La ricostruzione di un’eredità. Il declino della dinastia Rurik

All’interno dei Musei del Cremlino di Mosca si sta svolgendo la mostra dal titolo “Il declino di una dinastia. Gli ultimi Rurikidi. Il Falso Dmitrij”.

Essa delinea i momenti cruciali dalla nascita di Ivan il Terribile all’ascesa della dinastia Romanov e a tale scopo fa uso di materiali lussuosi (lussuosi in senso figurato e letterale) provenienti dal Cremlino e da altre collezioni. Ad ogni modo, come ha avuto conferma Sergej Chodnev, il fulcro narrativo resta innanzitutto la storia dei sovrani che combatterono per la propria legittimità.

Per essere precisi, la mostra si presta a due chiavi di lettura. Una è quella di cerimonia-parata: l’esposizione nelle due sale del Cremlino (nella Camera ad una colonna del Palazzo del Patriarca e nel Campanile dell’Assunzione) potrebbe apparire, ad uno spettatore meno attento, un quadro di eccellenza decorativa ed artigianale dai sovratòni nazionali. Troviamo esposti la Corona di Monomaco, il copricapo di Grozny, appartenente al regno di Kazan’, ed il trono persiano di Boris Godunov, fervidamente decorato con gemme rosse e turchesi. Sia lo scettro che il globo del “grand set”[1] arrivarono a Godunov dal lavoro, forse, dei gioiellieri manieristi di Praga e sarebbero, quindi, direttamente legati alla corona dell’imperatore-stregone Rodolfo II, conservata nella Schatzkammer di Vienna. L’opportunità di osservare in modo adeguato le divine decorazioni smaltate di queste insegne reali non capita spesso, benché sia contenuta in esse tutta l’essenza della monarchia in generale e di quella imperiale.

Foto: Gleb Ščelkunov. Fonte: Kommersant’.

Vi sono ancora una miriade di ricche cornici di incredibile squisitezza, strumenti religiosi e tessuti – liturgici e funebri – finemente ricamati. Anche i legami internazionali del museo entrano in gioco: il caratteristico recipiente dorato di Ivan il Terribile, giunto non da Vienna, bensì da Dresda, era finito nella capitale sassone in virtù di una serie di circostanze complesse e ancora poco chiare, forse riconducibili proprio al periodo dei Torbidi.

E non è ancora tutto: assieme al maestoso scintillio dell’oro, dell’argento e delle gemme, vi sono oggetti fragili e marcati da un’ombra funebre che, in un certo qual modo, mettono in luce anche il contributo dei restauratori.

Ne sono un esempio i calici in vetro accuratamente riparati da mano europea che venivano “gettati” nella bara degli zar, delle zarine e della relativa progenie al termine della cerimonia di commiato, una volta versato l’olio sacro all’interno sulle spoglie sovrane. O nel caso della moglie di Vasilij Šujskij, la zarina Marija Petrovna, sui ricami deteriorati dello schema[2]. L’idea alla base di questa mostra non è però una parata, bensì una tragedia. Ivan IV si sentì in diritto di scrivere che egli fosse zar “per volere di Dio, e non per le caotiche volontà degli uomini”. Prima, tuttavia, il futuro zar doveva essere messo al mondo – e per suo padre, Vasilij III, l’arrivo di un erede fu tutt’altro che immediato. È proprio su questa drammatica conferma di successione che si incentra, in realtà, la prima parte della mostra. Le immagini sacre (incluse quelle “misurate”, ovvero prodotte sulla base della statura dei nascituri), le fasce, i ricchi utensili sono tutte testimonianze dei molteplici tentativi di supplica per un nuovo erede, e per la sua protezione dal maligno.

Foto: Gleb Ščelkunov. Fonte: Kommersant’.

Questi però non funzionarono, e nonostante le generose offerte ed una serie di matrimoni più o meno legali di Ivan il Terribile, il ramo moscovita della dinastia Rurik vide la sua fine con la morte di Fëdor Ivanovič. Per raggiungere la consapevolezza nazionale di Stato, comunque, ebbero luogo due ulteriori esperienze rivoluzionarie. Dapprima, l’elezione a zar di Boris Godunov (avvenuta ufficialmente proprio grazie alle “caotiche volontà degli uomini”), e poi lo sterminio di questa nuova dinastia fondata con impegno, che con il tentativo ribelle di ritornare al vecchio principio dinastico, si concluse con l’ascesa di Dmitri I. Raccontare il periodo dei Torbidi come una serie di fatali disgrazie dinastiche (matrimoniali, mediche e politiche), che si chiuderanno solo nel 1613, risulta un obiettivo tanto nobile quanto ambizioso. Il solo problema è che il racconto pecca di linearità: gli eventi ci sono tutti, ma la loro presentazione è frammentaria. Ad esempio, allo spettatore viene a malapena indicato il declino della dinastia Rurik, così come gli viene solo rammentata la grande ambizione di Godunov (a cui, in effetti, è stata dedicata una mostra a parte sei anni fa) ed il modo in cui Dmitri I fa il suo ingresso in scena. Che dire, il momento storico è avvincente, il personaggio estremamente interessante, sebbene non compreso a pieno, eppure la sua personalità, e ancor più i Torbidi, vengono soffocati all’interno delle modeste dimensioni della mostra.

Si possono notare alcuni pregiati documenti firmati dall’Impostore[3], la sua pomposa armatura milanese, poco nota al grande pubblico, eppure, l’assenza di un contesto non rende comunque possibile la ricomposizione di questi elementi in qualcosa di eloquente.

Alcune mostre del Cremlino degli scorsi anni, come “Pietro il Grande” di due anni fa, hanno saputo incantare proprio per la capacità di adattare una grande storia alle risorse disponibili. “Il Declino di una Dinastia” sembra incalzare, piuttosto, l’attesa del momento in cui i Musei del Cremlino otterranno dei veri e propri spazi per esporre, a quel punto, i progetti più raffinati, articolati e complessi in modo opportuno. Nella sua forma attuale, una mostra così ricca e spettacolare finisce comunque per apparire un insuccesso, sebbene uno straordinariamente contemporaneo. Dopotutto, esiste qualcosa di più attuale delle questioni di comando imbastite dalle “caotiche volontà degli uomini” e del passaggio di potere?

 

FONTE: kommersant.ru, 15-04-21 – di Sergej Chodnev

Traduzione di Lucrezia Antea Musu: Ho avviato lo studio della lingua russa con il corso di laurea triennale in mediazione linguistica e culturale presso Unistrasi. Anche grazie alle competenze acquisite con il corso magistrale in relazioni internazionali, mi piacerebbe definirmi il filo conduttore grazie al quale tutti possano avvicinarsi all’attualità, alla cultura e alla storia russa.

 

[1] Rus. Большого наряда. Un complesso di preziose insegne regie, che comprende anche la corona appartenuta a Michail Fëdorovič Romanov.

[2] Rus. Схима. Indica uno dei gradi del monachesimo ortodosso. Il termine può riferirsi alla promessa solenne pronunciata dai monaci ortodossi o agli abiti da essi indossati.

[3] Altro termine con qui viene designato il Falso Dmitrij I.

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