Recensione dei “Racconti”, di Evgenij Zamjatin

Recensione dei "Racconti" di Evgenij Zamjatin

Nel 2021 Mondadori ha pubblicato questa splendida raccolta di povesti dello scrittore russo, conosciuto in Italia principalmente per il romanzo Noi. Attraverso un filo rosso che parte dalla provincia della Russia europea sud-occidentale e attraversa ventitré anni di attività letteraria, arriviamo a comprendere l’arte della diegesi di uno dei più significativi prosatori del Novecento russo.

Recensione a cura di Giulia Cori

 

“Tutte le strade conducono a Noi. E da Noi si dipartono.”

Così inizia la sua prefazione ai Racconti il curatore e traduttore del volume, Alessandro Niero. Ed è esattamente questo il movimento che Niero intende stabilire tra il romanzo e i racconti: una pulsazione costante, in cui la prosa dei tredici pezzi raccolti in questa brillante edizione si avvicina e si allontana da quella del romanzo che ha reso giusta fama a Evgenij Zamjatin.

Il filo rosso che lega i tredici racconti è la narrazione. Sembra senz’altro la più banale delle ovvietà, ma agli scettici basterà leggere da capo a fondo questo volume per comprendere quanto le parole, quando si parla di Zamjatin, siano quasi mai usate a caso. Il narrare di Zamjatin non è semplice raccontare: la narrazione assume un rigore genuino, che rimarrebbe decisamente inutile senza il genio – o il talento, che dir si voglia. Dunque sì, protagonista di questa raccolta è esattamente la narrazione.

Bisognerebbe ringraziare per la scelta di inserire il passo saggistico Dietro le quinte a chiosa del volume; in poche pagine l’autore stesso ci svela, in una magnanima e adulatoria apertura al pubblico lettore, i meccanismi e le strategie della sua narrazione.

La prima tentazione che si ha leggendo questo piccolo e prezioso dono è quella di prodigarsi in un sentito chapeau all’abilità compositrice di Zamjatin. La sensazione è simile a quella che si prova dopo essere stati sbalorditi per un intero spettacolo da un ottimo prestigiatore che alla fine acconsenta a rivelare i suoi trucchi: rapiti dalla maestria dell’intrattenitore, finiamo per scordarci che a tanta naturalezza e godibilità corrisponde un metodo collaudato.

Racconti Zamjatin
Racconti, traduzione di Alessandro Niero. Mondadori, 2021.

In Dietro le quinte, Zamjatin ci spiega quasi per filo e per segno con quali materiali costruisce la sua narrazione, che scopriamo (o meglio ci rendiamo conto) essere estremamente sensibile nel senso fisico del termine. Le immagini e i suoni sono il primum movens, come succede per tutte le esperienze narrative, ma finiscono per diventare anche costituenti formali attraverso cui svolgere il filo del racconto. Le allitterazioni e le consonanze che di tanto colore tingono la prosa di Zamjatin sono fortunatamente traslate al nostro italiano dalla traduzione cesellata da Niero.

Allo stesso modo del suono, l’apparato visivo delle povesti è fatto di dettagli che fungono da riferimenti imprescindibili nel piccolo mondo finito del racconto. I personaggi hanno caratteristiche caricaturali o distintive che Zamjatin dissemina oculatamente ad ogni occasione utile, al fine di indurre un’associazione a tratti metonimica tra il dato soggetto e il suo attributo. Le immagini tratte dal reale sono in grado di generare quasi autonomamente una narrazione, se solo si è abbastanza concentrati da coglierle e da saperle mettere a fuoco con la giusta accuratezza, per poterle poi trasporre in quello che Zamjatin chiama “disegno verbale”.

Questo impressionante approccio dello scrittore al testo ci da idea di quale personalità eccezionale fosse Evgenij Ivanovič. Cito un breve passaggio da La iolla:

Sul viso scuro, catramoso, la bocca fioriva, i denti scintillavano, si prospettava la felicità.

Il dettaglio dell’infiorescenza orale colpisce per quanto precisamente riesca a descrivere il momento in cui su un volto si apre un sorriso, e in quale modo. L’alternanza di attenta descrizione e lirismo – coniugati omogeneamente in uno stile peculiare che comprende quindi, al tempo stesso, la pura osservazione e l’interpretazione – ci rende la natura piena di questo ingegnere-scrittore (Zamjatin era, infatti, ingegnere navale di professione).

Evgenij Zamjatin ritratto da Boris Kustodiev (1923).
Evgenij Zamjatin ritratto da Boris Kustodiev (1923).

L’accuratezza del metodo di cui l’autore si serve per modellare il testo evidenzia, inoltre, il legame con la grande tradizione letteraria precedente. Non è un caso che Zamjatin si soffermi sul confronto tra la poesia e la prosa, concludendo:

Per me è assolutamente chiaro che il rapporto tra la ritmica del verso e quella della prosa è assimilabile a quello tra l’aritmetica e il calcolo integrale. In aritmetica sommiamo gli addendi, nel calcolo integrale già mettiamo insieme somme, serie […].

Va da sé che il calcolo integrale poggia sui fondamenti aritmetici quanto la ritmica prosaica attinge da quella poetica. Il rigore compositivo di Zamjatin è, in un certo suo modo, discendente diretto di una predominanza poetica che dal secolo d’oro puškiniano passa a quello d’argento, per arrivare all’avanguardia rivoluzionaria. Malgrado la sua impetuosa originalità, la letteratura russa post-rivoluzionaria era indissolubilmente connessa al passato col quale cercava insistentemente di tagliare i ponti.

Queste duecentosessantatré pagine richiederebbero un’analisi sproporzionata, e certamente non adatta allo spazio di una recensione. Mi accorgo di aver omesso troppo, eppure i racconti sono così perfetti da non aver bisogno di troppe spiegazioni; si tratta semplicemente di finissima letteratura, di quelle che lasciano frastornati e felici di aver avuto modo di provarle.

Dalla Russia profonda di Provincia, Grembo, Per iscritto, all’Inghilterra di Isolani e L’australiano e la Pietroburgo notturna di Mamaj, dal 1912 al 1935, la raccolta attraversa la vita di Evgenij Zamjatin dall’agitazione politica bolscevica della gioventù, agli ultimi anni dell’esilio parigino, dopo che la Russia era diventata avversa alla sua parola.

Un plauso va ad Alessandro Niero, che ha tradotto un linguaggio non sempre lineare (alcuni dei racconti sono ricchi di regionalismi e di quello che il traduttore definisce “lessico famigliare”) con chiarissima attenzione e cura, in una prosa eccellente in ogni suo dettaglio. Per apprezzare al massimo grado la resa italiana, non può venire ignorato il cospicuo apparato di note, grazie al quale Niero interloquisce con il lettore, illustrando interessanti scelte traduttive e dettagli culturospecifici. In coda al libro, viene riportato anche un utile glossario con realia e vocaboli russi presenti nel testo.

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.