Le 16 leggende più famose su Pietro il Grande: una verifica dei fatti

È vero che Pietro il Grande uccise il suo stesso figlio? È vero che tagliava le barbe con un’ascia? Da piccolo prese il posto dell’erede legittimo? Odiava la Russia? Aprì la finestra sull’Europa, da cui poi importò le patate e costrinse tutti a mangiarle? Cerchiamo di capire fino a che punto queste leggende rispecchiano la realtà e da che cosa derivano.

Al di là di ogni dubbio, Pietro il Grande è il monarca russo più famoso, e in generale uno dei personaggi storici russi più conosciuti e significativi. Il primo imperatore a trasformare il proprio Paese in una delle più grandi potenze europee, nonché fondatore di San Pietroburgo e fautore di riforme culturali radicali, Pietro divenne una leggenda vivente, in Russia e all’estero. Anche il suo comportamento era piuttosto insolito per un imperatore: disprezzava le cerimonie, amava i divertimenti smodati, vestiva in maniera semplice, e la sua vita privata era particolarmente movimentata. Non ci sorprende, quindi, che si siano diffuse, già tra i contemporanei, le voci più strane sul suo conto.

Leggenda n. 1: Pietro il Grande venne scambiato da bambino

Falso.

Si tratta di uno dei motivi più diffusi nella mitologia popolare del potere. Di fatto, se il sovrano eletto da Dio ha dei comportamenti che al popolo non piacciono per niente, le spiegazioni possono essere due: o questo sovrano ci è stato mandato dall’alto per via delle nostre colpe, oppure non è quello “vero”, devono averlo scambiato. Dai materiali della Cancelleria Segreta sappiamo che i contemporanei di Pietro discussero a lungo queste due opzioni, e che il viaggio all’estero del monarca, assolutamente senza precedenti, e per lo più in incognito, non fece che gettare benzina sul fuoco. Per quanto ci riguarda, non indagheremo oltre: è risaputo che Pietro era figlio di secondo letto dello zar’ Aleksej Michajlovič e della zarina Natal’ja Nariškina.

 

Leggenda n. 2: Pietro il Grande era un gigante, ma aveva la testa piccola

In parte vero.

I contemporanei di Pietro, a quanto pare, notarono unanimemente la sua statura particolarmente alta, ma noi di fatto non sappiamo quanto fosse alto. La questione dell’affidabilità del segno che si trova nella casetta di Pietro, e che farebbe pensare che la sua statura superasse i due metri, è ancora aperta. Dall’altro lato, anche i vestiti che sono giunti fino ai giorni nostri, e che senza dubbio erano appartenuti a Pietro, sembrano confermare i dati che abbiamo sulla sua statura. C’è da aggiungere che, anche se per i nostri standard un’altezza di 1,70 m potrebbe essere considerata media, all’epoca si trattava di un’eccezione, in quanto le persone erano molto più basse. Per quanto riguarda invece la leggenda che descrive Pietro con una testa particolarmente piccola, non abbiamo evidenze a riguardo.

 

Leggenda n. 3: Pietro il Grande barattava Ciuvasci, Udmurti e persone con i capelli rossi per chiodi

Probabile che non sia vero.

Le origini di questa leggenda non sono per niente chiare. Tuttavia, è bene ricordare che una fetta significativa della popolazione russa del tempo era costituita da servi, e la parte restante lo poteva diventare da un momento all’altro, con una firma del sovrano. All’epoca, vendere, regalare o barattare per qualcosa una persona o addirittura un’intera tenuta, compresa la servitù, era una cosa del tutto normale. Questa pratica riguardava in modo particolare i prigionieri non russi, non cristiani o semplicemente gli stranieri, solitamente giovani, che venivano per esempio dalla Turchia o dalla Calmucchia. Non meno consueta era, da parte dei monarchi o dei proprietari terrieri, l’abitudine di collezionare persone dall’aspetto inusuale: samoiedi, persone di colore, giganti, storpi, nani e pazzi. Tuttavia, non si tratta di una pratica diffusa solo in Russia: queste “curiosità” viventi erano spesso oggetto di scambio tra i monarchi. Nel 1717, per esempio, Pietro ordinò di cercare “due samoiedi di giovane età, brutti e divertenti” e di mandarli come regalo al Granduca di Toscana, il quale accettò il dono di buon grado. Però, probabilmente, Pietro non arrivò mai a scambiare persone per chiodi.

 

Leggenda n. 4: Pietro il Grande uccise il suo stesso figlio

Vero.

Pietro minacciò il figlio di morte, e, subito dopo, il tribunale condannò effettivamente lo zarevič a morte. Secondo la versione ufficiale, tuttavia, il figlio morì per un infarto. Esattamente lo stesso modo in cui vennero spiegate nel XVIII secolo le morti di altri sovrani, che se ne andarono in circostanze poco chiare. Stabilire se lo zarevič Aleksej sia stato segretamente giustiziato, oppure sia morto a causa delle torture che gli vennero inflitte dopo la condanna non è così importante. La sua morte nella fortezza di Pietro e Paolo non sarebbe mai potuta avvenire senza il consenso e senza la seppur silente approvazione di Pietro.

Secondo la leggenda, durante l’esecuzione di massa degli strel’cy, lui impugnò personalmente l’ascia. Questa leggenda è riconducibile al messaggio di un diplomatico straniero, dunque non si ha piena certezza sulla sua affidabilità. Tuttavia, si sa con abbastanza sicurezza che Pietro fu presente per ore in prigione durante le torture di coloro che erano sospettati di tradimento. Il numero di persone che morirono nelle camere di tortura, durante la repressione di rivolte, o semplicemente in guerra o nella costruzione di qualche opera edilizia, di fame o per malattia non è calcolabile. In ogni caso, evidentemente, si tratta di un’epoca di sangue.

Leggenda n. 5: Pietro il Grande era ateo o protestante

Falso.

È chiaro che sapere per certo se Pietro (o chiunque altro) credesse in Dio è impossibile. Già molti dei suoi contemporanei lo consideravano ateo, protestante o addirittura l’anticristo in persona, e molti di loro pagarono con la vita per questo. La percezione che avevano del monarca non ci stupisce, se consideriamo la riforma radicale della chiesa che Pietro portò avanti, la sua concezione poco rispettosa della gerarchia ecclesiastica e delle cerimonie e il suo comportamento sociale, che cozzava con le norme religiose. Anzi, i divertimenti smodati ai quali si dedicava lo zar’ al Sinodo degli Ubriachi urterebbero la sensibilità comune anche al giorno d’oggi.

È vero anche che Pietro, a quanto pare, attribuiva un significato minore alle differenze teologiche tra l’ortodossia e le altre confessioni cristiane. E non ci sono dubbi sul fatto che Teofane Prokopovič si trovasse sotto l’influenza estremamente forte del pietismo, una delle principali correnti del protestantesimo di quel tempo, che influenzò la politica ecclesiastica di Pietro a partire dalla metà del primo decennio del XVIII secolo.

Non è chiaro fino a che punto il sovrano comprendesse l’essenza dottrinale delle innovazioni proposte da Prokopovich, ma fu chiaramente colpito dal modello di subordinazione della Chiesa allo Stato, caratteristico di molti Paesi protestanti.

Ciononostante, è impossibile pensare che Pietro il Grande non si considerasse ortodosso, né tantomeno che fosse effettivamente ateo nel senso moderno della parola. Si sono conservate un gran numero di testimonianze della profonda fede di Pietro; se in alcuni casi sembrava non rispettare i riti religiosi, in altri casi li osservava in maniera del tutto devota. In definitiva possiamo concludere che Pietro considerasse Dio come la fonte del proprio potere. 

 

Leggenda n. 6: Pietro il Grande aprì la finestra sull’Europa

Abbastanza vero.

Si pensa che a utilizzare per primo questa metafora nelle proprie memorie fu l’italiano Francesco Algarotti, il quale si era recato in Russia alla fine degli anni ’30 del XVIII secolo, cioè più di 10 anni dopo la morte di Pietro. In realtà, Algarotti paragonò Pietroburgo a “una finestra, attraverso la quale la Russia guarda l’Europa”. La sua metafora venne ripresa da Puškin, il quale la rese popolare utilizzandola nel “Cavaliere di Bronzo” (dove tra l’altro cita direttamente Algarotti). Nel suo poema Pietro dichiara l’intenzione di “aprire una finestra sull’Europa” e, a giudicare dal contesto, il senso di questa finestra è leggermente diverso da quello inteso dall’italiano: si tratta piuttosto di un’apertura attraverso la quale l’Europa potesse riversarsi in Russia.

In un modo o nell’altro, la metafora si rivelò abbastanza azzeccata. Certamente, la Russia non era isolata dall’Europa prima della fondazione della nuova capitale sulla Neva, tuttavia San Pietroburgo diventò il principale porto commerciale della Russia: qui vivevano la maggior parte degli stranieri, e fu proprio attraverso San Pietroburgo che dall’Europa le nuove tendenze, le mode e i nuovi modelli di comportamento raggiunsero la Russia.

 

Leggenda n. 7: Pietro il Grande portò le patate in Russia e costrinse i contadini a mangiarle

Falso.

È verosimile che Pietro avesse effettivamente portato in Russia una certa quantità di patate, in quanto sconosciute nel Paese – insieme ad altri prodotti esotici, come per esempio i manghi in salamoia – ma sotto di lui non ebbe luogo nessuna campagna di piantagione delle patate. Le patate presero piede in Russia molto più tardi, nella seconda metà del secolo.

 

Leggenda n. 8: Pietro il Grande emise un decreto “sul cattivo aspetto e la stupidità” dei subordinati

Falso.

Pietro scrisse di proprio pugno moltissimi decreti, parte dei quali erano dedicati alle questioni più insignificanti e suonavano, almeno secondo il nostro gusto, strani e piuttosto brutali. Tra questi si può annoverare il decreto del 1707, con il quale si ordinava a tutti i ministri di apporre la propria firma sui verbali delle riunioni, “poiché in questo modo saranno individuati i responsabili delle decisioni infauste”. Si intende che ai ministri che avessero dato dei cattivi consigli, non sarebbe stato possibile scamparla.

Molti dei decreti nacquero da ordini orali del monarca, da qui il carattere colloquiale di alcuni di essi.

Dall’altro lato, c’è da considerare anche il fatto che molte delle dichiarazioni di Pietro sono giunte a noi solo grazie ai racconti dei suoi contemporanei o dei loro successori. Verso la fine del XVIII secolo comparirono due importanti pubblicazioni, nelle quali erano raccolte molte delle massime dello zar’: “I racconti di Nartov su Pietro il Grande” e “Gli atti di Pietro il Grande, il saggio riformatore della Russia”. In entrambi i casi gli autori – rispettivamente il figlio di un tornitore di corte e meccanico Andrej Nartov e lo storico Ivan Golikov – non si fecero problemi a citare le proprie fonti.

In questo contesto per Pietro era ancora più semplice ideare le leggi più disparate, tra cui un decreto rivolto ai subordinati, i quali, davanti ai propri superiori, “si dovevano mostrare cattivi e sciocchi, in modo da non imbarazzare i superiori con la propria intelligenza”. Tuttavia, sull’esistenza di questo decreto non si hanno prove certe. Si tratta di un falso, pubblicato, tra le altre cose, già nell’era di internet. Inoltre, il contenuto del presunto decreto contraddice tutto quello che sappiamo su Pietro: i suoi decreti originali, infatti, incoraggiavano in ogni maniera possibile i subordinati a mettere in imbarazzo i propri superiori e a denunciarli al sovrano.

Leggenda n. 9: Pietro il Grande tagliava le barbe direttamente con un’ascia

Quasi vero.

Pietro effettivamente iniziò la propria lotta contro le barbe dopo il proprio ritorno dalla Grande Ambasciata, nell’agosto del 1698. Si sono conservate delle testimonianze, secondo le quali in alcune occasioni Pietro stesso tagliava la barba ai boiari. L’ambasciatore imperiale, il conte Gvarient, riferì che il giovane zar’ tagliò con le proprie mani le lunghe barbe di molti dei boiari, e addirittura di ecclesiastici e laici. Ci sono anche altre testimonianze di questo genere, ma l’ascia non è menzionata in nessuna di esse.

Molto probabilmente, il taglio delle barbe si è sovrapposto a un altro episodio del quale Pietro fu protagonista: secondo i racconti di un diplomatico straniero, durante la famosa esecuzione degli strel’cy, lo stesso zar’ brandiva l’ascia. Tale confusione tra i due episodi non ci deve sorprendere: il taglio delle barbe ebbe luogo subito dopo la rivolta degli strel’cy, di cui Pietro sospettava che molti rappresentanti della nobiltà fossero alleati, per cui evidentemente il taglio delle barbe assume un significato simbolico di punizione attraverso l’umiliazione. Non si esclude, tuttavia, che l’ascia potesse essere effettivamente impugnata dai soldati inviati a far rispettare il decreto sul taglio delle barbe nelle varie zone del regno.

 

Leggenda n. 10: Pietro il Grande era un alcolista e costringeva anche gli altri a bere

Vero.

Stabilire con qualche secolo di ritardo se Pietro fosse un alcolista nel vero senso medico della parola, chiaramente non è possibile. Tuttavia, le descrizioni che ne fanno i suoi contemporanei e le sue lettere non lasciano spazio a dubbi: Pietro e gli uomini della sua cerchia bevevano da far paura, e sì, coloro che partecipavano ai suoi banchetti erano costretti a ingurgitare litri di alcol. Si potrebbe discutere sugli eventuali doppi fini politici, come per esempio far parlare gli invitati, o far emergere dei pensieri altrimenti taciuti. Inoltre, a quel tempo era usanza bere fino alla perdita sei sensi, non solo nelle corti russe, ma anche in quelle europee. È vero anche che le abitudini di Pietro si accordavano bene con lo stereotipo già ben consolidato in Europa della “ubriachezza russa”. Alla fine degli anni ’20 del Settecento il duca anglo-spagnolo di Liria, che si stava per recare in Russia in qualità di ambasciatore, era già in anticipo convinto del fatto che “in quei luoghi tutti gli affari si concludessero davanti a una bottiglia”. C’è da dire che i banchetti dati dallo zar’ erano sontuosi e liberatori a tal punto che spopolerebbero anche al giorno d’oggi.

 

Leggenda n. 11: Pietro odiava la Russia e Mosca

Probabilmente falso.

L’origine di questo mito è comprensibile: lo zar’ sradicò tutte le usanze russe, amava trascorrere il proprio tempo con gli stranieri, spostò la capitale a San Pietroburgo. Ma tutto ciò significa forse che Pietro detestava la Russia e Mosca? Di certo non abbiamo alcun documento o alcuno scritto nel quale Pietro abbia espresso i propri pensieri a riguardo. Pietro non poteva odiare la Russia: era infatti profondamente convinto che il controllo della Russia gli fosse stato affidato da Dio, e che il giorno del Giudizio sarebbe stato tenuto a rispondere delle sorti del Paese. Inoltre, fu proprio Pietro a mettere in circolazione in ambito politico la concezione secondo la quale sia i militari sia i funzionari statali servono non solo il proprio sovrano, ma anche la patria. Anche lo zar’, come affermò lui stesso, è a servizio della patria. Un altro conto è l’indubbio disprezzo che Pietro nutriva nei confronti di molte delle regole russe.

Per quanto riguarda Mosca, questa città rappresentava per Pietro tutto ciò che voleva cambiare della Russia. Inoltre, l’imperatore associava a Mosca i propri terrori infantili, le rivolte e i complotti. Nondimeno, Pietro riconobbe il significato simbolico di Mosca e vi trascorse non poco tempo, anche dopo la fondazione di San Pietroburgo.

 

Leggenda n. 12: Pietro il Grande era una persona giusta, terribile e non rancorosa

In un certo senso è vero.

 

Nella mitologia popolare “giusto, terribile e non rancoroso” erano gli attributi di un sovrano forte, di un vero e proprio zar’. Ma, nel caso di Pietro, in che misura tali qualità riflettono la realtà? Senza ombra di dubbio, l’imperatore si considerava una persona giusta, e non perdeva occasione per sottolineare la propria devozione alla legge e al principio della ricompensa per il servizio. E siamo certi del fatto che Pietro non avesse infranto le leggi emanate da lui stesso.

Sicuramente Pietro fu anche “terribile”: una persona estremamente irascibile, poteva su due piedi condannare a morte o a una punizione crudele. È vero anche che non meno spesso si verificava anche il contrario: l’imperatore seppe per anni dei reati commessi dai suoi uomini, ma non prese alcun provvedimento a riguardo.

Infine, forse lo si può considerare non rancoroso: il più delle volte tale qualità non fu collegata tanto alla sua illuminazione, quanto all’influenza della sua seconda moglie Ekaterina, la quale più di una volta salvò dal patibolo personaggi particolarmente influenti.

 

Leggenda n. 13: Pietro stesso lavorò alla costruzione di Pietroburgo

Vero.

Pietro il Grande andava orgoglioso dei propri calli (nel senso letterale della parola): amava i lavori manuali e li sapeva svolgere molto bene, tant’è che conosceva approfonditamente le astuzie tecnologiche dei mestieri più disparati – dalla costruzione di navi alla lavorazione del metallo -, oltre a occuparsi personalmente di piantare le piante nel proprio giardino. Nel tempo libero amava lavorare al tornio, un hobby particolarmente diffuso nell’Europa di quel tempo. Quando era a Pietroburgo, lo zar’ si recava regolarmente a visitare e a supervisionare la costruzione di edifici e i cantieri navali. Durante queste visite non di rado capitava che Pietro impugnasse una pala o una carriola. Tuttavia, è improbabile che avesse tempo e voglia sufficienti per usare questi attrezzi per un intervallo di tempo prolungato.

 

Leggenda n. 14: Pietro il Grande soffriva di sifilide, epilessia e malattie mentali 

Del tutto probabile che sia vero.

Emettere diagnosi mediche retroattive è un compito ingrato. Tuttavia, già quando Pietro era in vita, giravano voci su una malattia venerea che lo affliggeva. Del fatto che fu proprio tale malattia a portarlo alla tomba, diedero notizia alcuni diplomatici stranieri, ed effettivamente tale versione non si trova in disaccordo con le informazioni che già erano disponibili in merito alla morte dell’imperatore: Pietro morì tra terribili sofferenze, dovute all’ostruzione dell’uretra e alla conseguente infiammazione della vescica, la quale a sua volta potrebbe essere stata causata o aggravata dalla malattia venerea.

Neanche la versione che vede Pietro affetto da epilessia viene contraddetta dalle descrizioni dei comportamenti di Pietro a noi note: i suoi contemporanei menzionarono spesso episodi di convulsioni, accessi di rabbia, tic etc.

Per quanto riguarda le malattie mentali, è chiaro che ci si addentra nella vera e propria speculazione. Che il comportamento dello zar’ sembrasse anormale a molti dei suoi contemporanei, questo già lo sappiamo.

 

Leggenda n. 15: Pietro aveva un’amante tedesca

Vero.

I rapporti tra e Anna Mons erano ben noti ai loro contemporanei e si riflettono anche in molte delle fonti, tra le quali si sono conservate addirittura le lettere di Anna allo zar’. Pietro decise di rompere con l’amante dopo aver scoperto che lo tradiva con un diplomatico sassone. Più tardi Anna si sposò addirittura con un ambasciatore prussiano. I parenti stretti di Anna, tuttavia, continuarono a vivere a corte, e il suo fratello minore Wilhem, a quanto pare, divenne l’amante della seconda moglie di Pietro, Ekaterina, e pagò con la vita per questo.

 

Leggenda n. 16: Michail Lomonosov era figlio di Pietro il Grande

Probabilmente non vero.

 

Parallelamente a quella con Anna Mons, Pietro il Grande ebbe anche una serie di altre storie: dalle dame di corte – che divennero sue amanti più o meno stabili – alle serve, o qualsiasi donna in cui si imbattesse durante i suoi viaggi. Esattamente come ne caso della relazione con Anna Mons, anche di questi “legami” si parla nelle testimonianze dei diplomatici stranieri, nelle indagini della Cancelleria Segreta, ed erano anche ampiamente discussi dal popolo. Nei circoli di corte si mormorava che il leggendario comandante Pëtr Rumjancev-Zadunajskij e il feldmaresciallo Zachar Černyšëv fossero figli illegittimi di Pietro, in quanto le madri di uno e dell’altro furono entrambe amanti di Pietro.

 

Tuttavia, affermare e dimostrare che tra i figli che Pietro ebbe al di fuori del matrimonio ci fosse anche Lomonosov è difficile, inoltre questa voce all’epoca non circolava. Questa leggenda deriva dalle memorie di Vasilij Korel’skij, un marinaio di Arkangel’sk, che però furono pubblicate ai giorni nostri: l’autore si riferisce a una leggenda familiare e a un manoscritto, che era appartenuto alla sua famiglia fino a prima della guerra, e che poi era stato venduto. Tuttavia, non ci sono prove a riguardo. Stando ai racconti di Korel’skij, l’incontro tra la madre di Lomonosov e Pietro il Grande sarebbe avvenuto nel gennaio del 1711 a Ust’-Tosno, anche se, da quanto risulta, in questo periodo, del quale tra le altre cose abbiamo notizie abbastanza certe, Pietro non si trovava a nord. Per questo la supposizione secondo la quale Lomonosov dovesse la propria carriera e il proprio status nella corte al proprio legame con Pietro altro non è che pura speculazione.

 

 

FONTE: Arzamas,10 /11/ 2020 – di Igor’ Fedjukin

Traduzione di Beatrice Marchesini: Sono nata a Verona nel 1995. Dopo avere conseguito la laurea triennale alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Trieste nel 2018, ho proseguito e portato a termine i miei studi presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Ho avuto la possibilità di trascorrere due periodi di Studio a Mosca, durante i quali il mio entusiasmo e il mio interesse verso la cultura russa non hanno fatto che crescere. Attualmente lavoro come interprete e traduttrice freelance. LINKEDIN

 

 

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