Recensione de “Il principe Serebrjanyj”, di Aleksej Tolstoj

Recensione de "Il principe Serebrjanyj", di Aleksej Tolstoj

Nella splendida cornice della Russia del Cinquecento, popolata da briganti, stregoni, traditori, boia e nobili bojarine, il principe Nikita Romanovič Serebrjanyj affronta le dinamiche corrotte e violente della corte di Ivan il Terribile. Il magnifico romanzo storico di Aleksej Tolstoj ha goduto di indiscussa fama internazionale, e ispirato film e opere teatrali.

Recensione a cura di Giordana Carbone

 

1565. Il principe Nikita Serebrjanyj torna in patria, a Mosca, dopo cinque anni di guerra in Lituania. Ad attendere il coraggioso, onesto e giusto boiaro, fedele allo zar, l’opričnina e il terrore scatenato da Ivan Il Terribile. In poche parole viene dipinto al nuovo arrivato, ignaro di ciò che il popolo è costretto a vivere, un quadro nuovo, per lui surreale:

Perché vedi, bojarin, da quando abbiamo in Russia l’opričnina, abbiamo paura di tutto. La povera gente, non può vivere più! Neanche di festa. Si beve, ma non fino in fondo; si canta, ma ci si guarda d’intorno. Perché irrompono e non si sa mai da dove, né perché vengano, proprio come la neve sulla testa.

Ma cos’è questa opričnina? Facciamo un passo indietro. Cresciuto in un ambiente di intrighi di corte, Ivan Vasilevič imparò, nel tempo, a odiare i boiari, i nobili verso i quali diresse tutti i suoi sospetti (tradimento, congiura, ecc.). Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del sedicesimo secolo, muoiono a poca distanza il figlio Dmitrij, che aveva designato a successore (malvisto dai boiari) e la moglie Anastasija, assassinata dagli stessi.

Il principe Serebrjanyj
Il principe Serebrjanyj, traduzione di Sabina Ferri. Scrittura & Scritture, 2021

1564: Ivan se ne va dal palazzo imperiale. È una minaccia: i boiari avrebbero temuto un periodo di disordini, l’accusa di tradimento, paure alle quali preferivano un’incondizionata resa e la rinuncia a una giustizia equa. Al ritorno dello zar, fiducioso nel cambiamento futuro in proprio favore, qualcosa è cambiato. L’amministrazione del territorio della Moscovia accoglie adesso in sé una nuova categoria: l’opričnina, sulla quale il sovrano aveva un potere illimitato. Nello stesso momento fu creata la milizia degli opričniki, i Mille della Truppa di Satana che avrebbero dovuto obbedire ciecamente a ogni ordine dello zar e che servivano a seminare il terrore fra i boiari.

Nikita Romanovič è confuso davanti a tutto ciò, allo spettacolo degli opričniki che razziano nei terreni della povera gente, li chiama briganti e li combatte. Il Terribile, a un banchetto durante il quale, per la prima volta (e solo per la prima), Serebrjanyj vede quasi la propria morte in faccia, gli dirà:

E se tu avessi saputo che essi erano i miei servitori li avresti percossi?

Anche allora li avrei percossi. Non avrei lasciato che commettessero del brigantaggio, dietro ordine tuo.

Anni di opričnina, quindi, di terrore, di tradimenti, di fughe di singoli (tra i quali il figlio di Maljuta, capo supremo degli opričniki sanguinario e senza pietà, braccio destro dello zar), di intrighi, di superstizioni, di miti delle foreste, di briganti, di notti insonni di preghiera, di godimenti nelle stanze delle torture, di follie del sovrano.

“[…] Ma ecco alzarsi un’altra tavola, e di sotto apparire il volto di Danil Adašev, giustiziato dallo zar quattro anni prima. Adašev pure si allungò di sotto al pavimento, si inchinò allo zar e disse: “Salve, Ivan; ti saluto, oh tu che mi hai ucciso innocente.” Dopo Adašev, apparve la bojarina Maria, giustiziata insieme con i suoi bambini. Si levò di sotto al pavimento, insieme coi suoi cinque figli, e tutti fecero un inchino allo zar; ognuno disse: “Salve, Ivan, ti saluto.” […] La stanza si riempiva sempre più di morti; lo zar non poteva più distinguere l’irreale dal reale: le parole degli spettri si ripetevano in cento echi. Le preghiere e i canti funebri gli risuonavano insieme nelle orecchie. I capelli gli si rizzavano in testa.

Su questo sfondo si staglia, per tutto il romanzo storico, la figura onesta, forte e coraggiosa di Nikita Serebrjanyj, il sacrificio di sé alla verità, il suo antico amore per Elena, ormai in sposa a un vecchio a lui affezionato.

La scrittura di Aleksej Tolstoj, che fa una approfondita ricerca della vita reale di quell’epoca, è scorrevole, restituisce al lettore il sapore di una trama avventurosa e al tempo stesso intricata, dalle tinte forti, dalle atmosfere evocative e dai toni drammatici. Nell’addentrarci nella Russia del XVI secolo e nella mente e nell’animo turbato di ogni personaggio, storico e non, vediamo chiaramente ogni scena, viviamo con i personaggi e ne sentiamo le emozioni.

Aleksej Tolstoj
Aleksej Konstantinovič Tolstoj in un ritratto di Il'ja Repin (1879)

Dalla biografia di Aleksej Konstantinovič Tolstoj (1817-1875) sappiamo che fu cugino di secondo grado di Lev Tolstoj e che ebbe una vita agiata. Scriveva poesie e prose satiriche ed era, inoltre, drammaturgo. Collaborò con la rivista «Sovremennik» di Aleksandr Puškin. Il romanzo di Tolstoj, scritto fra il 1840 e il 1862, il primo a indagare a fondo la figura di Ivan Vasilevič “Il Terribile”, ebbe un grande successo. Come ci fa notare Sabina Ferri, che ci accompagna verso la ‘catarsi’ a conclusione dell’opera:

Ben due tra i più grandi scrittori russi si interessarono a Il principe Serebrjanyj. Nikolaj Gogol’, che suggerì a Tolstoj – allora giovane scrittore – di inserire la canzone popolare Il signor Pantalej, che si trova nel capitolo V, e Fëdor Dostoevskij che, in qualità di direttore della rivista «Vremja» voleva acquistare i diritti editoriali dell’opera, ma arrivò tardi: Tolstoj si era già accordato con il «Russkij Vestnik», sulle cui pagine venne pubblicato a puntate. Solo nel 1869 vide la luce in forma di romanzo: da allora conosce ancora fortuna e si sono susseguite numerose ristampe, in Russia prima e in Unione Sovietica poi, fino a oggi.

 

 

Il sangue lo vedono tutti: è rosso e dà negli occhi a tutti. E il mio intimo pianto, invece, non lo vede nessuno: le lacrime incolori mi cadono sull’anima, e come la pece bollente me la bruciano e rodono fino all’ultimo mio giorno, incessantemente”. Dicendo così, lo zar volse al cielo uno sguardo con aspetto di profondo dolore. “Come l’antica Rachele”, continuò stralunando gli occhi “come l’antica Rachele che piange i suoi figli, così io, peccatore, piango per i miei offensori e i miei nemici. […]

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