Da Tuva alla periferia

Come nella regione più povera della Russia si riflettono i problemi dell’intero Paese: clan, disoccupazione e “führerprinzip

Un terzo della popolazione della Repubblica di Tuva vive sotto la soglia di povertà. Nel 2020, durante il periodo di restrizioni dovute alla pandemia e parallelamente all’elargizione di aiuti di Stato, un quarto dei residenti locali si è ufficialmente registrato come disoccupato. La regione vanta i peggiori indici in termini di qualità della vita. In compenso, è al primo posto dopo la Cecenia per quanto riguarda il sostegno agli emendamenti costituzionali e la relativa votazione. A marzo Šolban Kara-ool, esponente di Russia Unita e protegé del Ministro della Difesa, si è dimesso da capo della Repubblica dopo 14 anni di governo.

Due inviati di Novaya Gazeta hanno raggiunto la capitale Kyzyl e hanno osservato come la gente sopravvive nella terra natale di Sergej Šojgu.

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-Russi? Russi?

Alcuni ragazzini in bicicletta ci seguono lungo la strada polverosa, i palmi delle mani anneriti e i berretti calati fino agli occhi. Sorridono e bisbigliano, prima in tuvano, poi in russo, per farsi capire. Il più grande, Alik, di circa tredici anni, è il primo a parlare:

-Non dovete avere paura di noi.

Ondeggiano da un piede all’altro, saltellano sul posto, inciampano e cadono ridendo.

-Non girate da queste parti, la sera qui è molto pericoloso. I nostri genitori hanno trattato malissimo questa gente cattiva. Troppe botte. Per questo questa gente è così cattiv

Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

Levoberežnye dači è una zona di Kyzyl che si trova a venti minuti dal centro ed è considerata dai tuvani una delle più malfamate. Per via della gente ubriaca che gira di sera. Dato che però gli affitti sono molto più economici rispetto alla città, ci sono molte persone che si sono trasferite qui da altri distretti (rajony).

A Kyzyl tutte le altre città sono chiamate “rajony”. La gente le abbandona perché la situazione lavorativa è ancora peggiore che nella capitale – è pressoché impossibile trovare lavoro in altre città.

Gli steccati a Levoberežnye dači non sono alti nemmeno due metri. In cima ad alcuni c’è del filo spinato. Lungo i vicoli sul retro marciscono cumuli di spazzatura perenni. Non ci sono bidoni della spazzatura nelle vicinanze. E tra i rifiuti dormicchiano, accoccolati, dei cuccioli di cane. Proprio lì accanto due ragazzini disegnano con dei coltelli sul terreno.

 

Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

A marzo il primo ministro Michail Mišustin è venuto in visita a Levoberežnye dači. In quell’occasione, insieme al capo della Repubblica, ha ispezionato la scuola e l’asilo in costruzione. Avrebbero dovuto essere inaugurati l’anno scorso, ma non lo sono stati. I fondi sono stati stanziati dal governo federale, esattamente come per molti altri progetti di costruzione in città.

“La cosa più importante è che il governatore ci prometta che sia l’asilo che la scuola saranno operativi entro settembre. Assicuratevi di aggiornarci. Ce la faremo?” – ha chiesto Mišustin.

Kara-ool (capo della Rep. di Tuva fino ad aprile 2021, ndt) ha assicurato: “Ce la faremo”.

Dopodiché Mišustin ha visitato l’ospedale N.1, che si è rivelato sprovvisto di sufficienti quantità di apparecchiature mediche. Anche in questo caso il governo federale aveva stanziato dei fondi che però non sono stati utilizzati a dovere e in tempo.

Mišustin ha avvertito che: “I fondi sono stati stanziati. Molta gente crede che il governo federale non lo faccia, e invece non è così […] E non bisogna intendere queste parole come un rifiuto a stanziarne altri. Ma sono Šolban Kara-ool e Vjačeslav Khovalyg (attuale capo della Rep. di Tuva, ndt) ad essere responsabili dell’utilizzo dei fondi di quest’anno”.

A questa visita “di lavoro” a Tuva da parte di Mišustin a inizio marzo è seguita, un paio di settimane dopo, quella, come da tradizione, del presidente Vladimir Putin accompagnato da Sergej Šojgu. E proprio ad inizio aprile si ha avuto notizia della decisione del governo federale di rimandare al 2026 la costruzione della tanto agognata ferrovia che dovrebbe collegare Tuva alla regione di Krasnojarsk. I primi binari sono stati posati nel 2011.

“La ferrovia dello sviluppo”. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

“La ferrovia dello sviluppo” – una pietra commemorativa alla periferia di Kyzyl riporta questa scritta. Allora, ovvero dieci anni fa, Vladimir Putin diede inizio al progetto in modo solenne, conficcando una verga dorata nel terreno sul quale avrebbe dovuto sorgere la ferrovia, e dicendo: “Sarà un lungo lavoro, ci vorranno almeno quattro anni”. Di fatto nel giro di un paio di giorni la verga dorata sparì, probabilmente rubata da qualcuno. Da allora nessuno ha mai messo mano a quelle rotaie.

Lì le hanno posate e lì sono rimaste. Ce ne sono non più di 15 m. La gente del posto afferma che originariamente ce n’erano di più ma nel corso degli anni una parte dei binari è stata smantellata per impossessarsi del metallo.

A neanche una settimana dalla notizia sulla ferrovia il capo di Tuva, Kara-ool, si è dimesso dopo 14 anni al potere. D’ora in avanti non sarà più lui a dover fare grandi promesse al governo federale.

Testimonianza

“Aiuti alimentari ora e in futuro”

  • Gli abitanti ricevono da tempo aiuti alimentari e li riceveranno anche in futuro – dice l’economista Natalja Zubarevič. – C’è povertà, un livello di sviluppo economico bassissimo. Gli aiuti arrivano anche per mezzo di canali di livellamento economico, sotto forma di sovvenzioni. Ne vengono date molte in modo che i bilanci non siano a terra. A queste si aggiungono un sacco di sussidi di vario tipo a sostegno delle famiglie con bambini, dei disoccupati. Questa gente vive coi soldi del governo. Cecenia, Inguscezia e Tuva sono come tre aquile.

Natalja Zubarevič cita le ultime cifre relative alla regione.

  • Nel 2020 i finanziamenti statali a fondo perduto ammontavano a 40 miliardi. Nel 2019 a 25 miliardi.
  • Il livello dei sussidi nel 2020 (la percentuale di trasferimenti nelle entrate del bilancio consolidato della Repubblica) è stato pari all’84%. L’anno prima era pari al 76%.
  • Prima del Covid il tasso di disoccupazione era ufficialmente del 5,4% (marzo 2020). Durante il picco pandemico, quando la maggior parte dei sussidi era stata erogata (fine settembre 2020), il tasso di disoccupazione ufficiale era pari quasi al 24%. Un lavoratore su quattro era disoccupato e riceveva sussidi. Secondo gli ultimi dati utili (febbraio 2021) la percentuale è dell’11%. In altre parole, non c’è stato alcun recupero.

Secondo la legge regionale le denominazioni Tuva e Tyva sono equivalenti a meno che non si usi la denominazione completa – in quel caso si usa soltanto l’ultima (“Repubblica di Tyva”).

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I tuvani sono riluttanti a parlare della violenza, delle aggressioni, dell’alcolismo e in generale dei problemi di Tuva. A volte si offendono, altre volte difendono gelosamente la propria terra natia. Soprattutto se ad interessarsene sono dei “forestieri”.

Quando fa buio, arriva un taxi con a bordo autista e accompagnatore. A volte sul sedile posteriore siede la fidanzata. “Indico la strada” dice di sé l’accompagnatore-navigatore. Vero, il navigatore è utile solo di sera. Nessuno degli accompagnatori dice però che in realtà il proprio ruolo è quello di occuparsi dell’incolumità dell’autista, chiamando aiuto in caso dovesse succedere qualcosa. Il ruolo principale degli accompagnatori lo apprendiamo comunque più avanti, da un uomo che lo ha fatto di mestiere in passato.

I negozi di alimentari aperti h24 sono coperti da griglie metalliche, e non soltanto davanti alle vetrine.

A dieci minuti a piedi dalla strada principale di Kyzyl c’è un negozio dove merce e clienti sono separati da una vera e propria gabbia. C’è soltanto una piccola apertura che serve al commesso di turno per consegnare la spesa e ritirare i soldi.

Strada di negozi situata vicino al centro di Kyzyl. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

“Beh, lavoriamo h24, 7 giorni su 7” – risponde banalmente la cassiera a quella che pare essere una domanda stupida riguardo alla gabbia. “Insomma, può capitare di venire aggrediti… beh, certo”. E ripete: “Ma siamo aperti h24”.

La presenza di una gabbia metallica davanti al negozio per evitare furti di prodotti alimentari sembra ormai familiare anche agli stessi clienti in fila.

Negozio 24h. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

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Quando fa caldo a Kyzyl la temperatura arriva a venti gradi. Il vento fa alzare la polvere dalla strada soffiandotela in faccia. Ti si seccano gli occhi. Colonne nere di fumo serpeggiano fuori dai camini. La città di Kyzyl, con i suoi centomila abitanti, è riscaldata a carbone. Secondo un rapporto dell’Accademia russa delle scienze (che stava per essere secretato per non “gettare una bomba alla vigilia delle elezioni”) Kyzyl figura tra le città più inquinate del Paese.

Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

Un’anziana tuvana sonnecchia su una sedia pieghevole presso uno stand pubblicitario di una carta di credito. Ha la fronte aggrottata per via del sole che di tanto in tanto le finisce negli occhi. Si avvolge ancora di più nel suo cappotto caldo e si tira il berretto di lana sulle orecchie. Davanti a lei ci sono due scatole con sopra varia mercanzia.

Una sigaretta per 10 rubli. Semi di girasole dentro una scatola di fiammiferi per 15 rubli.

Le sigarette vengono vendute anche da vecchie babuški lungo l’”Arbat”, la principale strada pedonale della città. Che è anche il posto dove la gente sonnecchia la mattina. Sulle altalene, sulle panchine, oppure nel bel mezzo del marciapiede, quando la stanchezza è troppa.

Non si tratta sempre di senzatetto. Si vedono molti più ubriachi a Kyzyl che altrove. Ubriachi e bambini.

Ufficialmente a Tuva l’alcool si può vendere dalle 11 alle 15. Sabato e domenica la vendita è vietata. Kyzyl è anche l’unica città russa dove per dieci giorni durante le feste di maggio entra in vigore un vero e proprio proibizionismo.

Bevono tutto d’un fiato. Comprano una bottiglia, si allontanano di un paio di metri dal negozio e la svuotano in due o tre minuti. C’è una rissa all’ingresso del mercato dell’abbigliamento. Una donna grassoccia dal viso arrossato scaglia in preda all’ira una pietra verso un gruppetto lì accanto. La pietra vola oltre. Nei cortili dei condomini a due piani ci sono sempre dei piccoli capanni in fila. Servono a contenere i sacchi di carbone. Ogni appartamento ha la porta numerata. Alcune porte sono aperte: all’interno il pavimento è cosparso di sporcizia, bottiglie di vetro e flaconi di acqua di Colonia.

Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

-Ho bisogno di soldi per il pane, per la vodka ne ho – chiede un vecchietto nel cortile, alzandosi dalla panchina barcollando, con duecento rubli accartocciati in una mano. Ha un occhio chiuso, la pelle scura e il viso gonfio. – Sono un pensionato. Non vivo qui, vivo a Kaa-Khem (località urbana vicino a Kyzyl, ndr). Qui vendono alcool.

Durante la visita di Mišustin il centro era vuoto. Quella mattina le strade erano state “ripulite”, raccontano gli abitanti di Kyzyl. Presumibilmente tutti gli ubriachi sono stati radunati e portati in clinica.

“Sempre meglio che nel 2014 in occasione del centenario dell’annessione di Tuva alla Russia. Gli ubriachi sono stati tutti portati nell’area di Erzin e lasciati per strada” – ricorda la gente. – “C’era Putin in visita”.

“La gente del posto li ha visti. Quando non c’è più spazio dove li si porta? Fuori città. Dove mandare tutti questi alcolizzati?”

Il villaggio di Erzin si trova a 200 km da Kyzyl.

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-Nella Repubblica di Tuva nel 2017 il tasso di povertà della popolazione era del 41%. Una percentuale senza precedenti. Si tratta della cosiddetta povertà infantile perché i bambini [nell’area] rappresentano circa il 35% della popolazione. L’occupazione è pressoché nulla e le famiglie vivono di sussidi – disse a febbraio 2019 la vice-presidente per le politiche sociali Tatjana Golikova.

Kara-ool affermò allora che non c’era nulla di “sensazionale” in quelle cifre. E in generale resta la questione di come Rosstat abbia calcolato questi dati.

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Ajrana e Andrej sono insieme da vent’anni. Sono entrambi orfani. Si sono conosciuti in collegio, ora lavorano in un asilo – lei come cuoca, lui come guardiano. Lei indossa un prendisole a righe, i capelli neri legati in una stretta coda di cavallo. Andrej è un uomo paffuto e corpulento e indossa una tuta da ginnastica.

Famiglia di Ajrana e Andrej. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

-Come dirvi… Ormai siamo abituati al fatto che non possiamo permetterci delle gran cose – Ajrana sistema dolcemente la treccia alla figlia più piccola.

-I 10.000 rubli di Putin per i bambini ci hanno aiutato parecchio durante la pandemia. Davvero parecchio. Abbiamo pagato la luce con quei soldi. – (continua) Gli ufficiali giudiziari mi avevano bloccato i conti, dove mi viene accreditato metà dello stipendio. Avevamo un debito di 150mila rubli per acqua e elettricità. Ora grazie a Dio ne sono rimasti da pagare 35mila.

 

Ajrana e Andrej hanno sei figlie e un figlio. Di notte dormono tutti nella stessa stanza, la figlia maggiore sul divano in cucina.

Con un mestolo Ajrana distribuisce le patate con il sugo di carne nei piatti, mentre la figlia maggiore stende con cura l’impasto sul tavolo della cucina. Crea dei piccoli “fiocchetti” di impasto. Prepara il manti (ravioli ripieni di carne di agnello, ndt).

Poi Andrej ricorda: “Il presidente ne promette ancora… in agosto”.

-Sì-ì-ì – dice Ajrana. – Saranno davvero utili. Abbiamo già iniziato in qualche modo a suddividere i soldi che ci arriveranno. Prima di tutto servono vestiti e scarpe per tutti. Mia figlia sta finendo la terza media e vuole andare al college (scuola tecnica, ndt). Dice che vorrebbe iscriversi da qualche parte oltre i Monti Saiani. La maggior parte di questi soldi quindi servirà a lei per lo studio. Bisogna studiare. E là, se ce la facciamo, prenderemo una stanza in affitto.

 

Chiunque sogni di lasciare Tuva dice di voler andare oltre i Monti Saiani. Di norma si tratta di Krasnojarsk o Abakan, che sono relativamente vicine, ma fondamentalmente si parla di tutta la Russia. A parte Tuva.

Questa casa pericolante avrebbe dovuto essere demolita il 30 aprile, ma non è stato ancora fatto. Potrebbero però arrivare con un escavatore da un momento all’altro. Ajrana e Andrej vivono in un alloggio sociale. Anche se, in quanto orfani, avrebbero dovuto ricevere un alloggio gratuito già molti anni fa, di fatto il loro turno non è mai arrivato. Gli hanno risposto che l’alloggio in questione non è ancora in costruzione. Ora che verrà demolita questa casa non viene loro offerta un’alternativa. O meglio, solo una: il convitto.

Ma come possiamo andare a vivere tutti lì, con i bambini a questa età. Per loro sarebbe troppo stressante – dice Ajrana guardano con ansia il marito. – Come può tutta la nostra famiglia andare a vivere in convitto…

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-Benvenuti! – esclama il piccolo Šolban aprendo la porta sbilenca. La veranda della piccola casetta nel settore privato è inclinata di lato per via del terreno paludoso. Per entrare bisogna piegarsi, come fosse una tana.

Šolban ha sette anni, i capelli neri a spazzola ed è un piccolo tiktoker. Prende in braccio il fratellino di tre mesi, Udumbar. Lo tiene saldamente, sorreggendo le gambine con la mano. Bacia la sua guanciotta paffuta e lo mette infine nell’unico letto della casa, accanto a Saldys, che sta dormendo. Saldys ha due anni ed è l’altro fratellino di Šolban.

 

-Mamma! Ho voglia di pane e smetana – insiste Šolban.

Alena, Šolban, Saldys, Alik e Udumbar. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

 

La giovane tuvana dai capelli scuri prende con semplicità dell’acqua da un secchio e la versa nel bollitore. Alena è orfana e ha 27 anni. E ha già tre figli.

-Udumbar è nato prematuro ed è stato per un po’ in terapia intensiva. Andavo a dargli il latte nel reparto di rianimazione. I vari ministri sono arrivati proprio in quel periodo – Muraško ( della salute, ndt), Mišustin, non si poteva andare da nessuna parte, non ti lasciavano – ricorda la ragazza sorridendo imbarazzata.

 

Alena è finita in orfanotrofio quando aveva tre anni, insieme a suo fratello Alik, che all’epoca di anni ne aveva cinque. Dall’orfanotrofio sono poi passati al collegio. Dopodiché sono andati a Krasnojarsk per studiare. Infine hanno fatto ritorno a Tuva, dove hanno dapprima cercato di passare la notte al collegio. “Ma la consegna dei diplomi era finita ormai. Ci dissero: andate dove volete, anche per strada” – ricorda Alik, cullando tra le braccia Udumbar. – Abbiamo passato la notte al lavoro.

 

-Se non fosse per gli assegni familiari, non so come vivrei ora. Non saprei come pagare l’affitto. Da queste parti non si può vivere decentemente con così pochi soldi, magari si riuscisse a collegare la nostra Tuva a Mosca – sorride Alena. Né lei né suo fratello hanno ricevuto un alloggio da parte delle autorità. – Nove anni fa ho presentato una richiesta al tribunale. Mio figlio più grande allora era piccolino, sono andata là con lui perché non avevo nessuno a cui lasciarlo. In tribunale mi dissero: “Siete tutti così voi orfani, andate ovunque coi vostri figli… come se non aveste un posto dove andare”. Non mi piacque il modo in cui mi parlò.

A mamma e figlio toccò dormire in convitto.

Un recente sondaggio che vede Tuva collocarsi ancora una volta in fondo alla classifica riguarda in particolare l’utilizzo dei fondi di bilancio per fornire alloggi agli orfani. Secondo i dati della commissione d’inchiesta nell’ultimo anno meno dell’1% degli orfani ha ricevuto un alloggio.

-Molta gente del convitto passa la notte in strada, – racconta Alena, pettinando con la mano i capelli di Šolban. – Non hanno un posto dove vivere, vagano tutto il tempo, dormono di qua e di là. È per questo che si ubriacano a morte.

A questo punto la ragazza comincia a parlare di politica: “Abbiamo bisogno di una persona [al governo] normale. Finora non ho visto nessun candidato normale. Vorrei che ci fosse un altro partito e invece abbiamo “Russia Unita” ovunque. Per me il partito migliore è il KPRF (Partito Comunista della Federazione Russa, ndt). Credo che se qualcuno di questo partito fosse al governo qui cambierebbe tutto. Su internet ho letto della manifestazione a sostegno di Naval’ny, sarei andata anch’io, ma come faccio coi bambini… Ho guardato il suo video [sul palazzo] – c’è del vero. Quello che gli stanno facendo è del tutto illegale.

 

  • Probabilmente voleva mostrare alla gente proprio la verità – risponde Alik alla sorella.

Chiedo:

  • E chi, al governo, potrebbe sistemare le cose qui da voi?
  • Putin probabilmente non lascerà venire Šojgu qui da noi… – dice Alena.
  • Lui sistemerebbe tutto – risponde Alik.

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Mancano dieci giorni alla parata. Lungo la strada passano mezzi militari. I cadetti e i militari dell’MČS (Ministero delle situazioni di emergenza, ndt) si allineano. I bambini con gli zainetti sulle spalle guardano i cavalli mentre le madri fanno video con il cellulare.

-Quest’anno i preparativi sono molto seri. Arriva gente da tutti i distretti. Oh quante medaglie ha quello… Quattro. Sarà un veterano dell’Afghanistan? – Tatjana Vladimirovna guarda la processione asciugandosi le lacrime sotto agli occhi. Alla parata partecipano i suoi due figli e una nipote. – Abbiamo questa eredità militare. Tutti mi dicono: “Mamma, calmati”.

Giovani militari alle prove della parata per la Giornata della vittoria a Kyzyl. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

Tatjana Vladimirovna viene da Čadan, ha lavorato per 30 anni come paramedico in ambulanza. Mentre le prove per la parata sono in corso, mi parla in un mezzo sussurro.

 

-I miei figli sono cresciuti, mio marito è morto. Ho provato due volte a cercare lavoro ma non mi hanno presa, dicono che sono vecchia. Ho 60 anni, ma chiaramente sono invecchiata. – Tatjana Vladimirovna si aggiusta nervosamente il berretto e si passa la mano sui lati del viso, lisciandosi i capelli grigi e ricci.

 

Osservando la parata sussurra: “Sono tempi davvero duri. Io almeno sono pensionata, ma le famiglie numerose vivono in povertà… Oh, ecco, quello è un colonnello molto serio, li conosco tutti”.

In sottofondo si sente un comando e l’eco: “Tutti sono felici. Una festa di tutto il popolo, di tutta la Federazione Russa”.

Chiedo di Kara-ool. “Ho votato contro di lui perché non mi piace. Si è ammalato di coronavirus, è stato cinque giorni in quarantena. Basta, ha detto, mi devono dimettere. La gente si ammala e deve stare due settimane in quarantena, e tu invece… Per questo è iniziato un casino. Poi si è ammalato un’altra volta. Non va bene così, se sei il capo della Repubblica”.

Sul marciapiede accanto un uomo anziano se ne sta in piedi con la borsa della spesa tra le mani a guardare la parata. Si appoggia ad un cartello stradale. Sta piangendo.

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Dall’altra parte della strada c’è una sorta di ritrovo d sciamani. Al di là del cancello di ferro c’è una yurta. Da dietro la porta socchiusa si sente il suono di un tamburello. Qui c’è la stanza dello sciamano supremo. Alle pareti sono appesi vari ritratti: Vladimir Putin, Sergej Šojgu, uno spazio vuoto e Sagaan-ool, sindaco di Kyzyl. Il posto vuoto era prima riservato ad una foto di Kara-ool, che gli sciamani hanno prontamente rimosso.

Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

 

Piove a dirotto. Nel portico un uomo sta accovacciato sotto la tettoia con lo sguardo fisso sulle assi del pavimento. Tiene una bottiglia di kefir sotto la grondaia nell’attesa che si riempia. “Ha sete” – commenta uno sciamano seduto su una panchina lì dietro.

 

-La vita è fatta di alti e bassi. Dopo la morte della madre gli arriva un figlio. Non vuole più andare avanti, io invece dico che prima o poi bisogna comunque continuare a vivere, – spiega la sciamana Zoja indossando un cappello di piume sulla testa. – Quando vado in centro ogni tanto incontro per caso qualcuno e gli chiedo: come ti chiami? quanti anni hai? perché sei in questo stato?

 

Zoja parla degli alcolizzati. A volte in città si imbatte in gente che ha bisogno di aiuto e lei offre loro il proprio. E allora qualcuno va dalla sciamana. Lei brucia un ramoscello di ginepro, sparge il fumo, dispone delle piccole pietre. Sotto il tetto della yurta un’aquila impagliata con le ali spiegate e le corna osserva le cerimonie.

Fedor ascolta Zoja attentamente. Indossa una tuta rossa e blu e un cappellino con su scritto RUSSIA. È venuto a Kyzyl dall’oblast’ di Volgograd ed è un apprendista sciamano. Dice di aver “aperto il suo terzo occhio”.

Secondo la sciamana è “un dono del cielo”.

Fedor sta imparando: prova a battere il tamburello, gira su se stesso ed evoca gli spiriti maligni. Uscito dalla fase di trance, strizza gli occhi e ondeggia da una parte all’altra.

Una ragazza di Ak-Dovurak si siede accanto a noi nella yurta. Ha impiegato sei ore per arrivare qui. “Io e mio marito ci siamo separati e da quel momento per me è andato tutto storto, – racconta piangendo. – Spero che possano aiutarmi, so che possono essere di grande aiuto qui”.

Sebbene la maggior parte dei tuvani credenti pratichi il buddismo, l’antico sciamanesimo qui è ancora molto rispettato. La gente ci crede. Nella periferia della città ci sono dei cosiddetti “luoghi di forza”, solitamente delle alture, dove spesso la gente si ferma per legare un nastro o un foulard colorato al ramo di un albero.

 

  • Viene molta gente ora che vuole diventare sciamano. Sono tempi duri, – spiega con aria seria Aržana, una giovanissima sciamana in un abito arancione acceso con perline rosa sul viso. – La terza ondata di coronavirus non risparmierà nessuno. La Russia è in guerra con tutti. Bisogna resistere in qualche modo.

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Il microdistretto di Šanhaj è stato gravemente colpito dai terremoti del 2011 e 2012. Entrambe le volte l’epicentro si trovava a cento km da Kyzyl. Magnitudo 8.5.

La gente ha fatto ritorno a Šanhaj appena sei mesi fa. Le abitazioni sono state demolite e al loro posto è rimasta una discarica di macerie e rifiuti. Il suolo è coperto da pezzi di mobilio, vestiti, libri. Ad oggi sono rimaste in piedi due case e mezzo, ci vive della gente. Nella casa a metà manca un muro esterno, al posto del quale è stata messa della carta da parati azzurra con disegni di grappoli d’uva appartenente a chissà chi.

Microdistretto di Šanhaj a Kyzyl. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

Un cane grigio mordicchia un involucro di plastica. Ha il corpo emaciato, l’addome è come tirato verso l’interno, le costole sono tutte sporgenti. A una decina di metri di distanza giacciono altri sei cani grigi che si confondono nell’immondizia. Inutile avvicinarsi – piagnucolano e si rannicchiano per terra. Sono animali abbandonati. Quando la gente ha ricevuto dei nuovi alloggi se n’è andata lasciandoli qui.

Qui questo contrasto si vede molto più chiaramente. Si vede come è stato ripulito il lungofiume intitolato a Kužuget Šojgu, padre del Ministro della difesa.

Come nove persone contemporaneamente stiano pulendo con un detersivo schiumoso i gradini del teatro musicale del centro città. E come sul suolo del distretto demolito i cani mastichino plastica e altri rifiuti non commestibili. Come la gente viva nell’immondizia.

 

Entriamo in una casa, accanto alla quale c’è una parete tagliata con una finestra.

-Vivo tutto l’anno senza luce, senza niente. Cucino sulla stufa, – Vladimir Andžin, un uomo alto con indosso un berretto e una giacca pesante, ci conduce all’interno della casa. – Non c’è da star tranquilli, ovviamente, con i senzatetto che girano qua intorno. Bisogna allontanarli. Io sto qui di guardia. Ci litigo, bevono vodka qui dietro casa. Una volta c’era una fontanella qui vicino, hanno chiuso anche quella, per cui ora vado a quella più lontana.

Andžin era tra i liquidatori del terremoto di Spitak del 1988 (violento terremoto in Armenia, ndt), è cosiddetto invalido di prima categoria. Vive con la moglie. Accendono la luce soltanto prima di mangiare, per risparmiare le batterie. Dormono per terra su un materasso. Le cose da mangiare, compresa la carne in sacchetti, le appendono alla maniglia della porta nell’anticamera fredda, affinché non vada a male. Il più delle volte comunque mangiano ciò che comprano il giorno stesso.

Mentre parliamo passa un mezzo militare letteralmente a dieci metri da noi. Chiedo quindi se per caso Andžin non avesse intenzione di andare a vedere i preparativi della parata.

Devo stare di guardia a casa, – taglia corto Andžin. – Vengono a bere proprio qui. Sto tutto il giorno così a guardare fuori dalla finestra. La gente mi chiede: ancora non ti hanno dato fuoco? Da fuori mi avvertono che così, insomma, mi potrebbero… Sì, per sbarazzarsi di quelli problematici.

 

La famiglia di Andžin è considerata “problematica” perché l’appartamento che era stato loro assegnato condivideva una parete di cartongesso con un’altra famiglia, nella periferia della città, e loro hanno rifiutato una simile alternativa: “Vivo senza reni, ogni mattina vado a fare le cure, ormai sono legato al mio ospedale per il resto dei miei giorni”.

-Abbiamo grandi speranze nel nuovo governo – dice Andžin sollevando il berretto sulla fronte. – Solo che non hanno tempo per noi adesso, c’è un problema dopo l’altro.

Andžin tra le macerie della casa vicina. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

Sergej Ivanovič, il vicino di Andžin, vive da solo dietro un’alta recinzione di ferro. Sua moglie è morta, a casa con lui ci sono cinque gatti: “È stata mia figlia a prendere a casa questa gatta randagia. Poi sono nati i cuccioli e, beh, ora sarebbe un peccato cacciarli” – l’uomo sorride, guardando con affetto il gatto che gira su stesso inseguendo la propria coda. Dentro una recinzione nel terreno accanto alla casa Sergej tiene tre cani, uno è legato al guinzaglio proprio accanto al cancello. Sono stati abbandonati dai vicini quando si sono trasferiti altrove. Sergej Ivanovič se li è presi per sé, dà loro da mangiare e da bere, e loro lo proteggono.

 

In passato ha lavorato nella polizia. Vive a Kyzyl dall’infanzia. I suoi genitori si erano trasferiti a Tuva da Krasnojarsk negli anni ‘50, suo padre era malato di tubercolosi e gli era stato consigliato di cambiare aria, di andare a stare più vicino alle montagne: “E così sono passati dalla padella alla brace”, – commenta Sergej Ivanovič facendo un gesto con la mano.

-La ragione per cui non siamo stati trasferiti altrove è la solita ostilità nazionale nei confronti dei russi. Non mi hanno neppure messo sulla lista, – conclude Sergej Ivanovič con convinzione accompagnandoci in casa – La mattina del 31 dicembre mi hanno spaccato i vetri, sono entrati e hanno preso ciò avevo da mangiare, le mie cose. Io sono corso fuori col fucile, li ho spaventati e sono scappati.


Sergej Ivanovič. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

Sergej Ivanovič è certo che siano entrati non tanto perché ci fosse qualcosa da rubare, ma perché sapevano che era russo. Secondo lui il nazionalismo locale a Tuva si può ancora riscontrare ovunque, anche sui mezzi pubblici. Sebbene dei russi presenti a Tuva, stando ad un censimento del 2010, sia rimasto appena il 16% (secondo la gente del posto i russi hanno continuato a lasciare la regione negli ultimi anni).

 

-Possono insultarti, farti brutti gesti. Mia sorella lavorava come contabile al poliambulatorio N.2. Il primario la chiama e le fa: “Lei ormai è in età da pensione e noi non sappiamo dove inserire i giovani specialisti. Gentilmente, si dimetta”. E questo succede ovunque. Ad esempio, una mia amica, che gestisce due o tre negozi, ha un figlio che lavorava nel Servizio Penitenziario (FSIN). Un giorno il suo capo, un tuvano, va da lui e gli fa: “Sai, giovanotto, devo sistemare un mio connazionale, quindi vattene o ne andrà della tua reputazione”. Dispiace molto che le forze dell’ordine non prestino attenzione a queste cose. Alle fine poi succede questo, – Sergej Ivanovič fa di nuovo un gesto con la mano e guarda verso la finestra che ha dovuto risistemare.

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Marat, operatore del canale di opposizione 108, ci accompagna in macchina a Čadan e Ak-Dovurak. Čadan è la città natale di Šojgu. Ak-Dovurak è la seconda città della Repubblica di Tuva.

Marat tiene lo sguardo fisso sulla strada. Ci sono montagne tutt’intorno, la terra sotto è rossa, quasi fosse bruciata, le cime invece sono coperte di neve. Ogni tanto bisogna fermarsi per lasciar passare o mucche o pecore. Pure una volpe ci attraversa la strada.

Un paio di giorni prima Marat si trovava nel centro di Kyzyl a filmare il rinverdimento primaverile della città. Mentre stava sistemando la videocamera, un uomo ubriaco gli si è avvicinato da destra e l’ha colpito al collo con un paio di forbici.

 

A salvare Marat è stato il colletto alto della giacca. L’aggressore è stato arrestato ed è stato avviato un procedimento penale – anche se solo per atto di “bullismo”. Lo stesso Marat sorride nel raccontare questo episodio:

  • Non mi era mai successo prima, di solito capitava che qualche ubriaco si avvicinasse e toccasse la videocamera e io semplicemente lo cacciavo via. In genere… Ci sono alcuni di questi ubriachi che hanno un posto in cui vivere, ma non ci stanno. A loro piace questa vita così. E poi ci sono i senzatetto – a Kyzyl ce ne sono più che in tutti gli altri distretti, dove ci sono solo alcolizzati. Alcuni di questi senzatetto sono persino molto istruiti, ma non hanno lavoro, non hanno soldi, la loro pensione è minima. Sono i loro stessi figli a volte a cacciarli di casa. Quando ero piccolo avevo un vicino di casa, un veterano dell’Afghanistan, che beveva tutti i giorni. Ma non gli fu dato un alloggio. Quando morì, i suoi figli cercarono di ottenere ciò che gli spettava e fu data loro della terra, sì. Peccato che, come si scoprì, fosse già registrata a nome di qualcun altro.
Una strada di Čadan. Sullo sfondo, un ritratto di Sergej Šojgu con la scritta “uomo forte”. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

A Čadan ci sono ritratti del Ministro della difesa ovunque. Sui cartelloni pubblicitari, davanti al centro culturale locale. E la didascalia: “Siamo orgogliosi di Lei!” indirizzata a Šojgu da parte dei tuvani.

La casa dove Šojgu è nato e cresciuto è diventata un museo commemorativo. La guida di turno mostra con orgoglio il letto, la borsa appartenuta alla madre del Ministro, le foto di famiglia. Dietro una vetrina si possono ammirare la sua uniforme e il berretto da generale.

Non tanto tempo fa a Čadan è stato indetto un concorso per il miglior disegno che ritraesse il Ministro della difesa. Šojgu a cavallo, Šojgu artista, un semplice ritratto di Šojgu che guarda lontano.

A vincere è stato un insegnante della scuola di arte locale. Nel suo quadro è raffigurato un ragazzo che saluta guardando in alto la sagoma del Ministro.

Ritratti di Sergej Šojgu all’interno del museo commemorativo. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

-È l’unico che fa qualcosa per sollevare la Repubblica, – spiega Marat. – Ha istituito una base militare a Kyzyl, ne è in programma una anche a Čadan. Si tratta di nuovi posti di lavoro, la gente paga sui 200-300mila rubli per riuscire ad avere un posto lì. Cominciano ad arrivare dai distretti. Ma un tempo era più semplice: se presentavi i tuoi documenti, avevi la fedina penale pulita, non fumavi e non bevevi, eri già dentro. Ora invece è molto più difficile entrare. La base militare a Tuva è l’unico posto che ti assicura lavoro e stipendio stabili.

 

Ak-Dovurak è ancora più lontana, dista 300 km da Kyzyl. Negli anni ‘70 il complesso industriale per il trattamento dell’amianto “Tuvaasbest” costituiva la principale attività della città. Negli anni ‘90 i proprietari cominciarono a cambiare uno dopo l’altro e la gente cominciò a perdere il lavoro.

Oggi il complesso sta letteralmente cadendo a pezzi. L’edificio sembra essere stato danneggiato da un terremoto. Di fatto è già iniziata la sua demolizione.

-Ho già più di 70 anni, ho una pensione di 15mila, ma chiaramente non basta, non è che vivo solo con mia moglie, abbiamo anche dei figli, dei nipoti. Dobbiamo aiutarli. Fondamentalmente, lavoriamo per aiutare loro, – dice Kylyn-ool Monguš, veterano dello stabilimento “Tuvaansbest” ed ex-capo della fabbrica. – È un peccato che abbiano tirato giù quell’ultima fabbrica. Sapeste quanto ci abbiamo lavorato… È cambiato il proprietario, ora comandano altre persone. E cosa ci si può fare? In qualche modo bisogna pur vivere. Quando è caduta l’Unione Sovietica io e mia moglie abbiamo pian piano aperto un negozio qui e ci lavoriamo ancora oggi.

“Tuvaansbest”. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

Kylyn-ool e sua moglie hanno un piccolo negozietto di abbigliamento per bambini. Vendono pigiami, tutine. Dei bambini stanno giocando accanto alla casa – si appendono alla finestrella sotto al portico, armeggiano con dei rami dentro un buco nell’asfalto proprio davanti all’ingresso.

 

La gente vuole andarsene da qui. Non per forza oltre i Monti Saiani, almeno a Kyzyl. Perché, come dicono quelli che vivono nei distretti, questi posti “sono rimasti indietro, agli anni ‘90. Per questo sono anche più pericolosi”.

 

-A proposito, anche il mio amico dall’orfanotrofio ha preso una brutta strada – ricorda Marat. – È finito in prigione. Omicidio, alcool.

 

Marat finì in orfanotrofio all’età di tre anni a causa dell’alcolismo della madre. Venne cresciuto insieme al fratello da una famiglia adottiva. “Quando fui preso in affido, all’orfanotrofio dissero che avevo un fratello e che non dovevano separarci, mentre mia sorella maggiorenne rimase con nostra madre. Mia sorella ora ha tre figli, ma la sua famiglia, come dire… è povera. Ora beve anche lei”.

Ak-Dovurak. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

Epilogo

A settembre 2019 si sono tenute le elezioni a Tuva. Sono stati eletti i deputati al Khural Supremo, il parlamento della Repubblica. I risultati ufficiali sono stati i seguenti: “Russia Unita” con 30 seggi, LDPR (Partito Liberal-Democratico di Russia, ndt) con 2 seggi.

-Ho preso proprio quell’autobus – inizia a raccontare Al’mira. – Io, cittadina di Tuva. Ma non puoi immaginarti che paura avessi.

Al’mira lavora come giornalista per il canale 108, nella stessa redazione di Marat. Mette lo zucchero nel caffè, stringendo il cellulare tra spalla e orecchio – di nuovo qualcuno che chiede aiuto. “La gente chiama praticamente tutto il giorno. Noi siamo gli unici che possono intervenire. Da “il wc è intasato e non abbiamo una ventosa” a “ci sono dei cani sotto casa, come facciamo?”

Al’mira e Marat in redazione. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

– Gli osservatori sono stati portati qui da Krasnojarsk, Abakan – Al’mira continua la storia dell’autobus. – Ad Abakan una parte di loro è stata portata qui in macchina, perché aveva già ricevuto informazioni riguardo un piano di sabotaggio. Ma io, cos’ho pensato? Sono una giornalista, ora tiriamo fuori la telecamera e loro cosa faranno? Scapperanno. Di solito va a finire così. Siamo arrivati in bus fino al confine tra Kyzyl e Krasnojarskij kraj. Lì siamo stati circondati da una quarantina di persone a cavallo. E non c’era nemmeno la connessione. Tutti indossavano delle maschere e, sui loro cavalli, colpivano l’autobus, hanno bucato tutte le gomme.

(continua) Io temevo che se avessimo aperto la porta e ci fossimo messi a parlare con loro sarebbero sorte difficoltà di traduzione, perché gli osservatori erano tutti russi, io ero l’unica tuvana. Ci hanno fatto fare marcia indietro e ci hanno detto di andarcene. Attraverso il parabrezza, che era bello grande, ho visto Tajmir Saryglar (Presidente della Federazione equestre della Repubblica di Tuva, ndr), non indossava la maschera. Ora è a capo del distretto di Sut-Khol’skogo. [Nei commenti ai media, Saryglar ha accusato giornalisti e osservatori di quanto era accaduto: “Hanno bloccato la strada, gridato, hanno umiliato e insultato la gente, li ho visti coi miei occhi. La gente di passaggio lungo la strada cercava in tutti i modi di placarli per evitare uno scontro”.]

Perché è stato necessario prendere un autobus al confine?

Era fondamentale – Al’mira prende un foglio di carta e disegna la posizione dell’autobus. – Se ci avessero attaccato dal lato di Krasnojarsk, allora avrebbero dovuto intervenire le forze dell’ordine di Krasnojarsk. Ma il caso lo stanno portando avanti a Tuva, ed è ancora aperto.

Siete riusciti a raggiungere i seggi elettorali?

Sì, ci siamo riusciti. Le urne sono state portate via dai seggi, non hanno aperto nulla davanti agli osservatori. In generale, molti dei miei conoscenti mi hanno detto di non aver votato per “Russia Unita”, ma per LDPR. Beh, in un distretto si è candidata una donna che lavava i pavimenti, nessuno la conosceva. Un altro candidato era un attuale deputato di “Russia Unita”. A supervisionare il conteggio sono venuti due deputati della Duma, Sergej Natarov di LDPR, e uno del Partito Comunista. I membri della commissione non hanno potuto far altro che contare i voti davanti a loro. Tra i numerosi candidati ha vinto quella signora.

Poi Kara-Sal ha comunque vinto in generale, ma in quel particolare distretto ha vinto lei. Cosa significa questo?

Significa che alla gente non importava per chi votare. Di tale Maša Ivanova non sapevano nulla, non aveva nemmeno una fotografia. E l’hanno votata non tanto perché è una brava persona, ma semplicemente perché non è “Russia Unita”.

Kyzyl. Foto: Vlad Dokšin / Novaya Gazeta

Al’mira dice che intanto tutti stanno aspettando di vedere come si comporterà il capo ad interim, l’ex-sindaco di Kyzyl Vladislav Khovalyg. Ma c’è speranza per un cambiamento, soprattutto dopo 14 anni di governo da parte della stessa persona. Dopotutto è stato lui a sciogliere il governo di Kara-ool.

– Era molto dura sotto Kara-ool. Per 14 anni Tuva ha vissuto nella paura nei confronti dei fratelli Leonid Kara-ool e Jurij Kara-ool. Leonid presiede “Boevoe bratstvo”, un’organizzazione pubblica di veterani di guerra, era finito in un giro di droga. (Nell’agosto del 2006 Leonid Kara-ool fu arrestato da agenti dell’FSB all’aeroporto di Krasnojarsk e gli furono sequestrati 2,68 kg di hashish, ndr). Jurij è membro del Khural Supremo dal 1998. Per tutto questo tempo non sono di certo passati inosservati.

Il pesce puzza dalla testa, come si dice. Perché la gente qui è povera? Gli alloggi sono molto cari, non se li possono permettere. Gli appartamenti costano sui 5-6 milioni di rubli. Anche il carbone è costoso qui. Una tonnellata di carbone costa 3500 rubli, e questo solo a Kyzyl. Nei distretti costa 5-6mila rubli, per via del trasporto. Per scaldarsi in inverno ne servono circa 10-15 tonnellate. Ecco perché c’è grande domanda di carbone in sacchi. Questo già di per sé fa capire che la gente non se la passa bene. Non riesce a comprare neanche una tonnellata perché non ha soldi. Compra un sacco per 250 rubli e lo porta a casa sullo slittino.

Il problema di Tuva si chiama clanismo. Da anni ormai siamo al primo posto in termini di povertà. Poveri, poveri, poveri… Neppure Šojgu può fare nulla. Sempre che voglia fare qualcosa.

 

Fonte: Novaya Gazeta, 22/05/2021 – di Tatjana Vasil’čuk, Vlad Dokšin, Traduzione di Elisa Angelone