Recensione di “A Mosca con Majakovskij”, di Leonardo Fredduzzi

Recensione di "A Mosca con Majakovskij", di Leonardo Fredduzzi

In questa guida alla città di Mosca, l’autore lascia la conduzione a tre guide d’eccezione: Vladimir Majakovskij, Michail Bulgakov e Boris Pasternak. Attraverso curiosità storiche e letterarie, luoghi e personaggi, riconosciamo la città degli anni Venti del Novecento. Per tutti quelli che visitano Mosca, per tutti quelli che la sognano.

Recensione a cura di Giada Ceruolo

 

A Mosca con Majakovskij. Alla scoperta della città matrioška delinea le tappe di uno straordinario viaggio spaziale e temporale, ambientato nella Mosca degli anni Venti, in cui il lettore ha modo di calcare le orme di alcuni degli esponenti della letteratura russa, riavvolgendo il fil rouge che lega le vite, nonché i più disparati percorsi artistici e letterari.

A Mosca con Majakovskij
A Mosca con Majakovskij. Alla scoperta della città matrioška, di Leonardo Fredduzzi. Giulio Perrone editore, 2020.

Prima di partire, però, il lettore-viaggiatore deve rispettare un’antica tradizione: sedersi sulla valigia e restare in silenzio per qualche istante, affinché il domovoj possa consigliarlo e proteggerlo. Questo perché, nel folklore russo, l’idea del viaggio e dello spostamento è legata a un compito da svolgere, alla possibilità di affrontare l’ignoto e alla capacità di superare le insidie. Lungo il loro cammino, i personaggi della letteratura russa, incontrano spesso ostacoli – anche fisici, come lo stato delle strade e le condizioni climatiche – che non permettono loro di proseguire.

In questo libro, il lettore contemporaneo parte dal Cremlino di Mosca, mente e direzione del Paese, nonché centro di gravitazione culturale. Risulta complesso descrivere il centro nevralgico della città, poiché gli autori che meglio hanno superato il giudizio inappellabile del tempo sono quelli che hanno esercitato forti resistenze e difeso, a caro prezzo, il loro orbitare lungo una traiettoria artistica naturale. Ciascun autore, scrittore, ha lasciato la propria firma e riempito questa grande matrioška.

Pertanto, in questo viaggio, il lettore avrà la sensazione di trasfigurarsi in Majakovskij, che prende di mira il nuovo conformismo sovietico, sarà Bulgakov che cammina lungo la Moscova e sente di essere pedinato. Ancor prima, il lettore-viaggiatore diverrà Aleksandr Tvardovskij, proiettato alla ricostruzione della capitale moscovita, dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Con indosso un cappotto verde e con una cartellina in finta pelle, il lettore attraversa la strada, supera piazza del Maneggio e infine passa sotto la Porta della Resurrezione. Si ferma e la memoria del viaggiatore-Tvardovskij fa un salto nel passato, torna al periodo in cui è stato un corrispondente di guerra.

Maneznaja ploscad'
Il luogo su cui sarebbe sorta la Piazza del Maneggio (XIX sec.)

In un attimo, il cuore antico e medievale di Mosca è in grado di fondersi col passato recente. Ora, il viaggiatore assume le sembianze di Konstantin Simonov, scrittore-soldato noto in Unione Sovietica soprattutto per il romanzo I giorni e le notti (1944), dedicato alla memoria dei caduti di Stalingrado. Si tratta di un personaggio controverso, sia per il suo schieramento contro gli autori “cosmopoliti senza patria”, come Anna Achmatova e Boris Pasternak, sia per il suo impegno per la pubblicazione postuma de Il Maestro e Margherita.

Nella poesia Aspettami ed io tornerò, Simonov lascia trasparire le emozioni e le sensazioni di un soldato lontano migliaia di chilometri da casa. La memoria e la commemorazione dei soldati caduti in guerra conducono il lettore al monumento del Milite Ignoto, collocato a ridosso delle mura del Cremlino, all’interno dei Giardini di Alessandro, edificati nel 1819 e a cui si accede dalla piazza del Maneggio. Il giardino scorre in una tubatura sotterranea, ove sono posti i corpi senza nome della battaglia di Mosca del 1941, nonché le lapidi a memoria delle città russe coinvolte nel conflitto.

Se da un lato il Cremlino rappresenta una fortezza e un sepolcro, dall’altro la Piazza Rossa è anche un importante luogo di commercio. Lasciatosi alle spalle il GUM (Grandi Magazzini di Stato), il lettore si ritrova in un contesto differente, nel quale si muove la figura di Michail Bulgakov. Questi, appena giunto a Mosca, vive una vita durissima, a causa della duplice dimensione di nascente paese sovietico, che permette l’esercizio della libera iniziativa economica per risollevare il paese a seguito della Prima Guerra Mondiale e della guerra civile. Tale contesto non solo risulterà prolifico per i bozzetti sulla Mosca degli anni Venti, ma innescherà in Bulgakov un forte interesse verso il legame scienza-utopia, elemento fondante in Cuore di cane.

Mausoleo di Lenin
Il mausoleo di Lenin nella sua prima forma lignea. Nel 1930 sarà riedificato in marmo. (Fonte: moiarussia.ru)

A questo punto, è interessante evidenziare un altro binomio scienza-utopia, presente in Piazza Rossa, proprio di fronte al GUM: il Mausoleo di Lenin. Può sembrare assurdo ma perfino la morte, contro cui lotta la scienza sovietica, viene vista come una sconfitta. Il 24 gennaio 1924, sulla Petrogradskaja Pravda, Lev Trockij scriverà: “La medicina si è rivelata impotente a realizzare ciò che da lei si aspettavano e pretendevano con passione milioni di cuori umani”. Anche Majakovskij scriverà: “Lenin è vissuto, Lenin è vivo, Lenin continuerà a vivere” per poi, in breve tempo, riconoscere la pericolosità di queste parole. Commemorare Lenin significa dimenticare l’originalità dell’uomo.

Secondo l’autore Leonardo Fredduzzi, Mosca e Majakovskij vanno conosciuti per accumulazione di luoghi e storie. Un luogo particolarmente emblematico è rappresentato dal Mossel’prom, azienda statale di trasformazione alimentare fondata nel 1921, in seguito alla crisi economica della Prima Guerra Mondiale e alla guerra civile.

Per le sue campagne pubblicitarie, l’azienda ingaggia due artisti di altissimo livello: Vladimir Majakovskij, che redigerà i testi pubblicitari, e l’illustratore e pittore Aleksandr Rodčenko, che si occuperà della parte grafica. Da questa collaborazione usciranno dei veri e propri capolavori di comunicazione, tra cui lo slogan “DA NESSUNA PARTE COME AL MOSSEL’PROM!” (Nigde krome kak v Mossel’prome).

Mossel'prom
Il Mossel'prom sulla Tverskaja nel 1930 (in basso a destra).

Si tratta di una pubblicità talmente avanguardistica da entrare immediatamente nell’immaginario dei moscoviti. L’estro creativo di Majakovskij e di Rodčenko renderà iconici alcuni dei marchi dell’epoca, come le sigarette Ira, la birra a tre luppoli e i prodotti della fabbrica dolciaria Ottobre Rosso; al contempo, inizierà a lasciare un segno nella nuova Mosca, che sta nascendo tra mille contraddizioni. A tal proposito, per la pubblicità delle sigarette Ira Majakovskij scriverà “Del vecchio mondo non ci rimangono che le sigarette Ira!”

Così, seguendo l’ampia falcata dell’artista, il lettore avanza verso un futuro che vuole lasciarsi alle spalle un mondo vecchio, morto e sepolto, ove le martellanti affermazioni di Vladimir Vladimirovič Majakovskij forgiano nuove fondamenta e innalzano nuovi edifici. In questa nuova Mosca, Majakovskij rappresenta il massimo esponente del futurismo russo e si pone come distruttore del vecchio mondo e demiurgo del nuovo. L’artista delineerà un quadro ben preciso sia della città sia della poesia futurista tanto che, citando le sue parole, “La poesia futurista è la poesia della città, della città moderna. La città ci ha arricchito di nuove emozioni ed impressioni, sconosciute ai poeti del passato”.

Uscendo dall’edificio del Mossel’prom, il lettore si ritrova nel quartiere Arbat, uno tra i più antichi e simbolici dal punto di vista letterario; difatti, l’incontro tra Majakovskij e Boris Pasternak avverrà proprio in questo quartiere, così come le vicende narrate nel romanzo Il Dottor Živago.

Oltre a collaborare con il Mossel’prom, Majakovskij lavorerà con molti giornali e riviste e, dalle loro pagine, partecipa attivamente al dibattito politico. Una della maggiori collaborazioni è rappresentata dal quotidiano Izvestija, fondato a San Pietroburgo nel 1917, che diviene l’organo ufficiale del Soviet Supremo.

Per poter raggiungere la sede moscovita del quotidiano, il lettore passa davanti alla casa di Gogol’ in Nikitskij Bul’var 7/a, luogo in cui si intrecciano almeno due fili invisibili che legano Majakovskij e Gogol’. Il primo viene teso da Dostoevskij che, parlando degli scrittori suoi contemporanei, dice: «Siamo tutti figli di Gogol’»; tale frase viene ripresa, idealmente, da Pasternak, che fa dire a Živago: «Majakovskij mi è sempre piaciuto. È una specie di continuazione di Dostoevskij». Il secondo filo unisce i due scrittori sotto il segno della polemica contro la palude della vita quotidiana, tramite la sarcastica e dura critica di modi di vita incrostati nel tempo che condannano la Russia all’immobilismo.

Gogol' Nikitskij
La statua a Nikolaj Gogol' in Nikitskij Bul'var (Fonte: moscovery.com)

Nel punto in cui Nikitskij Bul’var diviene Tverskoj Bul’var, il lettore si trova catapultato nel mondo surreale de Il Maestro e Margherita, col rischio di imbattersi in qualche strano inseguimento. È in questo luogo che il lettore-viaggiatore può scegliere di trasformarsi in altro, di spiccare il volo o di attuare qualche diavoleria – e sarebbe tutto perfettamente lecito. Tuttavia, occorre raggiungere la sede dell’Izvestija.

Alzandosi in volo sui giardini del Bul’var, il lettore giunge in piazza Puškin, fino al civico 5, sede dell’Izvestija. Majakovskij collabora con il giornale dal 1922 al 1927 e pubblica più di cinquanta scritti, tra poesie, articoli e note. Inizialmente, l’artista ha difficoltà a pubblicare i suoi contributi sull’Izvestija, considerato che al direttore del giornale non piacciono le sue poesie. Tuttavia, il 5 marzo 1922, approfittando dell’assenza del direttore, Majakovskij pubblica la poesia Stabilizzazione dell’esistenza. Dallo scandalo conseguente, Majakovskij ottiene la possibilità di pubblicare sul giornale, dal momento che Lenin ha particolarmente apprezzato la poesia. Ciononostante, dalle pagine dell’Izvestija, Majakovskij non smetterà di criticare alcuni aspetti della vita sovietica.

Un elemento di quotidianità particolarmente importante per il futurismo, e di conseguenza per Majakovskij, è rappresentato dall’elettricità. Se per Pasternak l’energia elettrica vive nel fulmine che anticipa il tuono, illumina la notte e squarcia gli abeti, per Majakovskij l’elettricità è forza generata, incanalata e sfruttata dagli uomini. In sostanza, l’elettricità del presente muove i sentimenti del vecchio mondo decrepito, gli impulsi che rendono l’uomo famelico ed egoista.

Se la scienza e la società avanzano a passi giganteschi e sbriciolano il passato antico e ingiusto, allora è necessario che anche Mosca cambi, realizzando nelle sue strade, nei trasporti e nell’arte i principi della rivoluzione. Un esempio emblematico è rappresentato dalla costruzione della metropolitana: qui la forza della natura è imbrigliata e sfruttata per realizzare il brutale passaggio di Mosca da città feudale e zarista a capitale dell’Unione Sovietica.

Stancja Majakovskaja
La fermata Majakovskaja della metropolitana moscovita

La fermata Majakovskaja sarà inaugurata l’11 settembre 1938, a distanza di otto anni dalla morte dell’artista, proprio nel punto in cui la creatività di Bulgakov aveva immaginato una folla impazzita di moscoviti in fuga, sotto la minaccia di enormi rettili. La Piazza Rossa è ormai alle spalle; proseguendo per un chilometro, si raggiunge una delle entrate della metro Majakovskaja. Dall’altra parte, su piazza Triumfal’naja, c’è una statua di Majakovskij. Il viaggiatore varca la nuova entrata (Tverskaja-Jamskaja 1) e, alzando lo sguardo, rimane affascinato dal mosaico sul soffitto, un vero e proprio inno all’avanguardia. Tra le figure geometriche e i testi che fluttuano, si riconoscono alcuni versi di Qualche parola su mia moglie:

Lungo spiagge lontane di mari segreti/ cammina la luna/ mia moglie./ La mia fulva amante./ Dietro la carrozza si trascina vistosa/ la folla screziostriata delle costellazioni./ La incorona un garage,/ è baciata dai chioschi dei giornali,/ e un paggio occhieggiante orna di lustrini e orpelli/ la via lattea dello strascico […]

Dopo aver ammirato i mosaici della fermata e attraversato il salone, il lettore-viaggiatore esce dalla stazione Majakovskaja, attraversa il quartiere Krasnopresnenskij e si dirige verso il Fante di quadri, in via Vozdviženka 10.

Qui, il 25 febbraio 1912, Majakovskij partecipa a un incontro sull’arte contemporanea. Si tratta di una vera e propria lezione in cui l’artista afferma che “L’arte è testimone dello spirito dell’epoca e se compariamo l’arte di diverse epoche giungiamo alla conclusione che l’arte eterna non esiste: essa è multiforme e dialettica. È il tassello mancante, una sorta di scarto evolutivo che lo proietta in una dimensione di consapevolezza artistica di sé”.

La partecipazione al dibattito al Fante di quadri consente a Majakovskij di instaurare nuove collaborazioni, nonché di conoscere i suoi contemporanei; oltre a Boris Pasternak, si pensi a Velimir Chlebnikov, Marina Cvetaeva, Roman Jakobson, Anna Achmatova, Lev Trockij, nonché a Lilja Brik e Osip Brik.

Se da un lato Mosca incarna le caratteristiche di una città labirintica, dall’altro si presenta simile a una bizzarra matrioška, involucro e contenuto, accozzaglia di spazi compartimentati, che il lettore ritrova nel romanzo labirinto Il Maestro e Margherita di Bulgakov. L’intrico del romanzo ha origine dai tre romanzi minori di cui si compone: il romanzo del Maestro, la diavolata moscovita e il romanzo sul Maestro.

Il lettore-viaggiatore plana sugli Stagni del Patriarca, riconosce Michail Berlioz, presidente del Massolit (associazione degli scrittori proletari) e redattore di un’importante rivista letteraria, e Ivan Bezdomnyj, giovane poeta. Dagli Stagni del Patriarca, il lettore corre a nascondersi nei vicoli dell’Arbat, evita i luoghi affollati e si dirige verso la casa di Griboedov, dove avevano sede due associazioni realmente esistite dalle quali Bulgakov prese spunto per creare il Massolit: la RAPP (Associazione russa degli scrittori proletari) e la MAPP (Associazione di scrittori proletari di Mosca).

Il cartello agli Stagni del Patriarca che vieta di conversare con gli sconosciuti

Il viaggio prosegue e, di pagina in pagina, il lettore riesce a immedesimarsi totalmente nelle vicende narrate. Da Il Dottor Živago, emerge un’immagine diversa della capitale russa. Nel romanzo di Pasternak non si trova più una città da ricostruire ex novo, né gli intricati luoghi e dinamiche de Il Maestro e Margherita. Arrivati a questo punto, si può riprendere fiato, soffermandosi sulle vicende che coinvolgono il destino dei protagonisti.

Il viaggiatore incontrerà Boris Pasternak, originario di Mosca, nonché l’unico ad aver vissuto e assimilato i cambiamenti della città nel corso del tempo. Tra i tre artisti che hanno accompagnato il lettore in questo viaggio straordinario, Boris Pasternak è l’unico ad aver manifestato un grande legame con la Mosca pre-rivoluzionaria. Un legame che, tuttavia, non traspare dalle storie individuali dei protagonisti del suo romanzo. Jurij Živago e Lara, infatti, vivono stabilmente a Mosca soltanto durante la giovinezza e nella piena maturità, trascorrendo il resto delle loro vite nei luoghi più remoti e disparati della Russia.

Al termine di questo pellegrinaggio, il lettore non potrà che afferrare il passaporto e partire alla volta della capitale russa. A Mosca con Majakovskij si colloca tra le guide vivamente consigliate prima di avventurarsi nella città-labirinto e, al tempo stesso, come libro necessario per tutti gli appassionati di letteratura russa e per quanti intendano approcciarvisi.

N.B. Per un’esperienza di viaggio più immersiva e coinvolgente (e senza spoiler) si consiglia al lettore di leggere Il Maestro e Margherita e Il Dottor Živago prima di questa guida 😉

 

D’autunno,
                  d’inverno,
                                  di primavera,
                                                        d’estate,
sveglio e
                addormentato,
non accetto,
                      odio tutto
ciò.
Tutto
           ciò che in noi
                                   ha inculcato il passato da schiavi,
tutto
         ciò che in uno sciame meschino
s’è calato
                 e depositato come vita quotidiana
anche nella nostra
                                  schiera di bandiere rosse.

(dal poema Di questo, Vladimir Vladimirovič Majakovskij)

Russia in Translation

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