Orsi, matrioske e bandiera americana. Storia dei russi emigrati in Alaska

Quest’anno è il 150esimo dalla sigla dell’accordo fra Russia e USA che stabilì la vendita dell’Alaska. Firmato nel marzo 1867, venne poi celebrato ufficialmente in ottobre con la cerimonia di cambio del governo.

In Alaska c’è ancora una comunità russa: sono i discendenti dei pionieri e dei vecchi credenti emigrati ed espatriati a quel tempo. Ria Novosti ha intervistato alcuni russi che si sono trasferiti qui recentemente sulla vita quotidiana in Alaska.

 

Una regione tranquilla

Svetlana Fil’kova e Mikhail Andronov sono una coppia nata e cresciuta a Mosca. Oggi vivono a Juneau, la capitale dell’Alaska. “Ci siamo costruiti un’attività nostra” dicono: hanno fondato Russian Alaska, l’unico tour operator nel sud-ovest dello Stato che propone servizi in lingua russa. Questa regione dell’Alaska vive soprattutto grazie al turismo: ogni anno da maggio a settembre arrivano più di un milione di turisti, di cui il 10%, secondo Svetlana, sono russi.

“I russi hanno una percezione propria dell’Alaska, che si basa su quello che hanno imparato a scuola e sui romanzi di Jack London. Noi raccontiamo ai turisti non solo la storia dell’Alaska americana ma anche quella dei pionieri russi”.

Una mattina nebbiosa nel porto Aurora a Juneau, Alaska.

“Inizialmente l’Alaska ha conquistato mio marito: 10 anni fa è venuto qui per una trasferta di lavoro e quel viaggio ha cambiato la vita di tutta la nostra famiglia. Dopo alcuni anni, ci siamo spostati tutti in Alaska e ci siamo stabiliti qui definitivamente”.

Svetlana ci spiega come in Alaska più che in qualsiasi altro posto ci si senta una cosa sola con la natura: qui non c’è traffico, né case e macchine ammassate; nessuno ha fretta di andare da nessuna parte, le persone sono gentili e aperte.

“L’Alaska è magnifica e maestosa, affascina e conquista il cuore” continua Svetlana.

“Paesaggi meravigliosi, spazi sconfinati, pulizia e tranquillità. Aggiungete a ciò infrastrutture sviluppate, buone scuole e case moderne. A Juneau ci sono musei e cinema, un teatro e una sala da concerti. L’Alaska è una regione per gli amanti dello sport e della vita attiva”.

Infatti, sembra quasi che la capitale dello Stato sia stata pensata per gli sportivi: qui ci sono piste da sci di discesa e di fondo, piscine, una palestra d’arrampicata, campi da calcio coperti e scoperti, campi da baseball, da football americano e da golf. In tutto ciò, la città è abitata da circa 35.000 persone.

“L’unica cosa che manca sono i grandi centri commerciali, che però si possono compensare tranquillamente con shopping online e periodiche gite sulla terraferma”.

Turisti visitano le cascate Nugget sul ghiacciaio Mendenhall nel parco nazionale di Tongass, Alaska

A conferma delle sue parole Svetlana ci racconta di quando arrivò per la prima volta a Juneau: lei e il marito approdarono alla capitale su un battello proveniente da Ketchikan. La nave seguiva da vicino la costa passando fra le isole, e i passeggeri rimanevano a bocca aperta di fronte ai paesaggi che si spalancavano ai loro occhi.

“Potevamo vedere foche, balene e aquile dalla testa bianca. Mentre il battello si avvicinava alla costa davanti a noi, si mostrò in tutta la sua magnificenza il ghiacciaio Mendenhall. Quello stesso giorno decidemmo di raggiungerlo in macchina e ci fermammo a osservare stupefatti la sua mole; spostandoci, rimanemmo affascinati dagli iceberg azzurri che si muovevano lentamente andando alla deriva nel lago glaciale. Mentre osservavamo i salmoni nuotare verso i luoghi dove deponevano le uova, raggiungemmo le cascate Nugget, con un bel gruzzolo di funghi porcini raccolti per strada. Infine, provammo l’esperienza unica di fare rafting sul fiume del ghiacciaio”.

Interno di una grotta di ghiaccio, ghiacciaio Mendenhall a Juneau, Alaska

Svetlana sorride pensando che qui per vedere animali selvatici non c’è bisogno di andare allo zoo. In città, nelle periferie, e addirittura in luoghi turistici sempre molto affollati si possono avvistare aquile, renne, orsi, istrici e castori.

“Nonostante abbiamo percorso il Paese in lungo e in largo, il nostro posto preferito è casa nostra, Juneau: qui ci troviamo a nostro agio più che in qualsiasi altro luogo” aggiunge.

Un indiano di nome Ivan

A fondare gli insediamenti russi nell’America nord-occidentale fu il mercante Aleksandr Baranov. Monumenti alla sua memoria si trovano tanto in Alaska come in Russia, per esempio nel Museo storico-architettonico e artistico di Kargopol’, la sua città natale.

Oggigiorno, lo studioso e viaggiatore Mikhail Malakhov ha inaugurato un progetto intitolato “Popolazione dell’America russa”. In questo contesto, ha avviato diverse spedizioni in Alaska e ad una di queste si è unito il Professor Ivan Savel’ev dell’Università federale settentrionale (artica), dove insegna Diritto internazionale e Diritto comparato.

Firma dell’atto di compravendita dell’Alaska (30 marzo 1867); da sinistra: Robert S. Ču., William G. Seward, William Hunter, Vladimir Bodisko, Edward Steckl’, Charles Sumner, Frederick Seward.

Il professore afferma che tuttora la cultura russa costituisce parte integrante della vita delle popolazioni autoctone. “In Alaska ci sono un numero piuttosto consistente di credenti ortodossi – circa il 12% del totale. Infatti, qui si trova uno dei quattro seminari ortodossi degli Stati Uniti, ed in questa regione sono nati cinque dei nostri Santi”.

Un’altra peculiarità è la lingua. Secondo Savel’ev, quando l’Alaska faceva parte della Russia, i popoli autoctoni presero in prestito dalla lingua russa fra le 50 e 300 parole. Oggi, dice lo studioso, gli autoctoni a stento ricordano quali parole siano entrate nella loro lingua come prestiti e quali no, ad esempio: vilka (forchetta), loshka (cucchiaio), lavka (panchina), platok (scialle) etc.

Periferia della città di Nikolaevsk, Alaska

Se spostiamo l’attenzione su nomi e cognomi, notiamo che ce ne sono molti russi. Durante una spedizione in un villaggio, ci ha accolto un nativo locale di nome Ivan Andrianov. In moltissimi confermavano che nelle sue vene scorresse sangue russo, per loro segno di nobiltà. “Abbiamo adottato molte tradizioni russe, come la banja, le nozze, i compleanni, il Natale ortodosso e i canti di natale”, afferma Ivan.

Molti villaggi dei nativi oggi sono in rovina: i giovani si trasferiscono in città si dimenticano della propria cultura della storia e della lingua.

“In alcune scuole dell’Alaska”, dice il professore, “si è tentato di inserire la lingua russa come materia obbligatoria, “ma si è trattato di casi rari, eccezioni alla regola”, aggiunge.

 

“L’idea che i russi d’Alaska hanno della cultura russa è piuttosto particolare: per esempio a Sitka [ex-capitale dei territori russi, NdT] c’è un corpo di ballo che esegue danze popolari russe, ma non avendo assistito a quelle originali ballano più secondo l’idea che si sono fatti che secondo la vera tradizione.

Oltre a ciò, in Alaska c’è un luogo molto caro ai turisti in cui la tradizione russa si è trasformata in un brand commerciale: è la città di Ninilchik. Qui la gente viene in cerca delle specialità della cultura russa, come la cucina e i souvenir.

Un solo Stato ma una Paese intero

Mikhail Blikštein è nato in Russia, ma a 14 anni ha lasciato il Paese. Ittiologo di formazione, ora fa il fotografo: si è trasferito in Alaska nel 2001 all’età di 21 anni dopo aver finito il college a New York. “Ho guardato la cartina e mi sono lanciato all’avventura nel luogo più lontano che potessi raggiungere da New York senza attraversare alcun confine, e sono volato in Alaska” racconta.

Mikhail aggiunge che in realtà era venuto in Alaska per lavoro, come ispettore sui pescherecci diretti a Dutch Harbor [il porto di Unalaska, NdT]. Dopo questa esperienza decise di trasferirsi a Juneau, dove ottenne la specializzazione nel settore della pesca.

Mikhail si riferisce all’Alaska come ad uno di quei pochi posti dove si è sentito a casa. “L’Alaska è un Paese incontaminato, enorme e molto vario dal punto di vista del clima, della topografia, della flora e della fauna”.

Mikhail ci racconta di come l’economia dell’Alaska dipenda fortemente dal commercio di prodotti ittici e dall’estrazione di petrolio e gas naturale. “Le persone, però, sono come tutte le altre: la maggior parte sono gradevoli, alcune meno. Generalmente, gli abitanti dell’Alaska sono profondamente legati fra loro proprio dalla piccola dimensione delle città del Paese. Juneau, per esempio, nonostante sia la capitale, è abitata solo da 35.000 persone, molte delle quali si conoscono fra di loro”.

Tuttora in Alaska ci sono comunità di Vecchi Credenti. Secondo quanto afferma Mikhail, ancora oggi preferiscono vivere isolati.

“Molti di loro sono pescatori eccellenti, e con questa attività si guadagnano da vivere. Costruiscono grosse barche che usano a questo scopo. Ho avuto a che fare con loro quando lavoravo come biologo: nonostante abbiano lasciato la Russia molte decine di anni fa, continuano a parlare fra di loro in russo e hanno un accento molto particolare in inglese. Il loro russo è piuttosto arcaico: ha conservato parole che oggi in Russia non si usano più, tanto che mi sono stupito di riuscire a capirli” racconta Mikhail.

Città di Whittier, Alaska

Poi aggiunge: “In Alaska ci sono anche dei russi “moderni” che si sono trasferiti da poco. Per esempio, nella città più grande del Paese, Anchorage, ne vivono circa una decina: di questi una giovane donna lavora come direttore di un asilo per senzatetto, mentre un’altra si occupa di archeologia subacquea. Mikhail si lamenta del fatto che, al di fuori dei confini, le persone sappiano così poco dell’Alaska che domandano spesso quale lingua vi si parli o quale valuta si utilizzi.

Allo stesso tempo, secondo quanto dice, in Alaska ci sono molte persone eccezionali, colte e interessanti: infatti vengono qui da diversi paesi in cerca di avventura. Oggi Mikhail vive nello Stato di Washington e confessa che sente una grande nostalgia dell’Alaska: “E’ un posto fantastico, non sono mai riuscito a trovare nulla di simile”.

 

FONTE: Ria Novosti, 07/04/2017 – di Viktorija Sal’nikova

Traduzione di Corinna Ramognino: studio lingua russa presso l’Università di Genova. Grazie ad un background di studi traduttologici e alle esperienze sul territorio ho imparato ad approcciarmi in maniera critica all’analisi della cultura russa. Collaboro con Osservatorio Artico, occupandomi della Russia artica e dell’Alaska dal punto di vista storico e culturale. FBLINKEDIN

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