Бегемот – Begemot

Etimologia

Il sostantivo begemot (‘ippopotamo’) è attestato in russo dalla metà del XVIII. L’etimologia risale all’antico ebraico: la parola è entrata nel vocabolario russo a seguito della ricezione di traduzioni del Libro di Giobbe dal francese e dal tedesco, in cui Behemoth (‘animale’, ‘bestia’) è l’epiteto che designa una leggendaria fiera sconosciuta dalla forza incommensurabile.

In russo le parole begemot e gippopotam (dal greco antico hippopotamos) convivono e condividono parzialmente lo stesso referente – l’ippopotamo comune. Ciononostante, non si tratta di un caso di totale sinonimia; se il secondo è un termine scientifico, il primo è molto più colloquiale e legato al peso. Altra differenza con il sostantivo di origine greca, il termine begemot possiede dei significati secondari che esulano dal primo e che sono propri dell’uso russo del termine.

Tale varietà di referenti, non trasferibili con la sola traduzione, ascrive il sostantivo begemot al gruppo di realia della lingua russa.

Begemot

Tra i referenti secondari del termine, il più importante trova la sua genesi nella letteratura del XX secolo.

In russo il termine begemot, nella mente del parlante, prende spesso la lettera maiuscola: Begemot è infatti l’indimenticabile e paffuto gatto nero dell’opera bulgakoviana Il maestro e Margherita.

Il gatto Begemot è la sintesi di più variabili, condensate nello stesso personaggio iconico. Bulgakov riesce infatti a combinare la radice etimologica del termine (il mostro biblico Behemoth) con le caratteristiche zoomorfiche di un ippopotamo (il nostro è un felino tutt’altro che esile) e la simbologia del gatto nero preso nella sua accezione popolare, come animale foriero di eventi nefasti e alleato di forze malvagie.

Andando però oltre le caratteristiche specifiche e intrinseche del personaggio letterario, è importante considerare il valore più ampiamente rappresentativo del gatto più famoso della letteratura russa.

Begemot dialoga ancora oggi direttamente con la memoria collettiva, non solo in quanto parte della più celebre narrazione bulgakoviana, ma anche per il suo essere rappresentante di quella contingenza storica in cui la suddetta narrazione è inscritta, ovvero il difficile e insidioso periodo della repressione staliniana, in cui qualsiasi azione poteva costituire un espediente e il preludio di bui eventi. La discesa del Diavolo su Mosca esemplifica il clima degli anni Trenta con estremo simbolismo e grande carica tragicomica.

Il gatto parlante e mefistofelico ha straordinariamente assunto più rilevanza di qualsiasi altro personaggio del romanzo. Non stupisce pertanto la presenza di Begemot sulle copertine delle riedizioni – russe, ma anche estere– del romanzo, a conferma del suo status di simbolo non solo della narrazione tutta, ma anche di un’entità archetipica, di un tipo umano; ancora più d’impatto, perché non umano.

Questa sua doppiezza, assieme alla bonaria cattiveria e sagacia che lo contraddistinguono, lo avvicinano al lettore. Come simbolo di vizi e peccati di chi legge, è al tempo stesso caro in quanto simile e odiato perché riflesso della parte di noi che preferiremmo non notare. 

 

Una parola così fatta è molto più di un agglomerato di riferimenti culturali, si fa testimone e portavoce di eventi storici nefasti, facendo riemergere un’identità collettiva dimenticata.

Il suo carattere zoomorfo concorre poi a rendere Begemot davvero indimenticabile. Il gatto nero richiama certamente i precetti della superstizione folklorica – non solo – russa, che vedeva il gatto nero (dal pelo scuro) come l’incarnazione di forze oscure, entità diabolica quanto salvifica a seconda della situazione, trattata quindi con riverente rispetto. Pareva infatti che i gatti proteggessero da ogni sventura coloro che si fossero presi cura di loro, portando invece anche alla morte chi osava arrecare loro danno. Data la sua natura ambivalente, quasi a metà tra il bene e il male, il gatto viene anche spesso associato al domovoj – il cosiddetto spirito della casa – come suo compagno o incarnazione.

La parola begemot ha sì un referente univoco e un significato primario; ciononostante, trascina dietro di sé una serie di significati secondari – semantici ed emotivi – che la rendono una parola contenitore. Se è vero che molte delle sfumature non sono colte dai russi stessi – il riferimento biblico tra tutti – la simbologia in superficie è senza dubbio brillante, e rende il fenomeno-Begemot non solo letterario, ma anche e soprattutto linguistico.

Realia a cura di Giulia Gallo.

[Mi sono procurato un gatto. L’ho chiamato «Begemot». Finalmente sarà chiaro chi tra i miei ospiti non è un intenditore di letteratura russa.]