Come scaricarono Majakovskij

 

Majakovskij: No, permettetemi: io sono giovane e coraggioso! Sono Alessandro Magno! Ho bisogno di carne! Carne!…

La rivista «Nov’»: E il semolino non lo volete?

Nel biennio 1914-1915 ogni giorno a Mosca usciva «Nov’», quotidiano che oggi è ricordato come simbolo di coloro che allora iniziavano a chiamarsi futuristi, capeggiati da Majakovskij. Per esempio, è lì che è stata pubblicata per la prima volta la sua poesia «La mamma e la sera uccisa dai tedeschi», insieme ai celebri articoli «Ora verso le Americhe» e «Guerra e lingua». Majakovoskij, inoltre, avrebbe dovuto redigere per conto di «Nov’» una pagina letteraria, una sorta di rubrica a sé stante, – solo che qualcosa non andò secondo i piani.

Inizialmente, alla domanda dei lettori «Dunque siete futuristi a “Nov’”?» Aleksej Suvorin (editore del quotidiano, che vi scriveva regolarmente con lo pseudonimo di A. Porošin), rispondeva in modo molto evasivo:

No, non siamo futuristi né vogliamo sostenere il Futurismo. Vediamo nei giovani gruppi letterari aspirazioni creative e quindi a loro, a queste forze creative, vogliamo dare l’opportunità di parlare dal palcoscenico; almeno all’inizio i futuristi erano forze di questo tipo – ribelli…fino a quando…

Certo, Suvorin ha ragione a dire «fino a quando», perché ben presto diventerà chiaro che il Futurismo non era che un atteggiamento, come la giacca gialla o la carota nell’occhiello per Majakovskij; se nel famoso giornale apprezzassero il talento «dei ribelli» o meno, resta una questione curiosa. La già menzionata «pagina letteraria» uscì solo una volta, con il titolo di «Evviva funebre», perché venne stroncata già nel numero successivo da un articolo di un autore fisso del giornale, Nikolaj Raevskij, in cui egli definiva i futuristi «vecchi che cercano di apparire più giovani».

Oltre a prendere in giro «i denti finti e i capelli tinti» (Majakovskij poteva di certo resistere a questi attacchi), ecco che Raevskij giudica anche la poesia che oggi compare nei manuali, «La mamma e la sera uccisa dai tedeschi»:

… Ritengo che questa poesia non sia altro che un’accozzaglia di parole senza senso e che corrisponda esattamente alle composizioni di parole dei poeti decadenti “del primo periodo”, quando i vostri padri scrivevano:

Entra il mese denudato

Alla luce azzurra della luna.

Poi – potete immaginarlo- chiusero la sezione. Prima però, insieme alla sua poesia, Majakovskij riuscì a pubblicarvi i versi di Boris Pasternak, Nikolaj Aseev, David Burljuk e Konstantin Bol’šakov. Per coloro che conoscono la storia della poesia del XX secolo almeno secondo il programma scolastico, risulterà superfluo, in questo elenco, Bol’šakov: le sue poesie sono sopravvissute solo in un numero ristretto di pubblicazioni, e in generale il suo nome si incontra raramente.

Fonte: Artifex.ru

Eppure, lo stesso Suvorin (ricordiamolo: l’editore), in tutta questa polemica sostenne Raevskij, segnalando come “discreto”, a parer suo, solo uno dei componimenti pubblicati su «Evviva funebre»…Si, proprio «Belgio» di Bol’šakov.

«… Devo dire che la poesia di Bol’šakov- ad eccezione della prima riga – è straordinaria», questo è ciò che scrive l’editore, separando dal resto del componimento, in modo un po’ infantile, la frase incompresa: «Spazzare il freddo nell’anima di ghiaccio che c’è nei combattenti». Questo verso non gli piacque proprio, perché era troppo «futurista»: «In russo si sarebbe dovuto dire “nell’anima fatta di ghiaccio”, ma la preposizione distruggeva la rima e la storpiatura del saper scrivere correttamente è stata dichiarata “nuova bellezza”! Semplice e immediato!».

Il rimprovero alla nuova bellezza è, naturalmente, di nuovo un insulto nei confronti di Majakovskij, che, seguendo le idee di Chlebnikov, sosteneva che le parole andassero «alterate, spezzate, reinventate in nuove vesti ogni giorno».

Fonte: Artifex.ru

Dopo l’accaduto, le poesie di Majakovskij – come, del resto, quelle degli altri futuristi- non apparvero più su «Nov’». In compenso, vi pubblicavano regolarmente i propri scritti autori come Filaret Černov e Valentin Gorjanskij, che hanno scritto opere d’imitazione del folklore russo. A differenza dei futuristi, questi autori ebbero successo nel giornale.

Forse, ciò che è più insolito in tutta questa storia con «Nov’» è con quale contegno Majakovskij abbia gestito la sua risposta (all’epoca aveva appena iniziato a lavorare ai geniali «Flauto di vertebre» e «La nuvola in calzoni», eppure…). Ecco come Majakovskij comincia l’articolo «Senza bandiere bianche», percepito in quelle circostanze come una sorta di giustificazione:

Il giornale «Nov’» ha dato spazio alla voce dei giovani poeti. So che, tra il grande pubblico che legge il giornale, avremo a malapena una cinquantina di sostenitori; inoltre, questi pochi ci guardano come se stessimo per compiere quel passo, dopo il quale la nostra arte può diventare grande o semplicemente ridicola.

Il suo pensiero, risalente al 1914, riguardo alla cinquantina di seguaci tra i migliaia di lettori del giornale, di certo suona incredibilmente modesto. Dopotutto, oggi è molto più facile trovare questo articolo, anche se si tratta di una «giustificazione», rispetto a qualsiasi altra cosa pubblicata su «Nov’».

Oltre alle notizie dal fronte, sul giornale uscivano anche articoli su pittura, letteratura e teatro, e venivano stampati romanzi di scrittori all’epoca famosi.

Fonte: Artifex.ru

Il caso descritto può essere non solo l’ennesima storia motivazionale su come hanno iniziato i grandi autori, ma anche l’occasione per riflettere sul tipo di contesto in cui sono nate le opere che amiamo e chiedersi se questo contesto sia rimasto lo stesso nel corso della storia.

 

FONTE: Artifex.ru- Vypusk n. 64 Luglio 2020 – di Kristina Stepanenko

TRADUZIONE di Giorgia Mattavelli LINKEDIN 

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