11 parole che ci aiutano a capire la cultura buriata

Perché per i buriati è così importante il concetto di “piccola patria”? Come si festeggia il Sagaalgan? Che significato hanno i pezzi di stoffa che sono appesi sui pali ai lati delle strade, o i cumuli di pietre, vicino ai quali spesso capita di vedere una bottiglia di vodka? Andiamo a scoprirlo insieme.

Njutag

Patria, piccola patria

Tabunščiki. Quadro di Cyrenžap Sampilov, anni ’30 del Novecento. Museo nazionale della Repubblica buriata.

 

Njutag è un concetto incredibilmente importante per la maggior parte dei buriati contemporanei. Nella cultura tradizionale, indica un luogo al quale una persona associa i primi ricordi della propria infanzia, i genitori, la nonna e il nonno. È il posto in cui ognuno cerca di ritornare subito dopo un lungo periodo di separazione.

Inoltre, non è detto che il njutag sia per forza il luogo in cui si è nati: potrebbe trattarsi semplicemente di un posto significativo, con il quale una persona sente di avere un legame indissolubile per tutto l’arco della propria esistenza.

Per indicare concretamente il luogo di nascita esiste un’altra collocazione: toonto njutag, che significa “posto in cui è sepolta la placenta di una persona”.

Toonto njutag viene anche cantata nell’omonima canzone, che è diventata, con il passare del tempo, l’inno, seppur non ufficiale, della Buriazia. Per di più, la parola njutag compare all’interno del nome di moltissime istituzioni in tutta la repubblica.

In Buriazia il legame con il njutag si riflette anche nell’urbanizzazione. Molti di coloro che sono cresciuti a Ulan-Udè, Irkutsk, Čita e altre città hanno parenti che vivono nei luoghi in cui sono nati i loro predecessori. Quanto più forte è il legame con loro, tanto più forte sarà quello con il njutag. Al di là dei parenti, a unire i buriati al njutag è anche la religione: ogni anno ritornano per partecipare ai riti intorno agli oboo (cfr. parola n.4).

Il njutag è anche un argomento di conversazione estremamente serio. Quando si incontra qualcuno per la prima volta, è usanza domandare: “Da quali luoghi proviene?” (Jamar njutagajbta?). Invece, dopo una lunga separazione: “Ha avuto occasione di andare in patria?” (Njutagaa ošoo gut?), oppure: “Come vanno le cose nella sua patria?” (Njutagaartnaj jamar bè?).

Ai giovani queste domande sembrano fuori luogo, in quanto spesso sembrano implicare un aperto elogio della propria patria, che potrebbe essere interpretato come l’intenzione di sminuire la piccola patria altrui (njutagarchacha). Tale punto di vista è spesso causa di discordia all’interno della società buriata.

Achaj

Appellativo di cortesia nei confronti di un uomo più anziano [(i) tale appellativo in alcuni dialetti buriati può essere utilizzato anche per rivolgersi a una donna più anziana, tuttavia in questo articolo ci atteniamo all’uso più comune.]

Famiglia buriata. Inizio XX secolo.
moy-ulan-ude.livejournal.com

Per esprimere la propria deferenza nei confronti di una persona più grande, i buriati, tra le varie forme di rispetto come il ta (“lei”), si avvalgono frequentemente anche dell’aggiunta, alla fine del nome, di un suffisso che indica la parentela: Bajar-achaj, Slava-achaj, Amgalan-achaj. Achaj per i buriati simboleggia stretti rapporti di parentela, protezione e sostegno. In passato questa parola indicava “un fratello maggiore, indipendentemente dal grado di parentela”, quindi il fratello ‘vero e proprio’, il cugino di primo o di secondo grado, e via dicendo. Nelle famiglie buriate viene considerato in parte achaj anche l’insegnante, il quale dà l’esempio ai giovani mentre i genitori sono impegnati nel lavoro. Alla figura dell’achaj si possono confidare i propri segreti, e con lui ci si può lamentare delle offese subite. Il tipico achaj buriato pretende sempre una subordinazione e un’obbedienza assolute, ma nelle situazioni difficili prende le parti dei giovani, risolve i loro problemi e li aiuta.

 

Chadag

Sottile pezzo di seta colorata che viene appeso in segno di rispetto e di buon auspicio

Partecipanti a una festa in onore del millesimo anniversario del poema eroico “Gèsèr” che sorreggono il simbolo dell’accoglienza del popolo buriato: il chadag, 1995. Vladimir Matvievskij, TASS

Il chadag [(i) spesso si incontra anche la forma chadàk] è una delle peculiarità più tipiche della cultura buriata, ed è utilizzato da questo popolo tanto durante le cerimonie religiose, quanto durante quelle sociali. Inizialmente diffusi tra i buriati buddisti, nell’epoca post-sovietica i chadag hanno iniziato ad essere utilizzati anche dai buriati che praticano lo sciamanesimo [(i) in Buriazia sono due le religioni più diffuse: lo sciamanesimo e il buddismo. La maggior parte dei buriati le professa entrambe] come simboli universali di accoglienza, buon auspicio, onore e rispetto. Il chadag viene donato non solo a persone delle quali si ha stima, come ad esempio i sacerdoti buddisti o i lama, gli anziani, le persone importanti o gli sportivi, ma anche alle immagini delle divinità che si trovano sui gungarbaa (altari), e persino agli spiriti che proteggono i numerosissimi luoghi sacri (oboo, o barisa) di tutta la Buriazia. Il chadag funge anche da protezione: gli automobilisti ne posizionano uno sotto al parabrezza e usano appenderli ai pali o agli alberi in punti particolarmente pericolosi delle strade.

Il chadag è anche parte fondamentale e immutata delle cerimonie matrimoniali. La cerimonia ha luogo nella casa della sposa, e consiste nel rito chiamato chadag tabicha, che significa “distendere un chadag”: il padre dello sposo distende il chadag sull’altare, chiedendo così il permesso di accogliere la sposa nella propria famiglia non solo ai suoi genitori, ma anche agli dei che sono raffigurati nelle icone. 

Se la cerimonia si conclude con l’unione degli sposi, i parenti si interesseranno sicuramente: “Hanno disteso il chadag?”, o ancora, prima di iniziare i veri e propri preparativi per i festeggiamenti: “Quando distenderanno il chadag?”.

 

Oboo

Cumulo di pietre, rametti e cose simili, dedicato agli spiriti del luogo, intorno al quale vengono svolti riti religiosi

Oboo sopra Čuej. 2014 Aleksandr Frolov, CC BY-SA 4.0

L’oboo è uno dei luoghi di culto dello sciamanesimo, che in Buriazia continuano a essere considerati appartenenti anche al buddismo. Ogni villaggio, oppure ogni gruppo di parenti ha il proprio oboo, che si presenta come un cumulo di pietre, o come un monumento buddista, che si chiama subarga. Una volta all’anno in questo luogo vengono svolti i riti religiosi di adorazione dell’oboo (oboogoo tachicha). Anche l’area intorno all’oboo è considerata sacra, nonché abitata dagli spiriti del luogo. Se nelle vicinanze c’è una strada, allora i passanti e gli automobilisti tentano sempre di fermarsi e lasciare un’offerta, come ad esempio latte o vodka (sèržèm urgèchè), che a volte può essere sostituita da un’offerta di tabacco e monete.

Ogni estate all’oboo hanno luogo grandiose funzioni dei vari clan, durante le quali si riuniscono non solo gli abitanti locali, ma anche persone che vivono in altre città o in altre zone. Invitano il lama del dasan più vicino, ossia del monastero buddista più vicino, che guida la preghiera e rende omaggio agli spiriti che abitano quell’oboo. Dopo la funzione iniziano i ‘tre giochi maschili’ èrin gurban naadan, o semplicemente naadan.

 

Naadan

Giochi

La studentessa Šura Budaeva che tira con l’arco durante la festa del giorno della Vittoria. Buriazia, 1965. – Chajdurov, Novosti

Con la parola naadan si suole indicare qualsiasi evento sportivo o di svago che implichi la presenza di una grande quantità di partecipanti o spettatori: dalla festa sportiva in campagna d’estate (èrin gurban naadan) ai giochi olimpici (Olimpiin naadan). Ma la maggior parte delle volte si fa riferimento al primo tipo di evento, che ricomprende al proprio interno tre tipologie di pratiche sportive: la lotta (buchè barildaan), il tiro con l’arco (hyp charbaan) e le corse di cavalli (mori urildaan).

Secondo la tradizione al naadan potevano prendere parte solo gli uomini (cosa che tutt’ora si riflette nel nome dell’evento: èrin gurban naadan letteralmente significa “tre giochi maschili”). Oggi questa regola è rimasta valida solo per la lotta, mentre al tiro con l’arco e alle corse di cavalli le donne partecipano alla pari degli uomini. Il naadan può consistere sia in una manifestazione a sé stante, sia in un passatempo al quale ci si dedica durante un altro evento più importante, come ad esempio la cerimonia di adorazione dell’oboo. I naadan “autonomi” hanno luogo non soltanto nei vari villaggi e distretti della Buriazia, ma anche nella capitale Ulan-Udè. Queste gare sono molto popolari e appassionanti, e non di rado capita che come premio i vincitori ricevano una pecora viva oppure dei soldi.

 

Dasan

Complesso di templi buddisti 

Entrata del dasan di Ivolginsk. 1965. Igor’ Vinogradov, Novosti

Nella cultura tradizionale buriata, l’istruzione e la religione erano una cosa unica. E questo si rifletteva anche nella lingua: in tibetano esiste la parola “dra-can” (grwa chan), che indica l’università buddista, termine che si è trasformato nella forma buriata dasan [(i): nei dizionari russi, invece, si incontra la forma “dacan”] e ha iniziato a designare il monastero buddista. Nel territorio dei dasan vivono i lama buddisti, che si occupano di previsioni astrologiche (zurchajša lama) e di medicina (èmšè lama). Per i buriati il dasan è più di un semplice tempio: è un luogo che non viene contaminato dall’influenza della cultura e della lingua, in cui le persone parlano liberamente in buriato sia tra di loro, sia con i lama. Tradizionalmente, la comunicazione tra i fedeli e i sacerdoti buddisti avveniva in buriato, e questa abitudine si è conservata. Ciò non vale per altre sfere della vita, nelle quali invece ormai si è passati al russo. Nei dasan ci sono anche dei piccoli ristoranti nei quali vengono serviti piatti buriati. 

I dasan sono famosi per il proprio conservatorismo, che si manifesta tra le altre cose nel mantenimento delle rappresentazioni patriarcali.

Esiste addirittura una barzelletta sulle tre “d” delle donne buriate: deti (bambini, n.d.t.), dom (casa, n.d.t.), dasan (analoga alle tre “k” tedesche: Kinder, Küche, Kirche).

Se una giornata tipo nel dasan trascorre tranquilla e indisturbata, alla vigilia e durante i primi giorni della festa del Sagaalgan, il capodanno secondo il calendario lunare, qui si riuniscono intere folle desiderose di scoprire le previsioni astrologiche dell’anno che inizia: che cosa si potrà realizzare, e che cosa è meglio rimandare al futuro, per vivere l’anno nuovo in maniera propizia e senza grandi sconvolgimenti.

 

Sagaalgan

Festa di capodanno secondo il calendario lunare

Cartolina per il Sagaalgan.  – Associazione “Consiglio delle immagini della Repubblica buriata”

 

 

È una delle principali festività familiari e religiose dei buriati, alla quale sono strettamente legati i rituali buddisti. Ogni anno il Sagaalgan cade in una data diversa, se prendiamo come punto di riferimento il calendario gregoriano, ma comunque si tratta sempre di fine gennaio-inizio febbraio. La parola Sagaalgan deriva dal verbo sagaalcha, che significa “mangiare una pietanza bianca”. Tale pietanza, verosimilmente il latte, simboleggia la purezza dei pensieri e delle azioni, ed è considerata sacra dai buriati: la utilizzano come offerta agli spiriti e per accogliere gli ospiti. Nessun latticino – dal latte, alla vodka di latte, dal burro, alla ricotta, dalla panna acida, al formaggio – potrà mancare sulla tavola di capodanno.

I preparativi per il Sagaalgan iniziano con la cerimonia di purificazione (dugžuubè), che si tiene due giorni prima della festa. Nel territorio del dasan vengono accesi due falò: al più grande, al termine della cerimonia, si attinge per accendere le torce con cui si brucerà una costruzione in legno che simboleggia il male compiuto durante l’anno precedente. Il falò piccolo invece serve per dare fuoco a dei pezzettini di pasta, carta o tessuto, che i credenti strofinano sul proprio corpo per depurarsi dai pensieri e dalle energie negativi. Il giorno successivo, ossia la vigilia del Sagaalgan (butuu udèr), è abitudine passarlo in casa, preparandosi spiritualmente ad accogliere il nuovo anno. Il Sagaalgan inizia con i primi raggi di sole, quando la dea Palden Lchamo scende sulla terra e le dona la propria protezione, vegliando su tutto l’anno che sta per iniziare. Per questo motivo il primo giorno dell’anno (šènin nègèn) ci si alza molto presto. 

Una volta terminati tutti i riti religiosi, cominciano le visite ai parenti: per primi i più anziani, e poi a scalare, per tutte le prime due settimane dell’anno. L’incontro con i parenti inizia con una sorta di formula rituale di saluto (zolgocho ёһо): i giovani stringono con entrambe le mani le mani dei più anziani, esprimendo così il proprio rispetto e la propria disponibilità a sostenerli in qualsiasi momento. Questo si accompagna a dei saluti rituali, che sono collegati con l’allevamento di bestiame e vengono osservati anche da coloro che non possiedono, né mai hanno posseduto, un bovino. Il giovane chiede: “Sono ben nutriti e in salute i suoi manzi e i suoi puledri?” (Buruuntnaj bulšantaj gu?, Daagantnaj dalantaj gu?). L’anziano ogni volta risponde in maniera affermativa: “Sono ben nutriti e sani” (bulšantaj i dalantaj). Un altro saluto comune è Sagaalganaj mèndè!, che è come il nostro “Buon anno!”. Se non si riesce proprio a fare visita ai parenti, si può comunque telefonare o chiamare su Skype. In questi giorni si usa anche partecipare a cerimonie religiose nei dasan, dove i lama e i fedeli pregano per il bene di tutti gli esseri viventi.

 

Buuza

Carne macinata avvolta in pasta e successivamente cotta al vapore


Natura morta buriata. Quadro di Maria Metelkina, 1979. Maria Metelkina. Museo intitolato a C. S. Sampilov

Buuza è una vera e propria marca di prodotti gastronomici buriati. Si possono trovare riferimenti a questa marca praticamente ovunque: nell’arte, nei souvenir, nello username di Instagram della buriata da milioni di follower Vika Buza, e addirittura nella cinematografia (c’è un film interamente dedicato a questa pietanza). Per non parlare della moltitudine di ristorantini lungo la strada che offrono la specialità locale non solo in Buriazia, ma anche nelle regioni limitrofe.

Anche se questa sorta di ravioli è conosciuta in tutta l’Asia, dal Caucaso al Giappone (in Georgia si chiamano chinkali, presso i popoli turchi si chiamano manty, e momo in Tibet), in Buriazia le buuzy eclissano qualsiasi altro piatto indigeno della cultura nomade. La parola buuza deriva dal cinese 包子 (bao-czy), che significa ‘tortino di pasta lievitata con ripieno di carne e/o verdure cotto al vapore’. A differenza dei bao-czy, le buuzy sono ripiene solamente di carne finemente macinata, che viene avvolta in pasta non lievitata. Vanno mangiate così: bisogna mordere la pasta da un lato, succhiare il sugo dal buchetto e poi mangiare la carne e la parte restante del raviolo. È un piatto molto sostanzioso e di conseguenza non caro: in Buriazia una buuza costa intorno ai 35-45 rubli.

 

Ëochor

Danza circolare buriata

Festa in onore della vittoria di Gèsèr. Linoleografia di Aleksandra Sacharovskaja, 1974. – Aleksandra Sacharovskaja, Novosti

Se dovessimo chiedere a un buriato qualsiasi di nominare una danza tradizionale buriata, la prima che gli verrebbe in mente sarebbe lo ëochor. Questo ballo viene eseguito in tutti gli eventi popolari, ma soprattutto durante i naadan e i matrimoni. I ballerini si prendono per mano, formando un cerchio, camminano in senso orario e cantano in coro le canzoni dello ëochor. Cantare queste canzoni richiede una buona conoscenza della lingua e dei canoni della poesia dello ëochor, che oggi si incontrano abbastanza raramente. Quindi la maggior parte delle volte coloro che ballano lo ëochor, lo fanno in silenzio, accompagnati da cantanti o da musiche registrate. E nonostante ciò, questa danza non cade nel dimenticatoio: i movimenti, la poesia, la melodia fungono ancora come fonte di ispirazione per i coreografi: anche se con delle modifiche, ballerini e cantanti professionisti continuano a mettere in scena lo ëochor. Ogni estate ha luogo un festival dal nome “Notte dello ëochor”, durante il quale gli artisti insegnano a tutti i presenti le canzoni e i movimenti del ballo tradizionale.

 

Chamaaguj

È lo stesso, non importa

Bambini in costumi nazionali durante un festival folcloristico. Buriazia, 2008.Polina Kobyčeva, Diomedia

Chamaaguj (o chamaa ugy) è una delle poche parole buriate che sono conosciute anche dai parlanti russo che vivono in Buriazia. Questa espressione è nata dalla fusione di due parole: chamaa, che significa “relazione”, “legame”, e ugy, che significa “no”.

Chamaaguj esprime una indifferenza positiva nei confronti di qualcosa o di qualcuno, oltre che un senso di soddisfazione riguardo a un avvenimento. L’espressione Chamaaguj potrebbe essere considerata il simbolo dell’indifferenza e di un atteggiamento leggero verso una eventuale questione. Chamaaguj vuol dire che un problema è insignificante, non è importante. Manca una nota a piè di pagina in un articolo? “Chamaaguj, non se ne accorgerà nessuno!”. Qualcuno ci ha consigliato di rifare il pavimento? “Chamaaguj, si può aspettare ancora un po’!”.

La parola Chamaaguj è talmente diffusa che è diventata un’ispirazione per il nome della pagina di meme buriata “Chamaguisty” e anche per il gruppo rock “Chama Ugy”.  

 

Boltogoj

Così sia!

Quadro di Dugar-Dorža Tudupov, 1940. Museo nazionale della Repubblica buriata.

In qualsiasi cerimonia buriata, che si tratti di un matrimonio, di un anniversario oppure di un grande concerto, si può sentire l’esclamazione “Boltogoj!”. Si tratta di una espressione che deriva dall’antica forma ottativa del verbo bolocho (realizzarsi, diventare), che viene spesso tradotta con “così sia”.

Non ci sorprende che da questa espressione derivino molte altre lunghe ureèly (auguri), che sono tuttora popolari e vengono utilizzate durante tutte le festività. Il primo “Boltogoj” lo dice colui che inizia e finisce l’augurio, e solo successivamente tutti gli ospiti presenti esclamano in coro: “Boltogoj!”. In questo modo loro fanno vedere che accolgono e approvano tutto quello che è stato detto, e si uniscono ai buoni auspici. Dal momento che questa espressione è strettamente legata alle formule di auguri, boltogoj ormai viene associato esclusivamente all’atmosfera di una grande festività o cerimonia. Gli ureèly migliori si possono sentire dagli anziani, perché la parola “boltogoj” non è solamente l’avverarsi di un augurio, ma anche un simbolo di benedizione da parte dei parenti più anziani.

 

FONTE: Arzamas, 08 /10/ 2020 – di Vjačeslav Ivanov, Amgalan Žamcoev  

 

Traduzione di Beatrice Marchesini: Sono nata a Verona nel 1995. Dopo avere conseguito la laurea triennale alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Trieste nel 2018, ho proseguito e portato a termine i miei studi presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Ho avuto la possibilità di trascorrere due periodi di Studio a Mosca, durante i quali il mio entusiasmo e il mio interesse verso la cultura russa non hanno fatto che crescere. Attualmente lavoro come interprete e traduttrice freelance. LINKEDIN

 

 

 

Russia in Translation

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