Recensione de “L’arte in rivolta. Pietrogrado 1917”, di Nikolaj Punin

Recensione de "L'arte in rivolta. Pietrogrado 1917", di Nikolaj Punin

Dopo una storia editoriale particolarmente travagliata, Guerini editoreMemorial Italia hanno pubblicato per la prima volta in Italia le memorie di Nikolaj Nikolaevič Punin, storico e critico dell’arte e figura centrale dell’avanguardia artistica russa del primo trentennio del Novecento. Il volume è incentrato sull’anno 1917 e costituisce una testimonianza fondamentale per la comprensione della vita artistica di Pietrogrado.

Recensione a cura di Giulia Cori

 

Comunque la pensi il nostro governo, l’arte contemporanea dell’Europa occidentale dovrà fare i conti con la nostra arte”1

Con queste parole Nikolaj Punin interveniva a una seduta dell’Unione dei pittori sovietici di Leningrado del 1946. In questa ferma rivendicazione sta l’esito di un processo esplosivo iniziato trent’anni prima e dal quale Punin parte nel ripercorrere le sue memorie. L’arte occidentale ha fatto effettivamente i conti con l’arte russa, ma probabilmente non con la dovuta cognizione di causa che quest’influenza merita. Questa è solo una delle ragioni per le quali la pubblicazione di questo volume si rivela illuminante.

Nikolaj Punin è stato un critico, teorico e storico dell’arte e, dal 1918, commissario del Museo Russo e dell’Ermitage. Nato nel 1888 a Helsinki, frequenta il “mitico” liceo di Carskoe Selo (lo stesso che aveva ospitato Aleksandr Puškin) per poi iscriversi all’Università di Pietroburgo. Studia con il grande bizantinista Dmitrij Ajnalov e si laurea nel 1914 con una tesi sugli elementi del paesaggio giottesco. Nello stesso anno entra nella redazione della rivista artistica “Apollon”, diretta da Vladimir Makovskij, per la quale pubblica articoli sull’arte bizantina e antico-russa.

Sebbene la sua prima formazione fosse incentrata sull’arte medievale, gli interessi di Punin spaziavano ampiamente dall’icona russa all’arte occidentale, alla grafica giapponese. Lo storico dell’arte Andrej Sarab’janov (figlio dell’illustre Dmitrij), nella sua breve prefazione “La rivoluzione di Punin”, afferma che “Senza la sua penetrante attenzione al mondo degli artisti a lui contemporanei […], senza l’influenza che ebbe modo di esercitare su di loro, la storia dell’arte russa del XX secolo sarebbe stata diversa”2.

Nikolaj Punin
Nikolaj Punin ritratto da Kazimir Malevič

La sua collaborazione con la testata “Apollon” e con il suo mentore-nemesi Makovskij comincia a incrinarsi da subito, non appena Nikolaj Nikolaevič si rende conto della stagnazione che permea l’ambiente artistico di sua frequentazione. Sarà enorme l’entusiasmo che accompagnerà il suo ingresso nel celebre Appartamento n. 5, abitazione-atelier del pittore Lev Bruni che raccoglierà il fiore dell’avanguardia artistica pietrogradese rivoluzionaria.

Nel ’15 avevo l’impressione, forse al pari di molti altri di noi, che la vita che si conduceva nell’«Appartamento n. 5» fosse più intensa e più piena che altrove.3

In una meravigliosa descrizione delle notti bianche di quel periodo – che fa fede a quella capacità lirica di Punin di dipingere verbalmente straordinari quadri contestuali che ritroviamo, splendida, anche nel capitolo sugli anni a Carskoe Selo – si muovono i fantasmi agitati di figure come Viktor Šklovskij, “quell’uomo folle, indomabile, ancora posseduto dall’allegria, che però non aveva avuto ancora il tempo di inventare i formalisti”.

Nell’appartamento di Bruni si legge collettivamente il saggio Čërnyj bokal (Il boccale nero) di Boris Pasternak, che delizia i lettori in fermento con enunciati quali “il momento dell’impressionismo è il momento dei preparativi per il viaggio, il futurismo è il primo esempio della spedizione effettiva, nel lasso di tempo più breve”. Pasternak aveva messo nero su bianco quello che ormai era chiaro a tutti: l’espressionismo era finito; aveva preparato il campo per un futuro più luminoso e aveva cessato la sua funzione.

L’interpretazione espressionista del mondo non bastava più, dunque, e neanche il futurismo – troppo individualista ed esorbitante per il fine che l’arte russa doveva prefiggersi in quel momento – suscitava l’interesse nell’Appartamento n. 5. A colmare le necessità degli avanguardisti pietrogradesi arriveranno il suprematismo di Malevič e il costruttivismo di Tatlin. Questi approcci sapranno rispondere al desiderio del nuovo artista russo di un’arte “semplice, comprensibile e necessaria”, rigorosa e concentrata, capace di definire un metodo, piuttosto che una novità.

Malevich
Opere suprematiste di Malevič alla mostra "0,10" (1915)

Tale era il punto cruciale per il gruppo dell’Appartamento n. 5: la ricerca e l’applicazione di un impegno costante, da contrapporre decisamente all’estetismo velleitario che aveva ormai esautorato l’arte come strumento espressivo e del quale avevano abusato “i nemici” dell’Appartamento n. 5, Mir iskusstva e Aleksandr Benois in capo. Il futurismo moscovita di Burljuk e Majakovskij aveva pur avuto qualche nota di merito, ma ormai era considerato dalla cerchia pietrogradese come una farsa buffonesca già vista. L’arte andava restituita alla vita, togliendola all’interpretazione e alla straordinarietà.

Dal 1915 cominciano ad incrinarsi irrimediabilmente i rapporti della nuova generazione con la precedente, una criticità che si consoliderà progressivamente e avrà ripercussioni sulla vita artistica dopo il Febbraio 1917. Punin racconta i primi screzi con il suo caporedattore, Vladimir Makovskij, così come individua la frattura insanabile con il Mir iskusstva in una mostra del primo 1916, quando gli esponenti della giuria rifiutano alcune opere degli avanguardisti Bruni e Al’tman.

Nel 1917 Punin lascia la redazione dell’“Apollon” per divergenze ormai assodate. I mesi immediatamente precedenti al Febbraio sono descritti nelle memorie dell’autore come la classica quiete prima della tempesta. Il periodo che aveva portato fino a quel momento si era talmente caricato di tensioni che il cambiamento non poteva non essere imminente e atteso. Il tempo era passato da un ritmo aggressivo e pressante a una languida stasi. Punin riporta le annotazioni del suo diario dal 24 al 28 Febbraio (9-13 Marzo del nuovo stile), brevi e incisive, come ci si aspetta da momenti che richiedono un coinvolgimento diretto negli eventi e una scarsa domesticità.

Con l’istituzione del Governo provvisorio, l’ambiente artistico di Pietrogrado si scinde ulteriormente: le questioni dell’istituzione di un Ministero delle Arti e delle sorti dell’Accademia di Belle Arti diventano il campo di battaglia di pittori, scultori, letterati, architetti e teatranti. La continuazione di un ente presieduto dalla granduchessa Marija Pavlovna non era affatto scontata e, a prescindere dalla sua guida, l’Accademia era l’odioso milieu di tutto ciò che gli avanguardisti volevano estirpare dall’arte soffocata. Non ci vorrà molto prima che il grido di “Al rogo, al rogo l’Accademia!” inizi ad invadere le sale delle assemblee.

In un momento storico incerto, gli ambienti artistici cercano di organizzarsi in considerazione di quanto appena accaduto. Il 4 Marzo si tiene un’assemblea presieduta da Maksim Gor’kij, che pone come obiettivo primario la tutela dei beni storico-artistici e viene nominata una speciale commissione che interceda presso il Governo provvisorio a tal fine. Le autorità governative concordano con quanto esposto dalla delegazione e nominano una commissione di otto figure di spicco di vari settori artistici, addetta alla conservazione del patrimonio culturale e guidata dallo stesso Gor’kij.

Le componenti di questa “commissione degli 8” (o “commissione di Gor’kij”) allarmano da subito Punin e i suoi compagni: i nomi sono quelli che costituiscono il gruppo più vitale del Mir iskusstva che, ripresosi evidentemente in fretta dalla sorpresa di Febbraio, ha cominciato molto presto ad organizzarsi per stringere legami con il nuovo governo e riconfermare la sua dittatura artistica.

Tutto questo implica un controllo diretto delle autorità sull’arte che i fronti più progressisti non sono disposti ad accettare. A questo proposito viene richiesta dalla Società degli architetti-artisti – un’organizzazione ancora di scarso rilievo nel panorama complessivo – l’istituzione di un’Unione di tutti gli operatori delle arti.

Accademia Pietroburgo
L'Accademia di Belle Arti di Pietroburgo

Il 12 Marzo si tiene la prima assemblea presso il teatro Michailovskij. Dati gli sviluppi della rivoluzione, l’Appartamento n. 5 comincia ad organizzarsi in maniera più compatta nel cosiddetto “blocco di sinistra”; entrano a far parte del circolo anche Il’ja Zdanevič, Aleksandr Andreev (futuro organizzatore del Proletkul’t), Osip Brik, Leonid Sologub e Vladimir Majakovskij. Del poeta futurista, Punin fa una bellissima descrizione, che culmina con le seguenti parole:

Irrompendo [Majakovskij] aveva riempito di sé tutto lo spazio, espropriandolo, non tanto con sé stesso, ma con quanto recava da fuori, con la strada, la città, la poesia; con la poesia aveva magnetizzato l’intero spazio intorno a sé.4

L’Unione degli artisti viene istituita due settimane dopo i tafferugli della seduta al Michailovskij. Il blocco di sinistra aveva infuocato il palco con teste calde e tutto l’impeto del futurismo, che forse per la prima volta si esprimeva politicamente, ovviamente insultando e “schiaffeggiando il gusto corrente”. Il blocco aveva premuto particolarmente sulla creazione di un’Unione che avesse pieno potere decisionale, per un’arte libera dai compromessi dello Stato e dalla vetustà degli elementi pre-rivoluzionari che ancora bazzicavano l’ambiente e che ora tentavano di mimetizzarsi con il nuovo corso.

Entro il Maggio 1917, il peso specifico dell’Unione andava sempre più definendola come organo statale, la “commissione degli 8” era stata soppressa e il gruppo del Mir iskusstva si era dissolto come entità sociale. Malgrado le pressioni del fronte di sinistra per eliminare il “mondo che stava morendo” c’era chi, in altre fazioni dell’ambiente artistico, lavorava alacremente al confezionamento di magnifici cavalli di Troia.

I tentativi della vecchia guardia di mantenere il proprio potere sull’amministrazione dell’arte russa erano particolarmente evidenti nel conflitto aperto sul destino dell’Accademia di Belle Arti. Su questo punto Punin si sofferma approfonditamente, analizzando le mosse degli “avversari” e le conseguenze che l’acceso dibattito sull’Accademia trascinerà per lungo tempo, influenzando in molti casi le singole vite dei suoi personaggi.

Nikolaj Punin
Foto segnaletica dell'ultima detenzione di Punin ad Abez'

Nikolaj Punin, come molti altri intellettuali e artisti della sua epoca, sconterà il suo idealismo in un lager a pochi passi da Vorkuta, dove morirà nel 1953. Gli anni Venti segnano il ritorno alla realtà per tutta la sua generazione; nel 1921 Punin viene arrestato per la prima volta. Il fermo è breve, poiché per lui interviene direttamente Anatolij Lunačarskij, ma questo momento segna – per sua stessa ammissione – la fine della sua “storia d’amore con la rivoluzione”.

A cavallo tra gli anni Venti e Trenta, una maggiore condiscendenza verso la corrente formalista distende l’atmosfera, permettendo pubblicazioni come Viaggio sentimentale di Viktor Šklovskij e L’arciere dall’occhio e mezzo di Benedikt Livšic.

Dalla fine degli anni Venti Punin comincia ad essere sistematicamente vessato dalla censura, fino al punto di non pubblicare più. Lo storico cercherà di pubblicare le sue memorie, in una forma che doveva contenere anche la porzione che possiamo oggi leggere in traduzione italiana, ma tutto quello che riuscirà ad ottenere sarà una versione ridotta sulle pagine del “Literaturnyj sovremennik”, nel 1933.

Nel 1935 Nikolaj Nikolaevič viene nuovamente arrestato. Anche questa volta riesce a cavarsela con poco, grazie alle richieste di rilascio di Anna Achmatova (sua compagna fino a qualche anno prima) e Boris Pasternak. A partire dalla fine degli anni Trenta, con l’instaurarsi del realismo socialista, la situazione si aggrava ulteriormente e giornali come “Zvezda” e “Leningrad” intraprendono una vera e propria persecuzione personale. In particolare, il pittore Vladimir Serov sarà uno dei più accaniti detrattori.

Punin e Achmatova
Anna Achmatova e Nikolaj Punin

Nel 1949 Punin viene arrestato per l’ultima volta. Viene trasferito nel lager di Abez’, dove morirà quattro anni più tardi. La parabola di Nikolaj Punin è esemplificativa di una storia più grande; ne L’arte in rivolta le descrizioni dettagliate dei movimenti del 1917 si fermano all’estate di quell’anno. L’Ottobre non è raccontato, e forse è meglio così.

L’amarezza suscitata dalla constatazione della traiettoria di quest’uomo brillante e della sua intera generazione è enorme. Il moto d’animo collettivo che Punin così bene ci narra dal secolo scorso è sorprendentemente vivace, solleva e travolge l’apatia di cui vive il nostro secolo, lasciandoci sconcertati dalla semplicità e dalla necessità della partecipazione al cambiamento.

Eppure, un coinvolgimento così inusuale e dirompente non servì a cancellare definitivamente il mondo morente. Il futurismo, riversatosi “su tutti voi come un’inondazione”, aveva sciacquato l’abito dell’intelligencja zarista, senza tuttavia scrostarla dal suo scoglio. Il secolo belva di Mandel’štam era appena iniziato e il poeta già si chiedeva chi sarebbe riuscito a sostenere a lungo il suo sguardo.

Il paradosso di un fronte unito per la corsa a un futuro che non vedrà mai realizzarsi, una corsa sfrenata e liberatoria verso gli stenti di campi di detenzione per intellettuali pericolosi. L’arte in rivolta parla anche di questo, ma non solo.

Questo non è affatto un libro di memorie, benché sia dedicato agli avvenimenti del passato, quanto piuttosto un libro dove si afferma il futuro. […] Gli eventi ci scuotono e continuano a scuoterci, eppure malgrado tutto non ci sentiamo vinti.

Arte in rivolta
L'arte in rivolta. Pietrogrado 1917, traduzione di Nadia Cicognini. Guerini e Associati, 2020.

1 Nikolaj Punin in L’arte in rivolta. Pietrogrado 1917, p. 24

2 Andrej Sarab’janov, La rivoluzione di Punin in Ivi, p. 11

3 Nikolaj Punin, Ivi, p. 91

4 N. Punin, Ivi, p. 152

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.