Recensione de “La montagna in festa”, di Alisa Ganieva

Recensione de "La montagna in festa", di Alisa Ganieva

Scritto nel 2012, La montagna in festa è il primo romanzo daghestano a essere tradotto in occidente. Alisa Ganieva, scrittrice russa e critica letteraria di etnia àvara, ci apre una finestra su un mondo complesso e frammentario, un caleidoscopio di storie, tradizioni e lingue facente parte della Federazione russa.

Recensione a cura di Martina Fattore

L’immagine di copertina è opera di ©Ilkay Unay-Gailhard, dalla serie “Soviet’s Fingerprints

Diciamoci la verità, il Daghestan non è la prima cosa che ci viene in mente quando pensiamo alla Russia. Eppure, con una trentina di etnie presenti sul suo territorio ci dà la misura della multietnicità e del multilinguismo della Federazione alle quali il pubblico “straniero” non viene tradizionalmente esposto.

È in questo crogiuolo di popoli, lingue, religioni e storie che Alisa Ganieva ambienta il suo primo romanzo La montagna in festa, edito da La Nuova Frontiera e nominato per il premio letterario Nacional’nyj Bestseller nel 2012. Si tratta della prima opera daghestana, sebbene l’autrice utilizzi la lingua russa nel romanzo, tradotta in occidente. Ma questa è solo la prima di una serie di barriere che Ganieva travalica con la sua opera.

Innanzitutto, come traspare dall’etimologia turca del nome, Daghestan è il “luogo dove si trovano le montagne”, elemento paesaggistico simbolico in quell’area geografica che ha inciso, e non poco, sulla rappresentazione del Caucaso nella tradizione letteraria russa. Ammirati e al contempo disprezzati, come nella migliore tradizione colonialista, i cosidetti gorcy, montanari, erano considerati custodi della bontà umana ma anche violenti selvaggi.

Questa rappresentazione, nata nell’Ottocento con le opere di Lermontov, Tolstoj ecc., ha influito molto sulla concezione che tutt’ora conservano i russi dei popoli che abitano la Ciscaucasia – o Caucaso del Nord – appiattiti da stereotipi e uniformazioni, rei di non restituire una realtà complessa, caleidoscopica e frammentata.

Daghestan

Questa separazione tra i russi e i nordcaucasici viene immaginata in maniera drastica e insanabile da Ganieva ne La montagna in festa. La scrittrice ci catapulta nella realtà quotidiana di Machačkala, la capitale del Daghestan, dove le donne sono intente a impastare e a scambiarsi gli ultimi gossip in cucina, mentre gli uomini brindano mescendo i ricordi di un passato sovietico non troppo lontano in calici già ricolmi di malcontento legato alle violenze quotidiane tra salafiti e wahabiti.

Quest’atmosfera ritratta nel prologo viene bruscamente interrotta dall’inizio vero e proprio del romanzo che si apre con la notizia della costruzione di un muro tra la Federazione russa e il Caucaso. Seguiamo, così, Shamil, un reporter di una testata locale, nei suoi vagabondaggi per la città alla ricerca di una conferma all’annuncio sconvolgente. Andando a zonzo per la capitale ascolterà le voci di cumucchi, lezghini, àvari, laki che rivendicano la propria superiorità storico-culturale, incolpando gli “altri” della caduta dell’URSS o della costruzione di questo fantomatico muro.

L'edizione originale russa del romanzo.

Shamil sembra essere rassegnato e poco sorpreso dinanzi agli avvenimenti di ordinaria e straordinaria violenza che lo circondano. È apatico anche quando Madina decide di chiudere la loro relazione per sposarsi con un musulmano “puro” e quando Asja mostra un interesse nei suoi confronti. Ma questa indolenza sembra derivare dalla perdita di identità, o meglio, dal distacco tra ciò che era, ciò che è e ciò che sarà. Il muro appare così metafora dell’intero romanzo separando non solo spazi geografici, ma anche temporali.

È per questo che il lettore si sentirà disorientato quando Shamil lo trasporterà nella lettura di un romanzo della tradizione socialista La segale non cresce sulla pietra (Rož’ ne rastёt na kamne), scritto nell’anno della sua nascita, o nel poema in versi e nei brani del diario del poeta Machmud Tagirovič Tagirov. Cosa unisce queste storie? Perché Ganieva le intesse nella stessa tela? L’unico filo della trama a cui il lettore riesce ad aggrapparsi è il dubbio che tormenta Shamil: scoprire l’esistenza della montagna in festa, un luogo in cui ricorda di essere stato con l’amico Arip ma che potrebbe essere anche il frutto di un sogno. Lì aveva goduto del ristoro e aveva vissuto l’accoglienza, la pace.

In questo romanzo tutto concorre alla rappresentazione polifonica della realtà daghestana. La polifonia del romanzo risiede proprio nella presenza di tante voci e Shamil è il mezzo che Ganieva utilizza per farcele ascoltare tutte. In un’intervista la scrittrice ha sottolineato come il vero protagonista del romanzo non sia Shamil o altri esseri umani, bensì il Daghestan, con le sue voci, minoranze etniche, folle e la molteplicità delle prospettive.

E queste prospettive, che talvolta si uniscono e talvolta si respingono, conferiscono la cacofonia a una narrazione fatta non di coralità, bensì di sovrapposizioni. La montagna in festa è l’unica possibilità di riconciliarsi con la propria identità, il proprio passato, la propria storia, è la risoluzione ai conflitti che infervorano il popolo daghestano e anestetizzano l’animo di Shamil. È la risposta al muro.

Alisa Ganieva
Alisa Ganieva (fonte: Gorjaščaja izba)

Alisa Ganieva è una delle scrittrici emergenti nel panorama russo contemporaneo con una voce decisamente inedita. Nasce a Mosca da una famiglia di etnia àvara ma cresce in Daghestan, dove la famiglia decide di ritornare. Dopo la laurea presso l’Istituto Letterario Gor’kij inizia la sua carriera come critica letteraria.

Nel 2009 pubblica il suo primo racconto lungo – o romanzo breve, che dir si voglia – Salam tebe, Dalgat! (lo trovate in traduzione italiana nella raccolta di racconti Il secondo cerchio, edito da Marco Tropea Editore) sotto lo pseudonimo di Gulla Khirachev (Gulla significa “proiettile” in daghestano) vincendo il premio Debjut e disorientando i giurati che non si aspettavano di vedere una donna andare a ritirare il premio; infatti Prilepin definì l’opera di Ganieva “una prosa molto mascolina”.

Nel 2015 Ganieva è stata inserita dal “The Guardian” nella lista delle persone under 30 più influenti in Russia e nel 2020 la rivista inglese ha inserito La montagna in festa nell’elenco delle migliori opere russe. La sua scrittura viene ascritta alla corrente letteraria del ‘nuovo realismo’, in particolare le opere di Ganieva descrivono la realtà quotidiana facendo ricorso al mito e al folklore. Come è evidente nel suo romanzo successivo Ženich i nevesta, 2015, dove Ganieva narra della singolare storia d’amore tra Patja e Marat, due giovani daghestani emigrati a Mosca che ritornano nella loro terra d’origine facendo ricorso ai temi del sufismo.

La montagna in festa
La montagna in festa, traduzione di Claudia Zonghetti. La nuova frontiera, 2015.

La traduzione de La montagna in festa è a cura della maestria di Claudia Zonghetti che, nonostante la complessità dei mondi intessuti dalla Ganieva, ci ha restituito la sua voce regalandoci la possibilità di conoscere un’autrice sicuramente distante da quello che ci appare come mondo familiare. Il romanzo potrebbe risultare di ardua lettura a causa della presenza di parole appartenenti alle varie lingue del Daghestan, la cui traduzione è riportata nel glossario alla fine del libro. Invece di muri, ci verrebbe da pensare a una torre celebre, ovvero quella di Babele.

Tuttavia, questa scelta di restituire la multisfaccettatura linguistica esponendo il lettore a suoni e significati altri fa parte dell’obiettivo narrativo di Ganieva che afferma “So che a volte è difficile per i lettori sorpassare l’ostacolo di queste note instabili e che ci vogliono sia tempo che pazienza, ma al contempo è come se ci si avventurasse in una giungla etnologica di un mondo completamente sconosciuto che si rivela essere piuttosto familiare”1.

L’uomo sorrise di nuovo, sornione, e a ogni domanda rispose con un proverbio: “Chi ha imboccato il sentiero non ha fatto ritorno, chi ha scelto la strada sì”, “se un cane ha avuto un osso a Keleb, non resterà a Gidatl’”… Questi e altri motti che Shamil non comprese: faticava a capire quel modo di parlare zeppo di arcaismi. Tanto più che non parlava quell’uomo, ma bofonchiava fra i denti, sottovoce e a gran velocità. Il nome del villaggio – così come lo pronunciò – pareva Rohel-meèr – la montagna in festa.

1 Estratto da “A conversation with Alisa Ganieva”, di José Vergara. Traduzione di Martina Fattore

Martina Fattore

Cresciuta nelle terre molisane, non potevo far altro che innamorarmi di un posto altrettanto irreale. Le incomprensioni con perfettivi e imperfettivi non mi hanno impedito di vivere il celebre inverno russo: gelido ma pieno di calore umano condiviso davanti a una buona tazza di čaj e kalitki.