Psichiatria punitiva contro il dissenso

“I pazienti” erano: Josif Brodskij, il generale Grigorenko, Valeriya Novodvorskaya e altri dissidenti.

 

LA LOTTA CONTRO IL DISSENSO – UNA QUESTIONE MEDICA

Arrestare e fucilare i dissidenti divenne un atto vergognoso nella seconda metà del ventesimo secolo. Ma ecco che dichiarare un dissidente malato di mente rappresenta un modo di gran lunga più conveniente per isolarlo adducendo un pretesto plausibile: in tal modo risulta possibile sia giudicare in modo occulto, sia distruggere psicologicamente, sia intimidire coloro che professano le stesse idee. Chi ha voglia di essere costretto in una camicia di forza, di farsi iniettare farmaci sconosciuti e trovarsi accanto ad autentici squilibrati ed assassini?! La psichiatria punitiva ha così consentito di interpretare il disaccordo nei confronti dei modelli di vita e le leggi sovietiche come la manifestazione di una malattia mentale.

P.Ya. Čaadaev

 

Questa tecnica è stata utilizzata in Russia già prima della rivoluzione. Per fare un esempio, nel 1836  fu dichiarato malato di mente Pëtr Jakovlevič Čaadaev, autore delle sovversive e clamorose “Lettere filosofiche”. Il pensatore dovette recarsi per alcuni mesi dal medico della polizia per dimostrare di non essere pazzo e ciò ebbe termine solamente a condizione che “non osasse scrivere null’altro”. In verità Čaadaev scriveva ma non pubblicava. Anche il potere sovietico adottò questo metodo e, a differenza dei monarchi assoluti che vi avevano fatto ricorso in casi eccezionali, ne fece ampio uso.

 

La prima vittima della psichiatria punitiva fu Marija Spiridonova, socialista rivoluzionaria, che nel 1921 fu rinchiusa dai Čekisti (1) in un ospedale psichiatrico giudiziario con la diagnosi di “psicosi isterica”. La psichiatria venne impiegata anche tra il 1930 ed il 1950 negli ospedali psichiatrici all’interno delle prigioni (ad esempio a Butyrka) o in quelli comuni, ma sotto la direzione del NKVD e dei successivi organismi preposti alla sicurezza dello Stato.(2) In questi istituti dotati di inferriate, filo spinato e riflettori, finirono all’epoca i prigionieri politici Konstantin Päts (primo presidente dell’Estonia), che morì in un manicomio nel 1956, un parente di Molotov, Dmitrij Višnyavskij e l’ammiraglio Lev Michailovič Galler. Quest’ultimo anche morì in un ospedale psichiatrico nel 1950, secondo A. Podrabinek, dopo un “interrogatorio sotto tortura”; nel 1953 fu riabilitato.

Generale P.G. Grigorenko

Sull’onda del “Disgelo” (3) e della smitizzazione del culto della personalità di Stalin, le autorità ammisero indirettamente anche gli abusi della psichiatria, molti prigionieri politici furono riconosciuti come sani di mente e vennero rilasciati. Ad esempio, nel solo ospedale psichiatrico di Kazan nel 1956 figuravano 270 condannati ai sensi dell’articolo 58 del Codice Penale della RSFSR (4), alcuni dei quali si trovavano al suo interno sin dal 1939, vale a dire sin dalla realizzazione di questo ospedale; 84 di loro vennero rimessi in libertà. Il periodo peggiore nella storia della psichiatria sovietica doveva tuttavia ancora arrivare.

 

CONTRO IL COMUNISMO? MALATO DI MENTE!

Negli anni tra il 1960 ed il 1980, la pratica della psichiatria punitiva si diffuse in modo particolarmente ampio: venne attivamente impiegata nella lotta contro i movimenti sovversivi ed in generale contro i dissidenti. N.S. Chruščëv, nel 1959, sulle pagine del quotidiano “Pravda” (24 maggio 1959) ancora osservava: “Si può dire che ci sono anche adesso delle persone che lottano contro il comunismo…ma queste persone, evidentemente, non si trovano chiaramente in una condizione psichica normale”. A Chruščëv viene attribuita anche una formula più perentoria e laconica: “Solo un pazzo può schierarsi contro il socialismo”. “L’agitazione antisovietica” (per di più reato ai sensi dell’articolo 70 (5) del Codice penale della RSFSR del 1960) poteva facilmente essere attribuita ai disturbi mentali. Stando così le cose, piuttosto rapidamente un antisovietico poteva essere ricoverato anche in mancanza di processi penali, arringhe ed avvocati: “per ragioni mediche”. Era possibile risultare “malato di mente” per la partecipazione al samizdat (6) o per la diffusione di poesie, fotografie o volantini sgraditi (come accadde alla studentessa Valeriya Novodvorskaya ed al compositore Pëtr Starčik). Un insegnante di letteratura e di lingua russa di Torzhok Stanislav Stroganov finì per quattro anni in un ospedale psichiatrico per il solo fatto di aver scritto una lettera alla stazione radio “Voice of America”.

Josif Brodskij

Di regola ai dissidenti veniva fatta una delle due diagnosi: sviluppo paranoide della personalità (in un parola delirio) oppure “schizofrenia a lenta progressione”, malattia che fu scoperta solo dagli psichiatri sovietici e la cui peculiarità consisteva nel fatto che il dissenso poteva considerarsi la sua unica manifestazione, dovuta ad un “lento sviluppo di una condizione patologica”. Con tali sintomi si poteva rinchiudere in manicomio chiunque osasse esprimersi in modo critico nei confronti delle autorità. La persona, ritenuta incapace di intendere e di volere, poteva essere mandata in un comune ospedale psichiatrico o in un ospedale psichiatrico di tipo carcerario, chiamato “ospedale psichiatrico speciale”. I medici prescrivevano ai pazienti dei sedativi: aminazina, aloperidolo, trifluoperazina ed altri farmaci. Le controindicazioni tra l’altro venivano spesso ignorate, la lista degli effetti collaterali di questi farmaci era invece davvero impressionante: effetti negativi sui reni e sul fegato, sugli apparati cardiovascolare ed endocrino, sulla pelle, gli occhi, lo stomaco e l’intestino. Alcuni farmaci, come lo stesso aloperidolo, provocavano sofferenze insopportabili. Era inutile resistere: il “soggetto aggressivo” sarebbe stato picchiato, legato e sottoposto ugualmente alle “cure mediche” dal personale sanitario. Veniva praticata anche la terapia dell’elettroshock.

 

Negli ospedali i pazienti si trovavano ad essere completamente privati dei loro diritti: in una condizione di totale dipendenza dai medici e dal servizio di sorveglianza ed avendo meno diritti rispetto ai detenuti nelle colonie penali. Atrocità, percosse, omessa assistenza medica, violenza sessuale, istigazione al suicidio, persino omicidio ed altre azioni del genere; secondo le testimonianze di V. Bukovskij, M.I Kukobaka, Yu. Belov, P. Grigorenko, V. Novodvorskaya ed altri “malati di mente”, le diverse categorie del personale agivano con l’approvazione ed il consenso tacito dei medici responsabili. Talvolta si incontravano medici compassionevoli nei confronti dei prigionieri. In molte carceri la situazione era migliore rispetto ai manicomi. Particolarmente noti in tal senso erano gli ospedali psichiatrici speciali di Kazan e Leningrado.

 

JOSIF BRODSKIJ E GLI ALTRI “PAZIENTI”

All’inizio degli anni ‘60 il KGB (7) avviò a Leningrado un’offensiva nei confronti dei letterati non-conformisti. Nel 1963 la Sicurezza dello Stato (KGB) notò tra i giovani la crescente popolarità del giovane poeta Josif Brodskij. Brodskij venne privato delle richieste di traduzioni di poesie per la casa editrice “Chudozestvennaja Literatura” per poi essere dichiarato un parassita sociale e processato. La Corte all’inizio del 1964 non fu neanche in grado di dimostrare che Brodskij viveva con guadagni non derivanti dal proprio lavoro, ciononostante il giudice era visibilmente maldisposto nei confronti del poeta, cosicché i suoi amici ed il suo avvocato decisero di intraprendere un percorso altamente rischioso (che si rivelò sbagliato): avanzarono la richiesta  di una perizia medica sostenendo che ad un individuo che presenta problemi psicologici non di grossa entità occorrerebbe semplicemente dare il tempo di reggersi sulle proprie gambe. Brodskij finì quindi nell’ospedale psichiatrico n. 2 di Leningrado “sulla Pryazhka”. (8)

Konstantin Päts

Disse successivamente che quella era stata per lui l’esperienza più pesante mai vissuta durante il periodo sovietico Gli rimasero impressi soprattutto i 3 giorni trascorsi nel reparto destinato ad i malati di mente particolarmente gravi. Brodskij veniva svegliato la notte. Spinto con la forza dentro una vasca da bagno piena di acqua fredda, avvolto ben stretto in un lenzuolo bagnato e posto accanto ai caloriferi (questa si chiamava “Ukrutka” : le lenzuola asciugandosi stringevano tutto il corpo e provocavano un intenso dolore). L. Losev, biografo di Brodskij, esprimeva perplessità sulla ragione per cui fosse stato fatto, se per tentare seriamente di curarlo o per puro sadismo. Il poeta venne però rilasciato prima della successiva udienza processuale concludendo che “non soffriva di disturbi mentali”. Il processo si concluse con una condanna a 5 anni di esilio.

 

Paragonato a molti altri dissidenti (tra i quali tra l‘altro lo stesso Brodskij non si annoverava) ebbe anche fortuna. Altri dovettero per anni languire in manicomio, luogo dal quale, a differenza del carcere, nessuno sapeva nemmeno quando sarebbe stato rilasciato. Il filologo Viktor Fainberg, una delle sette persone che intervennero sulla Piazza Rossa nel 1968 (9), trascorse quattro anni nell’ospedale psichiatrico speciale di Leningrado. Sopravvisse ai maltrattamenti da parte del personale e allo sciopero della fame. Emigrò dopo la liberazione.

Prese parte con lui a questa famosa dimostrazione la traduttrice Natal’ja Gorbanevskaja: inizialmente non la toccarono, essendo una madre in fase di allattamento, successivamente invece le venne fatta una diagnosi davvero incredibile (che non escludeva la schizofrenia a lenta progressione). La Gorbanevskaja finì pertanto per due mesi nell’ospedale psichiatrico speciale di Kazan in un reparto insieme ai malati di mente aggressivi, inclusi gli assassini. Nel 1975 emigrò anche lei.

 

Petro Grigorenko, generale di stato maggiore e veterano di guerra, dal 1961 iniziò a criticare apertamente il partito e la sua politica. Quando i tentativi di persuasione da parte del KGB risultarono inefficaci, fu sottoposto ad una perizia psichiatrica ed internato nell’ospedale psichiatrico speciale di Leningrado (d’altronde solo un malato di mente in Unione Sovietica avrebbe rifiutato i privilegi della nomenklatura militare per una qualunque “verità”). Trascorse alcuni anni negli ospedali psichiatrici anche lo scrittore Vladimir Bukovskij, per aver fatto fotocopie di libri vietati ed aver organizzato una manifestazione a Mosca.

 

Il biologo Zhores Medvedev, il traduttore Pëtr Patrušev, il matematico Aleksandr Esenin-Volpin (figlio di Sergej Esenin), gli scrittori Michail Nariza, Saša Sokolov, Valentin Ovečkin, l’artista Viktor Kuznetsov, l’ingegnere e traduttore Natan Ščaranskij (egli in seguito diresse vari ministeri israeliani), il fisico Lev Ubozhko… Facendo un conto totale delle sole persone note, ce ne sono a dozzine che finirono “in cura”.

 

L’impiego su larga scala della psichiatria punitiva terminò soltanto negli anni della Perestrojka. Nel 1988 gli ospedali psichiatrici che erano sotto il controllo del Ministero degli affari interni, passarono sotto la gestione del Ministero della salute.

 

 

(1) Membri della Čeka, primo corpo di polizia segreta sovietica dopo la Rivoluzione  d’Ottobre.

(2) Commissariato del popolo per gli affari interni. Dicastero attivo nella Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa dal 1917 al 1930, poi riorganizzato a livello centrale ed infine soppresso nel 1946.

(3) In politica e storiografia, con il termine disgelo si indica il processo di democratizzazione  nella politica interna e di alleggerimento della tensione internazionale avviato in Unione Sovietica nel periodo intercorso tra la morte di Stalin (1953) e la rimozione dal ruolo di Primo segretario del PCUS di Nikita Chruščëv (1964).

(4) L’articolo 58 del codice penale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa puniva le cosiddette “attività controrivoluzionarie”.

(5) L’articolo 70 puniva il reato di “Agitazione e propaganda antisovietica”.

(6) Letteralmente “edito in proprio”. Termine che indica tutte le produzioni giornalistiche e letterarie costrette alla clandestinità a causa di un regime di censura governativo.

(7) (Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti), letteralmente Comitato per la Sicurezza dello Stato.

(8) Nome di un ospedale psichiatrico che si trovava sull’omonimo canale a Leningrado.

(9) Dimostrazione sulla Piazza Rossa contro l’intervento in Cecoslovacchia.

 

FONTE: diletant.media, 13/04/2021 – di Konstantin Kotelnikov, traduzione di Camilla Gentile

 

Camilla Gentile

Mi sono avvicinata alla lingua russa in modo del tutto inatteso quando, terminati gli studi alla facoltà di giurisprudenza, sono andata a vivere all’estero. La possibilità di abitare in vari paesi molto diversi fra loro mi ha offerto una magnifica occasione per conoscere culture e tradizioni di altri popoli e studiarne le lingue. Kiev è stata una tappa del mio percorso ed il luogo nel quale ho scoperto la mia passione per il russo.