Gli anelli di una rabbia folle

Gli anelli di una rabbia folle
Alle Olimpiadi di Tokyo alcuni atleti si sono inginocchiati, mentre altri si sono rifiutati di gareggiare contro nemici idealizzati, trasformando i giochi in un teatro dell’assurdo
Petr Sarukhanov / «Novaja Gazeta»

Dicono che la politica e lo sport siano fenomeni correlati e indivisibili. Non ne discuto. Tuttavia lo sport, come la politica, e più precisamente come ogni espressione di volontà sociale e libertà interiore, può avere diverse forme. Può comprendere l’alzare un pugno guantato di nero dal podio olimpico, voltarsi ostentatamente e abbassare la testa durante l’inno nazionale o scegliere di non presentarsi a una cerimonia in segno di qualche protesta concreta (per quanto sciocco possa essere, è pur sempre comprensibile). Eppure, utilizzare continuamente il campo pacifico di un evento sportivo di grande portata come le Olimpiadi quale piattaforma per dimostrazioni da telenovela, che non hanno nulla a che vedere con l’olimpismo, è inappropriato, inaccettabile e, non ho paura di usare questa parola, un reato.

Un reato nei confronti di Pierre de Coubertin, il quale fondò il movimento olimpico moderno non per consentire proteste e comportamenti poco sportivi, ma anzi per accantonare qualsiasi ostilità politica, religiosa o di altra natura per un paio di settimane e competere con onore l’uno contro l’altro. Sì, anche alla fine del secolo scorso queste idee devono essere sembrate eccessivamente romantiche e utopiche agli occhi di molti. Tuttavia, i principi portati avanti dal barone francese hanno funzionato e per molto tempo hanno mantenuto i giochi olimpici in un contesto libero da propaganda e pubblicità.

Sì, «errori» commessi individualmente nei confronti di alcuni stati, «sgambetti» pianificati contro certi atleti o boicottaggi veri e propri ai danni di intere nazioni ci sono sempre stati. Ed è giusto ricordarli. Ad esempio, nel 1908 alla squadra di atleti della Finlandia era stato vietato di presentarsi alla cerimonia solenne con la propria bandiera e imposto di marciare con quella dell’impero russo, del quale faceva parte anche il granducato autonomo. La squadra si rifiutò categoricamente di accettare. Poi, nel 1920 furono gli atleti tedeschi a pagare, poiché la Germania venne esclusa dai giochi di Anversa per aver provocato lo scoppio della Prima guerra mondiale. 36 mesi dopo la squadra dell’URSS non si presentò ai Giochi di Parigi in segno di protesta contro alcune decisioni del CIO, in particolare il verdetto «teutonico» emesso dalle autorità olimpiche quattro anni prima. Tra l’altro, Coubertin fece di tutto perché i giochi del 1936 si tenessero in Germania, nonostante all’inizio una decina di paesi fossero contrari a recarsi nella «zona nazista».

Nel 1968 fu il turno dei corridori americani Tommie Smith e John Carlos, le «pantere nere», che si erano guadagnati l’oro e il bronzo nei 100 metri. Alla premiazione entrambi si tolsero le scarpe per scoprire le calze nere e sollevarono i pugni avvolti in guanti neri per attirare l’attenzione collettiva sul problema del razzismo. Durante gli stessi giochi, in Messico, la ginnasta Vera Časlavska espresse il suo malcontento verso l’autorità cecoslovacca durante la premiazione, quando al momento dell’inno sovietico si voltò di spalle in segno di solidarietà a Natal’ja Kučinskaja. Le conseguenze furono spiacevoli per tutti: gli arditi velocisti vennero cacciati dalla squadra, mentre alla campionessa capricciosa il governo impedì di lasciare il paese da quel momento in avanti.

Poi a partire dal ’76 seguirono i boicottaggi di massa alle Olimpiadi di Montreal, Mosca e Los Angeles, anche se le gare si tennero senza impedimenti, e di lì a poco il CIO prese la decisione di punire severamente (multando e squalificando) i comitati olimpici nazionali per simili gesti. Gli stessi atleti della Georgia, intenzionati a sabotare Pechino 2008 per la seconda guerra in Ossezia del sud, furono colti da un improvviso ripensamento al pensiero di poter essere squalificati dai giochi per i successivi otto anni. Mentre a Soči 2014 furono gli sciatori ucraini a dover riconsiderare il proprio intento di indossare delle fasce da lutto in memoria delle vittime di Majdan. Tuttavia, quando il campione di judo iraniano Arash Miresmaili si rifiutò di combattere contro l’israeliano Ehud Vaks in segno di «solidarietà con la sofferenza dei palestinesi», i vertici dello sport rimasero in silenzio.

Nel complesso, come avrete inteso, le autorità olimpiche hanno iniziato a seguire in modo piuttosto rigoroso l’osservanza delle tradizioni e ulteriori episodi spiacevoli non sono più stati ammessi durante i Giochi. D’altra parte, già alle Olimpiadi di Rio 2016 diverse organizzazioni e comitati etici di Canada, Stati Uniti e Germania iniziarono a fare pressione sul presidente del CIO, Thomas Bach, perché venisse abolita la cosiddetta «legge 50» che vietava azioni politiche e proteste di qualsiasi tipo durante i Giochi. Così, sotto la spinta di chi sognava di gareggiare non per le medaglie ma per i like sui social network, Bach ha modificato la Carta Olimpica, permettendo agli atleti di Tokyo 2020 di «esprimere con gesti la propria posizione di cittadini fino all’inizio delle gare».

E i gesti non si sono fatti attendere. Proprio così si è aperto il torneo di calcio femminile: le britanniche sono entrate nella storia olimpica con il loro gesto di inginocchiarsi insieme alle concorrenti cilene prima del fischio d’inizio. Oltre a ciò, gli organizzatori si sono anche scusati perché queste immagini «strappalacrime» non sono state mandate in onda né sono comparse nei video ufficiali. Dopo la Gran Bretagna, che in questo modo ha espresso il proprio sostegno per il movimento divenuto molto popolare Black Lives Matter, anche le calciatrici americane e svedesi si sono dimostrate solidali, inginocchiandosi sul campo prima della partita. «Non avevamo altra scelta. È la nostra posizione comune: siamo dalla parte di chi subisce discriminazioni e disuguaglianze», così ha spiegato la giocatrice della squadra a stelle e strisce Megan Rapinoe, famosa per il suo attivismo LGBT, invitando tutti gli atleti a continuare a ripetere questo «gesto pacifico».

Le squadre femminili della Svezia e degli Stati Uniti in ginocchio in segno di solidarietà con il movimento BLM.

Qualcuno potrebbe dire che venga dedicata troppa attenzione a questo atto così innocuo: non è proprio così.

Il fatto è che i sostenitori del movimento BLM, considerati paladini della parità dei diritti, hanno iniziato a, scusate, prendere di mira tutti coloro che non condividono la loro posizione. E questa è già una violazione evidente, in quanto gli stessi «difensori» opprimono chi non è d’accordo con una forma di oscurantismo, in fin dei conti. Non è curioso? Mentre Thomas Bach e i suoi compagni d’armi, che alla cerimonia di apertura avevano introdotto un nuovo motto «Più veloce, più in alto, più forte – insieme», sono rimasti in silenzio.

Invece i dirigenti della federazione internazionale di nuoto hanno soprannominato la spazio attorno alla piscina e il bordo luoghi sacri in cui tutti dovessero essere rispettati. E hanno promesso che chiunque «fosse scivolato» o «inciampato» avrebbe ricevuto una sonora strigliata e l’esclusione dalle gare sotto l’egida dell’organizzazione. Questo è quanto ha dichiarato il presidente della FINA, Husain Al-Musallam, meritando il supporto dei sostenitori di valori secolari.

Purtroppo non si può dire lo stesso dei rappresentanti di Pervyj kanal, che al momento dell’arrivo degli atleti ucraini allo stadio olimpico hanno interrotto la trasmissione della cerimonia di apertura rifilando un annuncio pubblicitario probabilmente pianificato. Queste «casualità», per usare un eufemismo, sono difficili da nascondere.

Così come, tra l’altro, è stata la scelta del CIO che, in seguito alle pressioni della squadra ucraina, ha ridisegnato in fretta i confini della Crimea sul sito ufficiale dei Giochi, rendendola di nuovo «giallo-azzurra».

Lo scandalo politico vero e proprio si è tuttavia verificato il 22 giugno, quando il judoka algerino Fethi Nourine ha deciso di ripetere «l’atto eroico» di Arash Miresmaeili alle Olimpiadi di Atene e si è rifiutato di combattere contro il concorrente sudanese, in quanto, in caso di vittoria, avrebbe dovuto gareggiare contro l’israeliano Tohar Butbul. «Non ho intenzione di sporcarmi le mani. Il mio sostegno alla popolazione palestinese mi impedisce di fare questo passo» ha dichiarato Nourine. Ciononostante, gli alti vertici della lotta non hanno apprezzato l’episodio e hanno spedito a casa il «patriota» con una bella strigliata e un processo disciplinare.

Con queste premesse anche i giochi di Tokyo hanno messo alla prova lo spirito vero e autentico dello sport olimpionico.

 

Fonte: Novaja Gazeta, 24/07/2021 – di Andrej Uspenskij, traduzione di Paola Ticozzi

Paola Ticozzi

Nella rete di casualità e cambi di rotta che mi contraddistinguono ci sono due costanti: la letteratura russa e Mosca. La traduzione è il ponte di collegamento tra questi poli di attrazione e la mia vita quotidiana. Il tutto con un pizzico di goffaggine.