Abcasia, un paese in stato di abbandono

L’Abcasia è un po’ la Costa Azzurra sovietica. Da trent’anni questa perla subtropicale è abbandonata a se stessa, in balia degli sciacalli e delle cattive abitudini dei residenti locali.

In Abcasia si trovano giacimenti di petrolio, gas, carbone, granito, marmo e diversi minerali preziosi. Metà del suo territorio è coltivabile, l’altra metà è costituita da foreste. L’impressionante (per gli standard del paese) lunghezza dei suoi fiumi di montagna rappresenta un grande potenziale per la produzione di energia idroelettrica sicura ed economica. Il paese comprende sia zone subtropicali che alpine, il che significa che ci si può svagare sia nelle località sciistiche, sia in spiaggia. Si tratta, dopotutto, di uno dei più bei paesi al mondo. Eppure perché l’Abcasia si trova in un tale stato di abbandono?

La mia prima sera a Sukhumi compro un vasetto di matsoni (chiamato anche “yogurt del Caspio”, è un prodotto a base di latte fermentato popolare in Georgia e Armenia, ndt). Alla cassa leggo l’etichetta: il matsoni che sto comprando proviene dalla Karačaj-Circassia (repubblica confinante, ndt). Chiedo alla commessa se per caso non ce ne sia di quello locale, non importato, e questa mi spiega che non ci sono caseifici in Abcasia. Neanche uno, eppure le mucche vagano per le strade, come cani

Il miele abcaso è considerato quasi il migliore del mondo, ma non ne esiste una produzione a livello industriale. Qualsiasi rametto venga piantato nel terreno germoglierà e darà frutti, ma non si ha una coltivazione a livello nazionale di feijoa o arance. E non c’è nessuna industria dolciaria. O meglio, ce n’è una, ma è abbandonata. Il molino, costruito negli anni ‘60, è abbandonato. Anche la fabbrica di tè, che in epoca sovietica produceva tè georgiano, di II grado, è stata abbandonata. La carne viene importata dalla regione di Krasnodar, mentre il complesso industriale di Sukhumi giace abbandonato. I magnifici sanatori che hanno dato all’Abcasia la nomea di Costa Azzurra sovietica sono stati anch’essi abbandonati, ne restano le rovine. Lo stesso vale per le case in riva al mare: cadono a pezzi, nessuno ci abita più.

Tutto questo in Abcasia viene chiamato semplicemente zabroška (termine colloquiale per “edificio abbandonato”, ndt). C’è il latte, c’è il cibo e ovunque edifici abbandonati, zabroška appunto. Di tentativi per rimediare a quest’ultimo fenomeno ce ne sono stati parecchi negli ultimi 30 anni: sono comparsi nuovi hotel, alcune strade sono state riasfaltate, hanno provato ad arrivare alcuni investitori.

 

Solo paesaggio

La strada gira dietro la montagna per poi riemergere da un tunnel scavato nella roccia da qualche genio dell’ingegneria, vicinissima al burrone. La nuda roccia, per l’effetto della pioggia, sembra quasi laccata. Gli alberi sparsi in cima alle montagne sono tesi verso l’alto e si perdono nel cielo grigio ovattato. Il fiume Bzyb’ scorre sulle rocce con un sibilo, le viole di montagna si nascondono nell’erba, da sotto il muschio verdissimo fanno capolino i bucaneve caucasici del Libro Rosso. Sto andando al lago Ritsa, che in Abcasia è considerato non tanto l’ottava meraviglia del mondo, ma proprio una meraviglia ante litteram.

Piove dalla mattina, l’acqua porta via con sé la vernice delle insegne dipinte a mano: “Miele”, “Degustazione”, “Formaggio”. I commercianti devono averle messe lì durante qualche remota stagione turistica allo scopo di attirare turisti. In estate su questa strada ce ne sono tanti. Ora i commercianti con le loro insegne se ne sono usciti già all’inizio della primavera. Si appostano sotto la loro tela cerata male inchiodata ad un supporto di legno. Mi convincono a provare il sulguni (formaggio tipico, ndt) fatto in casa e succo di melograno. Mi toccherà poi buttar via il succo e il formaggio acquistati dopo la degustazione – non hanno niente a che fare con quelli che ho assaggiato.

La strada prosegue turbinosa come prima. Davanti ai miei occhi la primavera si è trasformata in inverno, la pioggia in neve. Da ogni lato le montagne sembrano essersi accovacciate, si sono abbassate. Vuol dire che sono già parecchio in alto e che presto vedrò il lago Ritsa, che si trova a 1000 m sul livello del mare.

Ma la neve non cade più a fiocchi, ormai copre la strada fino a bloccarla. Le macchine che sono riuscite ad arrivare fino a questo punto, sbandando e gemendo lungo la via scivolosa e stretta tra due precipizi, fanno dietrofront.

Non sono riuscita a raggiungere il lago Ritsa, ma la strada stessa per arrivarci… non ricordo di aver mai visto qualcosa di così straordinariamente bello… e triste.

In generale, questa è l’Abcasia: natura meravigliosa che toglie il fiato e dolorosa trascuratezza verso tutto ciò che fu creato da chi vi abitò.

Strada per il lago Ritsa. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

Una giornata di primavera a Gagra

Venire in vacanza qui era il sogno di ogni impiegato statale. L’Abcasia cominciò a trasformarsi nella cosiddetta Costa Azzurra sovietica all’inizio degli anni ‘20, quando l’URSS non si era ancora ripresa dalla fame. Anche se le basi per questa trasformazione erano già presenti. Alessandro di Oldenburg, duca e generale russo, membro della famiglia imperiale, nel 1903 costruì a Gagra un ristorante con locanda e un castello per sé. Più tardi furono costruiti una residenza per il suo medico personale, una casetta per la governante, e fu così che possedere una dacia a Gagra divenne prestigioso, cominciarono ad arrivare nobili e mercanti. Furono costruiti orfanotrofi, ospedali e scuole. Così Gagra fiorì rapidamente, diventando un luogo di villeggiatura paradisiaco.

Dopo il 1917 le proprietà di mercanti, governanti e duchi cominciarono a finire nelle mani dei sovietici. Il castello del duca di Oldenburg diventò così la casa estiva di Stalin, per l’élite del partito. Per chi altro sennò? L’ex-ospedale fu convertito nel sanatorio del Narkomfin, e così via. All’inizio degli anni ‘60 solo a Gagra erano stati costruiti quasi una trentina tra sanatori e residenze estive. Accanto ai palazzi che l’élite del partito si era fatta costruire, il castello del Duca sembrava una modesta dacia.

Il gioiello di Gagra era il sanatorio “Gruzija” (Georgia, ndt). Un edificio dalla bellezza sorprendente in stile “impero stalinista”, sebbene sia stato costruito sette anni dopo la morte del padre della patria. In alcuni punti fu necessario spaccare la roccia per adattare l’enorme edificio alle montagne. I bagni di ogni stanza erano decorati con piastrelle con fiori azzurri. I balconi offrivano una vista mozzafiato su palme, cipressi, sul mare sconfinato…

Sanatorio “Georgia”. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

Le piastrelle e il panorama si possono ammirare ancora oggi. Il resto non è sopravvissuto fino all’indipendenza dell’Abcasia. L’Abcasia, vi ricordo, è riuscita a riconquistare l’indipendenza dalla Georgia nel 1993. Da allora il sanatorio è stato abbandonato, le balaustre abbattute, le finestre rotte, il parquet marcisce sotto lo stucco crollato dal soffitto.

Negli ultimi anni è comparsa una recinzione intorno al “Georgia”. Il cancello riporta la scritta: proprietà privata.

Quando il guardiano mi vede, mi dice, prima che io possa aprire bocca: 100 rubli. Evidentemente “100 rubli” è la parola d’ordine di Gagra. Un’ora prima anche il custode del ristorante “Gagripš”, dove sono state girate le scene del film “Una sera d’inverno a Gagra”, mi aveva offerto un tour degli interni per 100 rubli.

“Gagripš” fu la prima cosa che il duca di Oldenburg costruì, con l’intenzione di fare di Gagra una località di villeggiatura da favola. Il ristorante è chiuso in inverno, apre solo d’estate, mentre dell’albergo che gli era annesso è rimasta solo una scala.

All’interno del “Georgia”. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”
All’interno del “Georgia”. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

Il sanatorio “Georgia”, normalmente inaccessibile al pubblico, si può comunque visitare con una guida. Mentre mi trovo qui, un ragazzo con un cappello rosso sta guidando un gruppetto di cinque persone attraverso i piani. Racconta ai turisti dove erano posizionati i grammofoni nella sala da tè, quali scale prendevano i membri del Comitato Centrale per raggiungere la mensa, quali vasche si trovavano nelle suite. E come l’edificio fu “costruito con grande impegno sotto Stalin”. Nonostante questa affermazione, non sbaglia l’anno di costruzione del sanatorio: dice proprio 1960. I turisti annuiscono e chiedono cosa ne sia stato dell’edificio dopo la morte di Stalin.

  • C’è stata la guerra con la Georgia – risponde la guida con un’espressione seria. – Prima della guerra il sanatorio era attivo, ma è stato pesantemente bombardato, distrutto e depredato.

La guida mi racconta che accompagna spesso turisti a vedere gli edifici abbandonati dell’Abcasia. È così che sento qui questa parola: zabroška. Una parola che indica qualsiasi proprietà abbandonata di cui nessuno si prende cura – perché non ne vale la pena. È come una valigia senza manico. Sta in piedi finché non crolla da sé. Di queste cose ne abbiamo un sacco anche da noi (in Russia, ndt). Ma in Abcasia la zabroška è ciò che un tempo l’ha resa famosa.

Il famoso Zimnij teatr (Teatro d’inverno) fu costruito nel 1953. Davanti c’è il biglietto da visita di Gagra: il colonnato. Il Teatro d’inverno porta ancora tracce della sua remota bellezza. Qua e là all’interno si sono conservate alcune balaustre, stucchi, travi decorate, il pavimento in marmo dell’atrio. Sia le finestre che il parquet sono a pezzi, le tubature spaccate. In compenso, appena si entra ci si imbatte in un appendiabiti che qualche simpaticone ha trascinato fino all’ingresso.

Gagra. L’albergo “Skala”. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

Anche l’albergo “Skala”, un tempo riservato all’élite, è diventato una “zabroška”. Una decina di anni fa qualche investitore aveva avviato la ristrutturazione dell’edificio principale, costruito in epoca sovietica. Sono state rifatte le finestre, gli arredi. E poi tutto si è fermato lì. C’è chi dice che siano finiti i soldi, altri dicono che sia stato fregato dai partner abcasi.

La bellezza dello “Skala” non consiste tanto nel massiccio edificio sovietico, ma negli altri tre, prerivoluzionari, costruiti da Oldenburg. Si tratta di un ex-ospedale, della dependance di una governante e di un orfanotrofio voluto dal duca. Di tutti e tre non restano che rovine.

Gagra. Albergo “Skala”. Sede dell’ex-collegio. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

Può essere annoverata tra le zabroški pure quella che era la dacia di Nestor Lakoba, primo comunista dell’Abcasia sovietica e amico personale di Stalin. Prima di Lakoba, ovviamente, la dacia aveva un altro proprietario, ma dopo la Rivoluzione se ne impossessò Lakoba in quanto principale rivoluzionario abcaso. In seguito alla sua morte la dacia fu occupata da altri personaggi del partito. Da quando l’Abcasia è diventata indipendente la dacia è in stato di abbandono.

Come ha potuto tutto questo splendore andare in rovina in questo modo? Se glielo chiedete, qualunque abcaso vi dirà sospirando: “la guerra”. A Gagra durante la guerra, vi dirà, il castello di Oldenburg venne bruciato e saccheggiato, il “Georgia” fu distrutto…

  • A dire il vero Gagra non ha sofferto troppo durante la guerra – dice l’imprenditore Kirill Bazilevskij – Gli abcasi riuscirono a riprendersi la città già nell’autunno del 1992.

Dal “Georgia” e altre residenze estive è stato portato via tutto da vari sciacalli già dopo la guerra. Tutti questi edifici erano vuoti e incustoditi.

Dacia di Lakoba. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

L’incendio al castello del duca si verificò prima della guerra, si sospettava che fosse doloso, ma non è stato mai provato. Dopo la guerra il castello e il resto degli edifici rimasero vuoti. Le autorità della giovane repubblica semplicemente non riuscirono a farci niente. In compenso ce la fecero i cittadini. Non me la sento di giudicare qui. Dopo aver vinto la guerra, l’Abcasia ha passato un periodo duro, anzi catastrofico. Non solo aveva perso migliaia di giovani forti e l’intera economia, ma si trovava anche sotto assedio.

  • Era un periodo molto difficile – ricorda Tamila Mertskhulava, presidente della Camera di commercio abcasa. – E ha lasciato il segno. Gli uomini non potevano attraversare il confine con la Russia, era permesso soltanto alle donne. Una rovina totale, le industrie, le fabbriche erano inattive, il governo al posto dei soldi ti dava da mangiare. E avevi una famiglia sulle spalle. Le nostre donne raccoglievano i mandarini e, caricandoseli sulla schiena, si trascinavano a piedi fino al confine per venderli. Era con quei soldi che sfamavano le famiglie.

Per noi queste sono semplicemente residenze estive abbandonate – opere di architettura, una bellezza ultraterrena e via dicendo. Per la gente lì c’erano legna da ardere, mobili di buona fattura, tubature, stoviglie e tante altre ricchezze.

Vista dal sanatorio “Georgia”. Dal video di Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

Chiunque poteva entrare al “Georgia” e toccare col piede le corde del vecchio pianoforte. A quanto pare non sono riusciti a sventrarlo completamente. Si trova nella sala da ballo. Chiunque poteva ammirare i decori blu sulle piastrelle e provare a staccarne una come souvenir. Nella dacia di Lakoba i cultori delle rovine per molto tempo hanno trovato persino residui di vestiti nell’armadio. Non sono riusciti a portar via il lussuoso tavolo da biliardo, infatti è ancora lì.

La cosiddetta “zabroška” in Abcasia non comprende soltanto sanatori e residenze estive, ma anche, ad esempio, l’ex edificio del Consiglio dei ministri nel centro di Sukhumi. Idem per la stazione dei treni. Anche l’aeroporto di Sukhumi è una “zabroška”, sebbene ristrutturato di recente.

La Repubblica non è riconosciuta e l’ICAO non concede ai suoi aerei l’autorizzazione a volare. L’aeroporto è vuoto, ma perlomeno l’edificio da poco ristrutturato è chiuso. Dell’albergo accanto sono rimasti solo i muri di cemento.

Aeroporto. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

La forma di “zabroška” più terribile in Abcasia è rappresentata dalle ex case residenziali. Soprattutto se si sa come sono diventate così. Non c’è bisogno di andare a cercarle, ti si stagliano davanti agli occhi in ogni strada della capitale, fuori città non c’è altro. E non si tratta di vecchie catapecchie in legno come nei morenti villaggi russi, bensì di case un tempo solide, in pietra, le quali ancora oggi possono dirci molto circa i loro ex proprietari benestanti.

 

“Una città morta”

Ochamchire è l’ultima città della repubblica autonoma sulla costa orientale del Mar Nero. Vicinissima alla Georgia. Un tempo era anch’essa una famosa località balneare. Un po’ più modesta di Gagra, ma aveva un potenziale diverso.

  • Ochamchire era la città più ricca dell’Abcasia prima della guerra (guerra georgiano-abcasa, 1992-1993) – racconta Kirill Bazilevskij. – Non la popolare Gagra, proprio Ochamchire. Era un centro di commercio e di trasporto – stradale, ferroviario, marittimo. Proprio a Ochamchire lavoravano gli tsekhoviki (commercianti illegali, ndt) Sotto l’URSS, se ricordi, venivano messi in galera. E qui i loro prodotti finivano in Armenia e in Azerbaigian.

Da Sukhumi si arriva qui percorrendo una strada ben asfaltata (riparata grazie all’assistenza russa). L’ultimo negozio di souvenir, l’ultimo negozietto di vini locali per i turisti, l’ultima bancarella di mandarini sul ciglio della strada sono ormai rimasti parecchio indietro, da qualche parte dopo Gulripsh.

Tra la strada e il mare ci sono un prato di erba bruciata e una spiaggia di ciottoli grigi. Sul bordo della strada corre una mucca maculata simile ad un vecchio levriero. Sulla spiaggia due uomini avvolti in giacche pesanti col cappuccio calato sul viso stanno seduti immobili sulla riva con le loro canne da pesca. Sul prato c’è una palma con la chioma bruciata e accanto un palo arrugginito che ospita uno striscione pubblicitario. Quasi tutti i cartelli pubblicitari in Abcasia sono esempi di “zabroški”. Se non sono vuoti, allora pubblicizzano o sigarette o cellulari o banche. Oppure la foto del primo presidente Vladislav Ardzinba. Oppure qualcuno che si sta preparando alle nuove elezioni.

Ochamchire. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

 

Ochamchire. Costruzione incompleta sulla riva del mare. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

Ochamchire ospita i propri visitatori in un colosso degradato di 17 piani in cemento armato sulla riva del mare. Si tratta di un albergo sovietico costruito solo in parte, e poi abbandonato. L’edificio è completamente vuoto, però sul tetto ci sono delle antenne satellitari. Chi ce le ha messe? Non si può chiedere a nessuno, per strada non c’è anima viva.

Tutte le case che si affacciano sulla viuzza che porta sulla strada principale dal lato del mare sono disabitate. Sono tutte distrutte, a pezzi, senza finestre, senza tetto. Nei giardini, gli alberi sono carichi di mandarini.

Ma proprio grazie al silenzio tombale che regna in questa città, si può sentire che, dopotutto, un po’ di vita c’è. Da qualche parte giocano a pallone. Passa una macchina. Una mucca muggisce. Un cavallo trascina un carro. I bidoni della spazzatura traboccano, l’immondizia è caduta fuori, il vento raschia l’asfalto con una bottiglia di plastica. I rifiuti sembrano essere abbastanza freschi, nel senso che evidentemente qualcuno riempie questi bidoni. Eppure non c’è nessuno che li vuoti.

In altre strade di Ochamchire ci sono case abitate, ce ne sono addirittura di nuove e dall’aspetto decoroso.

Ochamchire. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

In lontananza si vede una colonia di palazzoni. Mancano delle finestre, mentre di alcune si sono conservate le cornici o i doppi vetri. Ci sono lenzuola appese ad asciugare sui balconi. Il primo piano di uno dei palazzi è sbarrato e sulla porta c’è un cartello: “Archivio distrettuale di Ochamchire”. Gli orari di visita sono lunedì, mercoledì e venerdì. Attraverso il vetro si possono vedere pile di fogli ingialliti. Può darsi che l’archivista lavori davvero tre volte a settimana. È sabato pomeriggio e non posso verificare.

Un edificio di cinque piani senza finestre si affaccia su un parco giochi composto da uno scivolo polveroso e da un’altalena immobile. Un lungo tubo blu è conficcato nella sabbia lì vicino e su di esso sventola la bandiera dell’Abcasia. C’è una fune tesa lungo il tubo-asta, il che significa che la bandiera può essere alzata solennemente ogni mattina.

Volendo, si possono fare due passi tra le case con facilità e fare una stima degli appartamenti vuoti.

  • ⅘ – mi dice un uomo dai capelli grigi con una giacca rossa.

È l’unica persona che incontro in questo sabato pomeriggio in città. È seduto su un pezzo di cemento accanto all’ingresso del garage e mi fissa mentre scatto delle foto.

  • Non hai paura ad andare in giro da sola? – chiede strizzando gli occhi e accendendosi una sigaretta. – Qui da noi ci sono i lupi, lo sai?

So che ad Ochamchire ci si può imbattere nei lupi. Le autorità locali chiedono ai cittadini di sparargli. Inutile domandare con che cosa – è scontato che ogni famiglia in Abcasia abbia un’arma. È stata adottata una legge per cui si può detenere un’arma dai 21 anni in su.

Ti danno mille rubli per la testa di un lupo. Ovvero, due pensioni mensili. Il fortunato di turno appende la testa mozzata del lupo con le mascelle spalancate al cancello.

 

L’uomo dai capelli grigi non ha voglia di rispondere alle mie domande.

  • Non troverai nessuno che voglia parlare con te qui – dice cupamente gettando via il mozzicone di sigaretta prima di andarsene.

Dietro quello che ora so essere il quinto delle case effettivamente abitate, si apre una vista inaspettata: un cortile ordinato coperto di ghiaia, una cancellata e una palazzina a due piani dall’aria nuova. È un asilo per bambini da 200 posti costruito con i soldi stanziati dalla Russia. È stato costruito nel 2017 e avrebbe dovuto essere inaugurato nel 2019, ma il termine non è stato rispettato. Ma ecco, il problema, a giudicare dalle dichiarazioni delle autorità abcase, era più grave: il vecchio asilo da 80 posti, lamentavano i funzionari, non bastava decisamente più alle quattromila famiglie di Ochamchire.

Ochamchire. Nuovo asilo costruito con fondi russi. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

Secondo un censimento dell’URSS, nel 1989 a Ochamchire vivevano 20.000 persone. Inoltre, la popolazione di questa ricca città industriale crebbe durante tutto il periodo sovietico. Dopo la guerra, la popolazione diminuì di quattro volte. Stando alle statistiche abcase, le ultime registrazioni in città risalgono al 2003, quando ad Ochamchire sono state registrate 4.700 persone. In realtà, è assai probabile che fossero meno, visto che non c’è lavoro. Sono state registrate altre 19.000 nel distretto. A quanto pare ci si immagina che quelle famiglie dalla campagna porteranno i propri bambini al nuovo asilo costruito in questa “città morta”.

 

Le stoviglie altrui

  • Ochamchire è in questo stato perché durante la guerra ha sofferto più di tutte le altre città – mi spiega Tamila Mertskhulava, presidente della Camera di commercio. – Se non ci fosse stata la guerra, le cose sarebbero diverse.

Ochamchire, come ho già scritto, è la città più vicina al confine georgiano. Delle 20.000 persone che vi vivevano prima della guerra, gli abcasi rappresentavano meno di un quinto, il 18%. Circa la stessa percentuale di abitanti russi e armeni. Quando iniziò la guerra con la Georgia, il 60% della popolazione di Ochamchire era di etnia georgiana.

  • Non ci sono state azioni militari significative ad Ochamchire – mi dice un imprenditore locale che mi chiede di restare anonimo. – La Georgia ha avuto il controllo della città per molto tempo, la città era dopotutto principalmente georgiana. Le autorità di Ochamchire supportavano Tbilisi. L’esercito georgiano entrò in Abcasia nel 1992, stava per muoversi lungo la ferrovia ma gli zviadisti (sostenitori di Zviad Gamsakhurdia, ndt) nella Georgia orientale si ribellarono e fecero saltare in aria la ferrovia, per cui i georgiani dovettero muoversi lungo la strada principale. Raggiunsero in fretta Ochamchire e tutta la parte orientale dell’Abcasia, incontrando resistenza soltanto a Sukhumi sul Ponte rosso. Non c’era un vero e proprio fronte a Ochamchire.

In altre parole, le case vuote e distrutte furono ridotte in quello stato da armi non nemiche. Entrambe le parti coinvolte continuano ad incolparsi a vicenda per le atrocità del conflitto.

 

Ma le due parti, ammette poi il mio interlocutore abcaso, agirono allo stesso modo.

  • I georgiani incendiarono le abitazioni abcase, gli abcasi quelle georgiane – continua. – Dopo aver preso Sukhumi alla fine della guerra, la nostra gente raggiunse il confine con la Georgia in tre giorni ma nessuno si aspettava che la guerra avrebbe preso una piega simile. I georgiani fuggivano, abbandonando le proprie case in fretta e furia, spesso senza riuscire a prendere i propri effetti personali. Le autorità locali furono le prime a fuggire perché temevano che si sarebbe fatto loro pagare il sostegno all’amministrazione georgiana. Cominciò un esodo di massa di profughi. I nostri sono entrati in una Ochamchire praticamente deserta. In alcuni villaggi iniziò una serie di azioni di guerriglia e molte case furono danneggiate. Ma per lo più molte rimasero vuote perché i georgiani fuggirono. Le loro case vennero o smantellate o occupate dai vicini.

E fu così che Ochamchire, la città più vicina (in tutti i sensi) alla Georgia, divenne una città “morta”. I profughi georgiani lasciarono non solo le proprie case, ma anche i propri posti di lavoro. Non c’era nessuno che li sostituisse. Le varie attività commerciali vennero abbandonate esattamente come le abitazioni.

Noleggio stoviglie. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

Mi fermo davanti ad una casa vuota vicino ad Ochamchire. Una casa in pietra, solida, da cui traspare qualche traccia di bellezza, con una lunga scala che attira la mia attenzione. Ma non è tanto la casa in sé a catturare la mia attenzione, quanto piuttosto la fermata dell’autobus di fronte ad essa. Un cartello appeso alla tettoia riporta la scritta: “Noleggio stoviglie”, con un numero di telefono e una freccia che indica la direzione. Non è la prima volta che vedo qualcosa del genere in Abcasia.

 

Ci sono una ragazza e una bambina accanto alla fermata del bus. La ragazza ha l’aria di essere una scolaretta, non mi rendo conto subito che la bambina è sua figlia. Chiedo cosa significa il cartello.

  • Beh, se hai bisogno di piatti, perché magari quelli che hai non ti bastano, vai e ne chiedi in prestito. Che c’è di poco chiaro? – risponde la mamma in modo brusco.

In realtà, la gente ha abbastanza soldi per piatti e stoviglie nella vita quotidiana. Nei villaggi abcasi la gente vive sempre più di sussistenza, in qualche modo riescono a racimolare un piatto e un cucchiaio.

  • [Stoviglie in più] servono per i funerali, che da noi sono frequenti – mi spiega il giornalista Anton Krivenjuk. – Le famiglie nei villaggi sono molto numerose, ogni volta si preparano grandi tavolate. E ci sono degli uffici appositi che si occupano di portare piatti e quant’altro, basta dire loro quando è il “plakanje” (“lamentazione solenne”, rituale funebre tipico della zona, ndt). Di questi rituali ce ne sono spesso, qui muore molta gente. Qui gli uomini raramente arrivano ai 65 anni. Se guardo alla mia generazione, di 35-45 anni: uno si è ammazzato di alcool, un altro con la droga, un terzo è annegato, un altro ancora si è suicidato e l’altro è stato investito…  In pratica più della metà dei miei coetanei è già passato all’altro mondo. Non potete immaginare che catastrofe umanitaria ci sia in Abcasia.

In Abcasia mi imbatto anche nel cartello: “Noleggio giacche” – solo una volta però, a Novy Afon. È già buio, non c’è nessuno a cui chiedere cosa significhi. Mi immagino che le giacche vengano noleggiate dai turisti per proteggersi dal freddo nella grotta di Novy Afon.

  • Sì, penso che sia così – concorda Anton. – Anche se non troppo tempo fa c’erano persone che noleggiavano vestiti, ad esempio per il matrimonio. Mettiamo che tu abbia bisogno di un paio di scarpe o di un vestito, ti rivolgi a loro. Ma questo succedeva in campagna, non nelle città.

Tutto questo Anton me lo avrebbe spiegato dopo. Intanto io me ne sto lì accanto alla giovane mamma accigliata e osservo le belle rovine alle sue spalle.

  • La casa è in vendita – si rianima la ragazza seguendo il mio sguardo.

“Roman!” – urla senza aspettare una mia reazione, e dal cortile vicino esce un ragazzo in uniforme militare. Suo fratello, a quanto ho capito. Chiama la madre e mi portano a vedere la casa. All’interno alcune parti delle mura sono intatte. Il resto è praticamente tutto distrutto, non riesco ad immaginare come possa essere ristrutturato.

In compenso, la casa si trova a cinque minuti di macchina dal mare, mi assicura Roman. Chiedono 400.000 rubli per la casa. Ma vabbè, dice Roman, facciamo anche 300.000.

 

“Occupato”

Aspetto che queste care persone mi dicano qualcosa sul procedimento di compravendita. Infatti gli stranieri in Abcasia non possono acquistare proprietà residenziali. Ma i miei interlocutori tacciono. Quindi chiedo direttamente. La donna esita, ma poi subito mi assicura che sistemerà tutto.

  • E lo avrebbero sistemato davvero – ride più tardi Anton Krivenjuk, ascoltando il mio racconto. – Avrebbero trovato qualche cugino di secondo o terzo grado in comune e ti avrebbero preparato dei documenti falsi.

Kirill Bazilevskij definisce questa pratica “un classico”.

  • I russi mi chiedono spesso come fare a comprare un appartamento a Sukhumi o a Gagra, qui si trovano alloggi veramente economici. – Ora prova a immaginare. Paghi 400.000 rubli per una casa. Dato che non puoi esserne tu stessa la proprietaria, la registri a nome di un abcaso. Nel migliore dei casi, con un contratto. Quindi per vivere in quella casa dovrai investire circa 3 milioni di rubli. E poi arriva il proprietario “ufficiale” e afferma di non conoscerti.

Intanto, la conversazione con la famiglia di Ochamchire non si conclude con la registrazione di alcun documento. Tra una cosa e l’altra salta fuori che la casa in questione non è nemmeno di loro proprietà. Loro vivono nella casa accanto (decisamente più modesta e povera, anche se integra). La casa “in vendita” apparteneva ai vicini che se ne sono andati tanti anni fa.

  • Una casa del genere si dice “occupata” – racconta Kirill Bazilevskij. – Quando i georgiani fuggivano, i vicini si stabilivano nelle loro case e scrivevano sui cancelli semplicemente “occupato”. L’Abcasia è piena di case che non sono registrate in alcun modo. È da ormai dieci anni che si cerca di creare un catasto, ma in qualche modo non ce la fanno.

Le persone vicine alle autorità hanno opinioni discordanti riguardo a questo problema.

  • Sì, succede, dopo la guerra c’è chi se n’è andato lasciando la casa ai vicini, ai parenti – ammette Tamila Mertskhulava. – Avevano paura e se ne sono andati. Ma nessuno vieta loro di tornare! Tranne, ovviamente, i cittadini georgiani che hanno preso parte al conflitto e se ne sono andati.
La casa in vendita. Foto: Irina Tumakova / “Novaya Gazeta”

Un ex funzionario abcaso, che ha partecipato alla guerra, la pensa diversamente (vuole restare anonimo).

  • Purtroppo la nostra gente ha preso brutte abitudini dopo la guerra.

Durante la guerra, quando i georgiani scapparono, lasciarono libere non solo molte case di campagna, ma anche alloggi in città. Questi ultimi sono stati occupati dalla gente di campagna che si è trasferita in città dove ha ricevuto un buon alloggio gratuitamente ed elettrodomestici. È così che la nostra campagna ha cominciato a svuotarsi. E così anche Ochamchire. Ma il peggio è il fatto che in seguito a questo la gente ha iniziato ad appassionarsi alle cose “gratis”. Con il tempo quest’abitudine sarebbe sparita, ma purtroppo la Russia le ha dato nuovo vigore nel momento in cui in Abcasia hanno iniziato a piovere “soldi gratis”.

FONTE: Novaya Gazeta, 29/03/2021 – di Irina Tumakova, Traduzione di Elisa Angelone