Recensione di “Metafisica del sottosuolo”, di Antonina Nocera

Recensione di "Metafisica del sottosuolo", di Antonina Nocera

Fëdor Dostoevskij e Leonardo Sciascia. Un uomo del XIX secolo e uno del XX si incontrano nel saggio di Nocera per riflettere sulle condizioni dell’animo umano. Il risultato è una curiosa concordanza; l’umanità non conosce tempo.

Recensione a cura di Monica Puglia

 

Il saggio di Antonina Nocera “Metafisica del sottosuolo”, edito per la casa editrice Divergenze nel 2020, riesce in un’operazione inattesa: trovare uno spazio comune di dialogo tra due autori lontani nel tempo e nello spazio, Fëdor Dostoevskij e Leonardo Sciascia. Circa un secolo, infatti, separa l’attività letteraria del russo da quella del siciliano, un secolo che nel suo scorrere ha trasformato completamente il mondo abitato dal primo, senza stemperarne gli interrogativi, anzi amplificandone gli echi.

I fili che l’autrice tesse per unire i percorsi intellettuali dei due autori, così lontani e per alcuni versi così vicini, si tendono sul piano dell’indagine etica sull’uomo e sul valore della ragione e della verità che quest’ultima vorrebbe svelare.

Il saggio riduce i termini della comparazione a Delitto e castigo e I fratelli Karamazov per parte dostoevskiana e a Il Contesto (1970) per parte sciasciana, in cui la saga della famiglia Karamazov viene citata direttamente e funge da chiave di apertura all’analisi critica dell’autrice.

Metafisica del sottosuolo
Metafisica del sottosuolo. Divergenze, 2020.

Partendo dall’espediente dell’indagine poliziesca come minimo comune multiplo tra le tre opere e parte sostanziale nella costruzione del loro intreccio, il lettore viene guidato tra i meandri del genere per sottolinearne la manipolazione snaturante che ne fanno i due autori e che fa implodere la suspense: solitamente orientata verso la risoluzione del caso e lo smascheramento del colpevole, la tensione narrativa si sposta sui temi dell’anima che lotta per affermare la propria libertà, sull’intrecciarsi di giustizia e potere e sul rapporto conflittuale dell’uomo con la propria ragione, tesa ad abbracciare la complessità dell’esistente, ma incapace di giungere a conclusioni definitive, in un mondo difficilmente sistematizzabile:

Il poliziesco, per come viene qui delineato, non è più imperniato sulla ricerca del colpevole e la cattura dell’indiziato, bensì è una riflessione sui fatti stessi, sulle dinamiche psicologiche e interiori che agitano il colpevole e chi gli ruota attorno, compreso l’uomo delle forze dell’ordine. A un livello più profondo questo scandaglio può arrivare a toccare questioni che sottendono le scelte morali degli attori, le loro fughe e scappatoie, i loro rovelli più o meno manifesti.

Un altro punto caldo toccato da Nocera è quello che concerne il senso della ricerca della verità e la possibilità effettiva che tale impresa sia coronata dal successo. Se nei Fratelli Karamazov il verdetto del tribunale degli uomini non è in grado di leggere e interpretare i dati del reale e di giungere a una sentenza che, se mai fosse possibile, bilanci il peso delle colpe dei personaggi, nel momento stesso in cui è chi conduce l’indagine ad essere ucciso, come nel romanzo di Sciascia, il cortocircuito diventa totale e la ragione deve arrendersi all’inefficacia del suo approccio.

Come viene suggerito nel saggio, è l’impalcatura etica con cui viene giudicato il delitto e comminato il castigo a crollare, la stessa possibilità della verità. L’autrice, sfruttando l’espressione di Rolland, definisce l’assassinio dell’ispettore Rogas del Contesto (“un uomo di principio in un paese in cui quasi nessuno ne aveva”), al pari di quello di Fëdor Karamazov, delitto filosofico, la “soppressione del principio delle ragione e della legge positiva”.

Il delitto fulcro da cui si dipanano le linee narrative di tutti e tre i romanzi rappresenta infatti:

un crimine ontologico, che annienta radicalmente l’uomo e la sua libertà, consegnandolo al demone del potere e del dominio sull’altro.

Il percorso a cui ci invita l’autrice è ricco di suggestioni, la sua lettura di questi due autori traccia inaspettate rette in grado di avvicinarli e il loro accostamento rivela nuovi frammenti di senso in entrambi. In conclusione, Sciascia, secondo Nocera, risponde all’appello alla fede di Dostoevskij chiudendo alla possibilità di risposte definitive e mostra, senza orpelli, le meschinità di cui è testimone, assolvendo a uno dei compiti della scrittura, “celebrare le esequie della verità, se serve”.

Antonina Nocera
L'autrice, Antonina Nocera.

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