Recensione di “Leningrado. Memorie di un assedio”, di Lidija Ginzburg

Recensione di "Leningrado. Memorie di un assedio", di Lidija Ginzburg

Leningrado. Memorie di un assedio è uno dei volumi del progetto “Memorial Italia”, pubblicato da Guerini e associati. Il diario-romanzo di Ginzburg ripercorre l’assedio dal punto di vista soggettivo del cittadino, mostrandoci la surreale quotidianità di una tragedia

Recensione a cura di Martina Fattore

 

L’assedio di Leningrado è una delle ferite ancora sanguinolente nella storia russa del Novecento. Durato ben 900 giorni – dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944 – vide le truppe naziste occupare la città, costringendo la popolazione civile a sopravvivere in condizioni estreme e disumane. La resistenza dei leningradesi contribuì alla capitolazione del nazifascismo, innescando una serie di eventi che culminarono nella fine del secondo conflitto mondiale.

La portata di questa tragedia trova poco spazio nella narrazione storica occidentale e risulta spesso poco conosciuta e divulgata, mentre invece rappresenta uno dei capisaldi della coscienza russa che alimenta un sentimento patriottico non scevro da controversie e ambiguità. Slitte che trasportano secchi o cadaveri avvolti come mummie, nastri adesivi attaccati ai vetri delle finestre sono immagini vivide nella memoria dei leningradesi così come in quella di tutto il popolo russo. Lo stesso termine blokada, usato per indicare l’assedio, riecheggia la parola inferno, ad, andando a connotare semanticamente quel preciso frangente storico a cui è imprescindibilmente legato.

Leningrado
Gli abitanti di Leningrado attingono l’acqua da un buco scavato nel ghiaccio in via Zvenigorodskaja. 1942. ©TASS

Leningrado. Memorie di un assedio di Lidija Ginzburg, edito in Italia da Guerini e Associati, è il secondo volume della collana Memorial, che ha il pregevole intento di narrare gli eventi che hanno segnato il Novecento attraverso una selezione di opere dell’Europa Orientale. Si tratta di una testimonianza unica e preziosa nel mare magnum della letteratura sull’assedio. Le Memorie sono un’opera composita su cui l’autrice ha lavorato nel corso di quarant’anni, e che è stata data alle stampe solo nel 1984 con la pubblicazione sulla rivista Neva.

È difficile ascrivere il libro a un genere ben preciso; sebbene il titolo faccia pensare alla diaristica, non ci troviamo davanti a un vero e proprio diario bensì a quello che la critica ha definito “diario schizzo-saggio” o “diario in forma di romanzo”. Si tratta infatti di una raccolta di narrazioni, trasposizioni dialogiche dal sapore teatrale, ma anche di un saggio con all’interno riflessioni storiche, filosofiche e psicologiche. Sin dalle prime righe Ginzburg dichiara che il suo intento è “non soltanto mostrare la vita sotto l’assedio, che era quella comune a tutti, ma anche l’esistenza di un singolo, giorno per giorno”.

La scrittrice ci presenta così l’uomo dell’assedio, che chiama convenzionalmente N, un intellettuale non andato al fronte a causa di un difetto alla vista. N lavora nella redazione letteraria del Comitato delle Comunicazioni Radio e per molti versi ricalca dei tratti autobiografici dell’autrice, eppure Ginzburg decide di affidare la narrazione a un personaggio di finzione poiché attraverso questo espediente riesce a descrivere l’assedio da una prospettiva oggettiva, scevra da ogni sentimentalismo propagandistico di cui sono pregne le altre testimonianze letterarie sull’assedio.

Leningrado
Leningrado. Memorie di un assedio , traduzione di Francesca Gori. Guerini editore, 2020

Francesca Gori, la traduttrice dell’opera, spiega come il titolo originale Zapiski blokadnogo čeloveka rievochi l’opera di Dostoevskij Memorie del sottosuolo (Zapiski iz podpol’ja), in cui l’autore indaga i pensieri più reconditi di un uomo prigioniero della propria quotidianità. Allo stesso modo, Ginzburg scava nella mente di N per analizzare i pensieri di un essere umano costretto a vivere in condizioni estreme.

La narrazione si focalizza sul periodo più atroce dell’assedio: 1941-1942. Si comincia a ritroso, dalla strana primavera del ’42 quando “la razione di pane era aumentata, i tram avanzavano prudentemente nelle strade gelate. I tedeschi avevano cessato i bombardamenti aerei, ma cannoneggiavano la città parecchie volte al giorno. I più forti e vigorosi erano già morti – o erano sopravvissuti. I più deboli tardavano a morire”. In queste circostanze di illusoria speranza, quando il peggio sembra essere ormai alle spalle, N ritrova lo spazio e la forza per riflettere sull’inverno appena trascorso, proiettandoci nella mentalità di un assediato.

L’assedio viene presentato come una condizione psicologica che altera gli equilibri sociali e interiori, la percezione dello spazio e del tempo, e che si insedia nella coscienza dell’individuo con la sua logica di sopravvivenza. Il legame con lo spazio diventa ambivalente e complesso; la Leningrado dei fasti della Rivoluzione si trasforma in un cerchio impossibile da spezzare, così come la casa è al contempo rifugio e pericolo. N si muove all’interno della città defamiliarizzata, animato dalla ritualità dei gesti essenziali che fanno parte della routine di tutti i leningradesi: procurarsi la legna, riempire i secchi d’acqua, fare code infinite per un piatto di zuppa, qualche grammo di kaša e 125 grammi di pane.

Leningrado
La razione di pane e la tessera alimentare (Fonte: Museo del Pane, San Pietroburgo)

La fame e il freddo tormentano N, che non riesce a trovare conforto neanche nel sonno poiché un movimento impercettibile potrebbe far cadere le coperte che gli garantiscono un minimo di calore e protezione. Il corpo diventa il primo bersaglio dell’assedio, l’avamposto più vicino che aliena la coscienza dell’individuo dal mondo esterno ostile.

Attraverso un’indagine antropologica, Ginzburg traccia un’analisi psicologica individuando i pensieri e le dinamiche mentali degli assediati. Il “senso di inadeguatezza al sacrificio” pervade chi non è andato a combattere in prima linea per la Patria, come N. Anche le relazioni con i membri della propria famiglia e gli affetti più cari sono compromesse: con loro bisogna condividere il pane nonostante l’esiguità delle porzioni e soffocare l’egoismo della sopravvivenza: “assalite dalla pietà o dalla rabbia, le persone dividevano il loro pane. Maledicendo, lo condividevano, e condividendolo morivano”.

La distrofia alimentare attanaglia i leningradesi, che sviluppano un’ossessione per il cibo; quest’ultimo, ormai spoglio di tutte le connotazioni culturali legate alla convivialità, finisce per diventare un tabù nelle interazioni sociali e un canale di sfogo su cui confluiscono tutte le frustrazioni e le sofferenze umane.

Questa condizione sfocia in una paralisi generale che sostituisce la paura con l’inerzia e le azioni con le reazioni. Le conversazioni diventano uno strumento di autoaffermazione ed esorcizzazione del presente, l’arte uno strumento di resistenza. Bisogna tenere conto di come la cultura abbia rappresentato il vero baluardo negli anni dell’assedio.

Infatti, la brutalità e l’arida umanità non ostacolarono la produzione artistica, che in quegli anni si rivelò sorprendentemente prolifica; basti pensare che la celebre Sinfonia n.7 fu composta da Dmitrij Šostakovič proprio in quel periodo, diventando così la denuncia dei crimini commessi nella Leningrado assediata. Proprio come la Sinfonia n.7, Leningrado. Memorie di un Assedio rappresenta la voce della resistenza, “il grido delle muse che non restarono in silenzio”1.

Le muse non tacquero
“A Muzy ne molčali”, Vasilij Bratanjuk, 2015

Nata a Odessa il 18 marzo del 1902, Lidija Ginzburg è considerata una delle più importanti critiche letterarie del Novecento. La sua esistenza fu segnata dalle persecuzioni – sia a causa delle sue origini ebraiche, sia per la frequentazione dei circoli formalisti – e per questo fu costretta lasciare la sua amata Leningrado per alcuni anni trasferendosi a Petrozavodsk, nell’attuale Repubblica di Carelia.

Con questa opera di lunga gestazione, Ginzburg ha tentato di descrivere ciò che ha vissuto in prima persona circoscrivendo l’assedio nell’universalità dell’esistenza umana, regalandoci così una prospettiva unica e preziosa, animata dal monito della memoria attraverso la scrittura: “Scrivere del cerchio è spezzare il cerchio. Bene o male è sempre un’azione. Nell’abisso del tempo perduto, qualche cosa è stato trovato”.

Lidija Ginzburg
Lidija Ginzburg. Foto: R. Chrušč. 1990

Chiunque avesse le forze sufficienti per leggere, leggeva avidamente Guerra e Pace nella Leningrado assediata. Tolstoj aveva detto una parola definitiva riguardo al coraggio, a chi partecipa alla causa comune della guerra di un popolo. Aveva anche spiegato come chi si trova preso in questo vortice continua a recitare la propria parte involontariamente, impegnato in apparenza a risolvere i problemi della propria esistenza. Gli abitanti della Leningrado assediata lavoravano (fin che potevano) e salvavano, se potevano, se stessi e i propri cari dalla morte per la fame.

 

1In russo “A Muzy ne molčali…”, espressione diventata il motto della Leningrado assediata.

Martina Fattore

Cresciuta nelle terre molisane, non potevo far altro che innamorarmi di un posto altrettanto irreale. Le incomprensioni con perfettivi e imperfettivi non mi hanno impedito di vivere il celebre inverno russo: gelido ma pieno di calore umano condiviso davanti a una buona tazza di čaj e kalitki.