Recensione di “Fuga dalla Russia”, di Maxim D. Shrayer

Recensione di "Fuga dalla Russia", di Maxim D. Shrayer

Maxim D. Shrayer è attualmente professore di Letteratura russa, inglese e di Studi ebraici presso il Boston College. Dopo aver raccontato in Aspettando America il suo viaggio per la nuova terra promessa, gli Stati Uniti, il professor Shrayer torna a concedersi un romanzo di profonda introspezione sulle questioni dell’identità russo-ebraica.

Recensione a cura di Anna Cavazzoni

 

Fuga dalla Russia racconta gli anni che vanno dalla stagnazione di Brežnev fino alla perestrojka di Gorbačëv. Centrale è la figura del refusenik, in russo otkaznik, termine non ufficiale che deriva dalla parola otkaz (rifiuto) e che indicava ai tempi dell’Urss un ebreo a cui era stata rifiutata la possibilità di emigrare. Quella di Fuga dalla Russia può essere considerata la storia di una fuga e della sua trepidante attesa.

L’appartenenza alla cultura ebraica, e poi a quella refusenik, fornisce a Shrayer una lente attraverso la quale osservare il mondo sovietico. Tuttavia, è anche la lente attraverso la quale viene visto dagli altri: i compagni di scuola ridono alla sola parola “ebreo”, quasi fosse una parolaccia; i professori, pur negandolo, non possono permettere di dare a un ebreo la medaglia d’oro nonostante i suoi ottimi risultati scolastici.

Famiglia Shrayer
La famiglia Shrayer poco prima della partenza dall'Unione Sovietica: Maxim D. Shrayer con i genitori Emilia Shrayer e David Shrayer-Petrov

Dopo aver fatto richiesta per lasciare il Paese e ottenuto il primo rifiuto nel 1979, Shrayer e la sua famiglia diventano ufficialmente refusenik. Non si tratta di una condizione facile, da sopportare con leggerezza. Oltre al crollo delle carriere dei genitori, Shrayer si trova a dover scindere in due la sua vita e la sua identità: da una parte lo studente dell’Università di Mosca e dall’altra il refusenik, l’ebreo a cui è stata negata la possibilità di emigrare. Essere refusenik significava essere un traditore della patria.

Un ragazzo pieno di sogni e aspirazioni come Maxim non poteva far altro che nascondere questa parte importante della sua identità, cercando il più possibile di “indossare” il ruolo del buon cittadino sovietico – ad esempio diventando membro del Komsomol per poter venire ammesso all’università.

Maxim D. Shrayer è ora scrittore e professore di Letteratura russa, inglese e di Studi sull’ebraismo al Boston College. Le sue memorie, tuttavia, sembrano essere state scritte da un ragazzo sui vent’anni, tanta è la rabbia che traspare, come se si trattasse di un diario scritto al tempo dei fatti narrati. La ferita causata dalla sua identità ebrea, in un mondo antisemita come la Russia della sua giovinezza, non sembra del tutto rimarginata.

Maxim Shrayer
L'autore (Foto: Lee Pellegrini)

Questa sensazione è confermata da Shrayer stesso, che spiega come la scrittura di questo libro non sia stata per lui effettivamente terapeutica – anzi, l’ha obbligato a rivivere la sua condizione, senza riuscire a liberarsi di quest’aura di ambiguità. Forse questa sensazione è alimentata dalla consapevolezza che non avrebbe mai potuto scrivere nulla di simile in Urss.

Le memorie raccolgono gli strascichi di un sentimento che non si è mai potuto esprimere liberamente su carta e con cui l’autore ha dovuto imparare a convivere. Nell’epilogo, ricorda come “liberarmi dalle cose del passato che ancora adesso mi fanno infuriare significherebbe, probabilmente, disfare la persona che sono oggi, e non credo di esserne capace.”

Mosca è al centro dell’azione, con le sue strade e le sue linee metropolitane. Per il lettore che ha familiarità con la capitale russa, il libro diventa un modo per esplorare la mappa dei propri ricordi e proiettarla in un passato sovietico, tanto vicino a noi quanto irrimediabilmente perso nel tempo. Tuttavia, la Russia stessa viene riscoperta nella sua immensità, così come nel rapporto con le tante nazionalità che la abitano.

Un capitolo è infatti dedicato alla spedizione nel Caucaso che Shrayer compie durante gli studi. Questo viaggio, che lo porta fino al Mar Nero, cambia la percezione della Russia che lo scrittore aveva avuto fino a quel momento. Il suo sguardo, fino ad allora abituato agli spazi cittadini, si apre sulla vastità delle steppe e dei paesaggi del Caucaso. Qui la narrazione si riempie dei colori e delle osservazioni direttamente risalenti al diario che Shrayer teneva durante la spedizione.

La possibilità di confrontarsi con suoi coetanei provenienti da ogni angolo dell’immensa Unione Sovietica lo porta ad una maggiore accettazione della sua identità ebraica, tanto da riuscire persino a cantare davanti ai suoi compagni una canzone in lingua ebraica, cosa del tutto inaudita per il tempo.

Fuga dalla Russia è uno spaccato della vita sovietica e anche della vita nelle zone periferiche dell’Unione Sovietica, come nel caso delle vacanze in Estonia, che per Shrayer costituivano una finestra sul mondo oltrecortina.

Per quanto riguarda il rapporto con l’Occidente, particolarmente affascinante è il ruolo dell’America, che rimane sempre come in un altro mondo, dando la sensazione che Shrayer davvero non sapesse cosa c’era dall’altra parte del confine. L’autore non si spinge però a dei confronti tra le due realtà: l’America viene solo vagamente tratteggiata, come se l’emigrazione fosse un salto nell’abisso e non uno spostamento pianificato.

Fuga dalla Russia
Fuga dalla Russia, traduzione di Rita Filanti e postfazione di Stefano Garzonio. Pisa University Press, 2020

La poesia ha un ruolo molto importante nel libro. Non solo avvicina lo scrittore al padre e ad altri intellettuali ebrei dell’epoca, creando una continuità tra due mondi e due generazioni, ma nel presente riesce ad avvicinarlo ulteriormente alla sua giovinezza. Infatti, molte poesie che vengono riportate nel libro provengono direttamente dai suoi appunti e doverle tradurre in inglese (la lingua originale del libro) porta Shrayer a immaginare, quasi ricostruire, una parte della propria vita.

Forse è proprio questa traduzione di una parte della vita da un luogo all’altro, da un tempo ad un altro e da una lingua a un’altra che permette all’autore di risalire al suo io giovanile e a rendere questo libro autobiografico così appassionante.

La traduzione italiana di Rita Filanti è stata capace di riportare praticamente intatti i sentimenti del giovane Maxim, che non si disperdono nella memoria, ma tornano a risplendere finalmente di nuova luce.

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