La deportazione dei ceceni e degli ingusci attraverso gli occhi dei testimoni

Il 23 Febbraio 1944 ebbe inizio la violenta deportazione di quasi mezzo milione di ceceni ed ingusci verso le terre del Kazakhistan e Kirghizistan. Come si svolse l’operazione segreta, con nome in codice di “Čečeviza”, che portò alla morte di decine di migliaia di persone? Lo raccontiamo attraverso i ricordi delle vittime e i documenti ufficiali.

 

Il 23 Febbraio 1944, 77 anni fa, ebbe inizio lo sradicamento di quasi mezzo milione di Vajnaki (ceceni ed ingusci) dalla Repubblica autonoma socialista sovietica Ceceno-Inguscia (ASSR) verso i territori adiacenti di Kazakhistan e Kirghizistan. L’operazione, elaborata segretamente e soprannominata con il nome in codice di “Čečeviza”, fu una delle più grandi deportazioni di carattere etnico nella storia dell’Unione Sovietica.

Secondo la versione ufficiale, pubblicata post factum, motivo scatenante della deportazione fu il fatto che «molti ceceni ed ingusci cambiarono patria, passarono dalla parte degli occupanti fascisti, entrarono nelle fila di spie e sabotatori… sotto la guida dei tedeschi, formarono bande armate per la lotta contro il potere sovietico … nel corso degli anni presero parte ad azioni armate contro il regime sovietico».

L’operazione speciale ebbe come conseguenza la morte di decine di migliaia di persone, e non solo durante il viaggio, ma anche nelle “sistemazioni speciali” create per loro, a causa delle difficili condizioni di vita (mancanza di strutture abitative, insufficienza di sostentamenti, di ausili medici, di abbigliamento e di materie di prima necessità).

Dopo la deportazione dei suoi cittadini, l’ASSR Ceceno-Inguscia fu abolita ed i territori che ne facevano parte furono suddivisi tra la neonata regione di Groznyj, l’ASSR del Daghestan, quella dell’Ossezia del Nord e la repubblica socialista sovietica georgiana (SSR).

Nel gennaio 1957 la repubblica Ceceno-Inguscia fu ristabilita, seppur con alcuni cambiamenti nei confini. Tra il 1957 e il 1961 gran parte della popolazione vajnaka repressa fece ritorno in patria.

 

A Starij Atag venne annunciato che la popolazione cecena veniva deportata per ordine di Stalin. Riunirono tutti ed iniziarono a portarci via dal villaggio. Da noi vennero tre militari e chiesero se ci fossero adulti. Io dissi che aspettavo mia mamma e mio fratello, che lavoravano nella fabbrica di armi di Groznyj. I soldati mi dissero che non serviva aspettarli, che non tornavano, e si misero ad aiutarmi a radunare un po’ di cose, mi consigliarono di portare con me qualcosa da mangiare e vestiti caldi. Tra i generi alimentari, scelsi la farina di mais, tra i vestiti caldi, il cappotto di mamma ed una vecchia giacca imbottita di mio padre. Ci pensai un secondo e presi anche la macchina da cucire “Singer”, che mi diede modo di sopravvivere in Kazakhistan.
Arrivammo a Groznyj con un carro. Speravo così tanto di incontrare i miei, mia mamma e mio fratello. Facevano sedere 10-15 famiglie per ogni vagone merce ed ogni famiglia cecena aveva circa 6/7 bambini».

– Dai ricordi di Zalva Musaevaja, inviati dal villaggio di Starij Atag, ASSR Ceceno-Inguscia

 

« Massima segretezza

<…>

Il comitato della difesa di stato DECRETA:

  1. si incarica l’NKVD[1] dell’URSS di inviare a febbraio-marzo dell’anno corrente fino a 400 mila uomini per il collocamento dei deportati speciali nella Repubblica Socialista Kazaka e fino a 90 mila uomini nella Repubblica Kirghisa.

È necessario che i SNK[2] dell’ SSR (Repubblica Socialista Sovietica Kazaka) e dell’ SSR Kirghisa garantiscano la ricezione, la distribuzione e la collocazione lavorativa dei deportati speciali.

  1. La gestione dei deportati speciali in arrivo deve avvenire tenendo conto del loro inserimento, in primo luogo, nell’economia agricola del villaggio e nella gestione del bestiame (sovchoz – denominazione per le aziende agricole statali, economie di sostegno, kolkoz), e nell’inserimento di operai e militari nelle industrie della zona a seconda delle loro competenze.

I deportati speciali saranno distribuiti, innanzitutto, negli edifici vuoti dei kolchoz, dei sovchoz e delle fabbriche, anche se ammassati.

È necessario che l’NKVD di stato comunichi con anticipo ai Consigli dei Commissari del popolo della Repubblica Kazaka e di quella Kirghisa le date di arrivo dei convogli dei deportati speciali.

  1. È necessario che i Consigli dei Commissari del popolo dell’SSR Kazaka e di quella Kirghisa garantiscano il più veloce coinvolgimento dei deportati speciali in arrivo nelle cooperative agricole ed artigiane, l’assegnazione di un appezzamento di terreno personale, come previsto dal regolamento della cooperativa agricola e la disponibilità a collaborare per la costruzione delle case dei deportati attraverso la fornitura di materiali di costruzione, legna, chiodi e vetro pervenuti a questo scopo dai fondi statali e dai cittadini locali.

<…>

  1. Al fine di garantire il sostentamento dei 490 000 mila deportati spec. in arrivo nella Repubblica Kazaka e in quella Kirghisa è necessario che il Narkomzag[3] di stato metta a disposizione dell’ SNK Kazako fino al prossimo raccolto, che avverrà tra quattro mesi, 4800 tonnellate di farina e 2400 tonnellate di frumento e a disposizione dell’ SNK Kirghiso 1200 tonnellate di farina e 600 tonnellate di frumento, distribuiti equamente ogni mese. Per coprire i costi di questi fondi (grano e altri prodotti) percepiti dai deportati verranno utilizzate delle ricevute di cambio.

<…>

9.È necessario che il Narkomzag, il Narkomzem[4], il Narkommjasomolprom[5] e il Narkomsovchzov[6] nel corso del 1944 (e per quanto riguarda i cavalli nel corso di 1944-1945) producano una stima con i deportati-spec della repubblica Kazaka e di quella Kirghisa sulle ricevute di cambio per il bestiame ed i prodotti agricoli dati loro, al netto delle spese comuni, come illustrato nel punto 7 del presente decreto.  L’SNK della repubblica Kazaka conduca una verifica ed un monitoraggio affinché le operazioni di scambio si svolgano tempestivamente.

– Decreto “Sull’assemblea per la distribuzione dei deportati speciali nei territori delle repubbliche socialiste sovietiche di Kazakhistan e Kirghigistan”

 

«1. la formazione di soldati semplici, di sergenti e di ufficiali …La divisione di Ordžonikidzevsk è già stata informata del compito assegnatole e si è mobilitata per preparare e condurre manovre d’inverno nei territori montuosi.»

<…>

  1. le relazioni tra militari, organi del potere e cittadini locali sono normali. La popolazione locale mostra grande interesse per gli scopi che portano guarnigioni militari nelle loro zone abitate. All’arrivo di una divisione di 10 uomini alla stanica (villaggio cosacco) di Iščersk, popolata da cittadini russi, alcuni abitanti hanno affermato che delle guarnigioni dell’armata fossero sono sopraggiunte per la deportazione dei Ceceni. 
    Nei luoghi di stanziamento di 132 uomini i cittadini ceceni hanno dichiarato: …Se ci deportano in Siberia, non ci andiamo. Che spediscano loro in Turchia”.

<…>

Al fine di tranquillizzare la popolazione locale, alcune guarnigioni hanno condotto e conducono esercitazioni tattiche con fucili militari (a proposito delle quali la popolazione è stata avvertita per tempo attraverso le autorità locali), altre prestano aiuto ai kolchoz per il trasporto delle sementi, organizzano la proiezione di film, concerti per i locali.

– Informazioni sullo stato polito-morale delle truppe del settore 2.
4 febbraio 1944

 

«Mi svegliai di soprassalto perché le donne piangevano ed urlavano. Gli uomini erano tornati dalla moschea e arrivarono da loro, nei pressi del cortile, molti soldati. Avevamo un cane, Chagi, il nonno lo portò a casa che era ancora un cucciolo… non lasciò entrare i soldati nel cortile. E allora uno dei soldati tirò fuori il fucile e sparò al nostro cane. Sentii lo sparo, corsi alla finestra e vidi che si dimenava in una pozza di sangue rossa.»

 

– dai ricordi di Issa Kodzoev
                      Deportato con la famiglia dal villaggio   
                      di Angušt nella Repubblica Ceceno   – Inguscia.

 

«Il 22 febbraio la popolazione si preparava a festeggiare il 23 febbraio 1944, ventesimo anniversario dell’armata sovietica. In occasione della festa, i militari ricevevano regali dai civili in segno di ringraziamento: montoni, polli, oche e tacchini. Ovunque la carne abbondava. Nella notte del 23 febbraio ci fu un rinforzamento dei soldati di guardia. Per strada, in ogni quartiere, in ogni cortile, si trovava una guardia, di modo da garantire la riuscita dell’operazione in corso.

<…>

Alle 7 di mattina del 23 febbraio iniziarono a condurre tutti gli uomini ad un comizio per la giornata dell’armata rossa. Si riunì nella piazza di fronte alla scuola tutta la popolazione maschile. <…> un fitto anello di soldati circondò da ogni lato gli uomini riunitisi per il comizio, c’erano mitragliatrici posizionate ad ogni finestra della scuola. Io e il colonnello Gukovij ci avvicinammo agli uomini radunatisi, salii in piedi sul cofano della macchina e spiegai della deportazione. Comunicai la decisione del partito e del governo di deportare tutti gli ingusci e i ceceni in un’altra regione dell’Unione Sovietica. Dissi che per il completamento dell’operazione di spostamento in tutte le zone abitate era disposto un numero molto alto di soldati e che qualsiasi forma di opposizione avrebbe portato ad un insensato spargimento di sangue tra la popolazione disarmata. Dissi loro, indicando il cimitero, che avrei preferito giacere lì, piuttosto che raccontar loro questa terribile storia.

<…>

Tutti gli uomini, tenuti sotto tiro, circondati dall’anello di militari, furono condotti al raccordo ferroviario della fabbrica di conserve, a tre km circa da qui. Basorkino non diede loro la possibilità di tornare dalle loro famiglie. La notte precedente cadde una neve fitta come non mai. Sfidarono il gelo. Le famiglie, avvisate della deportazione, si avviarono per ricongiungersi con i capi famiglia al raccordo ferroviario, dove erano stati radunati, prima, gli uomini. Donne e bambini, anziani e malati, come un torrente ininterrotto, con i loro pochi averi sulle spalle, si trascinavano per la strada innevata verso il raccordo ferroviario della fabbrica di conserve. Bambini coperti a malapena, con i piedi nudi, donne sconcertate, madri con bambini addormentati, infermi e anziani si trascinavano verso quel punto. Era un quadro terribile, che ti scombussola nel profondo dell’anima, difficile da descrivere a parole, senza piangere.»

                                                                                                                                                                                 – Dai ricordi di Abdul-Gamid Tangiev,

                                               vicepresidente del Sovnarkom per l’industria
                                                              della Repubblica autonoma Socialista Sovietica
                                                              Cecena e Inguscia 

Scena del film “Cholod”. Regista Chusejn Erkenov. 1991. Cinestudio Erchus.

«La preparazione dell’operazione per la deportazione di ceceni e ingusci si è conclusa.
Dopo la messa a punto dell’operazione, sono state prese in considerazione, come soggetti della deportazione, 459.486 persone, compresi coloro che vivono nel Daghestan, al confine con il territorio Ceceno Inguscio e il Vladikavkaz. Nel mio reparto si tiene il punto dei preparativi al trasferimento e si prendono le decisioni più importanti.

Tenendo conto della portata dell’operazione e della difficoltà delle aree montuose, è stato deciso che la deportazione avverrà nell’arco di 8 giorni (includendo la sistemazione della gente nei convogli), durante i quali, nei primi tre giorni, verrà portata a termine l’operazione in tutti i territori collinari e pianeggianti e in alcune zone montane, con la partenza di oltre 300 mila persone, e nei restanti quattro giorni avverrà il trasferimento di tutte le zone montuose, con la partenza delle restanti 150 mila persone. 

Nel periodo del completamento dell’operazione nelle regioni pianeggianti, cioè nei primi tre giorni, tutti i territori abitati delle regioni montuose, dove il trasferimento avverrà tre giorni più tardi, saranno bloccati già in anticipo da comandi militari condotti li dal capo dei Čekisti. 

Tra ceceni ed ingusci c’è molto dialogo, soprattutto in relazione all’arrivo dei militari. Parte della popolazione reagisce all’arrivo dei soldati in conformità con la versione ufficiale, secondo cui presumibilmente si svolgeranno delle esercitazioni militari in territori montuosi di parte dell’armata rossa. Un’altra parte della popolazione sostiene che verranno deportati ceceni ed ingusci. Altri ancora credono che verranno deportati banditi, spie tedesche ed altri elementi antisovietici.

<…>

<…> nei prossimi giorni verrà completamente portata a termine la preparazione e la deportazione dovrebbe iniziare il 22 o il 23 febbraio.»

 

– Telegramma di Lavrentij Berija a Iosif Stalin. 
17 febbraio 1944 

 

«A casa nostra hanno vissuto per qualche mese quattro ufficiali. Dividevano una stanza. La sera, la nonna, in via del tutto eccezionale, preparava per loro un pasto caldo. Diceva: “sono soldati, gente infelice, lontana da casa”. Poi venne fuori che erano ufficiali che stavano pianificando la nostra deportazione. Io ero piccolo, giocavo spesso con loro, mi incuriosivano. Mi davano un po’ di zucchero, o un boccone di pane. Un giorno uno di loro me lo prese dalle mani. Io gli diedi una sberla e gli sputai. Era la reazione al fatto che la zia, la mamma e la nonna piangevano. Poi l’ufficiale chiese a mio padre “Ajub, perché lo ha fatto?” e mio padre “non ci arrivi da solo a capirlo? Cosa fate al nostro popolo?”, più tardi, in Kazakhistan, mio padre disse “Nessuno dei nostri uomini osò ribellarsi al nemico. Mio figlio fu l’unico a fare qualcosa, nessuno tento più di fare nulla”».

                                                                                                                                                                         – dai ricordi di Issa Kodzoev

 

«Per un efficace svolgimento dell’operazione di deportazione di ceceni ed ingusci, sotto vostra indicazione, in aggiunta a quanto stabilito nell’assemblea čechista-militare, è stato fatto quanto segue:

  1. È stato scelto da me come presidente del Sovnarkom Mollaev, a cui ho comunicato la decisione del governo su ceceni ed ingusci e le motivazioni che hanno portato a tale scelta. Mollaev, dopo la mia comunicazione, ha pianto, ma si è ripreso ed ha promesso di eseguire tutti i compiti che gli verranno assegnati riguardo la deportazione. A tal proposito, insieme a lui, a Groznyj sono stati convocati e nominati 9 capi operai tra ceceni e ingusci, a cui è stato spiegato il percorso del trasferimento di ceceni ed ingusci e le motivazioni dello stesso. È stato suggerito loro di prendere parte attivamente alla comunicazione ai cittadini della decisione del governo sulla deportazione, sulle condizioni di stabilimento nei luoghi a loro destinati. Sono stati impartiti i seguenti ordini:

per evitare eccessi, si invita la popolazione al costante adempimento degli ordini dati dagli operai, che monitoreranno il trasferimento.

Gli operai presenti si sono detti pronti ad impegnare le loro forze per il raggiungimento degli scopi desiderati e si sono fisicamente già messi al lavoro. 

40 uomini, tra lavoratori sovietici o membri del partito di origine cecena – inguscia, si sono aggregati a noi  in 24 aree differenti con l’obiettivo di individuare, per ogni punto popolato, 2-3 uomini tra i locali collaboratori, i quali, il giorno della deportazione, fino all’inizio dell’operazione, dovranno fornire chiarimenti sulla decisione del partito riguardo alla deportazione ad un gruppo-speciale di lavoratori riuniti da noi.

Inoltre, ho avuto un colloquio con le più influenti figure religiose ceceno-ingusce, Arsanovij Baudin, Jandarovij Abdul Gamid e Gajsumovij Abbas, ed è stato spiegato anche a loro della decisione del partito e, dopo un’ adeguata risposta, è stato consigliato loro di condurre l’indispensabile lavoro di divulgazione dei fatti ai cittadini attraverso il mullà, a loro legato e le altre autorità locali.

Le autorità religiose individuate, in accordo con i nostri lavoratori, si sono già messi all’opera con il mullàh e il miurid, imponendo loro di esortare la popolazione all’obbedienza delle disposizioni date dagli organi del potere. Così come  ai lavoratori del partito sovietici, così anche alle autorità religiose da noi impiegate, sono state promesse delle ricompense per la deportazione (verrà in qualche modo concesso loro di portare un maggior numero di effetti personali durante il trasporto).

È indispensabile che per l’accompagnamento dei deportati, sia le truppe militari che i lavoratori “operativi” siano radunati direttamente nel luogo dell’operazione, ossia la struttura comando-operativa costruita appositamente per lo svolgimento dell’operazione. La deportazione comincerà il 23 febbraio, all’alba. A partire dalle due di notte tutte le zone popolate saranno circondati e prima ancora, i luoghi di appostamento saranno occupati dai gruppi operativi per impedire la fuga dei cittadini dalle zone abitate. All’alba gli uomini saranno chiamati a radunarsi dai nostri lavoratori operativi e verrà spiegata loro, nella loro lingua, la decisione del partito sulla deportazione di ceceni e ingusci. gli uomini delle zone montuose non saranno convocati, in virtù della scarsa densità di popolazione.

Dopo questa riunione, verranno invitati a scegliere 10-15 uomini per comunicare alle famiglie di fare  i bagagli, gli altri verranno disarmati e smistati verso i convogli. La cattura degli elementi antisovietici, destinati al carcere, è già terminata. Credo che l’operazione di deportazione di ceceni ed ingusci sarà svolta con successo ».

-Telegramma di Lavrentij Berija a Iosif Stalin. 
22 febbraio 1944 

 

«Suddivisero i deportati in categorie, ai non trasportabili fu ordinato di rimanere a casa. Dicevano sarebbe arrivata, più tardi, una squadra sanitaria che li avrebbe portati in treno, con medici e condizioni migliori.

Alcuni dunque lasciarono con gioia queste persone. Arrivò una squadra di militari, portarono vecchi e malati in un luogo sopraelevato, poi li fucilarono da un’altra collina».

                                                                                                                                                                         – dai ricordi di Issa Kodzoev

 

«Oggi, 23 febbraio, all’alba, è iniziata l’operazione di deportazione di ceceni ed ingusci. La deportazione si svolge come previsto. Non ci sono eventi da segnalare. Si sono verificati sei casi di tentativo di opposizione da parte di figure diverse, che hanno tentato di superare i soldati o di difendersi con le armi.

Sono state arrestate 842 persone, tra quelle che erano state catturate in relazione all’operazione. Alle 11 di mattina erano state mosse dai centri abitati 94741 persone, cioè più del 20% degli abitanti del posto e di queste, 20023 persone sono state caricate sui convogli ferroviari».

– Telegramma di Lavrentij  
    Berija a Iosif Stalin. 
    23 febbraio 1944 

 

«Nella nostra macchina c’erano venti persone del nostro cortile. Nessuno ha tentato di scappare. Le guardie avevano le mitragliatrici – cosa potevamo fare? lungo la strada si vedevano i segni delle mitragliatrici. Alle ore quattro siamo arrivati al treno. La strada era intasata di macchine  … Immaginatevi, deportavano un popolo intero! Correva voce che ci avrebbero imbarcato su delle navi e che ci avrebbero lasciato in mare. Mio padre tranquillizzava la gente, diceva che era una decisione di Dio e che dovevamo sottometterci a lui, proteggere la famiglia, credere in tutto ciò che di meglio avevamo. Ricordo che le donne piangevano, non volevano andarsene dalla loro terra e mio padre gridava loro di non piangere, di non far vedere loro le nostre lacrime. Io non so nemmeno se avessi paura, ma sentivo che era qualcosa che non era mai accaduta prima, qualcosa di molto brutto. Avevo sei anni».

                                                                                                                                                                         – dai ricordi di Issa Kodzoev

 

«Deportarono tutta la mia famiglia, ma non abbiamo più visto mio padre. Il 23 febbraio lo portarono da qualche parte, lo trascinarono fuori di casa mezzo svestito… dopo qualche tempo ci comunicarono che lo avevano fucilato. <…> alla fine del 1943, nel nostro villaggio si stabilirono dei rappresentanti dell’NKVD, indossavano uniformi. Per il villaggio iniziò a girare voce che preparavano il processo di deportazione degli ingusci. Nonostante sapessero tutti perfettamente che nel 1943 avevano deportato gli abitanti di Karačaj, tutti speravano nel meglio e pensavano che il nostro popolo non sarebbe andato incontro a quel triste destino. Ed ecco che arrivò il 23 febbraio 1944. Ci dissero di fare i bagagli, che ci lasciavano 24 ore per questo. Iniziammo a piangere. Mamma chiese dove ci portavano. Le risposero male, troncarono il discorso. Dissero che andavamo a morire di fame, se non fossi morti durante il viaggio, naturalmente…  <…>. Nessuno tentò di opporsi, tutti temevano che ci avrebbero ucciso. Mamma ci disse che ci comportammo come topi. Vedemmo una donna che voleva scappare, un uomo in uniforme la colpì dritto sul viso, lei cadde a terra.Al momento della deportazione eravamo in sette in famiglia. <..> Il fratello più piccolo aveva meno di tre mesi …. Morì di fame lungo la strada. Mi ricordo come piangeva mamma. Durante il tragitto non mangiava nulla e quindi non poteva produrre latte. Così morì il piccolino. Arrivarono i soldati di scorta, perlustrarono il vagone e lo gettarono sul ciglio della strada. Non era un fatto raro, si comportavano con noi come fossimo animali… ».

– dai ricordi di Ašat Masievij, deportato con la famiglia dal villaggio di Ekaževo della Repubblica Ceceno-Inguscia.

 

« 1. Espongo i risultati parziali dell’operazione di deportazione di ceceni ed ingusci.

La deportazione è iniziata il 23 febbraio nella maggior parte delle aree, ad esclusione dei centri abitati situati nelle aree montuose.

Entro il 29 febbraio, sono state sfrattate e caricate sui treni 478479 persone, di cui 91250 ingusci e 387229 ceceni.

177 convogli sono stati riempiti, di cui 159 sono già stati spediti nel nuovo territorio adibito ai deportati.

Oggi è partito il convoglio con i più alti capi dei lavoratori e le autorità religiose ceceno-ingusce, che sono stati impiegati da noi per lo svolgimento dell’operazione.

In alcune zone di alta montagna dell’area di Galančožskij sono rimasti 6.000 ceceni a causa di un forte nevicata e dell’impraticabilità della strada, verranno sgomberati e caricati sui convogli nei prossimi due giorni.

L’operazione si è svolta in maniera organizzata e senza seri episodi di opposizione o altri incidenti.

I casi di tentativo di fuga e di nascondiglio dalla deportazione hanno avuto carattere sporadico e, senza esclusione alcuna, sono stati intercettati.

È in corso il rastrellamento delle aree forestali, dove sono state lasciate temporaneamente una guarnigione delle truppe dell’NKVD e un gruppo operativo della Čeka.

Durante la preparazione e lo svolgimento dell’operazione sono stati arrestati 2016 elementi antisovietici tra la popolazione cecena ed inguscia e sono state sequestrate 20072 armi da fuoco, di cui 4868 fucili, 479 mitragliatrici ed armi automatiche. 

La popolazione dei territori confinanti con quello ceceno inguscio hanno accolto la deportazione con approvazione.

Le autorità degli organi sovietici e del partito dell’Ossezia del nord, del Daghestan e della Georgia si sono già messi all’opera per l’acquisizione delle aree rimaste inabitate. »

 

– Telegramma di Lavrenij Berija a  
  Iosif Stalin

  29 febbraio 1944 

«In relazione al fatto che nel periodo della Grande Guerra Patriottica, in particolare mentre agivano le truppe tedesco-fasciste nel Caucaso, molti ceceni e ingusci hanno tradito la Patria, sono passati dalla parte degli occupanti fascisti, hanno agito nelle file dei sabotatori e degli agenti segreti mandati dai tedeschi sulle retrovie dell’Armata Rossa, hanno formato su ordine dei tedeschi delle bande armate per la lotta contro il potere sovietico, e inoltre considerando che molti ceceni e ingusci nel corso di alcuni anni hanno preso parte ad azioni armate contro il potere sovietico e per un periodo di lunga durata, non essendo impegnati nel lavoro onesto, hanno compiuto aggressioni banditesche nei kolchoz delle regioni adiacenti, hanno derubato e ucciso i cittadini sovietici, il Presidium del Soviet Supremo ha deliberato:

  1. Che tutti i ceceni e gli ingusci residenti nella ASSR Ceceno-Inguscia siano trasferiti, ed anche coloro che vivono nelle regioni ad essa adiacenti, in altre zone dell’URSS, e di liquidare la ASSR Ceceno-Inguscia.
    2. Che il sovnarkom dell’URSS distribuisca ceceni ed ingusci nelle nuove terre a loro destinati e che si presti l’aiuto statale necessario per la costruzione dell’impianto agricolo.»

– decreto «sulla liquidazione dell’ASSR
                      ceceno-inguscia e sulla struttura
                      amministrativa del suo territorio.»

                                                           7 marzo 1944

 

«C’era un’afa terribile. C’erano caldo soffocante e freddo allo stesso tempo. Il nonno notò una piccola fessura nel vagone, lo ingrandì con un ago, e ci appoggio la bocca. Non dimenticherò mai il sapore di quell’aria così dolce».

     – Dai ricordi di Issa Kodzoev         

Famiglia inguscia Gazdievyj al capezzale della figlia defunza. Kazakhistan, 1944. Wikimedia commons

«Riferisco che le partenze dei deportati ceceni ed ingusci si sono concluse alle 17.00 del 23.2.44. Per il viaggio sono stati predisposti in tutto 180 convogli da 65 vagoni ciascuno, per un totale di 493.269 uomini trasportati. In media, 2740 persone per convoglio. 

Il tragitto dei convogli verso i territori di interesse è iniziato il 23.2.44 e si è concluso il 20 marzo dello stesso anno. La durata del viaggio dei convogli è stata da 9 a 23 giorni, con una media di 16. 
Sono giunti a destinazione 180 convogli, 491.748 persone. 

Durante il viaggio si sono verificate 56 nascite, 285 persone sono state consegnate in strutture sanitarie per infermità, 1272 persone sono decedute, il che corrisponde a 2.6 persone ogni 10000 deportati. 
Secondo i dati del dipartimento statistico del RSFSF, la mortalità nell’ASSR Ceceno-Inguscia per l’anno 1943 era di 13.2 persone ogni 1000 abitanti. 

Le cause delle morti durante il viaggio sono state: 

  1. età avanzata/tenera età dei deportati, a cui consegue la mancanza di capacità di resistenza dell’organismo ai cambiamenti atmosferici e dei fattori abitudinari.
  2. presenza tra i deportati di affetti da malattie croniche (difetti cardiaci con scompensi, sclerosi cerebrale, tubercolosi, ulcera gastrica etc.).
  3. presenza di individui deboli dalla nascita, o che hanno contratto svariate malattie debilitanti.

accaduto durante il viaggio: 

Contrazione da parte dei deportati del tifo, in seguito a cui da 35 convogli sono stati staccati 70 vagoni (2896 uomini) per il prelievo dei malati e l’esecuzione dei trattamenti sanitari. Dopo di che, questi vagoni sono stati riagganciati ad altri convogli in viaggio.»

«Ci hanno trasportato verso l’ignoto in vagoni merce pieni zeppi per diciotto giorni. 
Per le esigenze naturali dell’uomo, in un angolo, su ogni vagone, avevano fatto un buco, avevano creato un recipiente e lo avevano coperto con un paravento. 
le nostre donne sono molto pudiche e in quei giorni divennero il triplo più pudiche.  Ero un bambino, mi si poteva portare al bagno, ma molte donne morirono per delle lesioni alla vescica. La gente si sentiva in soggezione, ai tempi la vergogna era legge.»                                                                                                                                                                                                                                                       – dichiarazione del capo del convoglio
                                                                                                                                                                                                          militare dell’NKVD Viktor Bočkov al
                                                                                                                                                                                                          Commissario del Popolo Lavrenij Berija

                                                                                                                           21 marzo 1944

 

 «Dopo la deportazione di ceceni e  ingusci nell’area di Galančož sono arrivate squadre del reggimento di addestramento militare del maggiore Sajdakov per prestare aiuto alla Commissione statale per la gestione di bestiame e beni,le cui unità furono nei vari villaggi della zona di Galančož. Hanno commesso una serie di indicibili atti infrangendo la legge rivoluzionaria, fucilazioni arbitrarie ai danni dei pochi rimasti dopo la deportazione – anziani ceceni, malati e storpi che non avrebbero potuto affrontare il viaggio.
Il 22 marzo, in un villaggio della regione Gelič Galančož, il cadetto Sinica per ordine del luogotenente Struev e del sergente Sidorov ha sparato a Gajsultanov Iznaur, un infermo, a Džabask Demilchan, uno storpio e a Gajsultanov Umar, un ragazzino di otto anni. L’anziano e il bambino sono stati scannati brutalmente con una baionetta.
Il 19 aprile nel territorio del villaggio Gelič altri due ceceni non identificati sono stati uccisi dallo stesso gruppo.
Nel villaggio della regione Amok Galančož, dopo la deportazione, erano rimaste cinque donne anziane, che per ragioni di salute non avrebbero potuto raggiungere il punto di raccolta.
I soldati dell’unità dislocata a Amok, facenti parte del medesimo reggimento citato, hanno gettato attraverso il comignolo del camino delle cartucce a pallottola, che, esplodendo, hanno ucciso tutti gli inquilini dell’izba.
Secondo dati imprecisi, gli alunni del reggimento che si trovava nel consiglio del villaggio di Načchoev della regione di Galančož hanno condotto l’ arbitraria fucilazione di fino a 60 infermi e storpi».

 

                                                                                                                        – rapporto del capo del settore operativo di
                                                                                                                                                                                                          Galančož Aleksej Granskij al vice
                                                                                                                                                                                                          commissario del popolo della sicurezza
                                                                                                                                                                                                          nazionale Bogdan Kobulov

 

«Il tragitto fu tragico. Nel vagone vicino, una vecchietta morì. Aveva un solo figlio. Probabilmente era incosciente e disse che voleva del latte. Ad una delle fermate suo figlio prese una gavetta e corse alla stazione. Da qualche parte comprò del latte. Mi ricordo perfettamente di quella gavetta, ora le gavette sono

più piccole ma ai tempi erano tonde, di alluminio e bianche. Il ragazzo indossava una pelliccia, nella mano sinistra stringeva la gavetta. Il treno già si muoveva e lui iniziò a correre. Tentò con tutte le sue forze di raggiungere il nostro vagone. Le porte del vagone non si erano ancora chiuse e vi si affacciava un soldato ed io vedevo, attraverso le porte, come correva quell’uomo. Quando il soldato si rese conto che quell’uomo non ci avrebbe raggiunto, gli sparò.

Mi ricordo di come schizzò il latte, me lo sogno molto spesso. Lui cadde nella neve. Era un episodio ordinario, normale.
C’erano dei casi di morte, morivano soprattutto i deportati dalle zone montuose. Prima erano persone completamente libere e li rinchiudevano, come insetti, in soffocanti vagoni. Non riuscivano a sopravvivere.
Non avevamo alcun tipo di assistenza sanitaria, non c’era alcun medico in alcun vagone. Ma nei rapporti dell’NKVD segnavano un’ora di assistenza medica.

Ad ogni stazione, quando il treno si fermava per 15-20 minuti, entravano i soldati e controllavano che non ci fossero morti. Le persone li nascondevano, perché speravano di poter dare al corpo una degna sepoltura, una volta arrivati.

Ad un uomo morì la madre, la adagiò contro la parete, la coprì con una coperta e appoggiò su di lei con la schiena, sperando che non la vedessero. I soldati gli portarono via il corpo della madre e lo buttarono nella neve. Se qualcuno si opponeva e non voleva lasciare il corpo del defunto, veniva colpito con la mitragliatrice.

Non volevano storie, per il più piccolo equivoco o disaccordo, sparavano. Chiaramente, non si poteva trasportare i cadaveri per due o tre settimane. Alle stazioni più grandi li scaricavano sul pavimento, ma in quelle più piccole, dove non c’era spazio, gettavano i corpi direttamente nella neve. Leggevano le preghiere ma più tardi, in treno». 

                                                                                                                                                         – dai ricordi di Issa Kodzoev

 

«La situazione dei deportati nei kolchoz e negli stabilimenti industriali è estremamente difficile … una significante parte di loro continua a vivere nelle baracche, nei circoli e in luoghi di fortuna, tutti spazi inadatti alla vita durante l’inverno. Molti di questi posti sono estremamente affollati e di conseguenza gli rimangono sporchi, si accumulano gli escrementi del bestiame. Il risultato è lo sviluppo di epidemie, si verificano infatti molti casi di difterite tra i deportati.

La situazione più insoddisfacente è legata alla distribuzione del bestiame: molti dei deportati, infatti, a causa della mancanza di lavoro, li uccidono e li vendono. Nelle zone vicine la preparazione di materiali da costruzione, strutture e la riparazione di abitazioni da parte dei locali è cessata».

 

– telegramma del Sovnarkom e del CK VKP(B) dell’SSR Kazaka al Comitato Esecutivo del   
 Consiglio Regionale dei deputati dei lavoratori e al Comitato  Regionale del parito.
16 ottobre 1944

 

«Il villaggio in cui siamo arrivati si chiama Okrainka. Fa parte dell’area di Kustanaj, regione di Ordžonikidze, kolchoz “Via per il comunismo”, 100 km da Čeljabinsk.

Mio padre era un falegname. Per molto tempo fu malato di tubercolosi e, in conseguenza della malattia, morì. Ma lavorò fino all’ultimo giorno. Ci ha permesso di non morire di fame, era un maestro nella sua professione. Nella nostra famiglia, composta da 13 persone, 7 lavoravano. <…> Il presidente del kolchoz era un piccolo Stalin, non gli importava delle persone, per lui contava solo il lavoro. La gente poteva morire di fame, ma l’importante era che portasse a termine i compiti. Dopo che lo stato veniva a ritirare il raccolto, rimaneva poco niente. Al giorno, 100, 200 grammi di grano… Il primo anno che ricevemmo sei sacchi di grano, ci siamo detti: “Ah questa si che è vita”! Ho mangiato il pane per la prima volta nel 1948. Da qualche parte nel 1950 per la prima volta visto il denaro».

                                                                                                                                                   – dai ricordi di Issa Kodzoev

 

 

«Le scarpe che avevo portato dall’Inguscezia non andavano bene per la stagione e si ruppero velocemente. Di comprare delle scarpe nuove non se ne parlava nemmeno, per cui mi toccò fabbricarmi delle scarpe da solo. <…> Con le pelli del montone si facevano tanti copricapi e vestiti per scaldarsi in qualche modo. Inizialmente i bambini stavano in casa tutto il giorno sotto piccoli pezzi di panno, perché non c’erano vestiti per loro. Gli adulti indossavano sacchi, in cui facevano dei buchi per le braccia e le gambe.

Tutti avevamo fame. I genitori cercavano di non guardarci, perché era troppo duro vedere i loro figli affamati. Prima di essere portati in Kazakhistan mamma aveva preso dei sacchi di mais, che poi potemmo mangiare. Da noi faceva già caldo, era il periodo del disgelo, c’era fango ovunque. Mentre salivamo sui vagoni eravamo tutti sporchi e per questo si sono diffusi i pidocchi. Dopo l’arrivo nella steppa kazaka, a causa del freddo e del vento i nostri visi si coprirono di tagli, che per molto tempo non si cicatrizzarono ed andarono avanti a sanguinare. Di medicine per curare le ferite non ce n’erano e di farmacie non se ne parlava neanche.
Nel giro di poco tempo si diffuse in tutta la steppa il tifo e le persone morivano come mosche. Ricordo che ogni giorno ci cacciavano al lavoro. Un giorno una famiglia di ingusci non si presentò al lavoro… si scoprì che erano tutti morti. Erano morti congelati. <…> Non si poteva seppellirli. Non avevamo né vanghe, né picconi. D’inverso li sotterravamo nella neve, ma i lupi arrivavano a divorarli. Lavavamo i vestiti e noi stessi con la cenere e la sabbia. Non c’era nient’altro. Avevamo tutti i capelli lunghi e infatti a tutti venivano i pidocchi… mi ricordo ancora come prudeva la testa».

 

                                                                                                                                                                                                                            – dai ricordi di Ašat Masiev

 

«Inviarono la mia famiglia nel villaggio di Ermakovka nella regione di Urick, che si trova a 150 km da Kustanaj. La strada era lunga e terribile, faceva molto freddo.

Ci scaldavamo con delle brevi fermate nelle sale da te lungo la strada. Arrivammo al villaggio di Urick verso sera. Ci sistemarono nell’edificio dismesso di una scuola e lì passammo la notte. Al mattino, i lavoratori dell’NKVD ci distribuirono per i kolchoz della zona. La mia famiglia e quella di Teboev Abasba sono state destinate al villaggio Ermakovka,  nel kolchoz Kaganoviča, a 8 km dal centro della regione. La città principale della regione è Urick, costruita sulle rive di un grande lago. I bambini sono stati trasportati con le slitte del kolchoz fino al villaggio Ermakovka e siamo stati collocati in una izba di una sola stanza, dove nella stagione primavera-autunno veniva allestito un asilo nido. Quell’izba fredda e grande divenne il rifugio di due famiglie (14 persone). I vicini del kolchoz ci diedero una mano, presero dalle loro riserve canne per il focolare e ce le diedero, così in poco tempo scaldammo la nostra stanza. Tutti gli abitanti del villaggio utilizzavano le canne, che si potevano trovare in abbondanza sulla riva del lago. I Teboev erano in cinque, noi in nove. Viveva con noi anche una bimba di 8 anni, Fatima Jandieva, che ci avevano affidato alla stazione, dove la madre l’aveva abbandonata».

 

                                                                                                                                                 – dai ricordi di Abdul-Gamid Tangiev

 

«Al fine del consolidamento dei nuovi centri abitati per i deportati (ceceni, karačaevi, ingusci, balcari, calamucchi, tedeschi, tatari di Crimea ed altri) dal più alto organo dell’URSS nel periodo della guerra patriottica ed anche in relazione al fatto che nel momento della loro deportazione non sono stati definiti i termini della loro espulsione, si dichiara che il confinamento nelle più lontane regioni dell’Unione Sovietica è inteso a vita, senza possibilità di ritorno nel precedente luogo di insediamento.

I deportati colpevoli di fuga consapevole dal luogo a loro adibito saranno soggetti all’applicazione del diritto penale. La pena stabilita per questo crimine corrisponde a 20 anni di lavori forzati. I fatti relativi alla fuga dei deportati verranno esaminati in una riunione speciale sotto il Ministero degli Affari Interni DELL’URSS.

I soggetti colpevoli di favoreggiamento dei deportati in fuga dal luogo di insediamento forzato, i soggetti colpevoli di aver fornito permessi di ritorno nel precedente luogo di insediamento ai deportati o ancora i soggetti responsabili di aver aiutato tali deportati a ristabilirsi nel precedente luogo di insediamento sono richiamati alle loro responsabilità penali. La pena stabilita per questo crimine corrisponde alla limitazione delle libertà personali per 5 anni».

 

– decreto del presidente della Duma del soviet supremo
   dell’URSS  «sulla responsabilità penale per fughe da l 
   luoghi di insediamento forzato e permanente di 
   persone sfrattate in regioni remote DELL’URSS durante 
   la Guerra Patriottica». 26 novembre 1948

 

 

«Assicurarsi che nessuno scappasse da nessuna parte spettava al comandante e al vicecomandante, soprannominato “mezzo comandante”. Ogni mese, in una data prestabilita, era obbligatorio presentarsi e firmare. In alcuni casi, i militari controllavano di persona. E la gente del posto descriveva molto bene chi poteva fare cosa. La denuncia era molto comune.

Nel villaggio vivevano due famiglie kazake, tutti gli altri erano di altre nazionalità. C’erano 15 famiglie di ingusci, una di ceceni, due di moldavi (che erano state deportate lì, in quanto kulaki, già dagli anni ’30), tre di bielorussi e di ucraini e persino una di curdi. C’erano molti tedeschi, dieci famiglie. Vivevano in condizioni tremende…la guerra! I locali si rivolgevano a loro come se fossero fascisti.

A scuola qualche insegnante chiamava me “bandito” e i tedeschi “fascisti”. Dicevano: “…hei te, bandito” o “hei te, fascista”. Noi ci eravamo praticamente abituati a questi soprannomi e quasi ne andavamo fieri. Voleva dire che eravamo normali. Se qualcuno non chiamava i ceceni o gli ingusci “banditi”, voleva dire che quel qualcuno era un agente della polizia o qualcuno di non raccomandabile».

 

                                                                                                                                                     – dai ricordi di Issa Kodzoev

 

«Nel marzo 1944 tutti i ceceni e gli ingusci risultavano deportati dai loro luoghi di origine e la repubblica autonoma ceceno-inguscia liquidata. <…>

Gli ucraini erano scampati a questo destino perché erano troppo numerosi e non vi era un luogo dove trasferirli. Altrimenti, avrebbe deportato anche loro (Risata animata in sala).

In stazione. Cittadini del villaggio Jurt-Auch tornano in patria. Frunze, 1957. Wikimedia commons

Non solo nella coscienza marxista-leninista, ma in quella di qualsiasi persona sana di mente, tutto ciò non ha senso, come non ha senso imputare la responsabilità per un crimine commesso da singole persone o gruppi ad un intero popolo, incluse donne, bambini, anziani, comunisti, membri del komsomol’ ed sottoporlo a deportazione di massa, privazioni e sofferenze».

-Relazione del primo segretario della Presidenza del Comitato Centrale del PCUS Nikita Krusciov in una riunione a porte chiuse del XX Congresso del PCUS. 25 febbraio 1956

 

«Nel 1956 ero dallo zio per le vacanze invernali. Un giorno, all’improvviso, iniziò a girare per il villaggio un ufficiale di polizia ed a raccogliere la gente: «Riunitevi, riunitevi!”.

Nessuno sapeva nulla, ma si diceva fosse arrivato un documento dal comitato centrale. Tutti si riunirono dove leggevano il documento. E subito fu comunicata la denuncia del culto della personalità di Stalin e il fatto che ingusci, ceceni, cabardini, balcari, karačaevi fossero stati repressi illegalmente.

Gli ingusci del posto si agitarono, iniziarono a guardarsi l’un l’altro e a dirsi, fra di loro in russo “Ti ricordi? Te l’avevo detto che non eravamo colpevoli!». e così annunciarono che noi non eravamo banditi, che eravamo persone comuni, normali, come tutti gli altri. È difficile raccontare cosa fu quel giorno. È stato il giorno in cui sono stato immerso in un mare di gioia, in un mare di luce. Mi tolsero un macigno dal cuore.

Ci siamo vantati molto di fronte agli altri con questo documento. Poi più di una volta sono venuti dal Comitato Regionale, non solo hanno letto la lettera, ma hanno anche condotto una conversazione esplicativa. Krusciov era adorato. In ogni casa Inguscia c’era il suo ritratto. E ora, quando gli anziani capitano a Mosca, fanno una tappa obbligatoria alla tomba di Cruščev».

                                                                                                                                                   – dai ricordi di Issa Kodzoev

 

[1] Narodnyj komitet vnutrennych del’, Comitato nazionale degli affari interni

[2] Sovet narodnych kommissarov, Consiglio dei commissari del popolo

[3] Narodnyj kommissar zagotovok, Commissariato popolare per l’approvvigionamento

[4]Narodnyj kommissariat zemledelenija, Commissariato del popolo delle questioni agricole

[5]Narodnyj kommissariat mjacnoj moločnoj promyšlennosti, Commissariato del popolo per la produzione di carne e latticini

[6] Narodnyj kommissariat zernovych i životnovodčeskich covchozov, Commissariato del popolo per i prodotti cerealicoli e per il bestiame del sovchoz

 

Fonte: Arzamas.academy , 23/02/2021– di Dmitrij Šabel’nikov

 

Traduzione a cura di Sara Montoli

 

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