute in tempi normali. Le carrozze erano diminuite e cupi capannelli di gente si riunivano agli incroci per parlare degli untori. I carri che trasportavano i malati avanzavano a passo d’uomo, accompagnati dalla polizia. Le persone cercavano di evitare i carri neri con i cadaveri. Due volte al giorno venivano pubblicati i bollettini sull’epidemia. La città era isolata, come in tempi di guerra; i soldati avevano sparato a un povero diacono che cercava di entrare in città attraverso il fiume. Tutto ciò metteva l’animo a dura prova, la paura della malattia prevaricava la paura dell’autorità, i cittadini borbottavano e le notizie passavano di bocca in bocca: quello si era ammalato, quell’altro era morto…

 

Apprezzare la felicità famigliare”: l’isolamento kazako di Baratynskij

Baratynskij

Molti scrittori russi fuggirono nelle tenute con i loro parenti, ma alcuni finirono isolati in villaggi lontani dalle loro famiglie. Il poeta Evgenij Baratynskij sfuggì al colera passando la quarantena in una tenuta vicino Kazan’, dove si era recato da Mosca per risolvere una questione legale. Inizialmente, Baratynskij percepì il suo viaggio come una sorta di esilio. Eppure amava la solitudine e ben presto scrisse a un suo conoscente moscovita di quanto lo infastidisse avere ospiti: “Ci siamo trasferiti dalla campagna alla città e ora sono torturato da noiose visite”.

L’isolamento coincise per Baratynskij con una crisi artistica, di cui scrisse a Ivan Kireevskij, redattore del giornale “L’Europeo”: “Avevi ragione, Kazan’ è stata per me di ben poca ispirazione”. Fu piuttosto l’esempio di Puškin – che durante la quarantena dell’autunno boldinese scrisse I racconti di Belkin e il ciclo delle Piccole tragedie, oltre a portare a termine il poema Evgenij Onegin a rivelarsi per lui ispiratore. Baratynskij si cimentò prima di tutto nella prosa, scrivendo il racconto mistico L’anello.

Uno dei personaggi, deriso e ridicolizzato, ricevette dall’autore il cognome parlante di “Opal’skij”2. Il personaggio, a causa di problemi mentali, è costretto a vivere in solitudine:

Opal’skij era un personaggio perfettamente bizzarro. Avendo quasi un migliaio e mezzo di anime3, una dimora enorme, un giardino spettacolare – avendo, dunque, accesso a tutti i piaceri della vita, non usufruiva di nessuno. Si era insediato nella tenuta quindici anni prima, ma non sbirciò mai nella sua ricca casa, né attraversò il suo splendido giardino, non chiese mai niente all’amministratore. Si sistemò lontano da qualsiasi altra abitazione, nel fitto del bosco esteso e selvaggio, in una capanna che era stata costruita per il guardiaboschi. L’amministratore, di sua iniziativa e quasi imponendoglielo, fece costruire altre due stanze che, unite alla preesistente, costituirono la sua dimora.

Durante l’isolamento kazako, il poeta trascorse molto tempo con la moglie: Anastasija Engel’gardt divenne per Baratynskij un sostegno e una fonte di ispirazione. Successivamente, questo si rivelerà il periodo più tranquillo e felice della sua vita:

Ti dico, in breve, che qui beviamo il tè, pranziamo e ceniamo un’ora prima rispetto a Mosca. Eccoti la cornice della nostra esistenza. Mettici dentro le passeggiate, le cavalcate, le chiacchierate; mettici quello che non ha un nome: il sentimento condiviso, il totale di tutte le nostre impressioni, ciò che ti fa svegliare contento, che ti fa camminare contento, questa grazia della felicità domestica. Ecco, a questo punto ti potrai fare un’idea abbastanza genuina della mia quotidianità.

 

Il triste proscritto del cielo”: l’esilio di Lermontov

Lermontov

La libertà d’espressione spesso conduceva gli scrittori dritti all’esilio, all’emigrazione forzata e persino all’arresto. Non era raro, quindi, che usassero i protagonisti delle loro opere per esprimere i propri pensieri e umori. L’esilio poteva essere rigido, ma non necessariamente imponeva restrizioni della libertà personale. Confinato nel Caucaso, Michail Lermontov ebbe modo di frequentare gli stabilimenti termali, per recuperare la salute dopo il viaggio debilitante. Dopo essersi rimesso, Lermontov conobbe il dottor Nikolaj Mayer e frequentò il poeta e traduttore Nikolaj Satin, una sua vecchia conoscenza; entrambi funsero da prototipi per dei personaggi di Un eroe del nostro tempo. Nel suo isolamento caucasico, lo scrittore poteva anche inviare lettere alla sua amica intima Marija Lopuchina:

Ogni mattina dalla mia finestra guardo la catena di monti imbiancati, con l’El’brus. […] Passo le mie giornate sui monti, attività grazie alla quale ho già molto rinvigorito le gambe; cammino costantemente: né il caldo, né la pioggia mi fermano… Eccolo qua, il mio stile di vita, cara amica. Qui sto bene, ma quando mi sarò ripreso del tutto, partirò per una spedizione autunnale contro i Circassi.

Da tutta questa esperienza risulterà la figura di Pečorin, un personaggio abbastanza chiuso, distaccato e insensibile verso gli altri, che vaga per il Caucaso, immerso in sé stesso, alla ricerca di sensazioni nuove:

Questo era il mio destino sin dall’infanzia. Sul mio viso, gli altri lessero i segni di una cattiveria che non c’era; ma dal momento che la insinuarono, essa nacque. La mia umiltà veniva scambiata per piaggeria, diventai sempre più riservato. Sentivo profondamente il bene e il male. Nessuno mi coccolava, tutti mi offendevano; diventai vendicativo. Ero cupo, mentre gli altri bambini erano tutti allegri e chiacchieroni; io mi sentivo superiore a loro, eppure mi trattavano come inferiore. Mi feci invidioso. Ero pronto ad amare il mondo intero, ma nessuno mi comprendeva. Fu così che imparai ad odiare.

Ma questo non è l’unico personaggio sul quale si riflette l’esperienza dell’esilio dell’autore. Il demone dell’omonimo poema, scritto tra il 1829 e il 1839, è anch’esso un reietto abituato alla solitudine.

Respinto da remoti tempi, errava

Senza asilo nel deserto del mondo:

E i secoli inseguivano i secoli

Come un minuto dietro l’altro in una

Successione monotona e annoiante;

Signore di una terra miserabile

Senza piacere seminava il male.

In nessun luogo trovava la sua arte

Una qualche resistenza, e per questo

Anche il male gli diventò noioso.4

 

Non esco quasi più”: i lavori forzati di Dostoevskij

Dostoevskij

A Fëdor Dostoevskij andò decisamente peggio. Nel 1849 fu arrestato per il suo coinvolgimento nella società segreta del Circolo Petraševskij5, che al tempo stava pianificando un colpo di stato. Sopravviverà a otto mesi di detenzione presso la fortezza di Pietro e Paolo, a una condanna a morte – che sarà poi commutata in esilio – e ai lavori forzati.

Nel 1850, durante il viaggio verso la colonia penale, Dostoevskij si fermò alcuni giorni a Tobol’sk. Qui, grazie all’aiuto delle mogli dei decabristi, lo scrittore trovò altri petraševcy e a tutti loro fu fornita una copia del Vangelo, nella cui legatura erano stati nascosti dieci rubli. Dostoevskij fu molto attento a proteggere la sua copia da eventuali ladri, un dettaglio che ritroviamo in Memorie da una casa di morti:

In particolar modo, tutti si derubavano l’un l’altro in modo terribile. Quasi tutti avevano il loro baule protetto da un lucchetto, per conservare gli oggetti forniti dall’amministrazione. Era permesso; ma i bauli non bastavano. […] Un prigioniero che mi era molto devoto (lo dico senza esagerare), mi rubò la Bibbia, l’unico libro consentito all’interno del la colonia.

Nella primavera del 1855, Dostoevskij ottenne una grazia parziale dal nuovo imperatore Alessandro II, ma fu posto sotto sorveglianza segreta. L’estate di quello stesso anno scriveva al diplomatico Aleksandr Wrangel’:

Non esco quasi più. Credo che ogni nuovo individuo vada tenuto d’occhio come un nemico con cui, prima o poi, si dovrà ingaggiare una battaglia.

Da questo momento in poi, tutti i protagonisti di Dostoevskij avranno dei tratti del detenuto. Le loro anime nascondono sempre gravi peccati, segreti indicibili o reati. Nel racconto Memorie dal sottosuolo, pubblicato nel 1864, lo scrittore scriveva a tal proposito:

Ognuno di noi conserva nella memoria cose che non racconta a nessuno, tranne forse ai suoi amici. Poi ci sono cose che non si rivelano neanche agli amici, forse solo a sé stessi, e sempre in segreto. Ma ce ne sono, infine, alcune che l’uomo non ha il coraggio di raccontare neanche a sé stesso.

 

… fatalmente distante da tutto”: l’emigrazione di Nabokov

Nabokov

L’isolamento ha colpito anche Vladimir Nabokov, a modo suo. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, si spostò con la famiglia in Crimea e quando, nel 1919, i bolscevichi raggiunsero anche la penisola, abbandonò la Russia per non tornare mai più.

Ritroviamo gli spostamenti obbligati e la nostalgia per la patria nel suo primo romanzo, Maria:

Iniziò a lanciare alla rinfusa la sua roba nelle valigie aperte: biancheria sporca stropicciata, alcuni libri russi – Dio solo sa come arrivati fino a lui – nonché tutta una serie di graziosi oggettini fatti apposta per gli occhi e per le dita, di quelli che esistono unicamente per concedere all’uomo eternamente condannato allo spostamento di sentirsi a casa, almeno un po’, quando per la centesima volta tira fuori dalla valigia le sue lievi, care cianfrusaglie umane.

Nel 1922, il padre di Vladimir Nabokov fu ucciso da una pallottola destinata al cadetto6 Pavel Miljukov. La morte del padre fu un colpo durissimo per lo scrittore:

Quel viaggio notturno me lo ricordo come qualcosa di estraneo alla vita, orribilmente lungo, come quei problemi di matematica che ti tormentano proprio nella nebbia del dormiveglia. Guardavo le luci guizzare, le strisce biancastre sui marciapiedi illuminati, le spirali riflesse nel nero specchio dell’asfalto, e mi pareva di essere fatalmente distante da tutto questo, che i lampioni e le ombre scure dei passanti non fossero che un miraggio casuale, che l’unica cosa significativa, chiara e viva fosse quel dolore tenace, viscerale, che mi stringeva il cuore. «Papà non c’è più».

Per un certo periodo dopo la tragedia, Nabokov visse in ristrettezze, sbarcando il lunario grazie alla pubblicazione di problemi scacchistici e alle lezioni private. Nel 1925 lo scrittore sposò Vera Slonim, pietroburghese di origini russo-ebree. Dal 1937 al 1940 la famiglia fu costretta di nuovo alla fuga: inizialmente si rifugiò a Parigi, poi negli Stati Uniti (in quest’ultimo caso, a causa delle persecuzioni antisemite naziste).

Entro il 1937, Nabokov aveva portato a termine otto romanzi. La sensazione di solitudine e di pericolo incombente, la necessità di resistere alle circostanze, proteggendo sé stessi, sono elementi che ritroviamo in molti personaggi della sua produzione. Ne La difesa di Lužin Nabokov scriveva:

[Lužin] Era rimasto solo. La vista si oscurava, era tenuto sotto scacco da ogni vaga figura nella sala. Bisognava mettersi in salvo; si mosse tremando con tutto il corpo, non riusciva a trovare un modo per uscire dalla stanza.

Nel romanzo Invito a una decapitazione, l’isolamento del protagonista è palese: Cincinnatus si trova in prigione, i suoi giorni trascorrono tutti uguali, e ciò che accade intorno a lui sembra non avere nessun senso, come una sorta di scadente messinscena. Il personaggio non ha altri che sé stesso:

Sono circondato da insulsi fantasmi, non da persone. Mi tormentano, come solo le visioni sconclusionate sanno fare, come fanno i brutti sogni, gli scarti del delirio, la spazzatura degli incubi – insomma, come tutto quello che ci tocca nella vita.

 

«Bisogna vivere almeno un mese della propria vita in modo intelligente»: gli allontanamenti volontari di Turgenev e Čukovskij

Turgenev

Alcuni grandi scrittori, invece, si ritirarono a vita privata di loro spontanea volontà. Non uscivano di casa per qualche giorno, o per settimane, e non ricevevano ospiti, per concentrarsi sulla creazione.

Alla mattina bevo un buon tè, accompagnato da ottimi kringle7, in grandi e bellissime tazze inglesi; ho anche una lampada sul tavolo. In poche parole, sono felice e mi godo piacevolmente questa solitudine con un entusiasmo segreto, trepidante – e lavoro, lavoro moltissimo. Per esempio, ieri ho divorato Cartesio, Spinoza e Leibniz tutti in una sola seduta. O beato, beato, beato solitario! Beato sia il lavoro senza urgenze, che permette di sognare e pensare stupidaggini, e persino di scriverle.

Ivan Turgenev, lettera ad Aleksandr e Aleksej Bakunin

A quel tempo, probabilmente, lo scrittore si stava preparando alla laurea, che conseguirà presso l’ateneo pietroburghese. Più tardi, i temi della vita studentesca, dell’isolamento volontario e della concentrazione sul lavoro si ripresenteranno nel romanzo Padri e figli:

Bazarov si tenne alla larga da questi “battibecchi” e, d’altra parte, in qualità di ospite non era tenuto ad interferire negli affari altrui. Il giorno successivo all’arrivo a Mar’ino8 si mise al lavoro sulle sue rane, sui ciliati9 e sui composti chimici, dedicandovisi completamente.

Cukovskij

Dal 1901 al 1969, Kornej Čukovskij si è reso protagonista indiscusso del suo diario personale. Nel 1902, ricordando un periodo di lavoro indisturbato, annotava:

Ecco le mie decisioni: stare in casa e uscire una sola volta alla settimana, la domenica sera, per andare da qualche parte; leggere, scrivere ed impegnarsi; ripetere il vocabolario inglese oggi e basta; iniziare con l’italiano, altrimenti il mio petto andrà a puttane e poi sarà troppo tardi 10. E iniziarlo non autonomamente, ma con un insegnante; non sprecare neanche un’ora del mese di Dicembre. Bisogna, perdio, vivere almeno un mese della propria vita in modo intelligente.

 

Fonte: “Kul’tura.Rf” (Lina Sal’nikova) – Traduzione di Giulia Cori


1 Nome di un aceto da toeletta, un prodotto che nei secoli XVIII e XIX veniva usato per la pulizia del corpo e la disinfezione

2 Da “opala”, un termine che indica antipatia, sgradevolezza suscitata da una persona

3 Con “anime” si intende servi della gleba

4 Traduzione di Eridano Bazzarelli. BUR, 2006

5 Circolo letterario di intellettuali progressisti avversari del regime zarista

6 Così erano chiamati i membri del Partito Democratico Costituzionale russo, di cui Miljukov fu leader politico.

7 Dolce simile a bretzel diffuso nei Paesi scandinavi e in Estonia.

8 Nome di un villaggio fuori Mosca, oggi inglobato nell’area metropolitana della capitale.

9 Organismi unicellulari acquatici.

10 Čukovskij voleva imparare l’italiano per potersi recare in Italia e rimettersi in salute.

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.