Recensione di “Fuoco pallido”, di Vladimir Nabokov

Recensione di "Fuoco pallido", di Vladimir Nabokov

Fuoco pallido è il romanzo di Vladimir Nabokov, così come il poema di John Shade. John Shade è un autore, e anche un personaggio. Charles Kinbote è un autore, ma anche un lettore. Nabokov ci accompagna in un affascinante intreccio di ruoli e storie, nel quale talvolta ci abbandona. Ma quando la trama è intessuta da un maestro, è un piacere perdercisi.

Recensione a cura di Mariano Acquaviva

Charles Kinbote è un docente universitario che si propone di analizzare, commentare e curare l’edizione del poema di 999 versi Fuoco Pallido, composto da un suo collega e amico, John Shade, tragicamente morto subito dopo aver terminato l’opera. Potrebbe essere questa la sinossi di Fuoco pallido, romanzo di Nabokov pubblicato nel 1962 e appartenente al suo periodo americano. Eppure, come in quasi tutte le opere del più grande prestigiatore della letteratura russa, dietro la trama apparente si cela qualcos’altro.

Chi è in realtà Charles Kinbote? È davvero il fedele amico e seguace del poeta John Shade, così come egli costantemente asserisce? Oppure è solo un millantatore, un letterato vanesio che non perde occasione per parlare di sé nemmeno quando dovrebbe dedicarsi all’analisi oggettiva di un’opera? E se Kinbote fosse un folle affetto da manie di persecuzione, morbosamente attratto da un anziano professore universitario? Oppure un esule, un sovrano detronizzato, costretto a riparare in terra straniera e a nascondersi da una setta di cospiratori?

Fuoco pallido, rappresentando uno degli apici della tecnica del narratore inaffidabile, lascia insoluta una domanda: chi è davvero Charles Kinbote, colui che commenta, con cura e devozione, il poema del poeta John Shade? Un professore di letteratura spinto dall’amore per la poesia? Un egotico? Un re spodestato? Uno stalker? In questi piacevoli dubbi Nabokov lascia che il lettore si smarrisca e naufraghi.

Fuoco pallido
Fuoco pallido, traduzione di Franca Pece e Anna Raffetto. Adelphi, 2002

Continuando il percorso cominciato con Il dono e proseguito con La vera vita di Sebastian Knight, l’autore russo mette in scena l’ennesima opera di meta-letteratura: ciò che leggiamo è l’analisi di un poema che, appunto, si chiama Fuoco pallido. Charles Kinbote si propone di curare l’edizione del poema scritto da un suo amico, il professor John Shade. Il problema è che il lettore ben presto si accorge che ciò che racconta il commentatore è ben diverso da ciò che il poeta ha scritto.

Ed è proprio nella scollatura tra l’analisi del testo e il poema che Nabokov instilla nella mente del lettore i dubbi sulla reale identità del protagonista. Chi è in realtà il commentatore? Qual è il suo rapporto con il poeta? Fuoco pallido è come uno specchio in cui il lettore si riflette, costretto a meditare su quanto di sé stesso ci sia nell’opera con cui si confronta.

L’autore sembra avvertire il lettore vanesio che voglia identificarsi nelle gesta dei protagonisti dei romanzi: ciò che scorgiamo nei libri può essere quanto di più lontano ci sia dall’esperienza del lettore.

E così, mentre il poema racconta della vita del proprio autore, del rapporto con la moglie e della prematura perdita della figlia, il commentatore narra la storia del mitico regno di Zembla e del suo sfortunato, ultimo re, deposto da un colpo di Stato e costretto all’esilio dopo essere fuggito alla prigionia nel suo proprio palazzo.

Fuoco pallido si dipana così su due assi che solo incidentalmente si intersecano ma che, per gran parte del loro percorso, restano paralleli: da una parte il poema di John Shade; dall’altra, il commento di Charles Kinbote, sempre più lontano da ciò che apparentemente il poema vuole significare.

Così come Zeno Cosini, eroe eponimo de La coscienza di Zeno, oppure il protagonista delle Memorie dal
sottosuolo di Dostoevskij, il narratore è quanto mai inattendibile: ciò che racconta potrebbe non corrispondere al vero, quanto piuttosto a una personalissima interpretazione della realtà.

Nel romanzo non mancano le onnipresenti ossessioni di Nabokov: gli scacchi, l’entomologia, il sesso; ma anche l’improvviso viramento dalla prima alla terza persona (soprattutto quando Nabokov si diverte a disseminare indizi sulla reale identità di Kinbote), tanto caro all’autore e di cui v’è un uso sfrenato in Ada o Ardore.

E così, attraverso una tecnica schizofrenica, mentre da un lato il poema racconta con lirismo i piaceri della vita riservata e casalinga del poeta, dall’altro assistiamo alle peripezie dell’ultimo regnante di Zembla, incapace di amare una donna in quanto irresistibilmente attratto dagli uomini, alla sua detronizzazione e successiva incarcerazione, sino alla fuga passando per meandri che ricordano quelli del castello di Gormenghast.

Su tutto, incombe l’arrivo ineluttabile della morte, personificata da un sicario maldestro e incapace, inviato da una setta di fanatici (le Ombre, calembour con il cognome Shade) per uccidere il regale fuggiasco.

Rilessi Fuoco pallido con più attenzione. Mi piacque di più, ora che mi aspettavo di meno. Ma, e questo cos’era? Cos’era quella musica indistinta e lontana, quelle vestigia di colore nell’aria? Qua e là scoprivo nel poema, e soprattutto, soprattutto nelle inestimabili varianti, echi e paillettes della mia mente, una lunga scia increspata della mia gloria.

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