Il dittatore “buono”

Tentò sinceramente di migliorare la vita della popolazione. Ma è finita…come sempre?

 

Chruščëv ha lasciato di sé un controverso ricordo. E’ però stato evidentemente il primo tra i leader sovietici che, non solamente a parole ma anche nei fatti, ha tentato di rendere più facili le condizioni di vita dei comuni cittadini sovietici. Non tutto andò secondo le previsioni del leader del paese. Tuttavia è un dato di fatto che quest’ultimo, negli anni del governo di Chruščëv, avesse subito una notevole trasformazione. Cosa in particolare è cambiato nella vita dei cittadini del “paese del socialismo vittorioso”?

 

L’ALLOGGIO SEPARATO

Nel 1953 le abitazioni tipiche dei cittadini sovietici erano: i kommunalki [1] e le baracche. E  se anche venivano costruiti edifici residenziali, la maggioranza degli appartamenti al suo interno prevedeva ugualmente una coabitazione. Eppure queste case, per via delle lussuose facciate con enormi quantità di modanature in stucco, erano molto costose. Le somme stanziate per la costruzione di un grattacielo di Stalin a Mosca oppure per la creazione di una stazione della metropolitana, sarebbero state assolutamente sufficienti per la costruzione di una città di non grandi dimensioni. Ad ogni modo la coabitazione nella vita quotidiana dei sovietici, ben conosciuta grazie ai racconti di Michail Zoščenko, ha subito pochi cambiamenti tra gli anni ‘20 e l’inizio degli anni ‘50.

Gli edifici di cinque piani realizzati con pannelli prefabbricati divengono per Chruščëv la principale carta vincente nella soluzione della crisi abitativa. I parametri delle nuove case sono non quelli della classe economica ma addirittura della classe ultraeconomica. Soffitti bassi (altezza di 2,50 o perfino 2,20), cucine minuscole, stanze di passaggio e quello che è diventato celebre negli aneddoti: il bagno in comune. Tra la gente questi prototipi sovietici di monolocale verranno chiamati ironicamente “Chruščobi” [2].

Строительство хрущёвок.
Costruzione di Chruščëvki

Era facile costruire i Chruščobi: un edificio del genere poteva venire assemblato da una squadra all’avanguardia nel giro di una settimana. Monotoni quartieri di Chruščëvki nascono come funghi nelle città sovietiche. Sono privi di qualsiasi estetica e la qualità delle nuove abitazioni non è eccellente.

Furono comunque proprio i Chruščobi a modificare radicalmente la situazione nel mercato immobiliare sovietico. Al punto che già nel 1957 venne presa la decisione secondo la quale tutti gli appartamenti in costruzione sarebbero stati separati. Al termine del mandato di Chruščëv più di 50 milioni di persone si saranno trasferite in un proprio appartamento. Vale a dire un quarto della popolazione del paese.

 

I “FIGLI DELLA CUOCHE” POSSONO NUOVAMENTE STUDIARE!

Con Chruščëv si pose fine all’istruzione a pagamento. “Come sarebbe a dire a pagamento?”, sorge ragionevolmente subito la domanda. Non era forse l’istruzione sempre gratuita sotto il regime sovietico? No, non lo era. Nel 1940 il Consiglio dei commissari del popolo dell’URSS emanò un decreto nel quale si dichiarava che, poiché il benessere dei lavoratori aveva raggiunto un livello senza precedenti, si disponeva (citazione): “l’assegnazione agli stessi lavoratori dell’onere di sostenere parte delle spese per l’insegnamento nelle scuole secondarie e negli istituti di istruzione superiore dell’URSS…” . Tutto questo suonava come uno scherzo di cattivo gusto (in particolare il riferimento al benessere). 

Da allora in poi per l’istruzione dall’ottava alla decima classe bisognava pagare (le prime sette classi rimanevano gratuite). A Mosca, Leningrado e nelle capitali delle repubbliche dell’unione, la tassa scolastica ammontava a 200 rubli l’anno, 150 altrove. Negli istituti universitari l’istruzione aveva un costo più elevato: 400 rubli all’anno nelle capitali, 300 nelle altre città. Gli istituti d’arte erano ancora più costosi, 500 rubli all’anno. Erano poi a pagamento anche le case dello studente. Le borse di studio spettavano unicamente agli studenti particolarmente meritevoli.

Il decreto del 1940 in un solo colpo aveva escluso dalle ultime classi scolastiche e soprattutto dall’istruzione superiore i figli di famiglie povere. Probabilmente solo la famosa circolare sui “figli delle cuoche” (del 1887) dell’epoca di Alessandro III aveva prodotto conseguenze simili. Ed ecco allora che il paese del “proletariato vittorioso” era tornato di nuovo ai tempi del “maledetto zarismo”. Nel 1956 venne abolita la vergognosa (per un regime che si definiva “comunista”!) tassa per l’istruzione.

 

DEFAULT ALLA MANIERA SOVIETICA

Nel 1957 Chruščëv annunciò la cessazione dell’emissione di obbligazioni per i prestiti governativi interni. Questi documenti finanziari, apparentemente innocui, furono un autentico flagello per gli abitanti dell’Unione Sovietica del dopoguerra.

Dal punto di vista formale i prestiti erano ovviamente volontari. Ma in realtà venivano forzatamente ripartiti tra le imprese. E guai a non sottoscriverli! I compagni comunisti si trovavano nella condizione di dover riconsegnare la tessera del partito (con le conseguenze che ne derivavano). Coloro i quali non erano iscritti al partito potevano dire addio a carriere, premi, alloggi aziendali, vacanze estive. C’era davvero un’ampia varietà di “frustate”  nel regime sovietico!

Агитационный плакат.
Manifesto propagandistico

Ogni lavoratore era tenuto a sborsare uno o anche due mesi di stipendio per il prestito. Cosa rappresentava questo per le persone che già conducevano un’esistenza quasi nella miseria?

Con Chruščëv fu posta fine alla servitù debitoria. Venne scelta la variante della “opzione zero”, per la verità non molto migliore. Le autorità smisero di emettere nuovi prestiti obbligazionari ma decisero anche di non rimborsare quelli vecchi. Tutto ciò formalmente aveva l’aspetto di una “proroga di pagamento di 20-25 anni”. Naturalmente su richiesta dei lavoratori i quali acconsentirono ad avere ancora un pò di pazienza per il bene della patria socialista.

Per i prestiti tra il 1946 ed il 1957 il governo saldò finalmente i debiti soltanto con l’avvento di Michail Gorbačëv.

 

GIORNATA LAVORATIVA DI SETTE ORE? DIVIENE REALTA’!

All’epoca di Stalin ognuno doveva lavorare fino allo sfinimento. Il nuovo leader aveva una convinzione: una volta risanate le principali ferite del dopoguerra occorreva fornire alla gente comune la “possibilità di riprendere fiato”.

L’8 marzo del 1956, nella Giornata internazionale della donna, il leader sovietico fa un regalo al popolo. Viene introdotta un’abbreviazione della giornata lavorativa il sabato: sei ore invece di otto. Stessa cosa nei giorni prefestivi. Per i lavoratori adolescenti di età compresa tra 16 e 18 anni vengono ora ridotte tutte le giornate lavorative. In contrasto stridente con l’epoca staliniana, nella quale sia le donne, sia i bambini lavoravano tanto quanto gli uomini adulti!

Nel 1960 Chruščëv andò oltre: la giornata lavorativa, per tutte le categorie di cittadini, fu accorciata di un’ora. Il popolo sovietico ora lavorava non otto, bensì sette ore al giorno. Ancora però per sei giorni alla settimana.

La necessità di lavorare il sabato non veniva al momento messa in dubbio. I lavoratori sovietici otterranno il secondo giorno libero della settimana soltanto con Leonid Brezhnev. Ma allora nei restanti cinque giorni il lavoro diverrà nuovamente obbligatorio per 8 ore. 

 

RIFORMA DELLE PENSIONI: ORA RADDOPPIANO!

Fino a Chruščëv il concetto di “pensione minima garantita di vecchiaia” non esisteva. Per ottenere la pensione era necessario avere l’anzianità di servizio: per gli uomini di almeno 25 anni, per le donne almeno 20. In mancanza dell’anzianità di servizio non si aveva diritto alla pensione. Era irrilevante che, ad esempio, una madre con molti figli avesse raramente la possibilità di maturare l’anzianità di servizio richiesta.

Tra l’altro, l’importo massimo dello stipendio, sulla base del quale veniva calcolata la pensione, era limitato a 300 rubli. Dopo la guerra aumentarono i prezzi ed anche gli stipendi (nel 1953 lo stipendio medio ammontava a 700 rubli), mentre invece il limite massimo per il calcolo delle pensioni era rimasto invariato, 300 rubli. La conseguenza era stata che l’importo medio della pensione nell’URSS di Stalin ammontava a soli 210 rubli (vale a dire solo 21 “nuovi” rubli dopo l’attuazione della ridenominazione [3] nel 1961).

Хрущёв в костюме химзащиты и Фидель Кастро.
Chruščëv con un dispositivo di protezione da agenti chimici e Fidel Castro

Chruščëv era convinto che la condizione disastrosa degli anziani sovietici fosse inaccettabile per il “paese del socialismo vittorioso”. Nel 1956 con una nuova legge viene introdotta la copertura pensionistica universale. Anzi, quasi universale: nei confronti dei kolchozniki [4] le nuove disposizioni di legge verranno estese solo nel 1964 verso la fine del mandato di Chruščëv.

Le pensioni sono ora calcolate in base all’ammontare dello stipendio. Viene abolito il limite di 300 rubli. Ne risulta un aumento di più del doppio della pensione media. Contestualmente la propaganda non manca di ricordare che in URSS si va in pensione prima rispetto all’Occidente: gli uomini a 60 anni, le donne a 55. Questo “standard chruščëviano” reggerà fino al 2018.

 

“ANCHE LA DONNA E’ UNA PERSONA!”

Con Chruščëv il potere sovietico si trovò improvvisamente disorientamento di fronte alla “questione femminile”. Per prima cosa Chruščëv pose fine al divieto di aborto. Dal 1936 in URSS questa era un’azione punibile penalmente. Tra l’altro erano passibili di pena tanto il medico quanto la paziente. Naturalmente ciò aveva semplicemente determinato un aumento del numero di aborti clandestini ed un incremento della mortalità tra le donne (a causa degli interventi mal riusciti). Nel 1954 viene eliminata la sanzione penale nei confronti della paziente, mentre nel 1955 il divieto di aborto viene totalmente abolito.

La tassa sull’assenza di figli, introdotta nel 1941, aveva causato ai cittadini non pochi disagi. Uomini e donne senza figli dovevano versare allo Stato il 6% dello stipendio. Veniva fatta eccezione unicamente per gli invalidi, gli eroi dell’Unione Sovietica, i Cavalieri dell’Ordine della Gloria, detentori dei tre gradi, [5] ed i monaci. Relativamente a questi ultimi, solo nel 1946 furono dispensati dall’obbligo, fino ad allora i monaci (che avevano fatto voto di castità!) erano tenuti  al pagamento.

Suona incredibile, ma all’epoca di Stalin erano obbligate a pagare la tassa persino le vedove dei soldati morti al fronte! Nel 1954 Chruščëv per prima cosa liberò le vedove da questa beffa crudele. E nel 1958 vennero esonerate dal pagamento della tassa le donne non sposate: sarebbe altrimenti successo che il potere sovietico avrebbe spinto le donne alla fornicazione. Nel matrimonio o fuori dal matrimonio, purché si partorisca un bambino. Chruščëv pose fine a questo cinico meccanismo. E contemporaneamente fece risparmiare a milioni di donne il 6% dello stipendio.  

 

LA NASCITA DELLA “SOCIETA’ DEI CONSUMI”

Il 12 agosto 1959, il Consiglio dei ministri dell’URSS emanò il decreto n. 915 “Sulla vendita a credito di beni durevoli ad operai ed impiegati”. I mobili, la bicicletta, la macchina per cucire, la macchina fotografica, i televisori e i frigoriferi incredibilmente costosi, in precedenza potevano essere acquistati solamente versando l’importo per intero. Nel dopoguerra, in un paese impoverito, non erano in molti coloro che potevano permettersi un simile lusso.

Освоение целины.
La campagna delle terre vergini

La comparsa dei crediti al consumo genera un’autentica rivoluzione. Per acquistare un oggetto costoso è sufficiente ora versare un quarto del suo valore e pagare la parte restante nel giro di un anno. I tassi di interesse sono del 2%. Questo se il debito veniva estinto entro un anno. Coloro i quali sono in grado di rientrare nel limite di sei mesi pagano solo l’1%! Si tratta di una opzione già accessibile a molte famiglie sovietiche.

Dopo il 1959 in URSS nasce la società dei consumi. In precedenza tale società “priva di ideali” veniva considerata una caratteristica distintiva esclusivamente dei paesi capitalisti.

 

IN LOTTA PER UN NUOVO MODO DI VIVERE

A cavallo tra gli anni ‘50 e gli anni ‘60 in URSS per la prima volta si iniziò a riflettere sul fatto che la priorità non dovesse più solamente essere l’industria pesante. Che i bisogni quotidiani delle persone avevano poco a che vedere con l’aumento di fusioni di ghisa. Occorre lavare, stirare, rammendare…Sotto Stalin la prestazione di servizi inerenti alla vita quotidiana spettava ai lavoratori, (parafrasando la beffarda disposizione del 1940 relativa all’istruzione a pagamento) “è prevista l’assegnazione agli stessi lavoratori”.

Anche prima di Chruščëv esistevano naturalmente lavanderie, parrucchieri e calzolai. L’energico primo segretario decise tuttavia di porre fine a questa impostazione “rudimentale”. Comparve il know-how chruščëviano (in realtà preso in prestito dall’Occidente) nell’ambito della quotidianità domestica. D’ora in avanti gli abitanti della città sovietica non dovranno più andare alla ricerca del conoscente di altri conoscenti per ricucire il cappotto, aggiustare l’apparecchio radioricevitore, fabbricare una chiave nuova. Tutte le prestazioni di servizi inerenti alla vita quotidiana  vengono ora concentrate in un unico luogo.

Per le necessità domestiche vengono aperti centri di noleggio. Non tutti hanno voglia di acquistare un oggetto costoso, sebbene a credito. Ed ora è possibile prendere a noleggio un aspirapolvere, un registratore, un passeggino e molti altri oggetti. Gli importi per l’utilizzo sono piuttosto modesti.

Nel giro di pochi anni il volume dei servizi  aumenterà di dieci volte. Al punto che saranno necessari interi Ministeri repubblicani per i servizi alla popolazione. Verranno però istituiti nel 1965, dopo la destituzione di Chruščëv.

 

“DARE DA MANGIARE ALLA POPOLAZIONE”: MISSIONE IMPOSSIBILE

Chruščëv non fu tuttavia in grado di risolvere il principale problema dell’economia sovietica. Nonostante i mantra propagandistici sulla “abbondanza sovietica”, la popolazione è drammaticamente a corto di generi alimentari. Il consumo di carne e latte in URSS è molto inferiore rispetto ai paesi occidentali. La resa dei raccolti di grano è scarsa. Scarseggia persino lo stretto necessario. Nei frenetici tentativi di risolvere la questione dell’approvvigionamento Chruščëv salta da un estremo all’altro.

Агитационный плакат.
Manifesto propagandistico

Il torchio fiscale staliniano spremette dalle campagne fino all’ultimo centesimo, condannando i contadini ad una vita da fame (e non è una metafora). Il nuovo leader modifica immediatamente la direzione della politica agraria. Negli anni tra il 1953 ed il 1956 viene adottata tutta una serie di misure anticrisi. Vengono aumentati i prezzi per l’acquisto dei prodotti delle proprietà agricole collettive (kolchozy). Contemporaneamente vengono ridotti i prelievi fiscali sugli appezzamenti di terra ad uso privato dei kolchozniki e vengono cancellati tutti i debiti arretrati degli anni precedenti.

Misure del genere erano in grado di creare le condizioni per un graduale rinnovamento in ambito agricolo. Ciò richiedeva tuttavia decenni di scrupoloso lavoro. Chruščëv, che sognava la realizzazione del comunismo già nel 1980, non era disposto a questi ritmi. Si indirizzò verso qualcosa per la quale aveva sempre nutrito una particolare inclinazione: l’avventura.

 

PROGETTI NAZIONALI SENZA SUCCESSO

Nel 1954 Chruščëv punta sullo sfruttamento delle “terre vergini” (“terreni inutilizzati ed incolti della Repubblica Socialista Sovietica Kazaka”). Coinvolgendo in questo “progetto nazionale” agrario membri dell’unione della gioventù comunista e volontari provenienti da tutta l’Unione Sovietica, il regime riuscì inizialmente ad ottenere raccolti eccellenti.

Ma…non vi erano luoghi nei quali potesse essere conservato il raccolto, mancavano i silos. Tra l’altro, anche durante il trasporto andava perduto da un terzo ad una metà dell’intero quantitativo di grano: mancavano vagoni adatti al trasporto di piccole rinfuse solide. Le terre vergini, di conseguenza, non divennero la panacea. 

La stessa cosa si verificò con il mais. Questo tipo di coltura, che tanto affascinava Nikita Sergeevič (tra l’altro anche prima della sua visita in USA nel 1959), richiedevano un clima mite ed una quantità notevole di fertilizzanti. Tutto questo era presente negli USA ma non in URSS. I tentativi di Chruščëv di ripetere il “miracolo del mais” americano si concludevano con un prevedibile fallimento. Per lo stesso Chruščëv, il risultato di questa avventura fu l’attribuzione del soprannome popolare e offensivo di “Kukuruznik[6] ed una totale perdita di prestigio tra le masse.

 

“SIAMO AL LIMITE!”: PANE IN CAMBIO DI ORO

A cavallo tra gli anni ‘50 e gli anni ‘60, Chruščëv aveva già dimenticato le “blande riforme” realizzate all’inizio del suo mandato. Ora il pendolo oscillava dal lato opposto. L’ideologia comunista prese alla fine il sopravvento sul buon senso. Chruščëv giunse lì dove neppure Stalin aveva osato arrivare, imponendo in generale il divieto ai kolchozniki di possedere bestiame privato (non di fattoria collettiva). Mentre le dimensioni degli appezzamenti ausiliari dei contadini venivano ridotte al minimo. I problemi relativi al rifornimento di generi alimentari costitutuirono un aggravio al cattivo raccolto del 1963. Ne conseguì che il paese si ritrovò sull’orlo della fame.

Хрущёв и американский фермер Росуэлл Гарст.
Chruščëv e l’agricoltore americano Roswell Garst

Ma Chruščëv non era Stalin. Non era disposto ad una ripetizione degli  orrori degli anni precedenti, quando in URSS erano morte di fame milioni di persone. Nel 1963 Chruščëv prese una incredibile decisione: comprare il grano all’estero. Per giunta dal suo acerrimo nemico: gli Stati Uniti. Per l’acquisto di generi alimentari  Chruščëv spende un terzo delle riserve auree del paese.

In realtà, agli occhi dei connazionali, il capo dello Stato per una qualche ragione non è apparso come un salvatore quanto piuttosto come un perdente che ha condotto la potenza sovietica quasi al collasso. E poco importa che questa pratica di acquisto di colture di grano dai “nemici ideologici” fosse andata avanti anche dopo la destituzione di Chruščëv. Anche negli anni di maggior benessere del governo di Brezhnev, quando nel paese si era riversato un fiume di denaro dalla vendita dell’oro nero, il deficit interno di grano veniva  coperto con gli acquisti dall’estero. In verità negli anni ‘70 le autorità  cercarono di mantenere il segreto su questi fatti.

 

 

[1] Complessi abitativi ripartiti tra più famiglie nei quali esse si ritrovano a condividere cucina, bagno, corridoio, lavanderia e telefono.

[2] Queste tipologie di edifici a tre o cinque piani con pannelli in cemento o mattoni a basso costo realizzati all’epoca di Chruščëv prendono il nome di “Chruščëvki” (Хрущёвки). In senso dispregiativo essi vengono però denominati “Chruščobi” unendo il nome Chruščëv alla parola truščobi (трущобы) che significa tuguri.

[3] La ridenominazione del 1961 ha introdotto 1 nuovo rublo pari a 10 vecchi rubli e ha rideterminato tutti i salari, i prezzi e i dati finanziari in nuovi rubli.

[4] I membri dei kolchozy (колхозы), cooperative agricole collettive dell’Unione Sovietica. A partire dal 1929 ne fanno parte non più solo i singoli contadini, ma villaggi e, a volte, interi circondari. I kolchozniki erano pagati in parte dalla produzione del kolchoz e dai profitti fatti dal kolchoz, proporzionalmente al numero di ore lavorato; essi avevano inoltre a disposizione un appezzamento di terra ad uso privato e un pò di bestiame.

[5] Decorazione dell’Unione Sovietica dal 1943, concessa a sottufficiali e soldati delle Forze Armate e ai sottotenenti dell’Aeronautica per il valore dimostrato di fronte al nemico. Un decorato inizialmente riceveva il terzo grado e poteva essere promosso successivamente ai gradi superiori. Chi riceveva i tre gradi diveniva Cavaliere.

[6] Parola che deriva da kukuruza che significa granoturco. Soprannome attribuitogli per la massiccia introduzione di colture di mais nel territorio sovietico.

 

FONTE: diletant.ru , 19.07.2020 – di Denis Orlov, Traduzione di Camilla Gentile

Camilla Gentile

Mi sono avvicinata alla lingua russa in modo del tutto inatteso quando, terminati gli studi alla facoltà di giurisprudenza, sono andata a vivere all’estero. La possibilità di abitare in vari paesi molto diversi fra loro mi ha offerto una magnifica occasione per conoscere culture e tradizioni di altri popoli e studiarne le lingue. Kiev è stata una tappa del mio percorso ed il luogo nel quale ho scoperto la mia passione per il russo.