La rivoluzione dell’alfabeto

Che cosa comporta per la Russia la latinizzazione delle ex repubbliche sovietiche?

Ecco la grande e ricca russkiy yazyk (in alfabeto latino nel testo, ndt). In foto: un’insegna nell’ex repubblica sovietica del Kazakistan, che è passata all’alfabeto latino. / Foto: Vladislav Vodnev / RIA Novosti

Negli ultimi anni pare che solo la Bielorussia non abbia espresso il desiderio di passare all’alfabeto latino. Su questo tema, in compenso, si è particolarmente distinta l’Ucraina, che ricorda costantemente di essere “la culla della civiltà slava”. Ed ecco che improvvisamente quest’ultima è pronta a dire addio all’alfabeto cirillico. Ma cambiare le lettere sulle insegne la porterà davvero tra i ranghi delle potenze mondiali?

“Perché rinunciare al russo?”

A metà settembre il segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa nazionale dell’Ucraina, Aleksej Danilov si è espresso a favore dell’abbandono del cirillico e della transizione del Paese all’alfabeto latino.

“Dobbiamo liberarci del cirillico” – ha detto alla radio, sostenendo la proposta di mantenere due lingue in Ucraina. – “L’inglese è fondamentale per noi. Perché l’inglese è la lingua di comunicazione del mondo civilizzato. Per questo bisogna capire che tutti devono conoscere l’inglese”.

Ucraina: la lingua viene privata delle proprie radici?

L’idea ha suscitato perplessità tra diversi esperti e politici ucraini, così come tra molti comuni cittadini. La gente non si è ancora ripresa dalla massiccia ucrainizzazione: nell’estate del 2019 la lingua ucraina è diventata obbligatoria per le autorità, nel settore educativo, ospedaliero e dei servizi. Nel luglio 2021 la Corte Costituzionale ha reso obbligatoria per tutti i cittadini senza eccezione la conoscenza della lingua ucraina (anche detta mova, ndt). Tuttavia, stando ai sondaggi d’opinione, più della metà della popolazione ucraina utilizza ancora il russo nelle conversazioni quotidiane a casa o con amici e il 25% di essa definisce il russo la propria lingua madre. E ora a queste persone è stato chiesto di passare pure all’alfabeto latino. L’entusiasmo di Danilov non è stato condiviso nemmeno nella parte ovest del Paese.

“La latinizzazione della lingua ucraina non è l’assurdo capriccio di un segretario del Consiglio di Sicurezza incompetente. Si tratta di un passo ben ponderato e, considerando i problemi risolti tramite l’ucrainizzazione totale, una mossa competente” – afferma il pubblicista Andrej Babizkij. – “La proposta di Danilov persegue un obiettivo specifico: rompere il legame che si è venuto d’un tratto a creare tra la gioventù ucraina e la Russia. Anche se i giovani ucraini non imparano il russo a scuola, lo fanno tranquillamente online, preferendo comunicare in russo persino tra di loro. Quindi non abbiate troppa fretta nel rigettare l’idea di Danilov. ​​È un’idea che ha assolutamente del potenziale e, da progetto ad oggi all’apparenza comico, potrebbe diventare realtà come è successo in Uzbekistan, Azerbaigian e Moldavia”.

Ad ogni modo, questa non è la prima volta che ci si avvicina al tema della latinizzazione della lingua ucraina. Lo aveva già suggerito tre anni fa l’allora Ministro degli Esteri Pavel Klimkin. Proprio allora era apparso in Ucraina il “Manifesto dell’alfabeto latino”, i cui autori avevano convertito l’alfabeto ucraino dal cirillico al latino lasciando invariata soltanto la lettera “Ї”. I sostenitori di questo approccio sono convinti che l’abbandono del cirillico contribuirà a separare completamente la lingua ucraina dal russo. Tuttavia questa idea ha più oppositori che sostenitori. “La latinizzazione della lingua è un duro colpo per la cultura ucraina, che viene così completamente strappata dalle proprie radici. Tutti i classici ucraini sono scritti in cirillico. Il tentativo di tradurre queste opere in una lingua che non corrisponde all’originale equivale a maltrattarle” – sostiene il politologo Aleksej Jakubin. – “In più, il presidente Zelenskij ha recentemente affermato che non permetterà a nessuno di rubare agli ucraini la loro storia. Ed ecco che arriva Danilov a dire che l’alfabeto cirillico, a quanto pare, ci è stato imposto e quindi deve essere abbandonato. Di fatto si tratta di un invito a rifiutare la nostra storia”.

Uzbekistan: dove sapere il russo è un vantaggio

In Uzbekistan la decisione di passare dal cirillico al latino fu presa già nel 1993. Ma molti ancora oggi mettono in dubbio l’effettiva necessità di questa mossa. “Io scrivo e leggo in cirillico” – racconta l’imprenditore Amir Rasulov. – “Non riesco ad abituarmi diversamente! Mio figlio si è perso un sacco di libri interessanti: non vengono stampati in caratteri latini, spesso perché non ci sono soldi per farlo”. “Negli ultimi mesi i cartelloni pubblicitari in lingua russa sono spariti dalle strade uzbeke” – racconta l’editorialista di AiF Georgij Zotov, che di recente si è recato in Uzbekistan. – “Nella ristorazione i menù in molti posti sono ancora in russo, ma si è iniziato a parlare della necessità di sostituire anche quelli. L’amministrazione assicura che ‘non è una mossa contro la Russia, poiché la stragrande maggioranza della gente ha un atteggiamento amichevole nei suoi confronti, ma siamo uno stato indipendente e dobbiamo rafforzare la nostra cultura’. Sta di fatto che alla fine nelle varie regioni uzbeke i giovani oggi non sanno quasi più parlare russo”.

“I nostri ragazzi sono spesso costretti ad andare in Russia a fare i lavori più duri per pochi soldi” – dice Sejfulla Sulajmonov, insegnante di letteratura. – “Ma c’è una ragione per questo: non parlano bene il russo, per cui vengono offerti loro solo lavori da tuttofare. Sì, nelle nostre scuole si insegna il russo, ma spesso in modo formale. La vostra è una lingua difficile, serve esercizio costante in un ambiente costante: le stesse insegne, gli stessi menù, le stesse pubblicità. I kirghisi invece agiscono in modo più intelligente, finiscono per parlare meglio il russo e in Russia trovano lavoro come cassieri e camerieri. Concordo sul fatto che i cittadini del nostro Paese debbano conoscere bene l’uzbeko, ma perché rinunciare al russo?”

Kazakistan: in cerca di un accordo

In Kazakistan l’annunciata transizione all’alfabeto latino è all’origine di parecchi dibattiti. “Se la lingua kazaka venisse convertita in un altro alfabeto, allora anche le parole russe verrebbero trascritte nell’alfabeto latino” – scrive la gente perplessa sui social. In effetti, per le strade di Almaty si possono vedere insegne non solo in kazako e russo, ma anche in russo trascritto nell’alfabeto latino: “Cosmos”, “Krasnoe yabloko”. Tuttavia, gli oppositori alla latinizzazione fanno notare che queste “perle” a volte si possono trovare anche nelle province russe e che non è tanto la politica a muovere gli imprenditori, quanto il cattivo gusto.

Ci sono molte scuole in Kazakistan dove la lingua d’insegnamento è il russo e decine di giornali e riviste sono pubblicati in lingua russa (in cima alla classifica troviamo “Vremja”, “Liter”, “Novoe pokolenje”, “Kursiv” e “Kazakhstanskaja pravda”, che suona bene all’orecchio russo). Pure il nostro “Argumenty i Fakty Kazakistan” ha aumentato la propria tiratura passando da 14.000 a 19.000 copie negli ultimi tre anni. Gli incontri del governo e del parlamento si svolgono in due lingue: quella istituzionale e quella di comunicazione nazionale. All’ultima sessione allargata dell’Assemblea del Popolo del Kazakistan il presidente Tokaev non solo ha parlato in due lingue, ma ha anche riconosciuto come il fattore etnico e le relazioni interetniche siano ancora detonatori di vari tipi di conflitti. Ha aggiunto inoltre che il governo sa bene che tutti questi conflitti sono opera di “provocatori malintenzionati” che le autorità combatteranno senza pietà. Uno dei punti salienti del discorso è stata la proposta da parte di Tokaev di organizzare degli eventi commemorativi in occasione dei 200 anni dalla nascita di un classico della letteratura mondiale, Fjodor Dostoevskij, il quale scrisse in russo.

Georgia: scuole russe gratuite

In Georgia la lingua russa è oggi usata solamente dagli anziani, memori dei tempi dell’URSS, dagli expat e dalle persone provenienti da famiglie miste, con l’aggiunta di alcuni entusiasti che associano il futuro dei propri figli al grande vicino nordico. È più probabile che i giovani ti rispondano in inglese. Allo stesso tempo, molte regioni della Georgia utilizzano la propria lingua: megreliano, svan, laz, osseto…per non parlare delle lingue delle maggiori diaspore, quali l’azero, l’armeno e il turco.

Una tale varietà in un territorio così piccolo sembrerebbe lasciare la possibilità al russo di essere la lingua franca. La Russia tuttavia non può influenzare il consolidamento di questo processo perché le relazioni diplomatiche con la Georgia sono ancora complicate. A Tbilisi ci sono molte scuole russe dove alcune materie, se non tutte, vengono insegnate nella lingua di Puškin e Čechov. Ma se si fa un confronto con il numero di scuole in lingua inglese, crolla qualsiasi illusione sulla prevalenza del russo. L’unico vantaggio delle scuole russe è il fatto che sono gratuite. Le scuole inglesi, francesi, iraniane e altre sono per lo più private.

Visivamente, il russo è ancora presente qua e là per le strade di Tbilisi. Per esempio, dove sono attesi turisti russofoni, come “Однодневный тур в Мцхету” (“Tour giornaliero a Mtskheta”, ndt). Oppure vicino alle officine di autoriparazione, dove qualche errore fa sorridere: “Ремонт хадавика. Вулканизация” (la versione corretta sarebbe “хoдoвик”, ovvero “telaio”, ndt). I georgiani tengono molto alla propria lingua madre, sono molto orgogliosi del proprio insolito alfabeto e non sarebbero mai disposti a passare ad un altro tipo di scrittura.

Dove porterà la transizione ad un alfabeto diverso?

Secondo gli esperti, i tentativi di passare all’alfabeto latino sono iniziati subito dopo che le repubbliche dell’Asia Centrale avevano ottenuto l’indipendenza e da allora non si sono mai fermati. Ma perché questa tendenza si sta intensificando proprio ora?

Fretta di liberarsi dal passato…

– “Per cominciare, questi tentativi sono stati e vengono tuttora intrapresi proprio perché prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica le repubbliche centroasiatiche non erano mai esistite come stati indipendenti nella storia e ora hanno fretta di liberarsi dell’eredità sovietica e cessare di essere paesi post-sovietici” – afferma Kostantin Zatulin, primo vice-presidente del Comitato della Duma di Stato per gli affari della CSI, l’integrazione eurasiatica e le relazioni con i connazionali. – “Vogliono che il mondo li guardi non più come semplici zone di influenza russa, ma come stati indipendenti, cosa che, ad essere onesti, non tutti in realtà sono. Ma non vogliono ammetterlo! Ecco perché cercano dei modi più semplici, quelli che a loro sembrano meno conflittuali. Ai loro occhi la lingua russa rappresenta una minaccia alla loro indipendenza”.

Questo fenomeno non si limita ai soli paesi dell’Asia Centrale. L’esempio più eclatante e triste è rappresentato dall’Ucraina, dove ugualmente si richiede la latinizzazione dell’alfabeto. Così facendo, si vuole fare in modo che la Russia non abbia modo, né ora, né in futuro, di influenzare i processi interni del Paese attraverso la popolazione russofona.

In alcuni paesi oggi indipendenti il grado di repressività delle misure prese nei confronti del russo dipendeva dalla percentuale della popolazione russa presente nel paese. Prendiamo ad esempio i Baltici: in Estonia e Lettonia, dove la percentuale di russi è sempre stata piuttosto alta, sono state adottate leggi odiose sulla lingua nazionale. In Lituania invece, dove i russi hanno sempre rappresentato al massimo il 10% della popolazione, non sono state adottate leggi del genere.

Il Kazakistan, d’altra parte, non ha agito in modo sconsiderato e mantiene una linea cauta nei confronti della Russia, ponendosi quale promotore di varie iniziative di integrazione. Si noti, comunque, come tali iniziative non riguardino mai la politica o la sfera culturale, bensì di solito si concentrino esclusivamente sulla sfera economica, dove è difficile per loro fare a meno della Russia.

…e rimuovere gli “agenti di influenza”

La politica linguistica intrapresa da alcuni paesi post-sovietici ha già fatto sì che le giovani generazioni conoscano poco la storia del proprio paese, quelle pagine scritte insieme alla Russia. Oltre a ciò, qualsiasi processo di integrazione riguardante la Russia è estremamente impopolare tra i giovani di questi paesi. Privi dell’esperienza delle vecchie generazioni, essi tendono a vedere qualsiasi questione attraverso un ristretto prisma nazionalistico.

Ad ogni modo, la situazione varia da paese a paese. Per il Kirghizistan, ad esempio, è difficile non ammettere il fatto che un quinto dei suoi cittadini lavora nel nostro paese e le rimesse dei lavoratori kirghisi emigrati in Russia costituiscono il 20% del PIL nazionale. Ecco dunque perché il russo in Kirghizistan è piuttosto diffuso e ci sono meno tentativi di attaccarlo. A Biškek, per esempio, c’è un gran numero di insegne e annunci di ogni tipo in lingua russa.

L’Uzbekistan sotto Karimov ha cercato a lungo di dimostrare che la Russia per gli uzbeki semplicemente non esiste. Ora, per fortuna, quel periodo è passato e le autorità uzbeke sono più propense ad una cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra i due paesi.

In Kazakistan, al momento del crollo dell’URSS, il numero di kazaki e russi era circa lo stesso, ma la percentuale di russi è poi diminuita bruscamente nel momento in cui questi sono partiti in massa per la Russia. Eppure il governo kazako è rimasto diffidente nei confronti della popolazione russofona nel paese, poiché teme che ne possano emergere degli “agenti di influenza” russa sulla politica kazaka. Sebbene ciò non si sia verificato, il sospetto rimane comunque. Un tempo i maggiori leader del Kazakistan affermavano che il loro Paese era quello che aveva sofferto più di tutti come parte dell’URSS. Ricordavano, ad esempio, che sul territorio kazako erano stati creati campi di transito. Dimenticando però di menzionare anche che questi campi ospitavano il fiore dell’intelligencija moscovita e pietroburghese che, dopo la liberazione, si stabilì lì in terra kazaka e creò scuole, università, istituti, fabbriche. Alla popolazione russa dell’Asia Centrale si devono in gran parte le opportunità di cui godono oggi i cittadini di questi paesi.

Che politica dobbiamo adottare?

I problemi che la Russia sta vivendo ora con le ex repubbliche sovietiche non sono nuovi. Tutti i paesi diventati indipendenti scelgono la via della costruzione della nazione e l’ex madrepatria diventa su questa via l’anti-modello, una sorta di spaventapasseri. L’ideologia nazionale non si basa così su princìpi costruttivi, bensì sul principio di negazione: “Noi non siamo loro”. Si tratta di una prospettiva infantile che però può portare a problemi molto gravi.

Cosa può fare la Russia in questa situazione e cosa sta già facendo? La linea che è stata presa prevede di ignorare le divergenze. A molti questo approccio potrà sembrare strano, ma se reagissimo duramente a questi attacchi ogni volta, nascerebbero solo conflitti che, al contrario, non farebbero che accelerare il processo di de-russificazione. Le forze nazionaliste, anche nei paesi dell’Asia Centrale, sfruttano ogni passo falso da parte di Mosca per mettere a punto nuove leggi anti-russe e rafforzare i sentimenti anti-russi, giustificandoli in nome della lotta per la sovranità. Per questo motivo cerchiamo di non esacerbare i problemi emergenti, a meno che non si incontri, come nel caso dell’Ucraina, palese ostilità e l’intento di provocare la Russia con qualsiasi mezzo.

Fortunatamente non è il caso dell’Asia Centrale. Allo stesso tempo dobbiamo essere realistici sul quadro che emerge da quell’area. I problemi che la Russia deve affrontare non possono essere risolti con un paio di telefonate. Si tratta di un lavoro lungo e scrupoloso i cui risultati non saranno immediati. Un lavoro che dovrebbe essere parte della nostra strategia permanente anche in ambito umanitario e culturale.

La stessa Rus’ avrebbe potuto scegliere un alfabeto diverso?

Secondo alcuni esperti il predominio dell’alfabeto cirillico sul territorio russo sarebbe frutto di un malinteso storico e le cose sarebbero potute andare diversamente.

Il Vangelo di Reims è legato al nome della principessa russa Anna Jaroslavna. Una parte del testo è scritta in lingua slava in cirillico. In foto viene mostrato un brano che viene letto in occasione della festa della Circoncisione del Signore. Al centro si legge: “La Circoncisione di nostro Signore Gesù Cristo e la memoria del nostro Santo Padre Basilio. I pastori se ne tornarono, lodando e glorificando Dio”. / Foto: Sergej Pjatkov / RIA Novosti

Solitamente gli esperti fanno riferimento alla storia circa la scelta della fede da parte del principe Vladimir e sostengono che, se questi avesse ceduto all’influenza degli emissari romani e avesse accettato il cristianesimo dal Papa, allora avremmo adottato l’alfabeto latino e la relativa scrittura. Tuttavia la cronaca annalistica non dev’essere presa alla lettera.

Di fatto, il principe non ebbe scelta. Tutto fece sì che venisse accettata la fede da Bisanzio. Considerazioni di tipo economico: Costantinopoli era il maggiore partner commerciale di Kiev. Considerazioni di tipo politico: era molto più vantaggioso essere amico di un vicino potente piuttosto che della lontana Roma, dove proprio nel X secolo il trono di San Pietro era diventato merce di scambio nei giochi politici degli imperatori germanici. Inoltre, a quel tempo nella Rus’ molte persone erano già state battezzate, le chiese ortodosse erano in funzione e la nonna di Vladimir, la principessa Ol’ga, com’è noto, era ortodossa.

E infine considerazioni sull’identità nazionale e sulla dignità. Infatti, l’attività missionaria di Bisanzio era politicamente corretta al massimo grado. Ai popoli che accettavano il cristianesimo secondo il modello di Costantinopoli non fu imposto il greco come lingua liturgica e letteraria, come avveniva invece per il latino. Al contrario, venne creato per loro un nuovo sistema di scrittura. Al tempo della “scelta” del principe Vladimir la lingua slava ecclesiastica e la scrittura basata sull’alfabeto cirillico esistevano già da più di 100 anni. Era una lingua sviluppata, con una tradizione letteraria consolidata ed un ricco corpus di letteratura tradotta, sia cristiana che antica. E soprattutto comprensibile a tutti gli slavi, compresi i nostri antenati. Quindi semplicemente non c’era bisogno della lingua e della scrittura latine. La Rus’ di quei tempi era, si potrebbe dire, schizzinosa nei confronti del latino. L’unico esempio ad oggi noto di scrittura latina ad opera di un nativo dell’antica Rus’ appartiene ad Anna Jaroslavna, figlia di Jaroslav il Saggio e moglie del re di Francia Enrico I. Sì, si firmò in latino. Ma in cirillico così: AHA PЬИHA. Ovvero, Anna Regina, la regina Anna.

Eppure nel XVII secolo il latino in Russia divenne di moda. I russi istruiti lo ostentavano esattamente come in seguito avrebbero ostentato la conoscenza del francese e oggi dell’inglese, inserendo nel discorso sia scritto che orale qualche parola allora popolare. I numeri cirillici lasciarono il posto a quelli romani e arabi. Pietro I riformò l’alfabeto creando la cosiddetta scrittura civile. Citando il filologo Michail Arapov: “Le lettere, come le persone, erano vestite con abiti tedeschi”. Nel XVIII secolo su iniziativa di Vasilij Tretjakovskij venne avviato un cambio di denominazione delle lettere cirilliche. “Az”, “Buki”, “Vedi”, “Glagol’”, “Dobro” (in questo modo la denominazione di ogni lettera aveva di fatto un significato ben preciso, ndt) lasciarono gradualmente il posto alle ormai comuni “A”, “Be”, “Ve”, “Ge”, “De”…

E gli attacchi del latino non cessarono. Nel 1883, ad esempio, ci fu la proposta di convertire parzialmente la lingua russa all’alfabeto latino sotto al titolo: “Орыt wedenія novыh russkih liter” (“processo di introduzione delle nuove lettere russe”, ndt). Ma i bolscevichi presero la questione più seriamente di chiunque altro. Dopo la Rivoluzione fu lanciato un progetto per latinizzare gli alfabeti di tutte le lingue del neonato stato sovietico: l’alfabeto latino era considerato “l’alfabeto della rivoluzione”. L’allora Commissario del Popolo all’Istruzione, Lunačarskij, appassionato sostenitore del cambio di alfabeto, ottenne l’appoggio di Lenin già nel 1919. Nel 1929 fu creata un’apposita commissione che sviluppò tre versioni del nuovo alfabeto. Il lavoro della commissione terminò nel gennaio del 1930 con la seguente risoluzione: “Il passaggio per i russi ad un unico alfabeto internazionale basato sul latino è inevitabile nel prossimo futuro”. Nel frattempo 50 delle 72 lingue esistenti in URSS aventi base scritta erano già state convertite all’alfabeto latino. Ma proprio in quel periodo Stalin decise di costruire il socialismo in un solo paese – con il russo come lingua principale. Così già nel marzo del 1930 l’idea della latinizzazione fu archiviata. Nel 1936 iniziò una nuova campagna per convertire in cirillico le lingue che erano state da poco latinizzate – campagna che fu in gran parte completata nel 1941.

 

Fonte: Argumenty i Fakty, 4/11/2021 – di Yulia Šigareva, Ekaterina Barova, Georgij Zatov et al., Traduzione di Elisa Angelone