I capolavori del futurismo italiano in mostra al Museo Russo di San Pietroburgo

I capolavori del futurismo italiano in mostra al Museo Russo di San Pietroburgo
Vladimir Baranov-Rossiné. «Rapsodia norvegese. Motivo invernale da Trondheim». Circa 1919. Foto: Museo Russo di Stato

 

A San Pietroburgo è stata inaugurata la mostra «Futurismo italiano dalla Collezione Mattioli. Cubofuturismo russo dal Museo Russo e collezioni private», che espone raffinati modelli di stile

 

Mentre a Milano, a Palazzo Reale, è in corso la mostra «Divine e Avanguardie. Le donne nell’arte russa» dalla collezione del museo Russo, prorogata di sei mesi[1] rispetto alla data iniziale, a San Pietroburgo sono stati inviati 26 quadri della collezione Gianni Mattioli. La collezione, per la prima volta interamente esposta all’estero, merita una menzione particolare. Per la mostra il museo Russo ha deciso di integrarla con 50 opere di avanguardisti nazionali, realizzate nello stesso periodo dei quadri futuristi italiani: gli anni Dieci.

Le due componenti della mostra sono disposte in diverse zone del castello Mikhajlovskij e l’idea non fa che giovare al progetto, che si articola non su analogie, assimilazioni, rimandi o richiami. E neanche su evidenti divergenze di vedute tra gli artisti italiani e russi dal punto di vista estetico, artistico e politico.

 

Bensì viene proposta una riflessione sulla capacità dell’arte di anticipare o meno il futuro, obiettivo a cui più di un secolo fa i futuristi di diversi paesi aspiravano seriamente. I loro simboli erano l’urbanizzazione, il potere della meccanica, il movimento e la velocità. E gli avanguardisti russi, nonostante invitassero a rifarsi all’arcaicità, al primitivismo, a «rimuovere il superfluo» e così via, riconoscevano il pregio della civiltà occidentale, dall’abbigliamento agli aeroplani.

 

Nel febbraio 1909 il famoso manifesto futurista venne pubblicato sul quotidiano Le Figaro da Filippo Marinetti. Già due settimane dopo il testo comparve anche sulla rivista pietroburghese Večer. Quando nel 1941 Marinetti si recò in Russia in tournée (è così che i contemporanei intesero quella visita), l’aggiunta di un tono di protesta non fece che aumentare la popolarità del fondatore del futurismo. Da un lato Velimir Khlebnikov e Benedikt Livšinc distribuirono volantini raffiguranti «nativi che si prostravano ai piedi di Marinetti». Dall’altro Mikhail Larionov esortò a gettargli addosso alimenti non proprio freschi. Il risultato fu che all’interno di quel potente spettacolo ognuno si ritrovò a interpretare un ruolo prestabilito.

 

Il collezionista milanese Gianni Mattioli (1903–1977) faceva al caso dei futuristi. Proveniente da una famiglia borghese ridotta in miseria, lasciò presto la scuola per andare a lavorare come addetto alle consegne in fabbrica. L’interesse per le avanguardie artistiche avvicinò il giovane Mattioli prima all’artista Fortunato Depero e poi allo stesso Marinetti. Mattioli completò la sua collezione di futuristi in breve tempo: in soli cinque anni nel dopoguerra radunò quadri di grande pregio, realizzati da 11 artisti tra il 1910 e il 1921. Dopodiché si dedicò esclusivamente alla promozione del futurismo, esibendo la sua collezione in tutto il mondo. Nel 1972 l’Italia riconobbe 26 dei suoi quadri patrimonio nazionale e da quel momento in avanti la collezione al completo non è più uscita dal Paese. Dopo questa permanenza in Russia entrerà a far parte dell’esposizione permanente della seconda sede della Pinacoteca di Brera, Brera Modern[2], a Milano.

 

La mostra dedica particolare attenzione a tre dipinti: «La Galleria di Milano» di Carlo Carrà, «Materia» di Umberto Boccioni e «Ballerina in blu» di Gino Severini.

 

Gino Severini, «Ballerina in blu», dettaglio, 1912. Collezione Gianni Mattioli, Milano. Foto: Museo Russo di Stato

 

Nel suo quadro Carrà raffigurò la famosa galleria Vittorio Emanuele: sotto l’insegna del ristorante Biffi si intravedono i profili degli avventori, seduti ai tavolini.

 

L’artista ha frammentato la cupola in vetro della galleria per mostrare quanto tutto sia mutevole a questo mondo, con il suo comporsi e ricomporsi. Il famoso storico dell’arte Roberto Longhi riteneva che questo fosse l’unico quadro futurista in grado di reggere il confronto con i maestri Pablo Picasso e Georges Braque. Tra l’altro il ristorante si trova di fronte a Savini, di cui Marinetti era un assiduo avventore. Forse il quadro rappresentava anche dei ricordi personali di Mattioli.

 

Boccioni considerava «Materia» la sua opera più importante. L’artista raffigurò la madre sullo sfondo di un paesaggio industriale, in cui ogni cosa è in movimento e cambia continuamente, compreso il viso della donna. Soltanto le grandi mani in primo piano sono immobili. Questa scelta voleva esprimerne la stanchezza o, al contrario, una potenziale concentrazione di energia?

 

Severini realizzò «La ballerina» a Parigi, in un’atmosfera di pieno trionfo cubista. La ragazza, raffigurata mentre esegue dei passi di flamenco, occupa con il suo movimento tutto lo spazio circostante, compresi i tavolini e il cameriere in giacca rossa. L’occhio vigile dei critici d’arte ha permesso di appurare che fu Guillaume Apollinaire a suggerire all’artista di aggiungere dei lustrini all’abito azzurro della ballerina. Il poeta aveva notato questa tecnica nei quadri dei pittori italiani del Medioevo.

 

La mostra ospita più di 70 quadri. Foto: Museo Russo di Stato

 

Ognuno dei 26 quadri della collezione meriterebbe un discorso a parte, il che non fa che confermare l’impeccabile scelta di Mattioli. È d’obbligo menzionare l’ultimo dei suoi acquisti: il quadro «Dinamismo di un ciclista» di Umberto Boccioni. I muscoli tesi del ciclista si confondono con lo spazio che attraversa, formando così una composizione dinamica e astratta. Il quadro ha tratto ispirazione dalle prime gare ciclistiche del «Giro d’Italia». L’accostamento di blu, giallo e viola aggiunge espressività all’opera. Inoltre, Boccioni conosceva Vasilij Kandinskij. Ecco dove si spinse il futurismo, dopo un inizio di scandali e dichiarazioni provocatorie.

 

È impossibile staccare gli occhi dalla pittura metafisica di Giorgio Morandi. I suoi monocromatici «Fiori» non hanno nulla da invidiare a quelli di Paul Cézanne quanto a energia. L’opera «Frammento» raffigura un nudo di donna che l’autore ha ritagliato dalla tela originaria, in cui erano presenti altri personaggi analoghi. È come se si trattasse del frammento di un affresco antico conservatosi per miracolo. Mentre il minimalista «Bottiglia e vaso da frutta» è uno dei primi capolavori che fanno parte delle opere più note di Morandi.

 

Nel quadro metafisico «L’amante dell’ingegnere» Carrà rappresentò la sua compagna in forma di scultura e se stesso (forse un ingegnere dell’animo umano?) con un triangolo e un cerchio. Come piatto forte Mattioli servì infine il ritratto dell’artista Frank Haviland realizzato da Amedeo Modigliani. In esso figura il pittore, appassionato d’arte e mecenate, che aveva uno studio nel quartiere Montparnasse e supportava i colleghi artisti. Proprio questo quadro sancì il passaggio di Modigliani dalla scultura alla pittura nel 1914. I tratti puntinistici e il fondo lasciato incompleto sono tecniche eccezionali che l’autore non ripeté più in seguito.

 

Natalija Gončarova. «Ciclista». 1913. Foto: Museo Russo di Stato

 

E la parte dedicata all’arte russa? Le opere «Fabbrica» («Futurismo») e «Il ciclista» di Natalija Gončarova, «Uomo + aria + spazio» e «Ritratto del filosofo» di Ljubov’ Popova, «La città di notte» e «Mosca. Città sintetica» di Aleksandra Ekster, «L’aviatore» e «Ritratto perfezionato di Ivan Klun» di Kazimir Malevič, i quadri di Ol’ga Rozanova e Nadežda Udal’cova, Aleksandr Bogomazov e Vladimir Lebedev abbellirebbero qualunque progetto. Ma si tratterebbe ancora di parlare dell’influenza del cubismo sugli artisti russi. Oppure delle «amazzoni dell’avanguardia russa». L’impressione è invece che il museo abbia ritenuto insufficiente il repertorio della sezione italiana e abbia deciso di integrarlo con opere di artisti russi.

 

Il futurismo è durato circa dieci anni, fino all’inizio degli anni Venti. A quell’epoca entrambi i paesi assistettero a un cambio repentino della scena politica. Gli slogan e la stessa attività degli artisti divennero superflui. Ovviamente il futurismo non si concluse senza lasciare una traccia nella cultura europea. Ma la fiducia disperata dei suoi sostenitori nel progresso si rivelò troppo ingenua. Pertanto non ebbero successo come futurologhi, ma in qualità di artisti manifestarono una forza notevole.

 

Museo Russo di Stato

«Futurismo italiano dalla Collezione Mattioli. Cubofuturismo russo dal Museo Russo e collezioni private»

Fino al 4 ottobre

 

Fonte: The Art Newspaper, 26.07.2021 – di Vadim Mikhajlov, traduzione di Paola Ticozzi

[1] Fino al 19 settembre 2021.

[2] Apertura prevista per il 2022.

Paola Ticozzi

Nella rete di casualità e cambi di rotta che mi contraddistinguono ci sono due costanti: la letteratura russa e Mosca. La traduzione è il ponte di collegamento tra questi poli di attrazione e la mia vita quotidiana. Il tutto con un pizzico di goffaggine.