Decifrare Anna Achmatova. «Sono giunta fin qui, oziosa…»

Decifrare Anna Achmatova. «Sono giunta fin qui, oziosa»

Come Anna Achmatova ha suscitato scalpore nella letteratura russa e perché i suoi versi raffinati ricordano una semplice častuška[1].

Il 22 aprile del 1911 nell’ambiente letterario di Pietroburgo accadde un evento che, con il senno di poi, molti dei contemporanei considereranno l’inizio di una nuova fase della storia della poesia russa.

Nella redazione della rivista “Apollon” si riunì una società che si faceva chiamare “Accademia dei versi” o “Società degli zeloti della parola artistica”. A capo vi era Vjačeslav Ivanovič Ivanov, sotto lo pseudonimo di Vjačeslav Velikolepnij[2], uno straordinario poeta, traduttore, critico letterario e teorico della sua epoca, un, come si usava dire allora, “uomo dell’epoca della Rinascita”, e non avrei problemi a riferirmi a lui così ancora oggi.

Durante uno dei loro incontri il relatore previsto non si presentò, e così si decise di improvvisare e dare la parola ai poeti più giovani. Tra di loro si esibì anche Anna Achmatova. In realtà, nessuno la conosceva come Anna Achmatova, ma come Anna Andreevna Gumilёva, poiché il suo pseudonimo letterario non era ancora conosciuto.

L’Achmatova lesse alcune delle sue poesie, tra cui c’era anche quella che riporterò qui. Questa poesia è ora molto famosa e venne imparata a memoria da molte delle future generazioni di lettori russi:

Sono giunta fin qui, oziosa,

è lo stesso per me dove annoiarmi!

Sopra il colle il mulino riposa.

Qui puoi stare in silenzio per anni.

Su una cuscuta secca

volteggia un’ape sommessa;

chiamo nello stagno la rusalka[3],

ma la rusalka è morta.

L’ampio stagno si interra,

si copre di fango rossastro;

sottile la luna risplende

sul palpito della tremula.

Come mi fosse nuovo, osservo tutto.

Umido aroma dei pioppi.

E taccio. Taccio, pronta

ad essere te di nuovo, terra.[4]

 

Quando l’Achmatova lesse questi versi, era molto preoccupata. Me lo raccontò un poeta che allora, nel 1911, doveva esibirsi dopo di lei. I due ancora non si conoscevano, cosa che fecero quella sera. Quando me lo raccontò, a metà degli anni Sessanta, si ricordava ancora tutto, anche di come ondeggiava la lunga gonna di Anna Andreevna mentre leggeva questa poesia, perché per l’agitazione le tremavano le ginocchia.

Ciononostante, bisogna dire che andò tutto bene e fu anzi un trionfo. Secondo la leggenda, Vjačeslav Ivanov si congratulò con l’esordiente Anna Achmatova, dicendole «Mi congratulo con voi, la poesia russa ha guadagnato un nuovo poeta, una poeta donna». Dico leggenda perché gran parte di ciò che prendiamo per vero e che leggiamo perfino sui libri riguardo quest’epoca è stato mitizzato e ha origine leggendaria. Ogni volta che questa storia viene raccontata – ed è, come si dice, passata per le mani di molti storici della letteratura russa e di altre lingue – vengono aggiunti sempre nuovi dettagli.

Eppure, al centro di questa leggenda, come in ogni leggenda, c’è anche un seme di verità. La poesia suscitò davvero scalpore, come scrisse poi la stessa Achmatova. Gli ammiratori della nuova poetessa ne ripetevano i versi, ed ebbe particolare fortuna il verso «Su una cuscuta secca/volteggia un’ape sommessa…», poiché, nell’originale russo, la sequenza sonora “PVL” (nella parola “povilikoju”, ovvero “cuscuta” in traduzione) si trasforma dolcemente in “PLV” (nella parola “plavaet”, “volteggia” in traduzione). Mandel’štam disse che le strofe dell’Achmatova hanno una doppia natura: sia i suoni che i significati scorrono dolcemente dalla prima parte alla seconda e viceversa. L’ape volteggia, mentre la rusalka, che è morta, non volteggia più. Così viene costruita l’intera poesia, con la seconda parte simmetricamente asimmetrica rispetto alla prima.

Quando in letteratura fa il suo ingresso un nuovo stile, questo provoca sempre una sorta di successo esagerato – ciò che l’Achmatova ha chiamato furore – ma allo stesso tempo anche perplessità, irritazione e proteste. Non appena questa poesia venne citata dalla stampa da un critico favorevole, immediatamente arrivò la risposta dei critici di altre riviste, che scrissero: «Che cosa c’è di così raffinato? Questa immagine è sul serio così raffinata? “Io qui posso tacere, senza macinare parole, perché per me macinerà il mulino”». Questa presa in giro scortese denota una caratteristica molto importante di questa poetica, a cui l’Achmatova ha dato vita per sé stessa e per la poesia russa. È una poetica di collegamenti interrotti, interrotti sia a livello psicologico che, ovviamente, logico. C’è una percezione del mondo composta da singole immagini taglienti separate dal mondo circostante.

Ben presto, infatti, sia la stessa Achmatova che i critici più acuti dell’epoca scoprirono la possibile fonte di questo fenomeno poetico. Durante gli anni Dieci, si verifica un altro evento nella letteratura russa: il debutto di un nuovo genere folcloristico, basso e anche con una brutta reputazione. Si tratta della častuška. La critica e il pensiero estetico russo hanno scoperto che la častuška, tipica del turbolento ambiente operaio, nonostante la sua bassezza e le sue tematiche dubbie ha una struttura intricata e sofisticata simile agli haiku giapponesi, come scrisse per primo Pavel Aleksandrovič Florenskij in un articolo del 1908. Quando i versi dell’Achmatova vennero alla luce e si guadagnarono un pubblico ampio, uno dei maggiori critici della sua poesia, Boris Michajlovič Ejchenbaum, scrisse a riguardo un articolo in cui parlava proprio delle somiglianze con la častuška. Curiosamente, questo articolo del 1915 non vide mai la luce. Questo paragone era troppo ardito, troppo inusuale, troppo, credo, compromettente agli occhi di qualsiasi redattore che fosse ben disposto nei confronti della poesia dell’Achmatova.

In seguito l’Achmatova, che era essa stessa una grande filologa, notò con piacere le somiglianze tra i suoi versi e il genere della častuška e lo sentì dire da molti filologi. In quel momento, si era diffusa una parodia di una častuška: «sciocca, sciocca, sciocca che sono/sono una sciocca, che io sia dannata/lui ha già quattro sciocche/e la quinta sciocca sono io», interpretata, in particolare, da Arkadij Rajkin, molto apprezzato dall’Achmatova. Riguardo questa častuška, l’Achmatova disse: «È su di me. È su di me e sulle mie poesie». Questa frase venne ricordata da diversi biografi.

C’è da dire che la častuška non è l’unico genere della poesia popolare che ha influenzato i primi versi dell’Achmatova: vi ritroviamo infatti anche la ballata popolare. La ballata popolare è strutturata in modo tale che ci siano alcuni anelli mancanti, rendendo così necessario indovinare cosa sia successo. Semplificando, la ballata è basata su questo schema: una ragazza si avvicina a un corso d’acqua e poi, non si sa perché, l’acqua è increspata.

Alle rusalki, che vengono menzionate in questa poesia dell’Achmatova, sono collegate molte ballate popolari, bylički[5] e altri generi folcloristici, che in alcuni luoghi sono sopravvissuti fino ai nostri giorni. Sono storie su ragazze che si suicidano a causa di amori sfortunati e che dopo la morte si trasformano in rusalki, e in questa forma non riescono più a trovare pace. Questo tema entrò nei versi dell’Achmatova, che trovò molto difficile separarsene, tanto che lo ritroviamo nella poesia del 1917 “Ed ora addio, capitale…”:

La rusalka della palude,

Signora di questi luoghi

Guarda, sospirando di pena,

La croce del campanile.

Secondo una credenza popolare, la rusalka doveva venire battezzata: mostrandole la croce, la sua anima si sarebbe calmata, mettendo così fine alla sua sofferenza.

Di per sé, il rivolgersi ai generi folcloristici non sarebbe una cosa così provocante e significativa, né avrebbe entusiasmato così tanto i contemporanei, ma invece i versi dell’Achmatova causarono soprattutto il loro entusiasmo (venivano trascritti sui diari delle ragazze, sulle lettere delle studentesse, che scrivevano ai loro compagni di classe per cui avevano una simpatia «Ah, come sei bello, maledetto![6]», come ammettono con un certo imbarazzo ma anche con una certa emozione nella vecchiaia i lettori di quell’epoca). Ma il punto non sta soltanto nel fatto che questi versi introdussero con audacia la častuška e la ballata popolare in poesia. A quell’epoca, ci furono altri esperimenti analoghi, anche in campi artistici diversi: ad esempio, le audaci citazioni di altre forme di folclore cittadino, come le melodie degli organetti e i canti popolari nel balletto “Petruška” di Igor Stravinskij. Il punto risiede in una caratteristica presente in tutta la produzione achmatoviana che è stata notata per la prima volta da Lidija Jakovlevna Ginzburg, un’illustre critica letteraria del secolo scorso. La Ginzburg disse che Anna Achmatova aveva strutturato la sua poesia in modo tale che vi fossero sempre delle coppie. Anche la sua situazione psicologica – l’amore dal punto di vista della donna e i problemi femminili – si sviluppa spesso prima nella sua variante cittadina – ovvero nella capitale, perché tutto accade sullo sfondo dell’abbagliante Pietroburgo, con il Cavaliere di bronzo e gli archi sulla Galernaja. Poi, quella stessa situazione viene sviluppata nel suo corrispondente folcloristico, in una ragazza semplice che strappa una pianta di atreplice, o in una contadina che il marito «frusta con una cintura ripiegata in due».

In seguito, l’Achmatova ha camminato a lungo nella letteratura. Se si guarda a tutto ciò che ha fatto, viene quasi da chiedersi come abbia fatto questa donna dalla salute fragile a realizzare così tanto. C’è l’immensa composizione “Poema senza eroe” che assomiglia, come dicono alcuni, ad una cattedrale gotica fatta di parole; c’è il variegatissimo poema “Requiem” che, oltre al soggetto civico, al pathos e alla tragedia di milioni di persone, è anche un’opera meravigliosamente composita, che unisce tasselli apparentemente incoerenti tra loro. Questi lavori eccezionali riecheggiano Puškin e hanno richiesto un’enorme fatica, conoscenza e uno studio meticoloso, e sono stati coronati da grandi scoperte sulle fonti e sugli strumenti testuali di Puškin e su quelli che l’Achmatova chiamava «I complessi segreti di Puškin». E tutto ciò è stato realizzato da una donna, che prima della sua entrata nella letteratura russa, il 22 aprile 1911, si definiva «oziosa».

 

[1] Un genere popolare russo, solitamente composto da una strofa di quattro versi e di contenuto umoristico.

[2] Vjačeslav il Magnifico.

[3] Uno spirito dei laghi e dei fiumi tipico della mitologia slava.

[4] Traduzione tratta da A. Achmatova, “La corsa del tempo. Liriche e poemi” a cura di Michele Colucci, Einaudi, 1992.

[5] Un genere popolare russo che narra dell’incontro con degli spiriti maligni.

[6] Un verso dalla lirica “Turbamento” del 1913.

 

FONTE: Arzamas, 14/08/2020

Traduzione a cura di Alessandra Nuti: Mi sono avvicinata alla cultura russa grazie ai romanzi dei grandi autori dell’Epoca d’oro: da lì ho deciso di approfondirne la lingua e la cultura, che continuano ad affascinarmi ogni giorno con le loro contraddizioni e peculiarità.

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